Foto di Giulia Chiti.
Sono le due di notte. Sto camminando per il centro di Forte dei Marmi
in cerca di un anfratto che non sia fatto di cedro laccato dove potermi
accomodare, trascinando per il braccio un amico sbronzo che fino a
qualche minuto prima minacciava di accasciarsi sulla vetrina di un
negozio monomarca. Ho passato la serata presidiando il Caffè Morin e
l'Almarosa - due punti di ritrovo per fighetti in cui il costo per una
coca e un cuba libre è 15 euro - e intervistando ragazzi con capelli
troppo phonati e pantaloni color salmone nel tentativo di farmi un'idea
precisa sui motivi che li spingono a passare l'estate in Versilia.
Ho deciso di venire qui perché rappresenta uno dei più lampanti esempi
della decadenza che sta colpendo molte delle più famose mete turistiche
italiane. Posti che vivono di rendita da una vita—Riviera Romagnola,
Costa Smeralda ecc ecc—ma che registrano ogni anno cali di affluenza
sempre maggiori. La Versilia, ormai da tempo, sta attraversando
un'involuzione direttamente proporzionale al boom del Salento.
E in un certo senso la Versilia è la nemesi del Salento: non soltanto perché da sempre non fa affidamento su un vero e proprio turismo di massa, ma perché l'offerta di intrattenimento si ripete per mitosi da 40 anni.
Nonostante da qualche parte si tenti di spacciarla per il buen retiro di un ipotetico gotha della politica italiana—quest'anno Renzi, la Boschi, e la Giannini hanno passato le vacanze qui—la verità è che il modello basato sulle presenze ragguardevoli e l'aura che questo posto si porta dietro dal boom economico probabilmente non funziona più.
Lungo una delle stradine che si intersecano attorno al minuscolo
fortino del centro ci vengono incontro due ragazze sui diciotto in
bicicletta; indossano degli abiti da sera antidiluviani, e portano dei
cappelli ellittici di paglia con nastri svolazzanti. Vengono dall'Hotel
Villa Roma Imperiale—lo stesso in cui ha alloggiato Renzi—dove si è
tenuto il Ladies day, una parata ispirata alla nobiltà britannica in cui si sfoderano lignaggio e guardaroba eccentrico.
Le guardo allontanarsi, e penso alle loro coetanee che stanno contraendo malattie veneree sulle spiagge di Pag.
Così mi fermo a riflettere sul fatto che probabilmente l'unico modo per salvare questo posto dalla prospettiva di vendere tutto ai russi è
gettarsi in un revival ancora più profondo di quello che è sempre stato
in atto: abbandonare il mito arrugginito degli anni Sessanta, e optare
per un ritorno a convenzioni rococò e manierismi da Restaurazione.
Che poi in realtà negli anni Sessanta manco si poteva parlare di vero e
proprio turismo, qui: all'epoca era un posto esclusivo frequentato da
un'élite che ostentava non solo prestigio economico, ma sociale.
L'esplosione cambriana del turismo è avvenuta negli anni Ottanta ed è
proseguita per tutti i Novanta, quando un paio di generazioni della
medio-alta borghesia sono venute a sperperare patrimoni in aperitivi,
canticchiando i tormentoni di Giuni Russo
e cercando l'osmosi che gli avrebbe fatto fare un ulteriore scatto di
casta. Ed è esattamente questo il fenotipo che si sta estinguendo da
queste parti: la crisi economica ha minato quella fascia intermedia che
pagava smisuratamente pur di venire a fare i piccoli Gatsby e prendersi
un pezzo striminzito di qualcosa che probabilmente non esisteva più già
da tempo.
Nell'ecosistema della Versilia, il vuoto lasciato da questi
arrampicatori sociali decaduti è stato preso, appunto, dai russi. Sono
in minoranza rispetto alla progenie degli aficionados, ma rappresentano
la spina dorsale del profitto turistico. Li riconosci subito, perché le
donne girano in abiti di lamè e sandali intarsiati di gemme anche alle
tre del pomeriggio, e gli uomini fissano tutti con uno sguardo che a
tratti richiama questi cartelli di benvenuto.
A differenza degli italiani che ho intervistato, i russi sono
apertamente coscienti del motivo per il quale attirano la mia
attenzione. Ma sono inamovibili nel rifiutare sia domande che
foto. Hanno la diffidenza risoluta e motivata di chi possiede un livello
di benessere economico che si potrebbe definire immortale. Nonostante l'affluenza di denaro però, non riscuotono molta simpatia da queste parti.
