Scontri sono in corso all’aeroporto internazionale di Sana’a,
capitale dello Yemen, tra soldati governativi e ribelli Houthi: ad ora
sarebbero almeno quattro i morti, uccisi nella notte. La sicurezza
dell’aeroporto ha tentato ieri di impedire l’accesso al gruppo armato e
gli scontri sono cominciati. L’obiettivo Houthi è la presa
dell’aeroporto internazionale, dopo aver assunto a settembre il
controllo della capitale e delle sue istituzioni politiche e, in breve
tempo, di altre città e comunità in tutto il paese.
I voli sono stati temporaneamente sospesi mentre al Ministero degli
Esteri arrivavano le lamentele delle ambasciate straniere per il
trattamento riservato ai rispettivi staff in arrivo all’aeroporto:
perquisizioni personali e confische di alcol e liquori.
Da mesi lo Yemen è teatro di una vera e propria guerra civile, tra
sciiti Houthi da una parte e tribù sunnite e miliziani di Al-Qaeda
dall’altra. In mezzo resta un governo allo sbando, costretto al
rimpasto su pressioni sciita, accusata da più parti di essere
direttamente gestita da Teheran. Già ieri Washington aveva
annunciato la riduzione dello staff della propria ambasciata a Sana’a a
causa del deterioramento della situazione del paese.
Sempre ieri gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni
finanziarie all’ex presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, e a due
comandati militari considerati legati ai ribelli Houthi. Venerdì erano
state le Nazioni Unite a inserire i tre nella lista dei soggetti
sottoposti a sanzioni internazionali perché accusati di mettere
in pericolo la stabilità e la pace in Yemen. In risposta migliaia di
sostenitori dell’ex presidente Saleh e gruppi di Houthi hanno
manifestato venerdì, dopo la preghiera, contro la decisione del Palazzo
di Vetro.
La situazione resta incandescente: altri 30 morti si sono
registrati ieri nella provincia sud di Bayda, tra combattenti Houthi e
milizie tribali sunnite. Le seconde, legate ad Al-Qaeda, hanno lanciato
una controffensiva per costringere alla ritirata dalla città sunnita di
Radaa i miliziani Houthi. Sono subito esplose le violenze,
nonostante nei giorni scorsi il movimento sciita abbia firmato un
accordo di cessate il fuoco regionale con Ansar al-Sharia, gruppo
qaedista.
Da parte sua la politica resta invischiata in un pericolo stallo,
apparentemente insuperabile. Nonostante ad ottobre fossero state accolte
le richieste Houthi e il precedente governo fosse stato sostituito da
un premier che gli stessi sciiti avevano indicato, le tensioni interne
non sono cessate e un nuovo premier è stato nominato. Domenica il nuovo
primo ministro, Khaled Bahhah e il suo esecutivo avevano giurato e
aperto la nuova legislatura con la promessa di porre fine alle divisioni
interne e ai settarismi etnici.
Dietro alla formazione del nuovo esecutivo c’è la mano
dell’Onu che ha tentato una mediazione interna, accettata da gran parte
dei gruppi politici yemeniti: un governo tecnico e indipendente che
riporti la calma nel paese. Ma agli Houthi la nomina di Bahhah non
piace, perché considerato troppo vicino alla componente
sunnita, come non piace ai fedelissimi di Saleh e al partito di
maggioranza, il Gpc, guidato dallo stesso Saleh. L’ex presidente, per la
cui rimozione il popolo yemenita ha lanciato la sua primavera araba e
versato sangue, è considerato il burattinaio dietro la sollevazione
degli Houthi.
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