di Chiara Cruciati
La linea rossa tra Casa
Bianca e Cremlino è tornata a funzionare. Suggestioni da guerra
fredda, ma poco distanti dalla realtà: la crisi siriana ricorda da
vicino altre temibili crisi del secolo scorso.
La differenza sta nelle modalità: si discute continuamente,
ci si presenta in conferenza stampa dopo meeting subito definiti
storici, si presentano accordi di tregua e poi si fanno risuonare le
sirene della guerra. Da giovedì sera, quando Onu, Russia e
Stati Uniti hanno annunciato il via alla cessazione delle ostilità, la
guerra guerreggiata si è intensificata invece che stemperarsi.
Per questo nel pomeriggio di ieri è intercorsa una telefonata, per
ricucire, per stemperare le tensioni, tra il presidente Usa Obama e
quello russo Putin. Obama ha chiesto all’avversario di
interrompere i bombardamenti contro le opposizioni legittime
(definizione su cui i due fronti ancora non si sono messi d’accordo),
mentre Putin ha ribadito il sostegno al governo di Damasco e reiterato
l’intenzione di colpire il terrorismo. I due però si sono salutati promettendosi impegno per implementare insieme l’accordo di Monaco.
Parole contro bombe. Nelle stesse ore la Turchia proseguiva
con i raid contro le postazioni delle Ypg kurde nel nord della Siria. E
qui tornano le contraddizioni del fantomatico processo di pace: Ankara,
membro Nato e alleato statunitense, bombarda un gruppo che è considerato
da Washington partner sul campo di battaglia contro lo Stato Islamico.
Per questo ieri la Casa Bianca è stata costretta a riprendere l’alleato
turco, chiedendo debolmente lo stop dei bombardamenti. Risponde il
premier Davutoglu: non ci sarà alcuna interruzione. Dichiarazioni che
palesano – se ce ne fosse ancora bisogno – la visione che di al-Nusra e
Isis ha Ankara: non nemici globali come dovrebbero essere, ma strumento
di destabilizzazione della Siria, quindi utilizzabili ai propri fini.
Normale avanzare dubbi sul ruolo della Nato: difficile immaginare che
Ankara operi in autonomia, come una scheggia impazzita, senza riferire
nulla al Patto Atlantico.
Le bombe turche hanno ucciso almeno 30 combattenti kurdi e, riporta
RT, anche due civili nel villaggio di Maryamayn. Tra i target c’è la
base militare di Menagh, strappata dai kurdi ai qaedisti di al-Nusra, e
punto di partenza strategico verso ovest.
Il presidente turco Erdogan è cristallino: le Ypg kurde, considerate
gruppo terroristico perché legato al Pkk, non possono avanzare oltre.
Ankara le vuole lontane da Aleppo, dal fiume Eufrate, e dal creare
un’entità autonoma lungo tutto il confine tra Siria e Turchia. Ma le
prede sono due: non solo i kurdi del Partito dell’Unione Democratica,
ma anche il presidente Assad che ormai circonda Aleppo e minaccia di
spazzare via militarmente le opposizioni.
La tensione è altissima: Damasco ha prima fatto appello al
Consiglio di Sicurezza Onu perché ordini lo stop dei raid contro i kurdi
e poi accusato Ankara di aver dispiegato truppe all’interno del proprio
territorio, un centinaio di uomini tra “miliziani islamisti, mercenari
turchi e militari turchi” entrati in Siria con 12 pick up e armi
pesanti. Un’accusa che Ankara rispedisce al mittente,
nonostante sia confermata da un’organizzazione come l’Osservatorio
Siriano, anti-Assad: non abbiamo soldati, dicono i turchi, né ne
invieremo. Una difesa debole, vista soprattutto l’alleanza strategica
con l’Arabia Saudita che da giorni getta benzina sul fuoco dicendosi
pronta ad intervenire in Siria contro l’Isis (in realtà contro Assad). Riyadh ha già inviato cacciabombardieri nella base aerea turca di Incirlik e manderà forze speciali di terra. Saranno dispiegati, aggiungono i Saud, solo su richiesta della coalizione guidata dagli Usa.
Ma la minaccia basta a montare le tensioni, a rendere carta straccia
l’accordo farsa di Monaco e a complicare le operazioni di consegna degli
aiuti umanitari alle zone assediate, condizione prevista giovedì
scorso. Alla base stanno le differenze di visione dei due fronti che mai
si sono realmente accordati sulla soluzione politica della crisi: ogni
attore ha interessi particolari da imporre e nessuno cede di un passo.
In ballo non c’è solo la Siria, ma i futuri equilibri di potere in Medio
Oriente, la rete di influenza di Iran e Arabia Saudita
(rallentata dalla guerra scatenata in Yemen e preoccupata per le
potenzialità economiche e militari di Teheran dopo l’accordo sul
nucleare), la bilancia dei poteri tra Nato e Russia.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento