Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/07/2021
Libano - Faccia a faccia tra i leader di Hamas ed Hezbollah
Il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyah, ha incontrato martedì il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah. Secondo al-Manar TV i due leader hanno discusso gli ultimi sviluppi relativi alla resistenza contro l’occupazione israeliana.
“Nasrallah e Haniyeh hanno affermato la profondità del rapporto tra Hezbollah e Hamas, e la sua posizione primaria nell’asse della resistenza”, riferisce l’emittente televisiva libanese al-Mayadeen. Haniyeh aveva già incontrato Nasrallah durante la sua precedente visita in Libano lo scorso settembre.
Hamas e Hezbollah hanno ribadito la profondità delle “relazioni fraterne” tra i gruppi della resistenza palestinese e libanese, nonché la loro importanza per la coerenza dell’asse di resistenza.
Ma al termine dell’incontro non ci sono state dichiarazioni comuni pubbliche dei due dirigenti politici.
Haniyah è arrivato in Libano lunedì ed ha avuto incontri oltre che con Nasrallah anche con il presidente libanese, Michel Aoun, e il primo ministro Hasan Diab.
Durante la sua visita Haniyeh ha ribadito che la resistenza palestinese “ha a disposizione molte carte poderose con le quali dissuadere l’occupante sionista e prevenire le sue atrocità contro la nazione palestinese”.
Il giornale israeliano Times of Israel sottolinea come durante l’escalation del maggio scorso le forze armate di Tel Aviv abbiano addebitato gli attacchi missilistici dal Libano alle organizzazioni palestinesi presenti nel paese, ma non a Hezbollah. “È improbabile che i terroristi nel Libano meridionale siano in grado di lanciare missili senza almeno la tacita approvazione della milizia appoggiata dall’Iran, che mantiene uno stretto controllo sul Libano meridionale” scrive il quotidiano israeliano.
L’attuale tour internazionale del dirigente di Hamas ha finora incluso Egitto, Marocco e Mauritania e rappresenta un’iniziativa politica per cercare sostegno alla resistenza palestinese. In tal modo, il movimento islamico spera di contrastare l’effetto degli “Accordi di Abramo” cioè la normalizzazione delle relazioni tra alcuni paesi arabi e Israele, annunciati lo scorso anno.
Fonte
“Nasrallah e Haniyeh hanno affermato la profondità del rapporto tra Hezbollah e Hamas, e la sua posizione primaria nell’asse della resistenza”, riferisce l’emittente televisiva libanese al-Mayadeen. Haniyeh aveva già incontrato Nasrallah durante la sua precedente visita in Libano lo scorso settembre.
Hamas e Hezbollah hanno ribadito la profondità delle “relazioni fraterne” tra i gruppi della resistenza palestinese e libanese, nonché la loro importanza per la coerenza dell’asse di resistenza.
Ma al termine dell’incontro non ci sono state dichiarazioni comuni pubbliche dei due dirigenti politici.
Haniyah è arrivato in Libano lunedì ed ha avuto incontri oltre che con Nasrallah anche con il presidente libanese, Michel Aoun, e il primo ministro Hasan Diab.
Durante la sua visita Haniyeh ha ribadito che la resistenza palestinese “ha a disposizione molte carte poderose con le quali dissuadere l’occupante sionista e prevenire le sue atrocità contro la nazione palestinese”.
Il giornale israeliano Times of Israel sottolinea come durante l’escalation del maggio scorso le forze armate di Tel Aviv abbiano addebitato gli attacchi missilistici dal Libano alle organizzazioni palestinesi presenti nel paese, ma non a Hezbollah. “È improbabile che i terroristi nel Libano meridionale siano in grado di lanciare missili senza almeno la tacita approvazione della milizia appoggiata dall’Iran, che mantiene uno stretto controllo sul Libano meridionale” scrive il quotidiano israeliano.
L’attuale tour internazionale del dirigente di Hamas ha finora incluso Egitto, Marocco e Mauritania e rappresenta un’iniziativa politica per cercare sostegno alla resistenza palestinese. In tal modo, il movimento islamico spera di contrastare l’effetto degli “Accordi di Abramo” cioè la normalizzazione delle relazioni tra alcuni paesi arabi e Israele, annunciati lo scorso anno.
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Perù - Ancora in attesa della proclamazione di Castillo
La prossima settimana Pedro Castillo dovrebbe iniziare a definire il suo governo.
Giovedi il leader di Perù Libre, potenziale presidente, ha ascoltato le denunce della delegazione di Chalhuahuacho contro la compagnia mineraria Las Bambas.
Spera che per allora il JNE (Giunta nazionale elettorale) avrà risolto tutti i contenziosi e sarà stato proclamato presidente eletto.
Nel frattempo, i nomi per gli incarichi di governo vanno e vengono nelle conversazioni riservate.