La giustificazione più diffusa è che sono maleducati e rozzi, ma
osservandoli attentamente mi sono sembrati molto meno molesti dei
turisti americani che frequentano Firenze d'estate. E a Firenze sono in
pochi quelli che si lamentano degli americani, non solo perché portano
soldi, ma soprattutto perché se ne vanno in giro a bocca aperta con la
faccia di chi ha la sindrome di Stendhal.
Il motivo di tanto astio, secondo me, è che i russi a Forte dei Marmi
si comportano come se fossero i padroni, e c'è una ragione precisa: lo
sono. Due terzi delle abitazioni appartengono a loro. Ma se ne stanno
svaccati sui divanetti dei pochi locali in cui gravitano, con l'aria
impassibile di chi non è assolutamente coinvolto da quello che lo
circonda, anche se se lo è comprato.
La maggioranza dei ragazzi italiani che ho incontrato, invece, passa
l'estate qui fin dall'infanzia. Frequentano da generazioni lo stesso
stabilimento balneare a conduzione familiare—in cui il costo stagionale
per una tenda è in media fra i 3000 e i 5000 euro. Passano le giornate
in spiaggia con gli amici di una vita, e la sera vanno negli stessi
identici locali—come la Capannina di Franceschi o il Seven Apple—in cui
avrebbero potuto andare 30 anni fa. In alternativa ci sono il Twiga di
Briatore, l'Ostras Beach, e il Beach Club, che ha aperto da pochi anni.
Niente feste in spiaggia, perché la porzione libera è praticamente
inesistente.
"Continuo a venire qua perché è caratteristico. Conosci tutti, c'è un
clima familiare. Fondamentalmente le cose da fare sono sempre le stesse,
e ovviamente se dovessi passare tutta l'estate in Versilia mi
sparerei. Quest'anno per esempio sono stata a Mykonos e a Panarea," mi
dice una ragazza fuori dal Caffè Morin. "Però in inverno questo posto mi
manca."
Moltissimi di quelli con cui ho parlato l'hanno messa sulla nostalgia, che sembra essere la vera, e costosissima, attrattiva.
Se il calo sia dovuto al fatto che la maggior parte delle persone non
può semplicemente più permettersi di venire qua, oppure che qualcuno
abbia cominciato a capire che il clima familiare, la nostalgia, e zero
intrattenimento non li puoi pagare una media di 453 euro a notte, non è dato saperlo.
Resta il fatto che persino chi la frequenta da una vita organizza le
vacanze serie da un'altra parte, e viene qui per una sorta di ritiro
estivo. In sostanza, lascia basiti il fatto che perfino l'idea di
turismo di Briatore sia più pragmatica di quella della Versilia.
In realtà, nonostante il sostrato culturale basato sull'esclusività sia
sempre stato imperante, alla fine degli anni Novanta e per buona parte
dei Duemila da queste parti era possibile trovare anche altro rispetto
ai posti fighetti con selezione all'ingresso. A Marina di Pietrasanta
per molto tempo c'è stato un locale che pur cambiando nome quasi ogni
anno—prima Dive, poi Goodfellas, poi TK—proponeva serate con musica
hardcore, e spesso potevi vedere arrivare pullman pieni di gabber
bergamaschi e bresciani.
La Canniccia, che era il baluardo tamarro della Versilia, ha chiuso
qualche anno fa. Una delle poche serate che attira una clientela
leggermente più variegata è quella hip hop al Seven, il martedì. La
direzione non mi ha dato il permesso di entrare, ma stando fuori dal
locale noto che non c'è poi molta gente. "Rispetto agli altri anni
praticamente non viene nessuno. Il piazzale era pieno, ci mettevi una
vita a entrare," mi dice Marco, un ragazzo di Pisa.
"Comunque sia resta una delle poche serate in cui non ti serve la camicia."
L'alternativa alla discoteca, invece, è segregata nella darsena di
Viareggio. Che viene frequentata soprattutto dalla gente del posto, e da
quelli che schifano tutto l'apparato socio-emotivo della Versilia.
Lungo la darsena ci sono un sacco di pub e posti con musica dal vivo.
Come il Corsaro Rosso.
