Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/10/2024

Un genocidio “razionale”, per interessi materiali

Sul tentativo di sminuire la portata dello sterminio dei palestinesi, bisogna dire parole chiare: uno sterminio evidente, legato a doppio filo a dinamiche geopolitiche e storiche che hanno sede, oltre che nel contesto medio-orientale, nella politica internazionale degli Stati Uniti e nelle ambiguità dell’Unione Europea.

Un recente pronunciamento della Corte internazionale di giustizia ha evidenziato la correlazione tra l’occupazione delle terre palestinesi e l’andamento delle politiche segregazioniste di Israele. In precedenza, la stessa Corte aveva ritenuto “plausibile” l’esistenza di elementi genocidari nel comportamento israeliano.

Analogamente, la richiesta del Procuratore della Corte penale internazionale di procedere all’arresto di Netanyahu e Gallant ha evidenziato i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele nella Striscia di Gaza. Siamo dunque di fronte a una situazione di ingiustizia palese, dove la negazione dell’autodeterminazione palestinese diviene l’occasione per la colonizzazione, la discriminazione razziale, l’annessione e la repressione.

La condotta di Israele dovrebbe suggerire importanti conseguenze politiche e giuridiche, e invece...

A questi pronunciamenti non ha dato risposta l’UE, trincerandosi dietro un silenzio imbarazzante o ricorrendo a frasi ormai stantie, tipo quella sul diritto di Israele a difendersi, o decisamente grottesche, vista la situazione, tipo quella sullo stato palestinese.

Di fatto, le istituzioni europee hanno continuato a sostenere l’azione israeliana, mentre alcune singole nazioni, tra cui l’Italia, non hanno fatto tesoro del pronunciamento delle due Corti internazionali, continuando a fornire armamenti e tecnologie e dunque, di fatto, contribuendo allo sterminio.

Gli Stati Uniti hanno offerto, con entrambi gli schieramenti, democratico e repubblicano, il peggio del loro posizionamento, non soltanto garantendo supporto strategico – rifornendolo di dollari e bombe – a Israele, ma anche facendo pressioni, e talvolta persino minacciando la Corte penale internazionale per evitare il mandato di arresto per i due leader israeliani.

D’altra parte, nella loro elementare ideologia, gli Stati Uniti si identificano con la forma specifica dei propri interessi materiali, per i quali l’equilibrio dell’area medio-orientale è fondamentale, e Israele rappresenta l’alleato più importante per garantirlo; da qui deriva il loro assoluto disinteresse ai diritti dei palestinesi o dei libanesi.

Intanto, all’assemblea dell’ONU Netanyahu ha messo in scena uno spettacolo disgustoso, esprimendo – con l’arroganza tipica del mafioso – tutto il proprio disprezzo per la comunità internazionale e per il diritto internazionale, e persino per la logica elementare. In questa sede, ancora una volta ha mostrato una cartina della zona dove tutto appartiene allo Stato di Israele, comprese la Cisgiordania e Gerusalemme Est; dunque plasticamente rappresentando quello che è sempre stato l’obiettivo strategico di Israele: l’annessione dei territori palestinesi.

La storia è “razionale”, per così dire; cioè realizza un piano che risponde a una serie di necessità, prima di tutto materiali. Gli attori geopolitici, in questo caso, agiscono, spesso del tutto inconsapevolmente, sulla base di interessi che li spingono a prendere decisioni o compiere atti allo scopo di affermarli. Non si tratta, beninteso, di ignorare le motivazioni valoriali o ideali; questi aspetti sono certamente importanti, ma non sono sufficienti a spiegare l’intricato processo che sta determinando lo sterminio di un popolo.

Davvero si crede che Netanyahu stia agendo sulla base di qualcosa scritto su un libro di vicende fantastiche? O che lo faccia a difesa della sicurezza di Israele o – addirittura – della civiltà occidentale? A cosa è funzionale l’occupazione delle terre palestinesi? E qual è la reale posta in gioco, talmente potente da giustificare un genocidio?

