Non
è certo una novità che l’Iran abbia da tempo poggiato i propri stivali
sul campo di battaglia iracheno, primo paese a mandare armi ai peshmerga
e primo a inviare le proprie truppe a sostegno del governo di Baghdad.
Già in precedenti controffensive contro lo Stato Islamico i pasdaran
erano in prima fila e Suleimani coordinava non solo i suoi uomini, ma
anche le milizie sciite irachene vicine a Teheran, in primis le potenti
milizie Badr, guidate da Hadi al-Ameri.
La
Turchia, il cui primario obiettivo è da quattro anni la caduta del
regime di Assad, per ora si era “limitata” ad un sostegno più o meno
indiretto a gruppi radicali, tra cui proprio l’Isis, garantendogli
un passaggio sicuro in Siria attraverso il confine turco, chiudendo un
occhio sulla corruzione dilagante delle proprie forze militari
dispiegate alla frontiera.
Ma
il timore di un allargamento dell’influenza iraniana sull’Iraq, che nel
post-Saddam è già tornato sotto l’ala di Teheran, è troppo pericoloso
per il fronte sunnita, guidato da Ankara e Riyad. Potrebbe così
cambiare la strategia finora adottata: non più un mero sostegno a chi
combatte contro l’asse sciita tra Siria e Iraq, ma unità militari
direttamente gestite dalla Turchia.
Per
ora si tratta di voci, di dichiarazioni di funzionari anonimi: Erdogan
starebbe organizzando proprie milizie da schierare nell’eventuale
operazione per la ripresa di Mosul, dopo la prova generale di Tikrit,
per controbilanciare il peso indiscusso dell’Iran sciita.
Durante una visita a Baghdad e Erbil, poco tempo fa, il ministro della
Difesa turco Yilmaz ha dichiarato che il suo paese “intende assumersi le
responsabilità derivanti dal suo ruolo e dalla partecipazione alla
coalizione”. Alla domanda se la Turchia intenda schierare le proprie
truppe, Yilmaz è rimasto sul vago. A parlare è stato giovedì il premier
Davutoglu, braccio destro del novello “sultano” Erdogan, che ha negato
qualsivoglia partecipazione diretta di milizie gestite dalla Turchia in
Iraq.
Eppure
era stato Athil al-Nujaifi, governatore di Ninawa, prima provincia
irachena a cadere in mano all’Isis, a parlare della decisione di Ankara
“di prendere parte all’operazione congiunta per riprendere Mosul”: “La
Turchia parteciperà militarmente alla controffensiva su Mosul”. Altre
fonti governative, di entrambe le parti, hanno ribadito l’intenzione
turca “di bilanciare le forze sunnite e sciite” e “di creare insieme ai
paesi del Golfo una forza simile alle unità di mobilitazione popolare
sciite”, gestite dall’Iran.
C’è
chi dà già i numeri: 20mila miliziani saranno schierati a Ninawa da
Turchia e Giordania, ha fatto sapere Saad al-Matlabi, membro della
coalizione State of Law, partito di governo iracheno. Che ha aggiunto
però che a Baghdad tale intromissione non piace affatto: “Tutti
i piani turchi sono stati rigettati dal governo [iracheno]. Le idee
proposte dalla Turchia sono volte a nascondere le accuse sul suo diretto
coinvolgimento nel sostegno al terrorismo. La Turchia è una fonte di
problemi in Iraq e Siria, per cui non è logico che prenda parte alla
liberazione di regioni dal terrorismo”.
Che
Baghdad voglia o meno, quello che sta a cuore ad Ankara – che potrebbe
anche limitarsi ad armare milizie sunnite irachene – è mandare un chiaro
messaggio a Teheran: l’asse sunnita non permetterà un rafforzamento di
quello sciita. Campo di battaglia resta l’Iraq, già flagellato
da otto anni di occupazione statunitense, dalla distruzione della
struttura istituzionale e statale, dalla devastazione della sua economia
e ora dall’Isis, fatto proliferare da chi oggi – Riyad in testa – dice
di volerlo sradicare.
Da sradicare per l’Arabia Saudita c’è solo l’Iran.
Nell’incontro di giovedì con il segretario di Stato Usa Kerry, il
ministro degli Esteri, il principe Saud al-Faisal, ha parlato della
necessità di un intervento militare sul terreno (e non solo di raid
aerei) per evitare che l’Iran “si prenda l’Iraq”: “Tikrit è l’esempio
delle nostre preoccupazione. L’Iran si sta prendendo il paese. Stiamo
assistendo all’esportazione della rivoluzione islamica nella regione,
dal Bahrain all’Iraq, dalla Siria allo Yemen”.
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