Ma per farmi, e potervi dare, un'idea precisa del tipo di serata che uno
dovrebbe aspettarsi venendo qua, visto che dal Twiga mi hanno fatto
sapere che i responsabili non avevano mostrato interesse verso il mio reportage—
e che comunque rappresenta quel tipo di locale in cui si sciabolano
bottiglie da millemila euro come ne esistono un po' dappertutto—decido
di andare alla serata del mercoledì in Capannina. La serata di Jerry
Calà.
La Capannina di Franceschi è il locale più longevo d'Italia. Ha aperto
nel 1929. Da sempre l'immaginario di questo posto ruota attorno alle
frequentazioni socialmente rassicuranti. Il name dropping è infinito: ci
venivano gli Agnelli, i Falk, i Moratti (che continuano a venirci). Ci
sono stati Montale, Ungaretti e Primo Levi. C'è stato persino Kennedy. È
un simbolo del boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta: sul
palco si esibivano Edith Piaf e Paul Anka, e più tardi anche Ray
Charles.
Ora ci bazzicano Sallusti e la Santanché, insieme a tronisti rottamati,
ex calciatori e quel genere di tizi che valicano la membrana della
notorietà solo perché frequentano tutti i suddetti, nonostante siano
quelli che se la tirano di più.
Comunque sia è forse l'unico locale in Versilia che non ha subito il
contraccolpo della crisi e del calo del turismo. C'è sempre la fila per
entrare, e da 18 anni Jerry Calà fa il tutto esaurito ogni mercoledì.
Mi metto d'accordo con l'ufficio stampa e mi concedono anche due minuti con Calà.
Appena arriviamo ci viene incontro il fotografo che lavora per la
Capannina, Fabrizio, che avevo sentito al telefono il pomeriggio. Ci
prende sotto la sua ala protettrice e ci guida attraverso un tunnel di
pubbliche relazioni senza fine. Ogni due minuti mi posiziona fisicamente
davanti a qualcuno e me lo presenta, basito dal fatto che io non sappia
nulla di costui e che non sia in grado dissimulare in alcun modo.
Al bancone del bar mi presenta un ragazzo abbronzato,"lui è Gianni, il
PR più importante della Versilia." Gianni è leggermente imbarazzato, ma
per staccarmi un attimo da quel bombardamento di aneddoti e persone lo
prendo da parte, e mi faccio un po' spiegare come è andata questa
stagione.
"Un po' di calo in Versilia effettivamente c'è stato, ma noi come
locale non abbiamo sbagliato praticamente niente. Attiriamo un tipo di
clientela affezionata e fidelizzata. Del resto la Capannina è la
Capannina: 85 anni di storia che parlano da soli. Ogni anno si aggiunge
una nuova generazione di clienti che cerca esattamente quello i nostri
ospiti hanno sempre trovato: tradizione. La Capannina non chiuderà mai,
male che vada diventerà un museo!"
"E poi è un posto sempre ben frequentato. Il mondo del jet set d'estate
si ritrova qui, ad esempio prima ero al telefono con Nek." Resto un
attimo assorto per focalizzare bene le implicazioni di Nek sulla
nomenclatura della Versilia.
Poi Fabrizio mi preleva e mi porta nel privè, che si trova al piano
terra, in una veranda che affaccia sulla strada, completamente esposto
alla vista dei passanti. Mentre camminiamo cerco di riconfigurare la mia
percezione della parola privè. Vicino a un pianola, su un
divanetto, è seduto un uomo sorridente, con la fronte che riflette la
luce come se l'avessero levigata con lo Smac. È Stefano Busà, il
musicista che da anni si occupa del pianobar. Come tutti i membri dello
staff è estremamente accogliente e gentile. Ci mostra dei braccialetti
di gomma, "sopra ci ho fatto scrivere il mio motto, e li distribuisco ai
clienti." C'è scritto Al pianobar da Busà. "Vanno tutti fuori di
testa quando sostituisco il verso di una canzone con il mio motto. Come
ad esempio in '50 Special' dei Lunapop." Sembra che ne vada molto
fiero, e ce ne regala alcuni.
"Vedi, il mio è uno spettacolo intergenerazionale. A volte vorrei un
po' variare, ma i pezzi che vanno per la maggiore sono i classici.
Quando vedi arrivare dei sedicenni che ti chiedono 'Bugiardo' della
Caselli capisci che la formula funziona così com'è. La novità di
quest'anno è stata 'Fiori rosa fiori di pesco', vedi tu! Sono i figli
dei figli di vecchi clienti affezionati, e cercano la Versilia classica,
così come gliel'hanno raccontata."
“Ed è proprio questo che distingue la Versilia da qualsiasi altra
località per turisti facoltosi, qua i rapporti sono rodati e genuini.
Si sentono tutti a loro agio."
Mi verrebbe da obbiettare che i rapporti sono genuini perché la
selezione sociale che annulla i gradi di separazione è già stata fatta
qualche fascia di reddito addietro, al momento di prenotare la vacanza,
ma mi limito a ringraziarlo e lo lascio ripassare la scaletta.
Il locale comincia a riempirsi. Mi metto seduto su una cassapanca da cui si vede tutta la pista. La cosa che colpisce più di tutte è la massiccia presenza di over 60.
Alcune ragazze entrano accompagnate dai genitori, come Marina Suma in Sapore di Mare.
È una miscellanea demografica strana da osservare, e perdo un sacco di
tempo immaginandomi le conversazioni fra genitori—con argomenti
incrociati che coinvolgono pomate drenanti, guaine contenitive ed
estetiste—mentre attorno i figli tentano di ballare tormentoni di sei
estati fa, e divertirsi. Un agglomerato di nevrosi borghesi su cui
Jonathan Franzen potrebbe basare altri cinque romanzi.
Un sacco di ragazzi sono pettinati esattamente come i loro padri, che
ballano sgraziatamente con gli addomi gonfi stretti in camicie stretch.
Quando parte un vecchio pezzo dei Black Eyed Peas uno di loro caccia un
semi urlo, e improvvisa quella che sembra una crisi convulsiva.
"Ma dove mi hai portato? È un safari del disagio,” mi dice la fotografa.
Finalmente riappare Fabrizio, che ci accompagna nei camerini in attesa
di Calà. Comincio a essere nervoso. Quando arriva ha la faccia stanca e
un po' infastidita. Ci infiliamo tutti nell'ufficio del direttore, e lui
si siede alla scrivania. Tento di strappargli una foto un po' meno
impostata ma lui non la prende bene, "ho 60 anni, non faccio più le
faccette!"
La prendo larga, cercando di incartargli alla meglio una domanda di cui
so già la risposta, ma non mi lascia nemmeno finire. "Ma perché mi fate
tutti le stesse domande?!...Non è cambiato un cazzo! I ragazzi sono
sempre uguali, e vogliono quello che hanno sempre voluto. Al mio
spettacolo non si viene solo per divertirsi: è un momento di
aggregazione. Si cantano insieme le vecchie canzoni e intanto è
possibile dialogare. Trovano qualcosa che non riescono ad avere su
Facebook o andando a sfondarsi di musica elettronica."
Quando lo incalzo sul fatto che i suoi core business, Cortina e Forte
dei Marmi, stanno perdendo pezzi non si scompone. "Della crisi e del
maltempo qua ce ne freghiamo. Se piove alla Capannina si fanno una
pippa, il locale è sempre pieno. Cortina invece è stata ammazzata, e
probabilmente lo stesso succederà al resto della Versilia. Il punto è
che in Italia non puoi più fare niente. Il turismo viene strangolato dal
sospetto: limitazioni sui soldi agli stranieri, controlli fiscali
asfissianti. Vige la mentalità secondo cui se hai i soldi sei un ladro.
Ma poco importa. Può morire Cortina, può morire Forte dei Marmi, ma
Jerry Calà e la Capannina non muoiono mai!" Ci tiene però a chiarire che
non è a favore dell'evasione fiscale, e che quello che ha da dire sulla
questione lo ha fatto nel film Io non pago, di cui ha scritto il soggetto.
Quando ci congediamo Fabrizio ci chiede di non tornare dalla parte del
privè, perché alcuni clienti iniziano a essere stufi della nostra
presenza.
Così mentre inizia lo spettacolo ci spostiamo dall'altro lato del
locale, in una piccola zona all'aperto dove passano pessima musica deep
house. Qui incontro Moreno (un nome di fantasia), che è di Milano e
viene in Versilia da quando è nato. Mi chiede di non essere fotografato,
"non sono qui con la mia fidanzata ufficiale," mi dice mentre mi
strizza l'occhio. Moreno è un piccolo Dogui con la camicia di lino e il ciuffo che spenzola.
