Proseguiamo il nostro approfondimento sui legami economici,
geopolitici e religiosi che connettono il conflitto in Siria con
l’ascesa dello Stato Islamico e la guerra nel cuore dell’Europa. Qui la prima parte.
Il moderno stato siriano è frutto anch’esso degli accordi di
Sykes-Picot. La Siria storica (Bilād al-Shām) che comprendeva gli
attuali Stati di Siria, Libano, Giordania e Palestina/Israele venne
infatti smembrata dalle potenze coloniali in base ai suddetti accordi.
La Gran Bretagna divise la Palestina mandataria dalla Transgiordania
(l’attuale Giordania), mentre la Francia ricavò dalla restante parte
della ”Grande Siria” uno stato alauita, in aggiunta al Gebel druso e al
Grande Libano, che sarebbe poi divenuto il Libano attuale. L’attuale
Repubblica Araba Siriana è, insieme al Libano, anche il Paese meno
omogeneo dell’area dal punto di vista comunitario. Prima dell’inizio del
conflitto la sua popolazione di oltre ventidue milioni di abitanti era
composta in maggioranza da arabi sunniti (60%), ma comprendeva anche un
13% di alauiti, un 10% di cristiani e un 3% di drusi, cui bisognava poi
aggiungere ismailiti e sciiti. Tra le minoranze etniche spiccano poi i
curdi, che rappresentano il 9% della popolazione, oltre a turkmeni e
circassi e a un’importante comunità armena. A complicare questo mosaico
confessionale ed etnico contribuivano poi circa mezzo milione di
profughi palestinesi appartenenti a tutte le classi sociali e un milione
e mezzo di profughi iracheni, riparati in Siria dopo l’invasione
statunitense del 2003.
Gli alauiti, a cui appartengono gli al-Asad, sono stati per lungo
tempo la parte più povera e arretrata della società siriana e poiché il
loro corpus di credenze era molto lontano dall’islam, erano anche
considerati e trattati come dei non musulmani. Fino agli anni Venti
erano conosciuti con il nome di nosayri, termine che rimandava
alla loro estraneità alla famiglia islamica e fu solo sotto la potenza
mandataria francese che prese piede l’uso del termine alawi che
rimanda ad Alì (il genero del profeta Maometto) accomunando in qualche
modo gli alauiti agli sciiti. I francesi, dal canto loro, incoraggiarono
il separatismo alauita per allontanare questa comunità dal movimento
nazionalista siriano. Nel 1936 i nazionalisti arabi, nel tentativo di
assicurarsi l’appoggio alauita alla creazione di uno stato siriano
indipendente, ottennero però da una delle più alte autorità sunnite
dell’epoca, il Gran Mufti di Gerusalemme, Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī, una
fatwa che dichiarava gli alauiti membri della nazione islamica. Dopo
l’ascesa al potere di Hāfiz al-Asad nel 1970 molti alauiti lasciarono le
loro roccaforti nelle montagne del nord-est della Siria per stabilirsi
nelle città portuali di Tartus, Latakia, Banias e Jableh, dove tutt’oggi
costituiscono la maggioranza della popolazione. La carriera militare e
l’adesione al Ba’th, ispirato dai principi di socialismo e laicità,
costituirono all’epoca un potente mezzo di ascesa sociale. Un fattore
tutt’altro che secondario per cercare di spiegare quello “spirito di
solidarietà” (ʻaṣabīya) che unisce indissolubilmente la comunità alauita
alla famiglia al-Asad. Per governare il paese gli alauiti tentarono
inoltre di uscire dal loro isolamento, cercando di ottenere il
riconoscimento degli sciiti, grazie alla fatwa dell’imam Moussa al-Sadr,
e al tempo stesso stringendo rapporti economici con le élite urbane
sunnite. Per fare questo il Ba’th incluse nella propria piattaforma
economico-politica alcune importanti concessioni a favore di questa
classe sociale, attenuando la propria originaria ispirazione socialista.
