Gli avvenimenti degli ultimi due mesi hanno di positivo la sempre più
radicale chiarificazione di quale sia la situazione dell'Italia, al di
là di quello che i mass-media riversano su di un'opinione pubblica
attonita difronte al totale scollamento fra la situazione reale del
Paese e le manovre della nostra classe dirigente.
Una prima
constatazione è indispensabile, anche se non sembra ve ne sia traccia
tra gli innumerevoli commenti sulla vittoria elettorale del Movimento
Cinque Stelle: per la prima volta infatti si è affermata elettoralmente
in Italia una forza politica di valenza nazionale diversa dai partiti
che presero forma e potere settant'anni fa, dopo la caduta del fascismo,
il 25 luglio 1943. Il Movimento Cinque Stelle, infatti, non ha più
alcun riferimento né storico né ideologico né internazionale rispetto a
quelli che hanno caratterizzato i partiti nati o rinati nel tragico e
travagliato biennio 1943-45.
È senza dubbio questa, in realtà, la
novità che maggiormente preoccupa e sorprende l'establishment dei
partiti italiani: li preoccupa e li sorprende perché, per la prima volta
in settant'anni di vita, è il sistema dei partiti a trovarsi ridotto
sulla difensiva e perciò obbligato, qualunque sia la collocazione
ideologica o pseudo-ideologica di ogni singolo partito, a manifestare
senza più mascheramenti la natura conservatrice della propria politica -
arroccandosi nella difesa a oltranza di un sistema che pure ha ormai
dimostrato, davanti all'opinione pubblica italiana e internazionale, di
avere fatto il suo tempo da ogni punto di vista, incapace com'è stato di
proporre e attuare soluzioni efficaci dinnanzi alla complessità delle
sfide di questo momento storico.
Il vergognoso spettacolo offerto dai
partiti storici nel corso delle elezioni del presidente della
Repubblica, la completa disgregazione politica e morale dell'unico
superstite partito di massa italiano (l'ex Pci), la rielezione del
presidente che maggiormente ha contribuito all'affermazione,
dimostratasi del tutto fallimentare, dei "tecnici" come ultima ratio per
la conservazione del sistema - tutto ciò dimostra che questa ostinata
strategia difensiva è davvero difficile da giustificare davanti al
Paese, perché i problemi maggiori dell'Italia sono senza meno
riconducibili proprio al potere che i partiti hanno assunto nella
democrazia parlamentare italiana ed al modo con cui essi lo hanno
utilizzato.
I partiti, da pure associazioni di cittadini destinate a
"concorrere" alla determinazione della politica nazionale, secondo
quanto recita l'art. 49 della Costituzione, sono in realtà divenuti
costose istituzioni parallele dello Stato: come tali hanno condizionato
non solo la vita politica ma la gestione operativa delle pubbliche
amministrazioni, da quelle centrali a quelle periferiche; essi, a causa
dell'inesauribile fame di denaro delle loro macchine clientelari, hanno
permesso e beneficiato di un patologico intreccio affaristico con i
poteri economici, ivi compresi i contro-poteri occulti (come quello
delle mafie), piegando ai loro desiderata, spesso grazie allo
spargimento di sangue di innocenti concittadini o di servitori dello
Stato, la vita della collettività; essi sono i garanti della
collocazione internazionale del nostro Paese rispetto alle grandi forze
egemoni di livello mondiale, impedendo l'enuclearsi di un'autonoma
visione degli interessi dell'Italia e di una chiara e coerente strategia
per il loro perseguimento.
Dopo la rielezione di Napolitano
assisteremo alla costituzione di un ennesimo "governo tecnico",
impegnato a mettere in pratica le indicazioni di quei cosiddetti "saggi"
che hanno formalizzato in due documenti di straordinaria miopia quel
pugno di soluzioni di piccolo cabotaggio ritenute necessarie a
perpetuare il sistema nel suo insieme, partendo dal presupposto che, in
un momento di giganteschi mutamenti come quelli in corso a livello
mondiale (crisi del capitalismo finanziario; spostamento sul Pacifico
della competizione geo-politica; riemergere su scala mondiale della
questione sociale; progressivo indebolimento dell'Europa unita), questo
sia sufficiente a garantire ai partiti la perpetuazione del loro potere e
degli equilibri affaristici che lo alimentano.