"La Capannina non è solo un locale, è un luogo dell'anima," dice.
"Vieni qua, bevi qualcosa, stai con gli amici. Sei sicuro che la gente
che frequenta questo posto è super selezionata. Certo forse può sembrare
un po' noioso, ma è non tanto il divertimento che trovi in Versilia, è
l'atmosfera."
Ci passa davanti una ragazza bellissima con un vestito nero attillato.
Con i tacchi è alta quanto me (1,84). A dire la verità la percentuale di
belle ragazze fa impressione. Moreno mi mette una mano sulla spalla e
si avvicina, "ecco forse il tasto dolente è questo: si scopa poco. Le
stesse ragazze che a Ibiza e Mykonos si fanno inchiavardare come portoni
qua mantengono un profilo morigerato. Se non vuoi rimanere a secco devi
portarti qualcosa di trombabile da casa." Scoppia di nuovo a ridere.
Rientriamo nella sala principale e saliamo al piano superiore per
fotografare Jerry dall'alto. "Ho 63 anni, ma non mollo! E sono sempre un
figo della Madonna... come Aiazzone: provare per credere!" Attacca
"Voglio una vita spericolata". Tutti cantano, e non c'è spazio per
muoversi nemmeno sulle scale.
La battuta su Aiazzone gliel'ho sentita fare nel video di uno spettacolo
precedente, così come quella dei chilogrammi compiuti da Smaila e
l'intermezzo in cui fa il countdown e invita tutti ad unirsi a un
LIBIDINE collettivo.
Sono le 3, e decidiamo di andarcene sulle note di "Abbronzatissima",
anche se in realtà veniamo accompagnati all'uscita perché Fabrizio ci ha
visto avvicinarci al privè e si è arrabbiato. Poco male.
Vengo via con il sospetto che, nonostante la fiducia di Calà, serate come questa abbiano i giorni contati.
I russi, probabilmente, Jerry Calà non sanno nemmeno che
esista. Frequentano esclusivamente posti che si sono adeguati alla loro
presenza e che garantiscono discrezione, come il Cocoa o il Twiga (che
pronunciano Zwiga), e soprattutto ignorano gli storici bagni con le cabine intonse risalenti al giurassico.
Ovviamente c’è chi lo sa, e ha provato a rimediare. Salvatore Madonna, affiancato da Ludmilla Radchenko, ha realizzato un video
per il bon ton da presentare ai clienti dell'Hotel Byron. Nel video si
fanno riferimenti all'etichetta da tenere a tavola, alle moderazione nel
vestiario, e richieste di maggior rispetto per i subalterni. Il suo,
però, non mi è sembrato solo il tentativo di migliorare il comportamento
degli ospiti del suo albergo, ma un modo per cercare di ristabilire una
sorta di ordine fra chi un tempo era il padrone e chi l'ospite. Così
l'ho contattato per saperne di più.
Mi ha invitato alla presentazione della mostra della Radchenko, proprio
all'Hotel Byron, per parlarmi un po' dell'idea che ha avuto e della
situazione in cui gravita la Versilia.
"Il punto è cercare di introdurre i russi a quell'understatement
elegante che ha fatto la storia della Versilia. Gli abiti kitsch e
sgargianti e il lusso ostentato si sposano male con noi. Certo il
turismo sta cambiando, e non si può vivere solo nel passato, ma credo
che una base di tradizione vada tenuta. Il valore aggiunto di questo
posto era proprio questo. Se ci leghiamo troppo ad un solo tipo di
clientela, adeguandoci in toto, rischiamo di morire sul serio nel caso
in cui quest'ultima venga meno."
Probabilmente però è troppo tardi, e non ci sono realmente alternative
ai soldi dei russi. Nonostante la selezione sociale, e malgrado i costi
esorbitanti, le persone che continuano a venire da queste parti mi
sembrano il tipo di clientela meno esigente che sia possibile
immaginare. Pagano un prezzo altissimo a fronte di un'offerta polverosa e
limitata. È una categoria che per forza di cose è destinata a ridursi.
La verità è che nel 2014, anche se qualcuno vuole far passare la Versilia come la "nuova Atene estiva" della politica italiana, il confronto con altri posti fa acqua da tutte le parti.
Citando Calà in Sapore di Mare, "la festa è finita, gli amici se ne vanno."
Fonte
Dio cane!
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