Il matrimonio tra Bashar al-Asad e Asma Akhras, proveniente da una
famiglia sunnita, è per certi versi una dimostrazione plastica di questo
continuo tentativo di allargare la propria base sociale. La natura
laica dell’apparato statale rappresentò un elemento attrattivo e
protettivo anche per le altre minoranze non musulmane. La Repubblica
Araba Siriana non riuscì, però, a contenere il risentimento crescente
che covava in alcuni segmenti della società e che veniva fomentato
dall’estero. Tale risentimento sfociò nell’opposizione dura e a tratti
violenta del movimento sunnita dei Fratelli Musulmani. Il governo,
colpito da attentati ed attacchi armati, reagì con una repressione
brutale culminata nel massacro del 1982 ad Ḥamā. Nel 1979 la rivoluzione
iraniana e la deposizione dello Shāh gettarono le premesse per la
storica alleanza tra la Siria e l’Iran, ormai fuori dall’orbita
statunitense. Quell’alleanza, che dura ancora oggi, costò a Damasco
pesanti ritorsioni economiche da parte dell’Arabia Saudita e delle altre
petromonarchie, impegnate all’epoca a finanziare Saddam Hussein nella
guerra contro l’Iran. Mantenendosi fedele a questa alleanza Bashar
al-Asad ha respinto sia le pressioni di Erdoğan che quelle delle
monarchie del Golfo che nel 2010 offrirono a Damasco l’equivalente di
tre anni di bilancio dello stato affinché rompesse i rapporti con la
repubblica degli ayatollah (Il Sole 24 ore del 28/12/2012).
Eppure, quando nel 2000 il trentacinquenne Bashar al-Asad subentrò al
padre Hāfiz, erano davvero in pochi quelli che avrebbero scommesso
sulla capacità del giovane presidente di raccogliere la pesante eredità
paterna. Contrariamente ad ogni aspettativa, attraverso una scaltra
azione diplomatica, negli anni precedenti allo scoppio delle rivolte
arabe la Siria era tornata ad essere il fulcro degli equilibri
regionali, controbilanciando la propria dipendenza da Teheran con il
rapporto privilegiato stabilito con la Turchia. Nel frattempo Damasco
aveva anche riallacciato un difficile dialogo con la nuova
amministrazione americana di Barack Obama, pur continuando a far parte
di quell’Asse della Resistenza (composto da Siria, Iran, Hamas e
Hezbollah) che si opponeva all’egemonia israelo-americana nella regione.
Gli anni della presidenza di Bashar al-Asad coincisero inoltre con
l’avvio di un processo di liberalizzazione dell’economia e di una serie
di riforme orientate al mercato, e se non si tiene conto dell’impatto
della globalizzazione sulla Siria difficilmente si potrà comprendere lo
scoppio della crisi. Il parziale inserimento del Paese nello spazio
economico globale favorì l’arricchimento delle classi urbane, che
poterono godere dell’aumento del volume degli scambi commerciali e
dell’afflusso di turisti. Fra il 2004 e il 2009 il tasso di crescita
dell’economia siriana si attestò intorno al 6% annuo. Un incremento che
sbalordì statunitensi ed europei suscitando interessi ed appetiti
stranieri. L’Unione Europea ad esempio, tirò fuori dal cassetto un
progetto di “Accordo di associazione” con la Siria accantonato alcuni
anni prima e anche l’Italia, da parte sua, non fu da meno. Nel marzo del
2010 l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano insignì il
giovane presidente siriano della più alta onorificenza prevista dagli
ordinamenti di benemerito internazionali. Il presidente della Repubblica
Araba Siriana, che solo pochi mesi più tardi sarebbe stato accusato di
essere uno dei dittatori più sanguinari in circolazione, venne infatti
fregiato del titolo di “Cavaliere di gran croce decorato di gran
cordone”. Dopo aver concesso l’alta onorificenza ad al-Asad il
presidente Napolitano, accompagnato dall’allora ministro degli esteri
Franco Frattini, compì la prima visita di un capo di stato italiano in
Siria. Le immagini, facilmente recuperabili in rete, lo ritraggono al
banchetto ufficiale di Damasco l’11 marzo del 2010 insieme a al-Asad,
all’elegante moglie Asma e alla signora Clio, mentre un video ci restituisce le solenni parole pronunciate dal presidente della Repubblica Italiana: consideriamo essenziale il ruolo della Siria per la pace in Medio Oriente e per la stabilizzazione dell’intera regione.
Mentre altre immagini, di appena due anni prima, ci mostrano il
“sanguinario dittatore” ospite di Sarkozy sulla tribuna presidenziale
durante la parata del 14 luglio in Francia (vedi).
