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martedì 21 giugno 2016

Il giorno dopo

La sconfitta renziana ha assunto domenica proporzioni imprevedibili. Eppure era possibile anticipare non solo la parabola discendente del leader “democratico”, tutto sommato semplice da decifrare per chi vive nel paese reale – cioè nella sue periferie e nei suoi territori devastati dal liberismo europeista – quanto chi avrebbe svolto il ruolo del bastonatore: il Movimento 5 Stelle. 

Le altre ipotesi erano plausibili solo per chi in questi anni ha vissuto nell’illusione di contare ancora qualcosa nella società. Il carro del vincitore si è però affollato di gente, sbracando letteralmente ogni possibile dialettica. A Roma come a Napoli o Torino. La sconfitta del Pd, l’obiettivo principale di queste elezioni, sta prendendo la direzione dell’apertura di credito ad un Movimento che, sebbene espressione di contraddizioni fervide di potenzialità, non può essere considerato un “amico” politico. 

Saltiamo a piè pari ogni analisi del voto d’altronde già fatta prima del 5 giugno, quando ipotizzare scenari e indicare soluzioni tattiche era decisamente meno comodo. Da oggi, si apre una partita completamente diversa. La lotta nelle contraddizioni del M5S non può essere la stessa rispetto alla lotta contro il Partito democratico. Abbiamo di fronte due scenari possibili, almeno per quanto riguarda Roma. Da una parte, Virginia Raggi potrebbe ripercorrere l’involuzione à la Pizzarotti, cioè giocarsi la partita sul piano cittadino, puntando sulle retoriche legate alla “buona amministrazione”, provando attraverso “legalità”, “giustizia”, “lotta al malaffare”, “buone pratiche”, a risolvere i problemi cittadini. E’ la strada che condurrebbe il M5S alla rovina entro pochi mesi, sopraffatta dalla marea di contraddizioni metropolitane che gravitano attorno alla principale: il vincolo di bilancio e i patti di stabilità che impediscono spese in deficit e redistribuzioni del reddito.

All’altro capo dello scenario, il M5S a Roma potrebbe decidere di aprire immediatamente una battaglia politica sul debito, sulla sua ristrutturazione, sulle possibilità di non pagarne una parte, sulla lotta contro le privatizzazioni dei beni pubblici e sul No al referendum su Renzi di ottobre. E’ lo “scenario à la De Magistris”, quello per cui si mettono in secondo piano i problemi cittadini per ritagliarsi uno spazio di agibilità nazionale e soprattutto politico. Sarebbe, a nostro giudizio, l’unica possibilità per il M5S non solo di reggere alla prova di governo della Capitale, ma anche di agglutinare il fronte contrario a Renzi che si esprimerà al referendum.

Nel primo caso, la lotta nelle contraddizioni del M5S non potrà che sfociare in una lotta apertamente contro il movimento di Grillo, perché in sostanza partecipe dei vincoli nazionali e sovranazionali che a parole dice di criticare. Nel secondo caso, la lotta sociale e politica cittadina dovrà esercitare la massima pressione affinché la “parte progressista” del programma grillino venga applicata alla lettera, senza infingimenti, mediazioni o tentennamenti politicisti. Questa seconda ipotesi rappresenta l’unica possibilità concreta di rottura con l’ordine neoliberista europeista. E’ una chance che difficilmente si ripresenterà nel prossimo futuro. Per la prima volta da anni c’è la concreta possibilità di spezzare l’egemonia liberista laddove questa ha assunto la sua forma più cosciente e organica: l’ideologia del debito e delle privatizzazioni. Non l’abbiamo determinata noi e potremmo continuare a risultare irrilevanti. Ma l’unico modo che abbiamo per operare questa rottura “da sinistra” è costringere, attraverso una conflittualità intelligente, il M5S a Roma a prendere una direzione piuttosto che un’altra. Serve in questo senso però una convergenza nazionale. Tolta Milano, le tre principali città del paese sono oggi non solo contro il Pd, ma contro l’ideologia liberista-europeista basata sui patti di stabilità. C’è la possibilità di scardinare i vincoli europei? Forse no, ma non provarci nemmeno vorrebbe dire non giocare una partita mai come oggi densa di potenzialità. L’appuntamento del Referendum, in questo senso, facilita ulteriormente le cose: ci dà una data, un obiettivo politico, un terreno di confronto. Perché non provarci?

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