“Il professore Castillo spera che la prossima settimana la JNE completi tutti gli annullamenti e lo proclami vincitore delle elezioni per iniziare a definire il suo gabinetto”, ha assicurato a La República una fonte vicina a Pedro Castillo Terrones.
Nel frattempo, tutte le conversazioni sull’argomento sono condotte in modo ufficioso. Tuttavia, sempre più nomi stanno circolando. Uno di questi è quello di Pedro Francke, membro del team tecnico di Perù Libre e consulente per le questioni economiche. Sarebbe uno di quelli che avrebbero consigliato di chiedere a Julio Velarde di restare alla Central Reserve Bank (BCR). Due giorni dopo, il dollaro ha iniziato a registrare un leggero calo. Il suo nome è uno dei più quotati per il Ministero dell’Economia, e sebbene eviti la questione ogni volta che un giornalista lo consulta, mette in evidenza la convinzione e la sicurezza con cui afferma che un governo Castillo metterà l’accento sulla lotta all’evasione e all’elusione fiscale e renderà Sunat (l’agenzia fiscale) un’entità “più amichevole” con piccoli e micro contribuenti.
L’ostinazione di Fuerza Popular della Fujimori e dei suoi alleati ad ignorare i risultati delle elezioni e a cercare di annullare un gran numero di voti, ha dato a Castillo la possibilità di comprendere l’importanza delle relazioni internazionali.
Decisivo, in questo senso, l’incontro di inizio mese con gli ex ministri degli Esteri Manuel Rodríguez Cuadros e Óscar Maúrtua, nonché il riavvicinamento con l’ex ambasciatore negli Stati Uniti Harold Forsyth. Non è escluso che il suo ministro degli Esteri possa essere tra questi.
A quanto pare hanno usato i loro buoni uffici per aiutare il Dipartimento di Stato USA e l’Unione Europea a riconoscere che il secondo turno elettorale è stato equo e trasparente. Lo stesso è accaduto nel caso dell’OSA e della richiesta di audit internazionale.
Diverse fonti consultate dal giornale Repubblica hanno indicato che, in generale, Pedro Castillo ha preferito essere cauto sulla composizione del governo e, per prendere decisioni, attende l’esito delle richieste di annullamento che deve essere risolta dalla JNE, la quale a parere dei suoi consulenti avverrà in una settimana.
Si registra intanto un atto di violenza politica con la morte di Sacarías Meneses Taco, un rondero sostenitore di Castillo avvenuta proprio davanti alla Giunta delle Elezioni Nazionali (JNE) in attesa della proclamazione di Pedro Castillo presidente. L’attivista è stato aggredito e ucciso a bastonate. A denunciarla è stato il leader di Perù Libre Julián Palacín che ha accusato “i vandali assunti da Fuerza Popular” della Fujimori.
Fonte
Giovedi il leader di Perù Libre, potenziale presidente, ha ascoltato le denunce della delegazione di Chalhuahuacho contro la compagnia mineraria Las Bambas.
Spera che per allora il JNE (Giunta nazionale elettorale) avrà risolto tutti i contenziosi e sarà stato proclamato presidente eletto.
Nel frattempo, i nomi per gli incarichi di governo vanno e vengono nelle conversazioni riservate.
“Il professore Castillo spera che la prossima settimana la JNE completi tutti gli annullamenti e lo proclami vincitore delle elezioni per iniziare a definire il suo gabinetto”, ha assicurato a La República una fonte vicina a Pedro Castillo Terrones.
Nel frattempo, tutte le conversazioni sull’argomento sono condotte in modo ufficioso. Tuttavia, sempre più nomi stanno circolando. Uno di questi è quello di Pedro Francke, membro del team tecnico di Perù Libre e consulente per le questioni economiche. Sarebbe uno di quelli che avrebbero consigliato di chiedere a Julio Velarde di restare alla Central Reserve Bank (BCR). Due giorni dopo, il dollaro ha iniziato a registrare un leggero calo. Il suo nome è uno dei più quotati per il Ministero dell’Economia, e sebbene eviti la questione ogni volta che un giornalista lo consulta, mette in evidenza la convinzione e la sicurezza con cui afferma che un governo Castillo metterà l’accento sulla lotta all’evasione e all’elusione fiscale e renderà Sunat (l’agenzia fiscale) un’entità “più amichevole” con piccoli e micro contribuenti.
L’ostinazione di Fuerza Popular della Fujimori e dei suoi alleati ad ignorare i risultati delle elezioni e a cercare di annullare un gran numero di voti, ha dato a Castillo la possibilità di comprendere l’importanza delle relazioni internazionali.
Decisivo, in questo senso, l’incontro di inizio mese con gli ex ministri degli Esteri Manuel Rodríguez Cuadros e Óscar Maúrtua, nonché il riavvicinamento con l’ex ambasciatore negli Stati Uniti Harold Forsyth. Non è escluso che il suo ministro degli Esteri possa essere tra questi.
A quanto pare hanno usato i loro buoni uffici per aiutare il Dipartimento di Stato USA e l’Unione Europea a riconoscere che il secondo turno elettorale è stato equo e trasparente. Lo stesso è accaduto nel caso dell’OSA e della richiesta di audit internazionale.
Diverse fonti consultate dal giornale Repubblica hanno indicato che, in generale, Pedro Castillo ha preferito essere cauto sulla composizione del governo e, per prendere decisioni, attende l’esito delle richieste di annullamento che deve essere risolta dalla JNE, la quale a parere dei suoi consulenti avverrà in una settimana.
Si registra intanto un atto di violenza politica con la morte di Sacarías Meneses Taco, un rondero sostenitore di Castillo avvenuta proprio davanti alla Giunta delle Elezioni Nazionali (JNE) in attesa della proclamazione di Pedro Castillo presidente. L’attivista è stato aggredito e ucciso a bastonate. A denunciarla è stato il leader di Perù Libre Julián Palacín che ha accusato “i vandali assunti da Fuerza Popular” della Fujimori.
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Gli appetiti del Terzo Settore in sintonia con le “imprese profit”
“L’economia sociale non si limita alla mera attività delle organizzazioni non profit ma diventa una rete di supporto, di tipo socioeconomico, al servizio delle imprese for profit”.
A definire così chiaramente la funzionalità liberista del Terzo Settore, non è Contropiano ma un articolo comparso su una delle innumerevoli pubblicazioni dell’arcipelago di imprese “No profit”.
Non solo. Le larghissime maglie concesse dalla deresponsabilizzazione dei soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali etc) e dalle privatizzazioni del welfare pubblico, hanno aumentato esponenzialmente l’invasione di campo, gli appetiti e la pervasività del Terzo Settore nel mettere mano ai servizi sociali e piegarli alla logica di impresa.
In un altro passaggio infatti viene sottolineato che: “il Terzo settore è divenuto esso stesso parte integrante dell’economia italiana. Questo stravolge il concetto di sussidiarietà conferendogli la dinamicità di una forza aggregante che metta insieme imprese for profit, imprese non profit e pubblica amministrazione per definire comuni linee di intervento”.
In una ricerca realizzata da Srm di Intesa San Paolo, sono stati evidenziati nuovi aspetti dell’economia sociale, inclusa la quantificazione in termini di risparmio sociale scaturite dalle ore di lavoro non retribuite messe a disposizioni da quasi 5,5 milioni di volontari e l’occupazione che ormai riguarda 1,14 milioni di lavoratori retribuiti nel Terzo Settore.
Secondo l’Istat, in Italia ci sono ormai 350.492 istituzioni non profit, (+2,05% rispetto al 2016, +48,99% sul 2001), che impiegano 844.775 dipendenti (+3,9% sul 2016, +72,92% sul 2011). Più in dettaglio aumenta il peso delle istituzioni non profit rispetto al complesso del sistema produttivo nazionale (dal 5,8% del 2001 all’8,0% del 2017), ed aumenta il peso anche in termini di numero di dipendenti (dal 4,8% del 2001 al 7,0% del 2017). Inoltre, rispetto al 2016, la crescita del numero di istituzioni risulta più sostenuta al Sud (+3,1%), rispetto al Nord-Ovest (+2,4%) e al Centro (+2,3%)”.
Ed è così che quello che abbiamo definito come il business della benevolenza si candida a diventare soggetto datoriale nella concertazione con imprese private, governo e CgilCislUil con le quali le interazioni di interessi fanno il paio con la deriva ideologica che ha abbracciato la piena privatizzazione del welfare (vedi il welfare sanitario privato inserito nei contratti). Lì dove questo non appare sufficientemente profittabile, ecco intervenire il Terzo Settore e i finanziamenti pubblici che riceve da anni e che hanno ampiamente sostituito le donazioni volontarie, i crowfounding etc, che caratterizzavano nei decenni scorsi le associazioni di volontariato.
Nell’inchiesta che abbiamo condotto nei mesi scorsi sulle imprese del Terzo Settore, abbiamo cercato di mettere in evidenza come l’impetuosa crescita delle imprese sociali o no profit, sia stata del tutto speculare allo smantellamento del welfare pubblico e alle privatizzazioni. Non solo. Ha anche contribuito ad una regressione ideologica trasversale veicolata dall’intreccio tra organizzazioni religiose e Pd che ha rovesciato completamente il concetto di sussidiarietà tra pubblico e privato.
Il risultato è un verminaio che vede convivere buone intenzioni e profittatori e che ha visto consegnare i servizi sociali alla mano privata, anche se in alcuni casi mascherata da “privato sociale”, a nostro avviso un vero e proprio ossimoro.
Il welfare può e deve tornare pubblico, in ogni suo aspetto decisivo – da quello previdenziale ai servizi sociali, dal piano nazionale a quello locale – mettendo fine all’orrore della funzione dei servizi piegata alla loro profittabilità, delle esternalizzazioni, delle scandalose sotto-retribuzioni e della precarietà per chi ci lavora.
Il volontariato è tutt’altra cosa e comunque rischia di diventare un palliativo. Purtroppo ad aver sottolineato tale contraddizione sembra essere solo Papa Francesco proprio durante un convegno del Terzo Settore ad Assisi alcuni mesi fa, il quale ha definito il Terzo Settore e i modelli filantropici come tali e che “senza volerlo perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare”.
A sinistra e nei sindacati ufficiali, al contrario, regna il silenzio, anzi la complicità.
Fonte
A definire così chiaramente la funzionalità liberista del Terzo Settore, non è Contropiano ma un articolo comparso su una delle innumerevoli pubblicazioni dell’arcipelago di imprese “No profit”.
Non solo. Le larghissime maglie concesse dalla deresponsabilizzazione dei soggetti pubblici (Stato, amministrazioni locali etc) e dalle privatizzazioni del welfare pubblico, hanno aumentato esponenzialmente l’invasione di campo, gli appetiti e la pervasività del Terzo Settore nel mettere mano ai servizi sociali e piegarli alla logica di impresa.
In un altro passaggio infatti viene sottolineato che: “il Terzo settore è divenuto esso stesso parte integrante dell’economia italiana. Questo stravolge il concetto di sussidiarietà conferendogli la dinamicità di una forza aggregante che metta insieme imprese for profit, imprese non profit e pubblica amministrazione per definire comuni linee di intervento”.
In una ricerca realizzata da Srm di Intesa San Paolo, sono stati evidenziati nuovi aspetti dell’economia sociale, inclusa la quantificazione in termini di risparmio sociale scaturite dalle ore di lavoro non retribuite messe a disposizioni da quasi 5,5 milioni di volontari e l’occupazione che ormai riguarda 1,14 milioni di lavoratori retribuiti nel Terzo Settore.
Secondo l’Istat, in Italia ci sono ormai 350.492 istituzioni non profit, (+2,05% rispetto al 2016, +48,99% sul 2001), che impiegano 844.775 dipendenti (+3,9% sul 2016, +72,92% sul 2011). Più in dettaglio aumenta il peso delle istituzioni non profit rispetto al complesso del sistema produttivo nazionale (dal 5,8% del 2001 all’8,0% del 2017), ed aumenta il peso anche in termini di numero di dipendenti (dal 4,8% del 2001 al 7,0% del 2017). Inoltre, rispetto al 2016, la crescita del numero di istituzioni risulta più sostenuta al Sud (+3,1%), rispetto al Nord-Ovest (+2,4%) e al Centro (+2,3%)”.
Ed è così che quello che abbiamo definito come il business della benevolenza si candida a diventare soggetto datoriale nella concertazione con imprese private, governo e CgilCislUil con le quali le interazioni di interessi fanno il paio con la deriva ideologica che ha abbracciato la piena privatizzazione del welfare (vedi il welfare sanitario privato inserito nei contratti). Lì dove questo non appare sufficientemente profittabile, ecco intervenire il Terzo Settore e i finanziamenti pubblici che riceve da anni e che hanno ampiamente sostituito le donazioni volontarie, i crowfounding etc, che caratterizzavano nei decenni scorsi le associazioni di volontariato.
Nell’inchiesta che abbiamo condotto nei mesi scorsi sulle imprese del Terzo Settore, abbiamo cercato di mettere in evidenza come l’impetuosa crescita delle imprese sociali o no profit, sia stata del tutto speculare allo smantellamento del welfare pubblico e alle privatizzazioni. Non solo. Ha anche contribuito ad una regressione ideologica trasversale veicolata dall’intreccio tra organizzazioni religiose e Pd che ha rovesciato completamente il concetto di sussidiarietà tra pubblico e privato.
Il risultato è un verminaio che vede convivere buone intenzioni e profittatori e che ha visto consegnare i servizi sociali alla mano privata, anche se in alcuni casi mascherata da “privato sociale”, a nostro avviso un vero e proprio ossimoro.
Il welfare può e deve tornare pubblico, in ogni suo aspetto decisivo – da quello previdenziale ai servizi sociali, dal piano nazionale a quello locale – mettendo fine all’orrore della funzione dei servizi piegata alla loro profittabilità, delle esternalizzazioni, delle scandalose sotto-retribuzioni e della precarietà per chi ci lavora.
Il volontariato è tutt’altra cosa e comunque rischia di diventare un palliativo. Purtroppo ad aver sottolineato tale contraddizione sembra essere solo Papa Francesco proprio durante un convegno del Terzo Settore ad Assisi alcuni mesi fa, il quale ha definito il Terzo Settore e i modelli filantropici come tali e che “senza volerlo perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare”.