Il processo di liberalizzazione economica, elogiato dalle capitali
straniere, stava però concentrando la ricchezza in poche mani, mentre
parte della popolazione, soprattutto quella giovanile e scolarizzata,
rimaneva disoccupata o sottoccupata. Gli stipendi della classe media non
reggevano il passo con l’inflazione e le importazioni a basso costo,
soprattutto dalla Turchia, spingevano fuori mercato i piccoli produttori
contribuendo alla pauperizzazione della classe operaia urbana. Il
ritiro dello Stato dall’economia ebbe inoltre effetti dolorosi per le
popolazioni rurali fino ad allora inquadrate in un sistema di
cooperative sovvenzionate. Ad aggravare la situazione intervenne anche
una terribile siccità durata oltre quattro anni (dal 2006 al 2010) che
spinse verso le città centinaia di migliaia di agricoltori impoveriti.
Le Nazioni Unite rilevarono che nel giro di pochi anni fino a tre
milioni di siriani erano caduti in una condizione di “povertà estrema” e
avevano lasciato la campagna per accamparsi in baraccopoli alla
periferia delle città. Il quadro socio-economico spiega dunque la
“geografia” della sollevazione popolare che, a dispetto della narrazione
manichea che la rappresentava come la ribellione di un intero popolo
contro la dittatura, nacque essenzialmente come una rivolta rurale. Il
mantra che veniva riproposto dal mainstream era “Ash-shaʻb yurīd isqāṭ an-niẓām” (ovvero “il popolo vuole la caduta del regime”),
anche se le imponenti manifestazioni a sostegno del governo che in quel
periodo si svolsero a Latakia e Damasco dimostravano chiaramente come
la “ribellione” coinvolgesse solo una parte della popolazione. Esiste
dunque un legame innegabile tra i processi di liberalizzazione
dell’economia, la crisi delle campagne e la crisi di legittimità del
Ba’th, e se non se ne tiene conto diventa difficile analizzare i
successivi sviluppi della guerra civile siriana. L’altro elemento
“geografico” di cui tenere conto è la natura transfrontaliera delle
città dove la protesta si concentrò maggiormente. Se si considerano Homs
e Darʿā, che furono l’epicentro della sollevazione, non è difficile
ritrovare tra loro alcune analogie. La prima si trova a soli 20
chilometri dal confine con il Libano ed ha sempre rappresentato un
crocevia di traffici illeciti, così come Darʿā si trova a soli 4
chilometri dal confine con la Giordania, uno stato tradizionalmente
tollerante nei confronti dei Fratelli Musulmani. La sollevazione armata
fu, per alcuni aspetti, anche il tentativo dei potentati locali di
sbarazzarsi di un potere troppo ingombrante, quello di uno Stato
“moderno” e unitario che avanzava pretese centralizzatrici. D’altro
canto è ormai accertato il ruolo svolto fin dai primi giorni della
rivolta dalla filiera del contrabbando nell’afflusso di armi ai ribelli.
Anche la dimensione energetica gioca un ruolo nel conflitto siriano,
sebbene costituisca solo una delle componenti del quadro. Il governo di
Baghdad ha infatti dato il via libera a un progetto iraniano per la
costruzione in territorio iracheno di un gasdotto diretto in Siria. Esso
dovrebbe attingere al bacino iraniano offshore di Pars Sud, il più
grande giacimento di gas del mondo, che in parte è posseduto anche dal
Qatar. Il progetto ha fortemente irritato Doha che ambiva a costruire un
analogo gasdotto diretto dal suo giacimento verso la Turchia (e quindi
verso i mercati europei) passando per l’Arabia Saudita, la Giordania e
la stessa Siria. La pipeline avrebbe rappresentato un canale di
smistamento commerciale più sicuro dello stretto di Hormuz. Nel 2009
Damasco, su suggerimento russo, rifiutò l’offerta del Qatar di far
passare sul proprio territorio tale gasdotto fornendo a Doha e ad Ankara
un ulteriore motivo per appoggiare i ribelli siriani. Un cambio di
regime a Damasco significherebbe infatti l’affossamento definitivo del
progetto iraniano a tutto vantaggio di questi due paesi. A rendere
ancora più incandescente la situazione c’è inoltre la questione del
Leviathan, l’enorme giacimento di gas scoperto nel 2010 di fronte alle
coste del Libano e di Israele, e su cui anche Cipro e Siria
sembrerebbero poter accampare dei diritti.