La storia è altresì “irrazionale”; talvolta le scelte degli esseri umani mettono in crisi il piano degli interessi materiali; o, più propriamente, fanno irrompere altri interessi, anche ideali, in aperto conflitto con i primi. Per certi versi, è quello che è successo il 7 di ottobre, dove l’attacco di Hamas ha fatto irruzione in un contesto di accordi tra Israele e paesi arabi che non contemplavano alcuna soluzione della questione palestinese.

Da questo punto di vista, la reazione di Netanyahu è stata la razionalità che mette in riga l’irrazionalità: il 7 di ottobre gli ha dato l’occasione di sistemare una volta per tutte i conti con quanto, anche territorialmente, gli impediva di portare a compimento il proprio piano di annessione.

In questo quadro, come bene sottolineato da altri, si inserisce la progettata “Nuova Via del Cotone”, decisamente conflittuale con la “Via della Seta” cinese. Basta dare un’occhiata alla cartina per comprendere meglio l’importanza di Israele – e dei territori palestinesi – per il successo di un’operazione che punta «a riconfigurare il commercio tra i Paesi dell’Europa, del Golfo Persico e dell’Asia meridionale, riducendo significativamente il tempo necessario per trasportare le merci tra queste nazioni».

Questa è certamente una parte significativa, e probabilmente la più consistente, della posta in gioco: la riconfigurazione del Medio Oriente, con una nuova centralità assegnata a Israele a scapito dell’Iran e, di riflesso, della Cina.

La storia è decisamente bastarda; le sue “multiformi dimensioni” non si fanno ingabbiare in rappresentazioni di comodo, bensì amano confondere e complicare ogni interpretazione. Lo sterminio di un popolo può essere derubricato a atto di difesa, persino eroico, eppure la sua realtà autenticamente tragica sfugge al linguaggio che lo valuta in funzione di un valore superiore (la “difesa della civiltà” o della “democrazia”) o di un obiettivo parziale (“la sconfitta di Hamas”).

Lo sterminio reale avviene perché una serie di interessi materiali lo rendono possibile e, persino, lo riconoscono come necessario alla pacificazione dell’area, così che il piano “razionale” di una parte di mondo – a guida occidentale – possa affermarsi e permettere di condurre gli affari con successo.

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01/10/2024

Avatar - La via dell'acqua (2022) di James Cameron - Minirichiesta

L’Iran lancia decine di missili contro Israele. A Jaffa otto israeliani uccisi in un attentato

Notizie in aggiornamento:

Ore 19:25: Il Jerusalem Post riferisce che un missile ha colpito a un edificio a nord di Tel Aviv, in George Wise Street. Un altro ha colpito anche una casa a Tel Sheva, secondo il Maariv. Diverse altre esplosioni sono state registrate sempre a Tel Aviv, così come nelle città israeliane di Dimona, Nabatim, Hora, Hod Hasharon, Beer Sheva e Rishon Lezion.

Ore 19:35: Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ordinato all’esercito statunitense di aiutare la difesa di Israele contro gli attacchi iraniani e di abbattere i missili che stanno prendendo di mira Israele, lo afferma una nota diffusa dalla Casa Bianca.

Ore 19:50: L’attacco missilistico iraniano, dopo due ondate successive, è stato interrotto. Le autorità israeliane e i mass media occidentali diffondono la consueta versione secondo cui tutti i missili iraniani sono stati intercettati, ma in rete – e da fonti diversificate – circolano numerosi video in cui si vedono non pochi missili abbattersi sul territorio di Israele.

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Intorno alle 18:40 la radio di stato israeliana ha annunciato che più di 200 missili sono stati lanciati dall’Iran nell’ultima mezz’ora su Israele.

