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11/11/2014

Yemen - È battaglia all’aeroporto e in parlamento

Scontri sono in corso all’aeroporto internazionale di Sana’a, capitale dello Yemen, tra soldati governativi e ribelli Houthi: ad ora sarebbero almeno quattro i morti, uccisi nella notte. La sicurezza dell’aeroporto ha tentato ieri di impedire l’accesso al gruppo armato e gli scontri sono cominciati. L’obiettivo Houthi è la presa dell’aeroporto internazionale, dopo aver assunto a settembre il controllo della capitale e delle sue istituzioni politiche e, in breve tempo, di altre città e comunità in tutto il paese.

I voli sono stati temporaneamente sospesi mentre al Ministero degli Esteri arrivavano le lamentele delle ambasciate straniere per il trattamento riservato ai rispettivi staff in arrivo all’aeroporto: perquisizioni personali e confische di alcol e liquori.

Da mesi lo Yemen è teatro di una vera e propria guerra civile, tra sciiti Houthi da una parte e tribù sunnite e miliziani di Al-Qaeda dall’altra. In mezzo resta un governo allo sbando, costretto al rimpasto su pressioni sciita, accusata da più parti di essere direttamente gestita da Teheran. Già ieri Washington aveva annunciato la riduzione dello staff della propria ambasciata a Sana’a a causa del deterioramento della situazione del paese.

Sempre ieri gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni finanziarie all’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, e a due comandati militari considerati legati ai ribelli Houthi. Venerdì erano state le Nazioni Unite a inserire i tre nella lista dei soggetti sottoposti a sanzioni internazionali perché accusati di mettere in pericolo la stabilità e la pace in Yemen. In risposta migliaia di sostenitori dell’ex presidente Saleh e gruppi di Houthi hanno manifestato venerdì, dopo la preghiera, contro la decisione del Palazzo di Vetro.

La situazione resta incandescente: altri 30 morti si sono registrati ieri nella provincia sud di Bayda, tra combattenti Houthi e milizie tribali sunnite. Le seconde, legate ad Al-Qaeda, hanno lanciato una controffensiva per costringere alla ritirata dalla città sunnita di Radaa i miliziani Houthi. Sono subito esplose le violenze, nonostante nei giorni scorsi il movimento sciita abbia firmato un accordo di cessate il fuoco regionale con Ansar al-Sharia, gruppo qaedista.

Da parte sua la politica resta invischiata in un pericolo stallo, apparentemente insuperabile. Nonostante ad ottobre fossero state accolte le richieste Houthi e il precedente governo fosse stato sostituito da un premier che gli stessi sciiti avevano indicato, le tensioni interne non sono cessate e un nuovo premier è stato nominato. Domenica il nuovo primo ministro, Khaled Bahhah e il suo esecutivo avevano giurato e aperto la nuova legislatura con la promessa di porre fine alle divisioni interne e ai settarismi etnici.
 
Dietro alla formazione del nuovo esecutivo c’è la mano dell’Onu che ha tentato una mediazione interna, accettata da gran parte dei gruppi politici yemeniti: un governo tecnico e indipendente che riporti la calma nel paese.  Ma agli Houthi la nomina di Bahhah non piace, perché considerato troppo vicino alla componente sunnita, come non piace ai fedelissimi di Saleh e al partito di maggioranza, il Gpc, guidato dallo stesso Saleh. L’ex presidente, per la cui rimozione il popolo yemenita ha lanciato la sua primavera araba e versato sangue, è considerato il burattinaio dietro la sollevazione degli Houthi.

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