Occorre infine considerare il fatto che la Siria, sebbene sia un
Paese relativamente povero e poco importante da un punto di vista
economico, riveste invece un’enorme rilevanza per gli equilibri e le
fondazioni stesse dell’attuale ordine mediorientale. Per queste ragioni
fin dalle prime proteste la “rivolta siriana” era fatalmente destinata a
divenire ostaggio di fattori regionali e internazionali finendo per
assomigliare sempre di più al conflitto libanese, dove per quindici anni
fattori locali e internazionali interagirono fra di loro, intessendo un
intricato tappeto di guerre le une contro le altre, combattute dalle
superpotenze, dai loro alleati regionali e dai clienti interni in un
caleidoscopio di alleanze e rivalità in continuo movimento. Tutto questo
ha provocato, nel corso di questi quattro anni, una “cantonizzazione”
di fatto del Paese in cui sono ormai chiaramente individuabili diverse
aeree di influenza militare, economica, geopolitica e culturale.
Ciascuna legata ad una potenza o ad un consorzio di forze più o meno
potenti, tradizionali ed emergenti, protette dal sostegno diretto ed
indiretto di attori regionali ed internazionali. Al nord la Turchia
considera un proprio cortile di casa la cintura che da Idlib e Aleppo
arriva alle zone di maggioranza curda confinanti con il Kurdistan
iracheno. Ankara è appoggiata dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dagli
Stati Uniti e, politicamente, da Francia e Gran Bretagna. Al sud la
Giordania riesce a mantenere le regioni di Darʿā e al-Qunayṭra sotto il
proprio indiretto controllo salvaguardando gli interessi sauditi,
statunitensi e israeliani. A Damasco, nella Siria centrale e nella
regione costiera il governo di al-Asad, insieme con l’Iran e il suo
alleato Hezbollah, grazie anche al sostegno russo, mantengono il loro
fortino lontano da minacce concrete in quella che è stata definita la
“Siria utile”. Mentre al Nord e all’est, nel cosiddetto “Siraq”, lo
Stato Islamico appare come la potenza con il maggior numero di propri
uomini direttamente dispiegati sul territorio. L’analisi delle cartine
fisiche e geopolitiche non è però sufficiente a comprendere la
spartizione in corso della Siria. Il fattore comunitario e confessionale
(ma anche etnico nel caso della contrapposizione tra arabi e curdi) ha
assunto una valenza di primo piano del determinare le linee del fronte.
Infatti se la contiguità geografica ha consentito agli attori esterni di
penetrare con facilità nei quattro fianchi della Siria, per mantenere
queste posizioni è stato necessario instaurare rapporti di fiducia e di
mutuo interesse economico con gli attori interni, assicurandosi il
consenso delle comunità locali. In questo senso la comune appartenenza
ad un gruppo confessionale o etnico ha costituito fin da subito un
elemento cruciale. E’ utile ricordare come la confessionalizzazione del
conflitto si produsse a partire da tre aree calde, Darʿā, Homs e Idlib,
dove le rivendicazioni islamiste divennero ben presto il catalizzatore
del malcontento sociale trasformando la preghiera del venerdì nel
detonatore della rivolta. In questo un ruolo fondamentale lo ebbero le
tante moschee e madrase nate negli anni precedenti grazie alle cospicue
donazioni dei Paesi del Golfo. Aprendosi agli scambi con l’Arabia
saudita ed il Qatar la Siria aveva infatti finito con l’importare, oltre
ai capitali, anche il salafismo, come testimoniava l’irrigidimento dei
costumi cui era andata incontro una parte della comunità arabo-sunnita. A
questa radicalizzazione non fu estraneo lo sviluppo delle televisioni
satellitari arabe, e in particolare quello di al-Jazeera, un vero e
proprio strumento del soft power del Qatar che nel giro di pochi anni
aveva rotto il monopolio informativo del Ba’th, portando nelle case di
milioni di siriani le prediche incendiarie di personaggi come Yūsuf
al-Qaraḍāwī, esponente di spicco dei Fratelli Musulmani, che soffiavano
sul fuoco del “sectarian divide” e sulla contrapposizione tra sunniti e
sciiti in seno al mondo islamico.
Nel 2011 lo scoppio della rivolta colse relativamente di sorpresa il
governo di al-Asad che addebitò la ribellione esclusivamente ad una
cospirazione straniera. Queste convinzioni poggiavano del resto su fatti
incontrovertibili, come il sostegno prolungato fornito da Washington,
in particolare dall’amministrazione Bush, all’opposizione siriana in
esilio. O come il fatto che fin dai primi giorni della rivolta si
registrarono episodi di violenza contro le istituzioni siriane. Al di la
di questo è però innegabile che le proteste ebbero comunque una
scintilla spontanea, e la città in cui tutto ebbe inizio, Darʿā, poteva
essere tranquillamente portata ad esempio della durissima realtà che
caratterizzava le aree rurali della Siria. L’opposizione siriana è però
rapidamente andata incontro ad un processo di militarizzazione e già ad
aprile furono diverse decine i soldati che vennero attaccati ed uccisi
da gruppi ben armati a Bāniyās e Jisr al-Shughur. A tale processo
contribuirono senza dubbio anche i crescenti appelli di alcuni paesi ad “armare i ribelli contro il sanguinario al-Asad”.