Il ministero degli Esteri israeliano ha detto che le sirene stanno suonando in tutto Israele per spingere milioni di persone nei rifugi. Le sirene stanno suonando in tutto il centro e il sud di Israele.

La radio dell’esercito israeliano ha riferito di aver sentito un’esplosione nell’area metropolitana di Tel Aviv.

Allo stesso tempo, Hezbollah ha sparato razzi su vaste aree di Israele. Tutti i voli all’aeroporto Ben Gurion sono stati sospesi.

Una seconda ondata di missili è stata lanciata circa 15 minuti dopo la prima, che si pensa sia molto più grande.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane affermano di aver lanciato dozzine di missili verso Israele e hanno avvertito che se Israele avesse reagito, la risposta di Teheran sarebbe stata “più schiacciante e rovinosa”, riferisce la TV di Stato iraniana.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha detto che l’attacco è stato una rappresaglia per l’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran a luglio e di Nasrallah in Libano alcuni giorni fa.

“L’attacco missilistico lanciato poco fa dall’Iran contro Israele è una “risposta legale, razionale e legittima agli atti terroristici” compiuti dallo Stato ebraico” si afferma in una dichiarazione pubblicata su X dalla missione diplomatica di Teheran presso le Nazioni Unite.

Sul fronte interno i media israeliani riferiscono che otto israeliani sono stati uccisi e sette feriti in un attacco compiuto da militanti palestinesi a Jaffa. Sparatorie sarebbero ancora in corso.

La Casa Bianca ha convocato una riunione con i consiglieri per la sicurezza nazionale per discutere di quello che fino a questa sera era ritenuto l’imminente attacco dell’Iran a Israele.

La Casa Bianca ad attacco iraniano in corso ha dichiarato che nella riunione “Hanno esaminato lo stato dei preparativi degli Stati Uniti per aiutare Israele a difendersi da questi attacchi e proteggere il personale statunitense nella regione”.

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Inflazione in calo, ma carrello della spesa più pesante... in attesa del taglio dei tassi

L’Istat ha già reso pubbliche le stime preliminari per l’inflazione nel mese di settembre. Quello che è chiamato l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), considerato al lordo dei tabacchi, è diminuito dello 0,2% rispetto ad agosto, e segna così un +0,7% su base annua.

Sembra una buona notizia per i costi che chi vive nel Bel Paese deve affrontare. L’inflazione allo 0,7% è il livello più basso registrato in tutto il 2024, garantito dal calo dei prezzi dei beni energetici (-8,7% dal -6,1% di agosto) e anche di alcuni servizi (ricreativi, culturali, per la cura della persona e di trasporto).

Ma non ci vuole un genio della matematica per capire che se alcuni cifre sono in ribasso ma l’inflazione ha solo una leggera flessione, allora l’aumento deve essere da qualche altra parte. È così nel comparto alimentare, con quello che viene defiito ‘carrello della spesa’ che passa dal +0,6% al +1,1%.

In pratica, si paga di più il consumo di tutti i giorni, quello che nessuno può evitare ma che impatta maggiormente sui redditi più bassi. Inoltre, le stime preliminari dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dell’1,2% su base mensile, per effetto della fine dei saldi estivi calcolati nel NIC, anche se è in decelerazione su base annua.

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha commentato così i dati: “il calo dell’inflazione è solo un’illusione, un miraggio dovuto al fatto che le vacanze degli italiani sono finite e, quindi, sono terminate le speculazioni sulle loro ferie che avevano portato a rincari astronomici“.

I dati, insomma, non sono certo ai livelli della crisi inflazionistica del 2023, ma rimangono ancora altalenanti. Per questo si attende con impazienza quale sarà la decisione della BCE alla prossima riunione che l’istituto terrà il 17 ottobre, sulla quale molti analisti scommettono per un’ulteriore taglio dei tassi di interesse visto anche il calo settembrino dell’inflazione nell’eurozona.