A sinistra e nei sindacati ufficiali, al contrario, regna il silenzio, anzi la complicità.
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Sblocco licenziamenti, Draghi consegna i lavoratori a confindustria
Con ineffabile faccia tosta Landini, Sbarra e Bombardieri, i segretari del sindacato che fu, rivendicano la firma di un avviso comune sui licenziamenti raggiunto ieri a poche ore dalle manifestazioni, in verità davvero scarne, da loro convocate sabato scorso.
Nel pomposo accordo che ha riempito le prime pagine di stampa e televisione c’è scritto, senza bisogno di troppe interpretazioni, che la posizione del governo e dei padroni di sbloccare i licenziamenti dal 1° luglio tranne che per il tessile e i settori collegati, resta totalmente confermata.
La nota, sottoscritta “dopo ore di vero negoziato”, altro non è che una “raccomandazione” ai padroni affinché prima di licenziare approfittino delle 13 settimane di cassa integrazione ordinaria, completamente gratuita e quindi completamente a carico dello Stato.
Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Una vera e propria presa in giro, la conferma che per certa gente l’essere tornati ai tavoli che contano vale più dei contenuti della carta straccia sottoscritta su input padronale per fargli salvare la faccia.
Quindi da domani dovremo ringraziare qualche padrone opportunista che sceglierà, senza alcun onere per lui, di avvalersi del gentile cadeau offerto dal governo, se rinvierà i licenziamenti di qualche settimana.
Insomma, pandemia o non pandemia ai padroni va sempre tutto liscio come l’olio e a pagarne le conseguenze sono sempre le lavoratrici e i lavoratori, con il grazioso placet dei tre sindacati complici.
La ristrutturazione post pandemia, già cominciata e fatta di lagrime e sangue, vedi l’omicidio di Adil, la scomparsa – leggi licenziamenti – di oltre un milione di posti di lavoro precari nell’anno trascorso, il peggioramento del codice degli appalti, l’aumento smisurato dei morti di lavoro, oggi si arricchisce dell’infame accordo tra Draghi e i sindacati complici.
Serve una risposta dura e determinata, serve una stagione di lotte operaie e generali capace di segnalare la rinascita di un nuovo movimento di classe, capace di bloccare l’attacco e invertire la tendenza. USB come sempre, ci sarà e farà la sua parte.
Fonte
Nel pomposo accordo che ha riempito le prime pagine di stampa e televisione c’è scritto, senza bisogno di troppe interpretazioni, che la posizione del governo e dei padroni di sbloccare i licenziamenti dal 1° luglio tranne che per il tessile e i settori collegati, resta totalmente confermata.
La nota, sottoscritta “dopo ore di vero negoziato”, altro non è che una “raccomandazione” ai padroni affinché prima di licenziare approfittino delle 13 settimane di cassa integrazione ordinaria, completamente gratuita e quindi completamente a carico dello Stato.
Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Una vera e propria presa in giro, la conferma che per certa gente l’essere tornati ai tavoli che contano vale più dei contenuti della carta straccia sottoscritta su input padronale per fargli salvare la faccia.
Quindi da domani dovremo ringraziare qualche padrone opportunista che sceglierà, senza alcun onere per lui, di avvalersi del gentile cadeau offerto dal governo, se rinvierà i licenziamenti di qualche settimana.
Insomma, pandemia o non pandemia ai padroni va sempre tutto liscio come l’olio e a pagarne le conseguenze sono sempre le lavoratrici e i lavoratori, con il grazioso placet dei tre sindacati complici.
La ristrutturazione post pandemia, già cominciata e fatta di lagrime e sangue, vedi l’omicidio di Adil, la scomparsa – leggi licenziamenti – di oltre un milione di posti di lavoro precari nell’anno trascorso, il peggioramento del codice degli appalti, l’aumento smisurato dei morti di lavoro, oggi si arricchisce dell’infame accordo tra Draghi e i sindacati complici.
Serve una risposta dura e determinata, serve una stagione di lotte operaie e generali capace di segnalare la rinascita di un nuovo movimento di classe, capace di bloccare l’attacco e invertire la tendenza. USB come sempre, ci sarà e farà la sua parte.
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“Eccitati” per Navalny, silenti su Assange. Un doppio standard che dice tutto
Sono passati otto mesi (novembre 2020) da quando al Parlamento Europeo è stata cancellata dalla risoluzione sulla libertà di stampa la proposta di inserire il seguente emendamento: “la detenzione e l’incriminazione di Julian Assange costituiscono un grave precedente per i giornalisti come stabilito dal Consiglio d’Europa”.