Fra questi paesi spiccavano in particolare le monarchie del Golfo a cui
ben presto si unì la Turchia. Il processo di militarizzazione venne
inoltre incoraggiato dal cosiddetto “precedente libico”, che illuse i
“ribelli” siriani sulla possibilità di ripercorrere la strada tracciata
dagli insorti che da Bengasi erano partiti alla conquista dell’intera
Libia con l’aiuto determinante della Nato. E come in quel caso il
tentativo di creare una leadership dell’opposizione venne portato avanti
grazie all’appoggio determinante di paesi come la Turchia, il Qatar, la
Francia e gli Stati Uniti. Due incontri, ad Antalya e a Istanbul, nel
giugno e nel luglio del 2011, furono determinanti per annunciare, il 23
agosto successivo, la nascita del Consiglio Nazionale Siriano (Cns),
un’organizzazione ombrello che avrebbe dovuto raccogliere le varie
componenti dell’opposizione e che prese definitivamente forma
nell’ottobre dello stesso anno. Il Consiglio venne costituito
sull’esempio del Consiglio Nazionale di Transizione libico e, come in
quel caso, era formato essenzialmente da esuli residenti all’estero, in
Francia, negli Usa e in Turchia, con uno scarso seguito in patria.
Nonostante si fosse dotato fin da subito di una veste laica esso era
essenzialmente dominato dai Fratelli Musulmani. Col passare del tempo,
pur dimostrando di avere un ridotto ascendente sulla popolazione, la
Fratellanza acquistò un ruolo sempre maggiore grazie ai contatti
internazionali su cui poteva contare e soprattutto grazie alla capacità
di canalizzare i finanziamenti. Nonostante lo scarso radicamento in
Siria il Cns ottenne fin da subito il sostegno della Lega Araba oltre
che quello dei paesi che ne avevano facilitato la nascita. Il Consiglio
entrò ben presto in competizione con il Free Syrian Army (Fsa),
un’organizzazione armata estremamente eterogenea in cui confluirono
disertori dell’esercito, milizie di autodifesa e combattenti salafiti
finanziati dalle petromonarchie. Anche il Fsa si dimostrò però poco
rappresentativo e, soprattutto, incapace di coordinare la maggior parte
dei diversi gruppi armati ostili al regime. Per una dettagliata
panoramica delle organizzazioni militari e delle loro affiliazioni
rimandiamo al quaderno prodotto dal Comitato del martire Ghassan
Kanafani (leggi). L’opposizione
era talmente frastagliata che non riuscì nemmeno ad elaborare una
visione chiara e unitaria sul futuro assetto del Paese.
Nell’autunno del 2011, sebbene l’economia siriana fosse allo sbando,
era chiaro che al-Asad non era affatto in bilico, ma la crisi aveva
comunque messo in moto un meccanismo regionale e internazionale che si
sarebbe rivelato inarrestabile. Turchia e Qatar avevano già voltato le
spalle a Damasco e ad agosto anche Riyāḍ aveva deciso di rompere gli
indugi, individuando nella caduta del presidente siriano un modo per
indebolire il rivale iraniano. A novembre l’internazionalizzazione della
crisi divenne manifesta con la sospensione della Siria dalla Lega
Araba, preludio della presa di posizione da parte di altre potenze
occidentali, con gli Stati Uniti in prima linea, che di li a pochi mesi
daranno vita alla coalizione internazionale “Amici della Siria”. Il
piano d’azione, rivelato successivamente da alcuni diplomatici arabi ed
occidentali, era quello di realizzare “zone cuscinetto” in territorio
siriano finalizzate alla “protezione dei civili”. Tali zone, ovviamente
create attraverso un intervento militare, in realtà avrebbero dovuto
fornire all’opposizione dei “santuari” dai quali poter organizzare e
proseguire la battaglia contro il regime, anche grazie al sostegno
diretto dei paesi occidentali. In quei giorni il sito web di
intelligence israeliano “DEBKAfile” rivelò che forze speciali
britanniche da tempo erano infiltrate a Homs fornendo assistenza
tecnica e militare agli insorti (il Sole 24 Ore del 8/2/2012).
