di Michele Giorgio – Il Manifesto
Cosa significherà
sul piano politico la sopraggiunta distensione tra Israele e Unione
europea non è ancora chiaro. Per ora si sa che le due parti hanno fumato
il calumet della pace mettendo da parte le tensioni seguite alla
decisione presa lo scorso 11 novembre dalla Commissione europea di
richiedere una etichettatura diversa dal “Made in Israel” per le merci
prodotte nelle colonie israeliane costruite nei Territori palestinesi e
siriani occupati.
In un colloquio telefonico due giorni fa tra il premier israeliano
Benyamin Netanyahu e il capo della diplomazia europea Federica
Mogherini, è stato deciso che le «relazioni tra le due parti devono
essere condotte in un’atmosfera di fiducia e mutuo rispetto:
un’atmosfera che sarà di aiuto per far avanzare il processo di pace in
Medio Oriente». Netanyahu sarà nelle prossime settimane a Bruxelles per definire i termini l’intesa.
I nostri tentativi di ottenere maggiori particolari sulle intese dai
rappresentanti della Commissione europea a Gerusalemme non hanno avuto
successo. Gli interrogativi sono importanti. Appena qualche
giorno fa regnava il gelo tra le due parti, con il governo Netanyahu
deciso, come aveva annunciato a novembre, a tenere a distanza l’Ue da
qualsiasi negoziato futuro tra Israele e palestinesi (una pura ipotesi
tecnica vista la situazione).
Poi, all’improvviso, è tornato a splendere il sole e sul
volto del premier israeliano è apparso il sorriso. Fonti europee
riferiscono che alcuni Paesi dell’Unione, quelli storicamente più vicini
a Tel Aviv e anche la Grecia di Tsipras, hanno premuto con forza per
ricucire lo strappo con Netanyahu.
Determinante sarebbe stato l’arrivo a Gerusalemme, la scorsa
settimana, della vice segretario generale dell’Unione per le relazioni
esterne, Helga Schmid, incaricata di mettere fine ai contrasti. Schmid
ha avuto lunghi colloqui con il direttore del ministero degli esteri
Dore Gold trovando, evidentemente, le giuste intese. Quali? Possibile
che il premier Netanyahu si sia accontentato di una assicurazione che
l’Ue non cercherà di determinare lo status futuro dei Territori occupati
fuori dal tavolo delle trattative bilaterali israelo-palestinesi?
Certo i rapporti con l’Europa sono molto importanti per Israele ma è
difficile credere che il governo Netanyahu si sia dimenticato della
questione dell’etichettatura diversa per i prodotti delle colonie e
delle altre misure adottate dall’Ue contro gli insediamenti colonici.
Il sorriso del primo ministro deriva, ci spiegavano ieri
fonti europee, dal fatto che i vertici dell’Unione hanno accettato di
finanziare solo dopo il via libera dell’esercito di occupazione
israeliano, nuovi progetti nella zona C della Cisgiordania, il 60% di
questo territorio palestinese che 22 anni dopo la firma degli accordi di
Oslo resta sotto il controllo esclusivo di Israele. I progetti
dell’Ue avviati “senza autorizzazione” hanno fatto infuriare i leader
israeliani che considerano la zona C della Cisgiordania un territorio di
fatto annesso allo Stato ebraico. In quest’area infatti non conosce
soste la colonizzazione che era e resta saldamente in cima al programma
del governo Netanyahu. I nuovi colloqui avrebbero aperto la strada anche
a nuove intese in materia di sicurezza. Mogherini inoltre ha espresso
«solidarietà con il popolo israeliano alla luce degli attacchi
terroristici delle recenti settimane». Parole che lasciano immaginare
che l’Ue non rimarcherà cause, contesto e occupazione militare
israeliana se e quando interverrà sull’Intifada e quanto accade nei
Territori occupati.
Intanto si aggravano le condizioni di Mohammed al Qiq, il
prigioniero politico palestinese in sciopero della fame in un carcere
israeliano da oltre 70 giorni. In suo sostegno ieri sera a
Gerusalemme sono scesi anche numerosi attivisti israeliani e due di
loro, Anat Lev e Anat Rimon Or, da venerdì digiunano per chiedere la
liberazione immediata di al Qiq, in detenzione amministrativa senza
processo dallo scorso 21 novembre.
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