Sfuma quindi
nell'immediato la possibilità che, dopo le recenti elezioni, pure poteva
disegnarsi per l'Italia, di realizzare una democrazia liberata dalla
partitocrazia: tema questo che, come è ben noto, rappresenta dalla fine
dell'Ottocento una delle esigenze più gravi e documentate della storia
della democrazia occidentale - giacché troppo spesso si dimentica che la
crisi che negli anni Venti del XX secolo portò alla nascita dei regimi
totalitari in Europa ebbe una delle ragioni del loro indiscusso seguito
di massa nell'incompiutezza dei sistemi democratici, nei quali proprio i
partiti avevano cercato di conquistarsi un ruolo determinante nelle
istituzioni, esattamente quello che in Italia hanno raggiunto pienamente
nel secondo dopoguerra, grazie all'influenza sulle grandi masse del
cattolicesimo e del marxismo-leninismo.
È ora del tutto evidente che
all'arroccamento della partitocrazia italiana si può rispondere solo con
una moltiplicazione di forze morali ed ideali: è infatti necessario
oramai pensare in termini di ricambio di classe dirigente, riuscendo nel
difficilissimo compito di formarla con la necessaria rapidità e
profondità, senza che sia più sufficiente, a nostro avviso, l'idea che
internet, la tecnologia virale e gli strumenti social siano sufficienti a
dare un'impostazione strategica al cambiamento. Solo uomini
disinteressati e preparati, con una visione d'insieme e la necessaria
determinazione per perseguirla, possono affrontare il compito.
Sul
piano ideale, sarebbe infatti tragico limitarsi all'elencazione di quei
dieci o venti provvedimenti, pur necessari ed applicabili, che
l'attualità richiede a viva forza. Se essi non vengono inseriti in una
visione di insieme, nella quale siano affrontate le questioni di fondo
che i mutamenti contemporanei sollevano, a poco servirebbero: occorre
parlare di riorganizzazione del sistema sociale, inclusa la concezione
del lavoro, della proprietà e della moneta, avendo chiara la relazione
con i diritti individuali e con i beni comuni; occorre disegnare,
nell'orientamento complessivo dell'economia e dei suoi obiettivi,
modelli di sviluppo alternativi, in grado di equilibrare capacità,
risorse e sostenibilità nel tempo; occorre affrontare la questione della
collocazione internazionale dell'Italia, rispetto sia alla questione
dell'unificazione europea che a quella di un atlantismo superato dai
fatti; occorre lavorare per liberare cultura, istruzione e ricerca dai
vincoli opprimenti con cui economia e partitocrazie le condizionano.
Si
raggiunge questo chiaro ma difficilissimo obiettivo rendendo i
cittadini consapevoli di cosa debba essere oggi un organismo sociale
sanamente e non patologicamente attivo: in esso, nelle società
post-industriali complesse, si deve rendere armoniosa ed efficiente la
coesistenza fra le esigenze di uno sviluppo culturale intellettuale
scientifico, come motore ideale della società, quelle di
un'amministrazione politico-giuridica equa e funzionale e quelle di
un'economia cui non sia più possibile invadere, grazie al potere della
moneta e del lavoro fatti merce, le altre sfere della società.
La
democrazia, se vuole affrontare con efficacia il presente per il futuro,
deve in sostanza emanciparsi definitivamente dai residui feudali che
ancora la soffocano: da un lato quelli derivanti dalla partitocrazia,
dall'altra quelli dei potentati economici, non a caso tra loro
reciprocamente intrecciati. Solo in questo modo, con la piena libertà di
espressione delle capacità individuali, con l'equa applicazione dei
diritti del cittadino, con la solidarietà richiesta dalla crescente
interdipendenza delle relazioni economiche (produzione, circolazione,
consumo), possiamo pensare che i popoli possano conquistare la
responsabilità e la dignità, attraverso l'autogoverno e la piena
sovranità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/04/2013
27/04/2013
In crescita la potenza militare della Cina
Qualche giorno fa, il ministero della difesa della
Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato il suo libro bianco sulla
difesa, un documento di notevole interesse per comprendere il punto di
vista geo-strategico dell'immensa potenza asiatica, che conta più di
22.000 km di confini terrestri, oltre 18.000 km di linee costiere, più
di 6.500 isole e quindi altri 14.000 km di coste insulari da proteggere.