In un primo momento l’emendamento era presente nel testo, ma poi il nome di Assange era stato rimosso il 23 Novembre per decisione di una commissione di parlamentari europei composta dal Partito popolare europeo (PPE), dai Socialisti e Democratici (S&D) e dal partito Renew Europe.
A gennaio invece il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni una risoluzione che chiede il rilascio immediato e incondizionato di Aleksej Navalny e di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, inclusi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Nella risoluzione, il PE invita i Paesi UE ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive dell’UE nei confronti della Russia”. Ciò include sanzioni contro le “persone fisiche e giuridiche” coinvolte nella decisione di arrestare e incarcerare Alexei Navalny.
Come mai un così pesante ed esplicito doppio standard su due vicende che richiederebbero invece la medesima determinazione?
Il silenzio sulla detenzione arbitraria di Julian Assange è forse una delle pagine più vergognose della politica italiana ed europea, ma anche delle organizzazioni che si occupano della libertà di stampa e di libertà politiche. Tra l’altro le condizioni di salute di Assange, tuttora detenuto nelle carceri britanniche, appaiono assai più gravi di quelle di Navalny.
Per denunciare il silenzio sulla detenzione di Assange e la vergogna di questo inaccettabile doppio standard, il gruppo Italiani per Assange organizza un sit-in per il 50° compleanno del fondatore di Wikileaks, in piazza Trilussa.
Julian Assange è un giornalista pluripremiato per il suo coraggioso e rivoluzionario giornalismo d’inchiesta, che celebrerà ancora una volta il suo compleanno dietro le sbarre, in isolamento stretto, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh per il solo fatto di aver portato a galla verità scomode su corruzione, frodi bancarie, accordi commerciali iniqui..., ma soprattutto per aver rivelato al mondo i crimini di guerra che hanno insanguinato le cosiddette “missioni di pace” delle forze armate occidentali, in particolare di quelle statunitensi, in Iraq e Afghanistan.
Attraverso WikiLeaks, Assange ha reso a tutta l’informazione internazionale un grande servizio, mettendo a disposizione dei cittadini di tutto il mondo un intero archivio di conoscenze, nella convinzione – che è alla base di ogni consesso democratico – che il solo modo per costruire una società più giusta è esporre l’ingiustizia che spesso dilaga e prospera al riparo della segretezza che garantisce l’immunità per i criminali, accanendosi contro chi, invece, quei crimini li rivela.
La battaglia per la liberazione di Assange e l’archiviazione delle accuse rivoltegli dal Dipartimento di giustizia Usa è una battaglia per la libertà di informazione che è il solo strumento a disposizione dei cittadini per controllare i governanti che amministrano il potere dello Stato in loro nome e dunque per esercitare effettivamente il potere politico.
Fonte
In un primo momento l’emendamento era presente nel testo, ma poi il nome di Assange era stato rimosso il 23 Novembre per decisione di una commissione di parlamentari europei composta dal Partito popolare europeo (PPE), dai Socialisti e Democratici (S&D) e dal partito Renew Europe.
A gennaio invece il Parlamento europeo ha approvato con 581 voti favorevoli, 50 contrari e 44 astensioni una risoluzione che chiede il rilascio immediato e incondizionato di Aleksej Navalny e di tutte le persone fermate in occasione del suo rientro in Russia, inclusi giornalisti, collaboratori o cittadini che lo sostengono. Nella risoluzione, il PE invita i Paesi UE ad “inasprire sensibilmente le misure restrittive dell’UE nei confronti della Russia”. Ciò include sanzioni contro le “persone fisiche e giuridiche” coinvolte nella decisione di arrestare e incarcerare Alexei Navalny.
Come mai un così pesante ed esplicito doppio standard su due vicende che richiederebbero invece la medesima determinazione?
Il silenzio sulla detenzione arbitraria di Julian Assange è forse una delle pagine più vergognose della politica italiana ed europea, ma anche delle organizzazioni che si occupano della libertà di stampa e di libertà politiche. Tra l’altro le condizioni di salute di Assange, tuttora detenuto nelle carceri britanniche, appaiono assai più gravi di quelle di Navalny.
Per denunciare il silenzio sulla detenzione di Assange e la vergogna di questo inaccettabile doppio standard, il gruppo Italiani per Assange organizza un sit-in per il 50° compleanno del fondatore di Wikileaks, in piazza Trilussa.
Julian Assange è un giornalista pluripremiato per il suo coraggioso e rivoluzionario giornalismo d’inchiesta, che celebrerà ancora una volta il suo compleanno dietro le sbarre, in isolamento stretto, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh per il solo fatto di aver portato a galla verità scomode su corruzione, frodi bancarie, accordi commerciali iniqui..., ma soprattutto per aver rivelato al mondo i crimini di guerra che hanno insanguinato le cosiddette “missioni di pace” delle forze armate occidentali, in particolare di quelle statunitensi, in Iraq e Afghanistan.