Tutto questo mentre a Iskenderun, in Turchia, nella provincia di Hatay,
si era insediato un comando multinazionale ristretto formato da militari
statunitensi, inglesi, francesi, canadesi, arabi degli Emirati, del
Qatar e dell’Arabia Saudita. Un simile progetto necessitava però di una
legittimazione internazionale, possibilmente da parte dell’Onu. Gli
stessi paesi che avevano promosso la formazione del Cns e che avevano
sollecitato la presa di posizione della Lega Araba si incaricarono
dunque di promuovere un’azione all’interno del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu, finendo però per scontrarsi con l’opposizione irremovibile di
Russia e Cina (il 4 febbraio del 2012) che non volevano si ripetesse
quanto avvenuto in Libia con la risoluzione 1973. Pochi giorni più tardi
l’allora ministro degli esteri francese, Alain Juppé, stigmatizzò il
voto di Mosca e Pechino definendolo testualmente una “vergogna morale”,
e auspicando che il presidente siriano finisse davanti al Tribunale
Penale Internazionale. Un concetto che verrà ribadito in maniera ancora
più energica qualche mese più tardi dal suo successore, il socialista
Laurent Fabius, il quale arrivò a sostenere che: bisogna abbattere Bashar al-Asad, non merita di stare al mondo.
Nel corso di tutto il 2012, esaurita la possibilità di ripercorrere
la via libica al regime change, si assistette ad un afflusso senza
precedenti di combattenti stranieri in Siria (i cosiddetti foreign
fighters) soprattutto attraverso la frontiera turca. Si trattò di uno
degli effetti della propaganda dei paesi arabi sunniti che stavano
sempre di più confessionalizzando il conflitto siriano, creando nel
mondo arabo un clima non dissimile da quello che negli anni Ottanta
aveva portato alla mobilitazione islamica in Afghanistan contro la
minaccia sovietica. Il tramonto di ogni possibilità di soluzione
politica del conflitto venne del resto suggellato dal fallimento del
cosiddetto “Piano Annan”, entrato ufficialmente in vigore il 12 aprile,
ma boicottato fin da subito dai paesi occidentali e dalle
petromonarchie. Nel novembre dello stesso anno in un incontro voluto
dagli Stati Uniti a Doha, gli “Amici della Siria” cercarono di
ridefinire la leadership dell’opposizione siriana dando vita ad una
nuova organizzazione ombrello di cui il Cns sarebbe stato solo una
parte. Il tentativo da parte statunitense era quello di riprendere il
controllo su un’opposizione ormai sempre più dominata da islamisti e
gruppi estremisti. La narrazione unilaterale degli eventi, che vedeva
nei ribelli esclusivamente dei “combattenti per la democrazia”, si era
infatti inceppata costringendo le cancellerie occidentali, che fino a
quel momento avevano negato la presenza di gruppi qaedisti, ad ammettere
la presenza di organizzazioni jihadiste in Siria. I moderati
filo-occidentali si erano dimostrati fragili militarmente e
inconsistenti politicamente, finendo per lasciare campo libero agli
islamisti salafiti che invece non facevano difetto di determinazione e
capacità operativa. La nuova Coalizione dell’Opposizione Siriana (Cos)
presentava però gli stessi problemi del Cns: nella sua composizione
rifletteva il confuso mosaico mediorientale impegnato nella
destabilizzazione della Repubblica Araba Siriana e nei fatti dimostrava
di avere uno scarso controllo sulle fazioni armate, nonché una limitata
influenza sulle evoluzioni degli eventi in Siria. Alla sua guida venne
posto lo sceicco Aḥmad Muʿādh al-Khaṭīb, un islamista vicino alla
Fratellanza che viveva in esilio in Egitto, mentre nel programma fu
esclusa ogni possibilità di trattativa con il regime, ponendo così fine
alle residue speranze di soluzione diplomatica. Circa un mese dopo
l’incontro di Doha si costituì in Turchia un nuovo “comando militare
unificato”, dominato dai Fratelli Musulmani e da gruppi salafiti, in un
incontro a cui partecipano anche esponenti di alcuni servizi segreti
occidentali. Una serie di gruppi islamici armati disconobbero però la
nuova leadership, una decisione su cui ebbe sicuramente un peso
l’inserimento di Jabhat al-Nuṣra nella lista nera delle organizzazioni
terroristiche da parte degli Stati Uniti. Ciò non impedì agli Usa e agli
“Amici della Siria” di riconoscere il Cos come unico e legittimo
rappresentante del popolo siriano in occasione di un vertice tenutosi a
Marrakech il 12 dicembre del 2012. Si trattava di un implicito sostegno
alla persecuzione della “soluzione” militare, un passaggio che venne
significativamente accompagnato dalla decisione della Nato di schierare i
missili Patriot in Turchia lungo il confine con la Siria.
