di Chiara Cruciati
Mentre la coalizione si
riuniva a Washington per discutere la strategia migliore per arginare
l’avanzata dell’Isis, lo Stato Islamico dall’altra parte dell’oceano
proseguiva nella propria offensiva. In Iraq il target è tornato ad essere
la provincia di Anbar, lungo il confine siriano, ottimo punto di
passaggio per armi e miliziani da un paese all’altro: dopo la
fuga delle truppe irachene di guardia alla base militare di Heet, i
miliziani stanno espandendo il controllo dell’area costringendo 180mila
persone alla fuga.
Anche Baghdad è sempre più vicina. Dove non arriva con gli scontri a fuoco, l’Isis opera con gli attentati suicidi. Da
giorni la capitale e i distretti intorno sono colpiti da un numero
sempre più ingente di attacchi sanguinosi: l’ultimo ieri, nel quartiere
sciita di Kadhimiyah, quando un’autobomba è stata lanciata
contro un checkpoint militare, uccidendo almeno 23 persone, tra cui un
parlamentare sciita nonché leader delle milizie Badr, Ahmed al-Khafaji.
Sono 77 i morti da domenica in attacchi simili.
Ad Anbar, i miliziani hanno occupato un’altra città lungo
l’Eufrate, Kubaisa, dopo la presa di Heet, e ora puntano di nuovo alla
diga di Haditha, impianto strategico perché rifornisce d’acqua
le comunità lungo il confine siriano e il capoluogo di provincia,
Ramadi, per arrivare a Baghdad a soli 56 km di distanza. La capitale è
circondata su quasi ogni lato: l’Isis, fanno sapere fonti sul posto, è
ormai a Fallujah, a soli 40 km.
A simili notizie, si aggiunge quella riportata dal Middle East Review of International Affairs (Meria), secondo il quale
lo Stato Islamico si sarebbe impossessato di armi chimiche, forse
requisite da uno degli arsenali dell’esercito iracheno saccheggiati o
prese nella città siriana di Raqqa, e le avrebbe utilizzate contro
Kobane lo scorso luglio, quando tentò per la prima volta di occupare la città.
A giugno, l’Isis prese il controllo di un magazzino di vecchie armi
chimiche dell’era Saddam, a Muthanna, nord ovest di Baghdad. All’epoca
gli Usa affermarono che non c’era nulla da temere: quelle armi,
risalenti agli anni ’80, non erano più utilizzabili. Una convinzione
derivante dalle dichiarazioni di soldati Usa di stanza nella zona tra il
2004 e il 2010. Ora i racconti dei testimoni curdi e le foto delle
strane ferite sul corpo delle vittime dell’assalto jihadista raccontano
una storia diversa.
Nelle stesse ore, i capi militari di 22 paesi si ritrovavano
nella capitale statunitense per rivedere la strategia anti-Isis e
discutere della proposta turca alla creazione di uno zona cuscinetto al
confine con la Siria. Erdogan è stato chiaro: nessun intervento se
Ankara non otterrà quanto richiesto. Nella pratica, una serie
di misure – una zona cuscinetto dove far confluire i profughi siriani e
addestrare le opposizioni anti-Assad e una no-fly zone contro il
movimento dell’aviazione siriana – dirette verso il vero nemico turco,
il governo di Damasco.
Che l’Isis avanzi a Kobane – controlla ormai la metà della città,
nonostante ieri i combattenti curdi dell’Ypg siano riusciti a respingere
gli islamisti indietro di 4 km a est – al presidente turco poco
importa, impegnato a bombardare le postazioni del Pkk in Turchia. Più
preoccupato pare il presidente Obama, che ieri ha ordinato di
intensificare i bombardamenti intorno alla città curda nel nord della
Siria: 21 i bombardamenti compiuti tra lunedì e martedì. Da
Washington Obama ha ripetuto la necessità di frenare lo Stato Islamico
dal prendere Kobane e la provincia irachena di Anbar, ma le velate
pressioni del suo capo di Stato maggiore Dempsey (inviare truppe di
terra) restano inascoltate.
La sola cosa uscita dal meeting della coalizione è la convinzione,
dice Obama, che “si tratterà di una campagna di lungo termine, fatta di
progressi e passi indietro”. Non sono mancate le pressioni sulla Turchia che si rifiuta d'intervenire, direttamente e indirettamente, nella guerra all’Isis, dopo aver costretto il proprio parlamento a votare a favore del dispiegamento di truppe fuori dai confini nazionali.
La Francia ha chiesto ad Ankara di aprire le frontiere per permettere
ai combattenti curdi che vogliono andare a Kobane di passare.
Le autorità turche hanno trascorso, infatti, l’ultima settimana ad
aprire il fuoco contro chiunque si avvicinasse al confine con la Siria.
Impossibile anche entrare: se 13mila rifugiati curdi sono bloccati oggi
alla frontiera, medici e parlamentari accusano la Turchia di aver
lasciato morire una decina di feriti gravi, impedendogli di entrare nel
proprio territorio.
Pressioni anche dagli Stati Uniti che sono tornati a chiedere ad Erdogan l’utilizzo delle basi militari turche.
Domenica la Casa Bianca aveva annunciato di aver ottenuto il via libero
della Turchia, che però poche ore dopo ha smentito. Piccola conquista
sul fronte russo: ieri il segretario di Stato Kerry ha ottenuto dal
ministro degli Esteri di Mosca, Lavrov, l’ok a condividere informazioni
di intelligence contro gli islamisti.
Fonte
Macchina bellica e diplomatica statunitense in palese affanno. Non si spiega altrimenti lo scarso impatto dei bombardamenti fino ad ora condotti (che necessitano dell'appoggio logistico della base aerea di Incirlik in Turchia per avvicinarsi più possibile al teatro di operazioni) e l'incapacità di condurre Erdogan a collaborare profiquante con gli "alleati".
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