La probabilità di un nuovo taglio, prezzata venerdì scorso dagli investitori, si è addirittura triplicata rispetto alla settimana precedente, arrivando al 75%. Da HSBC, uno dei più grandi gruppi bancari al mondo, fanno sapere che ritengono che Lagarde taglierà i tassi di 25 punti base in ogni riunione da ottobre 2024 ad aprile 2025.

Dunque, il fronte di chi chiede un intervento più coraggioso dell’Eurotower, visto il costo che la politica monetaria sta avendo per l’economia europea, si allarga e si rafforza. David Pascucci, analista della piattaforma di broker XTB, segnala che “questi cali dell’inflazione potrebbero essere lo specchio di tassi tenuti alti per troppo tempo“.

“Un peggioramento dell’inflazione, ossia una sua discesa al di sotto del 2% sostenuta per lungo tempo“, continua Pascucci, “potrebbe essere indicatore del fatto che l’economia europea sta rallentando“. Il risultato che si porta dietro questo scenario è quello di “un possibile aumento della disoccupazione“.

Christine Lagarde, invece, continua a tirare il freno. “Guardando al futuro, l’inflazione potrebbe aumentare temporaneamente nel quarto trimestre di quest’anno, poiché i precedenti bruschi cali dei prezzi dell’energia scompariranno dai tassi annuali, ma gli ultimi sviluppi rafforzano la nostra fiducia che l’inflazione tornerà al target in modo tempestivo“.

“Ne terremo conto nella nostra prossima riunione di politica monetaria di ottobre“, ha detto la Presidente della BCE in audizione al Parlamento Europeo. Un’affermazione ancora ambigua, che apre uno spiraglio rispetto al taglio dei tassi, ma ribadisce come i dati di questo trimestre potrebbero suggerire di attendere ancora.

“Continueremo a seguire un approccio dipendente dai dati per determinare il livello e la durata appropriati della restrizione […]. I tassi di riferimento saranno mantenuti sufficientemente restrittivi per tutto il tempo necessario a raggiungere il nostro obiettivo. Non ci stiamo impegnando in anticipo su un percorso di tasso particolare“, ha continuato l’economista.

Tutto rimandato a metà ottobre, staremo a vedere.

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Le reclute ucraine sono poco addestrate e sopravvivono pochi giorni

L’esercito ucraino soffre di un continuo declino delle capacità delle sue unità di prima linea, poiché le perdite tra le unità addestrate ed esperte hanno alimentato una crescente dipendenza dalle unità di leva con capacità operative molto limitate.

Secondo un rapporto del Financial Times di Londra, il 50-70% delle reclute sopravvive solo pochi giorni in prima linea, soffre di scarsa motivazione ed è incline al panico.

Gli standard di addestramento sono stati così scarsi che non tutti sanno impugnare un’arma. Inoltre, l’esaurimento del numero di maschi considerati in età da combattimento fa sì che l’età media delle reclute mobilitate sia ora di 45 anni.

Il rapporto fa seguito alla dichiarazione del Comandante in capo delle Forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, nominato all’inizio di febbraio, secondo cui le reclute hanno costantemente dimostrato di non avere l’addestramento necessario per le operazioni in prima linea.

Lamentando la completa superiorità tecnologica delle forze russe, Syrskyi ha dichiarato che “il personale è stato sottoposto a soli due mesi di addestramento”, anche se altre fonti hanno indicato che il tempo di addestramento è significativamente inferiore.

Le notizie sull’inadeguatezza degli standard di addestramento delle unità di prima linea sono emerse più volte negli ultimi due anni. Il Wall Street Journal aveva riferito a metà del 2023 che l’esercito ucraino reclutava uomini poveri dai villaggi, li forniva di fucili e uniformi dell’era sovietica e dopo appena due notti in una base li inviava in prima linea.