Nei primi mesi del 2013 divenne però evidente agli occhi
dell’opinione pubblica mondiale che il crollo del “regime siriano” non
era poi così imminente come i media occidentali avevano fatto credere.
Al fianco del governo di Damasco erano scesi direttamente in campo sia
l’Iran, preoccupato dalla possibilità di vedere diminuita la propria
influenza nell’area, sia le milizie di Hezbollah. Diventava dunque
sempre più chiara l’incapacità dei “ribelli siriani” di rovesciare
autonomamente al-Asad, e questo nonostante il gigantesco ponte aereo
che, tra la fine del 2012 e l’inizio dell’anno, era stato organizzato
per inviare armi ai ribelli da parte di Paesi come Qatar, Arabia
Saudita, Turchia e Giordania. La dipendenza dell’opposizione siriana dai
finanziatori stranieri verrà ampiamente dimostrata dalle confessioni di
Saddam al-Jamal, capo della brigata Aḥfād ar-Rasūl ed ex comandante
dell’Fsa nella Siria orientale. Al-Jamal parlerà esplicitamente delle
riunioni del consiglio militare del Fsa come di incontri a cui
partecipavano abitualmente rappresentanti dei servizi segreti sauditi,
degli Emirati Arabi e del Qatar, come pure ufficiali dei servizi segreti
statunitensi, britannici e francesi. Aggiungendo che durante una di
queste riunioni, svoltasi ad Ankara, l’allora viceministro dell’Arabia
Saudita, il principe Salman bin Sultan, fratellastro del capo
dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan, chiese esplicitamente ai
leader siriani dell’opposizione armata: se avevano messo a punto dei
piani di attacco contro le posizioni di al-Asad e di esporre le loro
necessità in termini di armi, munizioni e denaro. Il raggruppamento
“Amici della Siria”, che nel 2012 aveva portato oltre settanta Paesi a
partecipare al vertice di Tunisi, era nel frattempo sceso a undici
partecipanti (Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti,
Giordania, Egitto, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e
Italia) mentre Doha, Ankara e Riyadh lottavano aspramente tra loro per
mettere i propri uomini di fiducia ai vertici della Coalizione
dell’Opposizione Siriana. E’ dunque in questo contesto che vanno letti
alcuni degli accadimenti dei mesi successivi che avrebbero potuto
indirizzare in maniera diversa il corso degli eventi. A partire dal 2012
Obama aveva infatti indicato nell’utilizzo delle armi chimiche la “red
line” per un possibile intervento statunitense, e il 21 agosto del 2013
il casus belli che avrebbe portato Washington a rompere gli indugi
sembrò materializzarsi davvero. A Ghūṭa, nella periferia di Damasco, in
un quartiere controllato dai ribelli, un attacco chimico fece strage di
centinaia di persone, in gran parte civili. La stampa occidentale si
affrettò a puntare il dito sul “sanguinario dittatore”, così come fecero
tutti i governi che da tempo spingevano per un intervento militare. In
realtà l’identità dei responsabili dell’attacco non venne mai
ufficialmente chiarita e sull’interpretazione dell’accaduto emersero
divergenze anche all’interno della comunità dell’intelligence
nordamericana. Tanto che il documento della Casa Bianca che incriminava
al-Asad non venne controfirmato dal direttore del National Intelligence,
James Clapper. Il governo siriano e i russi, da parte loro,
attribuirono l’uso dei gas al gruppo Jaysh al-Islam, sostenuto
dall’Arabia Saudita, allo scopo di far ricadere la colpa sul “regime” e
screditarlo definitivamente. La tesi di una montatura non era peraltro
campata in aria, dal momento che l’attacco chimico avvenne proprio
durante un’ispezione Onu (richiesta dallo stesso governo siriano) circa
l’uso di tali armi. Qualche mese più tardi Seymour Hersh, un giornalista
statunitense insignito del premio Pulitzer, addebitò la strage ai
“ribelli siriani” che, a detta sua, si erano mossi nel tentativo di
forzare la mano alla Casa Bianca. Tra la fine di agosto e l’inizio del
settembre 2013 la tensione fra i due schieramenti internazionali crebbe
enormemente e lo spostamento della flotta statunitense verso le coste
siriane fece pensare all’imminenza di un intervento militare. In maniera
del tutto inaspettata, però, il fronte occidentale inizio a
sgretolarsi. In Gran Bretagna il parlamento negò al premier Cameron il
nullaosta all’intervento bellico, ed anche Obama fu costretto a fare i
conti con un’opinione pubblica fortemente contraria al coinvolgimento
diretto degli Stati Uniti. Agli inizi del mese di settembre giunse
quindi quasi inaspettata l’offerta diplomatica russa che, con l’appoggio
di Damasco e Teheran, propose ed ottenne lo smantellamento controllato
dell’arsenale chimico siriano in cambio della rinuncia statunitense
all’intervento militare. Una mossa che riaffermò la centralità di Mosca
come elemento chiave per la risoluzione della crisi.
La degenerazione della “rivoluzione” siriana è frutto dunque di
profonde divisioni politiche, religiose ed economiche precedenti al 2011
e del modo con cui queste differenze sono state esacerbate e sfruttate
dalle potenze straniere trasformando la Siria in una sorta di Jugoslavia
araba. Assumono così un nuovo sapore le parole del politologo
conservatore Edward Luttwak: a questo punto, uno stallo è il solo
esito che non sarebbe dannoso per gli interessi americani (…) C’è solo
uno sbocco che può essere favorito dagli Stati Uniti: un pareggio a
tempo indeterminato. Inchiodando l’esercito di al-Asad e i suoi alleati
in una guerra contro combattenti estremisti alleati con al-Qa’ida. I
nemici di Washington saranno impegnati in una guerra gli uni contro gli
altri e saranno quindi nell’impossibilità di attaccare gli americani e
gli alleati dell’America. Il più grave errore di valutazione
commesso in questi anni dalle potenze straniere e dalle opposizioni
siriane è stato quello di credere che Bashar al-Asad potesse essere
sconfitto così come lo era stato Gheddafi, dimenticando che la caduta
del leader libico era stata in larga parte determinata dalla campagna
della Nato. Senza la copertura aerea occidentale i cosiddetti ribelli
non avrebbero resistito più di qualche settimana. All’inizio della crisi
siriana le cancellerie occidentali si erano convinte che tutto si
sarebbe risolto nel breve termine e fecero naufragare ogni soluzione
politica. Ma Bashar al-Asad non era isolato come Saddam Hussein negli
anni Novanta e Duemila, era in una posizione più forte di quella di
Milosevic in Serbia e di Gheddafi in Libia e oltre che sul sostegno
dell’Asse della Resistenza poteva contare sulla Russia che, dopo un
ventennio di ritirate, non intendeva fare marcia indietro o accettare
nuovi interventi militari “umanitari”.
Da questi errori di calcolo ne poi è derivato un altro: ovvero
l’illusione che il Golem delle milizie islamiche sarebbero rimasto sotto
il controllo di chi lo aveva evocato, Turchia e petromonarchie. Ma la
guerra civile siriana ha rappresentato un’opportunità irrinunciabile per
i jihadisti che a partire dal 2013 iniziarono a confluire nell’Isis. Si
erano infatti materializzate le condizioni per il jihad contro il
regime dei nusairy e, al tempo stesso, per la nascita di un emirato a
cavallo di quella frontiera tracciata cento anni prima da Sykes e Picot.
Una popolazione sunnita in rivolta, territori fuori controllo e un
abbondante flusso di armi e dollari sono stati quindi gli ingredienti
alla base dell’intuizione tattica jihadista: l’unione del campo di
battaglia iracheno con quello siriano. Dopo quattro anni di ingerenze ed
aggressioni la Repubblica Araba Siriana è oggi ridotta ad uno Stato
premoderno, in cui domina l’economia di guerra e dove in molte zone del
paese prevalgono reti di economia informale fatte di saccheggi,
rapimenti e contrabbando. Le stime delle Nazioni Unite parlano di un
indice di sviluppo umano regredito a quello di 37 anni fa e stimano che,
anche con un tasso di crescita del 5%, saranno necessari più di 30 anni
per tornare al Pil del 2010. Verrebbe da chiedersi se sia questo per il
popolo arabo il costo da pagare per la “democrazia”.
Prossimo capitolo: Lo Stato Islamico, il pensiero strategico del nuovo jihadismo.
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