Attraverso WikiLeaks, Assange ha reso a tutta l’informazione internazionale un grande servizio, mettendo a disposizione dei cittadini di tutto il mondo un intero archivio di conoscenze, nella convinzione – che è alla base di ogni consesso democratico – che il solo modo per costruire una società più giusta è esporre l’ingiustizia che spesso dilaga e prospera al riparo della segretezza che garantisce l’immunità per i criminali, accanendosi contro chi, invece, quei crimini li rivela.
La battaglia per la liberazione di Assange e l’archiviazione delle accuse rivoltegli dal Dipartimento di giustizia Usa è una battaglia per la libertà di informazione che è il solo strumento a disposizione dei cittadini per controllare i governanti che amministrano il potere dello Stato in loro nome e dunque per esercitare effettivamente il potere politico.
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Il “Garante” vuol cancellare il diritto di sciopero nella logistica
Il Garante vuole rubare ai facchini della logistica il diritto di sciopero. USB: non ci legherà le mani né ci imbavaglierà.
La relazione 2021 al Parlamento della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero circa l’andamento nel Paese della conflittualità sindacale, suona come il subdolo preannuncio di un intervento limitativo del diritto di sciopero.
Secondo la Commissione, nel settore della logistica, si rileva un incremento delle lotte che, in periodo di pandemia, andrebbe messo “sotto attenzione” per una possibile rilevanza ai sensi della legge 146/90, ossia quella che regolamenta – imbavagliandolo – lo sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Questa legge, usando strumentalmente il fine di tutelare la vita, la salute, la libertà e la sicurezza della persona, dell’ambiente ecc., ha di fatto impedito ai lavoratori del trasporto pubblico, della sanità, dell’igiene ambientale di potersi efficacemente difendere con scioperi veri e non puramente simbolici.
Con la legge 146 del 1990, infatti, solo quote limitate di dipendenti possono aderire allo sciopero, questo va preannunciato con congruo anticipo e tra uno sciopero e l’altro devono intercorrere lunghi intervalli.
È un dato di fatto che durante il lockdown nessuno sciopero della logistica ha fermato gli approvvigionamenti di mascherine o di prodotti farmaceutici e medicali agli ospedali o alle case di cura.
È ugualmente un dato di fatto, rilevato anche dalla Commissione, che nelle filiere distributive dove c’è “...una frequente esternalizzazione delle attività ad alta intensità di manodopera...” i conflitti sono esplosi per ragioni che “...attengono a questioni contrattuali”.
Ossia si sciopera perché i padroni non rispettano le norme in un settore economico dove le ispezioni dell’INL rilevano un tasso di illegalità tra le coop (le “attività esternalizzate” di cui sopra) pari al 75%.
Il paradosso è che la Commissione vorrebbe colpire chi lotta per il rispetto della legge.
In Amazon ai corrieri non viene conteggiato come tempo di lavoro il ritiro dei furgoni da parcheggi lontani decine di km dai magazzini in cui devono caricare le merci; fanno male i drivers a scioperare per rivendicare tempo di vita e riconoscimento salariale?
USB ha dovuto ingaggiare lotte durissime in GLS, Leroy Merlin, DHL, Ceva, nelle filiere alimentari contro il lavoro nero, il furto di ferie, di TFR, di contributi previdenziali, per giusti inquadramenti professionali, che hanno fatto finire in galera interi consigli di amministrazione e hanno garantito diritti e dignità ai lavoratori e il recupero di milioni di euro di tasse fino ad allora evase.
Le subdole e insensate considerazioni della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero sono figlie di questo clima politico, di una situazione nella quale i padroni, con l’appoggio di banchieri e burocrati della UE e del loro governo in Italia, vogliono rafforzare i meccanismi di sfruttamento e aumentare i profitti indebolendo la capacità di risposta dei lavoratori.
Vogliono colpire i facchini, perché rappresentano un settore sempre e generosamente pronto alla lotta.
I nostri scioperi garantiscono, dignità, legalità, recupero dell’evasione fiscale, rappresentano quel sentimento di civiltà che permea la Costituzione italiana.
Ci vogliono in silenzio, ci avranno rumorosi; ci vogliono immobili, ci avranno incazzati.
Fonte
La relazione 2021 al Parlamento della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero circa l’andamento nel Paese della conflittualità sindacale, suona come il subdolo preannuncio di un intervento limitativo del diritto di sciopero.
Secondo la Commissione, nel settore della logistica, si rileva un incremento delle lotte che, in periodo di pandemia, andrebbe messo “sotto attenzione” per una possibile rilevanza ai sensi della legge 146/90, ossia quella che regolamenta – imbavagliandolo – lo sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Questa legge, usando strumentalmente il fine di tutelare la vita, la salute, la libertà e la sicurezza della persona, dell’ambiente ecc., ha di fatto impedito ai lavoratori del trasporto pubblico, della sanità, dell’igiene ambientale di potersi efficacemente difendere con scioperi veri e non puramente simbolici.
Con la legge 146 del 1990, infatti, solo quote limitate di dipendenti possono aderire allo sciopero, questo va preannunciato con congruo anticipo e tra uno sciopero e l’altro devono intercorrere lunghi intervalli.
È un dato di fatto che durante il lockdown nessuno sciopero della logistica ha fermato gli approvvigionamenti di mascherine o di prodotti farmaceutici e medicali agli ospedali o alle case di cura.
È ugualmente un dato di fatto, rilevato anche dalla Commissione, che nelle filiere distributive dove c’è “...una frequente esternalizzazione delle attività ad alta intensità di manodopera...” i conflitti sono esplosi per ragioni che “...attengono a questioni contrattuali”.
Ossia si sciopera perché i padroni non rispettano le norme in un settore economico dove le ispezioni dell’INL rilevano un tasso di illegalità tra le coop (le “attività esternalizzate” di cui sopra) pari al 75%.
Il paradosso è che la Commissione vorrebbe colpire chi lotta per il rispetto della legge.
In Amazon ai corrieri non viene conteggiato come tempo di lavoro il ritiro dei furgoni da parcheggi lontani decine di km dai magazzini in cui devono caricare le merci; fanno male i drivers a scioperare per rivendicare tempo di vita e riconoscimento salariale?
USB ha dovuto ingaggiare lotte durissime in GLS, Leroy Merlin, DHL, Ceva, nelle filiere alimentari contro il lavoro nero, il furto di ferie, di TFR, di contributi previdenziali, per giusti inquadramenti professionali, che hanno fatto finire in galera interi consigli di amministrazione e hanno garantito diritti e dignità ai lavoratori e il recupero di milioni di euro di tasse fino ad allora evase.
Le subdole e insensate considerazioni della Commissione di “Garanzia” sullo sciopero sono figlie di questo clima politico, di una situazione nella quale i padroni, con l’appoggio di banchieri e burocrati della UE e del loro governo in Italia, vogliono rafforzare i meccanismi di sfruttamento e aumentare i profitti indebolendo la capacità di risposta dei lavoratori.
Vogliono colpire i facchini, perché rappresentano un settore sempre e generosamente pronto alla lotta.
I nostri scioperi garantiscono, dignità, legalità, recupero dell’evasione fiscale, rappresentano quel sentimento di civiltà che permea la Costituzione italiana.
Ci vogliono in silenzio, ci avranno rumorosi; ci vogliono immobili, ci avranno incazzati.
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Giorgia Meloni non ha niente da fare
Il governo Draghi sta minuziosamente realizzando tutte le richieste ed il programma di Giorgia Meloni.
Sblocco dei licenziamenti e degli sfratti; fine del cashback; soldi alle imprese e ai ricchi; privatizzazioni col danaro pubblico; ancora più polizia contro manifestanti, poveri ed esclusi; attacco al diritto di sciopero; accordi con Erdogan, tagliagole libici e simili perché fermino i migranti; più armi e più NATO; crescente ostilità verso la Cina.
Tutto ciò che la leader post-fascista rivendica, prima o poi entra nell’agenda del governo, con le finte sinistre ed i finti portavoce del popolo muti e obbedienti.
Non è un caso allora che il capo del governo e quella dell’opposizione di comodo crescano assieme nei sondaggi: questo governo è il più a destra da un bel po’ di tempo... Almeno finora.
Giorgia Meloni non ha niente da fare, fanno tutto Draghi e i suoi servi sciocchi.
P.S. Il primo che viene a spiegarmi che bisogna sostenere PD e M5S per fermare la destra gli sputo in un occhio, come faceva Totò con chi affermava bestialità sfacciate.
Fonte
Sblocco dei licenziamenti e degli sfratti; fine del cashback; soldi alle imprese e ai ricchi; privatizzazioni col danaro pubblico; ancora più polizia contro manifestanti, poveri ed esclusi; attacco al diritto di sciopero; accordi con Erdogan, tagliagole libici e simili perché fermino i migranti; più armi e più NATO; crescente ostilità verso la Cina.
Tutto ciò che la leader post-fascista rivendica, prima o poi entra nell’agenda del governo, con le finte sinistre ed i finti portavoce del popolo muti e obbedienti.
Non è un caso allora che il capo del governo e quella dell’opposizione di comodo crescano assieme nei sondaggi: questo governo è il più a destra da un bel po’ di tempo... Almeno finora.
Giorgia Meloni non ha niente da fare, fanno tutto Draghi e i suoi servi sciocchi.
P.S. Il primo che viene a spiegarmi che bisogna sostenere PD e M5S per fermare la destra gli sputo in un occhio, come faceva Totò con chi affermava bestialità sfacciate.
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