Quando alcuni coscritti cercarono di firmare un rifiuto ufficiale, sulla base del fatto che non avevano un addestramento adeguato, il sergente maggiore ucraino rispose: “Bakhmut vi insegnerà”, un riferimento alla città del fronte al centro dei combattimenti dell’epoca. Uno dei coscritti protestò per non aver mai impugnato un’arma.

Il WSJ aveva aggiunto che Kiev ha inviato in prima linea “soldati mobilitati e unità di difesa territoriale, a volte con addestramento ed equipaggiamento frammentari, nel tentativo di preservare le brigate addestrate ed equipaggiate dall’Occidente per un’offensiva ampiamente pianificata”.

Le perdite massicce di unità addestrate nelle offensive successive, iniziate nel giugno 2023, hanno ulteriormente aumentato il ricorso ai coscritti.

Il 15 settembre 2023 il tenente colonnello Vitaly Berezhnyon, alto ufficiale di leva della regione ucraina di Poltava, ha rivelato che le unità hanno subito perdite estreme, “su 100 persone che si sono unite alle unità lo scorso autunno, ne rimangono 10-20, il resto sono morti, feriti o disabili”. Questo indica un tasso di perdite dell’80-90% nelle unità di leva nell’ultimo anno.

La dichiarazione di Berezhnyon è tutt’altro che isolata: ad aprile l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex ministro degli Esteri Vadim Pristaiko aveva lamentato perdite di personale catastrofiche: “la nostra politica è stata fin dall’inizio quella di non parlare delle nostre perdite. Quando la guerra sarà finita, lo riconosceremo. Penso che sarà un numero orribile”, aveva dichiarato.

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Libano - L’invasione di terra israeliana

Aggiornamento. Le truppe israeliane sono entrate in Libano, coperte da raid aerei. Ad annunciare ufficialmente il passo avanti dell’Idf che tutti si aspettavano è stato il Dipartimento di Stato Usa dopo che Israele ha informato Washington delle sue intenzioni. Poco dopo i media libanesi, tra cui la tv al Manar hanno riferito di colpi di artiglieria vicino ai villaggi frontalieri di Wazzani, Khiyam, Alma el Chaab e Naqura.

È stato colpito un edificio anche nel campo di rifugiati palestinesi di Ain El-Hilweh vicino a Sidone, nel sud del Libano. Lo riporta Times of Israel. Il campo è il più grande di quelli palestinesi nel Paese. Secondo indiscrezioni, Israele stava puntando a Mounir Maqdah, comandante delle Brigate dei martiri di Al-Aqsa, il braccio militare di Fatah.

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L’esercito israeliano ha dichiarato di aver deciso di stabilire una zona militare chiusa a Metulla, Misgav Amm e Kafr Giladi nel nord di Israele.

I media libanesi riferiscono di pesanti bombardamenti dell’artiglieria israeliana verso il villaggio di confine di Wazzani, vicino a Ghajar. I rapporti arrivano tra le crescenti indicazioni di un’imminente incursione di terra israeliana nel sud del Libano.

Le autorità politiche e militari israeliane non fanno mistero di voler ri-occupare una parte del Libano fino al fiume Litani, una zona che Israele ha controllato fino al 2000 dopo l’invasione del Libano nel 1982 e dalla quale era stata cacciata dalla resistenza libanese.

Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha detto che l’esercito israeliano ha esteso i bombardamenti di artiglieria ad altre aree lungo il confine con il Libano. Il corrispondente di Al-Jazeera ha confermato che i bombardamenti dell’artiglieria israeliana hanno preso di mira Kafr Kila, Al-Adaisseh, Al-Khiam e Sarda nel settore orientale del Libano meridionale. Gli attacchi aerei israeliani hanno preso di mira anche le città di Aitit, Khirbet Selm, al-Siksakiyeh e Yahmor al-Shaqif.

