In un saggio vecchio ma più che mai
attuale Bertrand Russell scriveva delle presunte superiori virtù che gli
oppressori riconoscerebbero agli oppressi al fine di garantirne la
specifica umanità. In breve, queste superiori virtù dovrebbero
essere manifestate continuamente per permettere agli oppressi di
accedere al magnifico giardino dell’uguaglianza. Russell,
all’epoca, aveva preso ad esempio due figure tipicamente oppresse, le
donne e i bambini, ma siamo certi che, se fosse ancora in vita, vi
avrebbe aggiunto i migranti.
Impossibile pensare l’uguaglianza
attraverso se stessa, almeno per alcune categorie di persone. Per
esempio, se le donne non sono delle «persone sensibili e orientate alla
cura» sono malefiche; allo stesso modo, se non sono in grado di fruttare
di più dei bianchi, i negri possono pure fare altro invece che
reclamare una diversa uguaglianza. Se sei uno straniero e per di
più negro, per essere come gli altri devi essere più degli altri, un
uguale diseguale, altrimenti ti meriti di essere oppresso. Non
devi nemmeno provare ad accusare i bianchi della tua condizione, che è
poi la naturale condizione di oppressione che vivono migliaia di negri.
Se, ahinoi, sei negro, devi farti sfruttare più degli altri per essere
un buon lavoratore ed esser uguale agli altri buoni lavoratori italiani
(quelli bianchi). Se, ahinoi, sei negro, non puoi pensare di sbagliare,
incazzarti, accusare come fanno i bianchi, né tanto meno pretendere di
guadagnare un mare di soldi. Sei negro, quindi devi solo startene calmo e
farti un culo così e, se non riesci a tener la bocca chiusa in un
momento in cui va tutto a rotoli, ti prendi pure tutte le
responsabilità.
Lo sappiamo. Molti stanno
pensando a Mario B., quello che un giorno incarna il mito della
resurrezione e la virile speranza della patria vittoriosa e il giorno
successivo diventa l’unico responsabile del suo fallimento, ovvio colpevole di quanto accaduto, prima di tutto perché gli manca la bianchezza del patriottismo.
Potremmo persino non stupirci dei toni nazionalistici del mondiale, che
non prometteva bene già prima delle accuse scagliate contro il negro di
turno e si è poi rivelato una perfetta maschera per i patrioti
razzisti, particolarmente risentiti nel momento in cui la nazionale è
stata sconfitta da un «paese del terzo mondo». Ma tutto questo va ben al
di là del mondiale. Perché se uno statuto formale di uguaglianza Mario
ce l’ha sicuramente, è a livello informale che il razzismo prende piede.
Non basta essere muniti di residenza e carta d’identità italiana se poi
non dimostri attraverso le tue azioni quotidiane di meritartela davvero
la definizione di «italiano».
Per essere italiano un negro
deve fare una scelta di campo: o stare tra i negri fenomenali, quelli
che fanno provare fierezza ai bianchi, quelli che hanno la velocità e il
ritmo nel sangue, oppure stare tra i negri che vengono sfruttati in
cambio di un bene che è tutto bianco. Ovviamente entrambe le
posizioni non accettano nessuna messa in discussione, nessuna possibile
deviazione dalla norma vigente dell’uguaglianza: o sei un negro
meritevole oppure no, secondo una tradizionale classificazione dei
poveracci oggi riproposta in chiave etnica. Se per Mario l’italianità si
gioca letteralmente su quanti goal riesce a fare, per molti altri negri
dipende da quanto sono disposti a farsi sfruttare. Incazzarsi sembra
controproducente per loro, incazzarsi aggiungerebbe del patologico a una
condizione di diversità: già sei diverso, in più sei pazzo.
Mario ha ragione e la ragione è dalla parte di Mario quando dice che i negri come lui non lo avrebbero scaricato in questo modo.
I veri italiani sono infatti un’altra cosa: sono quelli che pensano che
lui e quelli diversi come lui o fanno goal anche quando vanno a fare la
spesa o devono andare a farsi sfruttare insieme alle altre migliaia di
negri. L’uguaglianza tanto ricercata per loro è questa, altrimenti sono solo fatti loro.
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