L’esercito libanese si è ritirato di almeno 5 chilometri dal confine israelo-libanese, secondo l’agenzia Reuters. Un ufficiale libanese ha detto all’AFP che l’esercito sta riposizionando le truppe di stanza al confine meridionale a seguito della minaccia di un’invasione israeliana. La Forza internazionale delle Nazioni Unite in Libano, UNIFIL, ha smentito le notizie secondo cui avrebbe chiesto all’esercito libanese di lasciare i posti di frontiera in vista di una prevista invasione israeliana del Libano.

Il presidente turco Erdogan ha chiesto alle Nazioni Unite di raccomandare l’uso della forza per fermare gli attacchi israeliani in Libano e a Gaza.

Erdogan ha invocato per tale scopo una vecchia risoluzione del Consiglio di Sicurezza. “L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovrebbe attuare rapidamente l’autorità di raccomandare l’uso della forza, come ha fatto con la risoluzione del 1950 Uniting for Peace, se il Consiglio di Sicurezza non può mostrare la volontà necessaria”, ha detto Erdogan dopo una riunione di gabinetto ad Ankara.

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5 ottobre. Opponiamoci al divieto di manifestare ma rilanciamo la mobilitazione su Palestina e Libano

Sulla manifestazione per la Palestina del 5 ottobre, la Questura – su esplicite pressioni del governo – ha fatto cadere un divieto a manifestare decisamente inaccettabile. Contro questo divieto alcuni legali – per conto dei promotori – hanno presentato un ricorso al Tar per chiederne la revoca.

Il divieto infatti non regge per molti motivi. In primo luogo la manifestazione è stata vietata non per la sua piattaforma ma per commenti e documenti apparsi sui social che invitavano a manifestare il 5 ottobre.

In secondo luogo nel nostro paese non possono essere le varie organizzazioni delle comunità ebraiche o i giornali della destra a decidere chi può o non può manifestare o che cosa può dire o non dire in una manifestazione.

Questi due semplici elementi ci portano a dire che il divieto di manifestazione per il 5 ottobre non può essere accettato e che quindi sabato 5 ottobre saremo nelle piazze che a Roma e in altre città si opporranno al divieto di manifestare contro il genocidio del popolo palestinese ed ora anche contro l’invasione e i bombardamenti sul Libano.

Quest’ultimo fattore è esattamente lo scenario che va preso in considerazione, che pone sul piatto questioni che non vanno rimosse e che vanno oltre il problema del divieto di manifestare il 5 ottobre.

Lo Stato di Israele sta realizzando a forza di bombe e terrorismo di stato il suo progetto storico di imposizione della “Grande Israele” al Medio Oriente e al mondo. L’allargamento dei suoi confini in nome della “propria sicurezza” ha già portato all’annessione del Golan siriano, poi di Gaza e Cisgiordania ed ora anche di una parte del Libano. Una escalation che non ha e non si pone limiti, né questi gli vengono imposti dall’azione del diritto internazionale e delle organizzazioni che sarebbero predisposte a farlo rispettare.

Se c’è una entità che sta imponendo un fatto compiuto “dal fiume al mare”, non sono certo gli slogan delle manifestazioni per la Palestina ma lo stato di Israele. Del resto le mappe di Israele che Netanyahu aveva esposto nel suo viaggio negli Stati Uniti pochi mesi prima del 7 ottobre, dicevano esattamente questo. Chi nega tale dato di fatto lo fa per ipocrisia o per complicità.

Utilizzare il 7 ottobre come fatto scatenante per giustificare tutto questo non è accettabile da nessun punto di vista.

Per questa ragione impedire oggi una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese e la politica annessionista e criminale di Israele non sta in cielo né in terra.

Ci sentiamo di sottolineare che la mobilitazione per la Palestina e contro l’invasione del Libano va rilanciata immediatamente, indipendentemente dalle manifestazioni di protesta contro il divieto di manifestare il 5 ottobre che in alcuni aspetti stanno mettendo in secondo piano la questione palestinese – e questo è un errore che non ci si può permettere. Così come non ci si può permettere perniciose stupidaggini come alcuni cartelli comparsi alla manifestazione per la Palestina di Milano. I cortei non sono dei bazar nei quali esporre a proprio piacimento la propria merce. Un certo esibizionismo confonde le priorità con il risultato di opacizzare e mettere in secondo piano le sacrosante ragioni delle manifestazioni.

Su questo rilancio della mobilitazione per la Palestina “oltre il 5 ottobre” occorre decidere e rapidamente.

A tutte e tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina durante tutto l’anno, non sfugge che la spinta alla mobilitazione si è andata attenuando in termini di partecipazione. E’ un dato indubbiamente fisiologico, ma dipende anche dal fatto che se dopo il 7 ottobre la resistenza palestinese aveva rimesso in campo una prospettiva e riportato la Palestina nell’agenda politica internazionale, nei mesi successivi l’iniziativa è stata assunta solo dagli apparati israeliani, fino alla escalation condotta in Libano e che ha duramente indebolito quello che viene definito come “Asse della Resistenza”.

Le persone si mobilitano quando individuano una prospettiva, molto meno quando questa viene ridotta al conteggio della vittime e alla denuncia dei bombardamenti. Anche di questo va tenuto conto ed in modo particolare in un paese nel cuore imperialista come il nostro!

Riteniamo infine che la mobilitazione di piazza non può sostituire una valutazione e un confronto sugli scenari che si vanno aprendo in Medio Oriente e nel mondo a seguito della “guerra senza limiti” israeliana e dei grandi sconvolgimenti in corso a scala globale. Come giornale siamo intenzionati a proporre quanto prima un momento nazionale di confronto e riflessione su questo.

Se, come sta accadendo nell’ultimo periodo, cambiano gli scenari, anche la mobilitazione deve comprendere in quali scenari si colloca, quali sono i punti di forza e di debolezza sui quali agire nel nostro paese.

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Volonté – L’uomo dai mille volti

È uscito per solo tre giorni al cinema “Volonté – L’uomo dai mille volti”, documentario di Francesco Zippel su quello che è – senza troppi dubbi per me – il più grande attore di cinema italiano di sempre.

Il documentario in sé è simile a molti altri che abbiamo visto negli ultimi tempi (tutti prodotti anche da Rai Cinema, quindi per essi poca sala e rapido passaggio in tv): materiale di repertorio dell’illustre artista in oggetto, interviste miste tra sue conoscenze, esperti di settore, artisti di adesso, utilizzando di solito come filo conduttore la voce di un familiare (qui è la figlia); secondo questo schema sono stati costruiti anche i recenti documentari su Gaber e Jannacci.

Per sentir parlare di Volonté dobbiamo dunque ascoltare la voce di attori italiani di adesso, tutti distantissimi per ovvi motivi dalla tensione politica e dal modus operandi artistico del grande Gian Maria, persino quella di Favino, odierno campione della mimesis attoriale e dell’onnipresenza sullo schermo (tanto che essa era diventata una battuta proverbiale di Boris), cioè quanto di più lontano si possa immaginare dalla tensione dell’interpretazione e dalle scelte lavorative (un solo film l’anno di solito) di Volontè: male di poco, se si pensa che a parlare di Gaber era stato chiamato nientepopodimeno che tale Lorenzo Cherubini in arte Giovanotti, perlomeno Favino – tutto sommato – fa delle osservazioni non del tutto disprezzabili.

Il documentario si fa certamente vedere soprattutto per gli spezzoni Rai, le immagini dei film (pochine) e i backstage degli stessi, ovvero quando si vede Gian Maria in azione, ma d’altronde i grandi registi, attori e tecnici della sua generazione sono quasi tutti morti, possiamo solo sentire la voce di uno degli ultimi maestri del cinema ancora vivi, quella di Marco Bellocchio, che lo diresse in una delle sue più formidabili interpretazioni, il perfido capo redattore di giornale di “Sbatti il mostro in prima pagina”. Mancano però all’appello alcune notizie interessanti, ad esempio l’amicizia con Oreste Scalzone (che il nostro aiutò a scappare in Francia con la barca) o qualcosa di più sul rapporto tormentato col povero fratello Claudio, su cui c’è un breve, molto incompleto e non del tutto corretto, accenno. Viene messa in luce ovviamente la sua dimensione politica, soprattutto quella che emerge dal suo rapporto con il cinema (il suo criterio di accettare film solo se motivati politicamente per lui), in parte anche nei suoi interventi più pregnanti, a partire da quel meraviglioso corto su Pinelli, un esempio di cinema militante ancora efficace adesso, seppure non si ricordi che il film non fu finito per le minacce giunte ai realizzatori: insomma militante politico sì, ma sostanzialmente viene tracciato il quadro di un buon militante del PCI, sebbene critico (è la parola che viene usata, ma non se ne spiega il perché).

Devo confessare però che non ho scritto qui del documentario solo per fare un intervento di critica su di un lavoro in fondo non disprezzabile, perché comunque mi ha permesso di passare un po’ di tempo a ricordare un artista che ho molto amato e che continuo adesso ad amare, a trent’anni esatti della sua scomparsa, ma perché, mentre scorrevano le immagini del documentario mi è venuto un groppo in gola, nel pensare contemporaneamente ai momenti altissimi del nostro cinema passato e all’orrore e alla bassezza del cinema italiota di adesso, rendendomi conto con terribile amarezza che diversi dei film interpretati da Gian Maria oggi sarebbe impossibile non dico scriverli, ma anche soltanto pensarli: pensate a “Todo Modo” del gigante Elio Petri, come si potrebbe adesso mettere così in discussione il partito che governa ora, oppure rappresentare in modo grottesco, anche retrospettivamente, l’idolo di tutti i democratici, “la faccia che era”, dopo che la sua morte violenta lo ha reso “l’unico statista”?

Uscito dal cinema, piuttosto turbato per i malinconici pensieri, mi è venuta in mente la meravigliosa sequenza finale di quel capolavoro che è “La Classe Operaia Va in Paradiso”, per cui dobbiamo ringraziare il genio di Elio Petri e Ugo Pirro, genialmente coadiuvati da Luigi Kuveiller, Ruggero Mastroianni ed Ennio Morricone, perfettamente assecondati da una spettacolare sinfonia di grandi facce da cinema, in primis Gian Maria, che conduce le danze, poi Flavio Bucci, Luigi Diberti e compagni: tutta gente che non c’è più, è morta com’è morto il Militina, operaio devastato dall’alienazione in fabbrica, di cui Lulù Massa sta parlando nel racconto di quel sogno ai suoi compagni di catena, in mezzo al caos delle macchine.

Vi pregherei di riguardarla perché è fantastica, con tutte queste bellissime facce irregolari e deformate dalla fatica e dal rumore, tutti unti e sudati, incatenati alla loro macchine messe in fila una accanto all’altra, che non riescono a capire le parole di Lulù, nonostante stia urlando, dunque fanno una specie di telefono senza fili per parlarsi, per passarsi questo sogno di assalto al paradiso, confondendo il racconto, facendo domande, riportando il Militina dal Paradiso del sogno al manicomio, dove è in realtà morto.

Poi, siccome sono perfido di natura, mi è venuta in mente un’altra sequenza di un film (non italico ma italiota) del 1997, ambientata anch’essa in fabbrica, dove un giovane e gentile operaio racconta un romanzo di Dickens in una fabbrica tutta linda e pinta, dove gli operai ben vestiti in tute pulite e stirate, tutti sciugnati come se fossero a un aperitivo, se ne stanno belli tranquilli ad ascoltare le parole del giovane ben educato, senza quasi nessun rumore di fondo.

Il muro del paradiso non lo potremo mai abbattere e Militina è davvero morto per sempre.

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