Secondo questo documento ufficiale, "la Cina fronteggia molteplici, complesse minacce e sfide alla sua sicurezza". Essa deve infatti "salvaguardare l'unità nazionale, l'integrità del suo territorio e sviluppare i suoi interessi". Polemicamente il documento continua affermando, con evidente allusione agli Usa, che "qualche paese ha rafforzato le sue alleanze militari nel Pacifico, estesa la sua presenza militare nella regione, rendendo frequentemente più tesa la situazione nell'area". Nello stesso tempo, "a proposito delle questioni della sovranità territoriale cinese e dei suoi diritti e interessi marittimi, alcuni Paesi confinanti stanno intraprendendo iniziative che complicano ed esacerbano la situazione, ed il Giappone sta creando agitazione sulla questione delle Isole Diaoyu".
La Cina si trova inoltre a dover contrastare terrorismo, estremismo e separatismo, con quest'ultimo riferimento intendendosi ovviamente lo storico contenzioso con Taiwan.
Secondo questo documento ufficiale, "la Cina fronteggia molteplici, complesse minacce e sfide alla sua sicurezza". Essa deve infatti "salvaguardare l'unità nazionale, l'integrità del suo territorio e sviluppare i suoi interessi". Polemicamente il documento continua affermando, con evidente allusione agli Usa, che "qualche paese ha rafforzato le sue alleanze militari nel Pacifico, estesa la sua presenza militare nella regione, rendendo frequentemente più tesa la situazione nell'area". Nello stesso tempo, "a proposito delle questioni della sovranità territoriale cinese e dei suoi diritti e interessi marittimi, alcuni Paesi confinanti stanno intraprendendo iniziative che complicano ed esacerbano la situazione, ed il Giappone sta creando agitazione sulla questione delle Isole Diaoyu".
La Cina si trova inoltre a dover contrastare terrorismo, estremismo e separatismo, con quest'ultimo riferimento intendendosi ovviamente lo storico contenzioso con Taiwan.
L'organizzazione militare della Cina
Le
forze armate cinesi sono organizzate intorno all'Esercito di
Liberazione del Popolo, alla polizia popolare ed alla milizia.
L'esercito include 18 cosiddetti "corpi combinati", intesi come corpi
d'armata interforze, con un effettivo di 850.000 uomini, organizzati in
sette comandi militari di area: quello di Shenyang (Mukden) nel nord del
Paese, che comprende il 16°, il 39° ed il 40° corpo combinato; il
comando di Beijing (Pechino), con il 27°, il 38° ed il 65° corpo; quello
di Lanzhou (Lanchow), nell'area centro-settentrionale della Cina, con
il 21° ed il 47°; Jinan, 400 km a sud-est di Pechino, dove sono
dislocati il 20°, il 26° ed il 45°; Nanjing (Nanchino), secondo polo
commerciale della Cina orientale, con il 1°, il 12° ed il 31°; Guangzhou
(Canton), nella Cina meridionale, con il 41° ed il 42°; Chengdu, nella
Cina centro-meridionale, con il 13° ed il 14° corpo combinato.
La marina cinese ha una forza di 235.000 uomini, distribuiti su tre flotte, Mar Giallo (Qingdao), la flotta del Mar Cinese Orientale (Ningbo) e quella del Mar Cinese Meridionale (Zhanjiang): lo scorso settembre 2012, la marina cinese ha varato la propria prima portaerei Liaoning, ex-portaerei ucraina, costata 2 miliardi di dollari, in grado di imbarcare 24 elicotteri 26 aerei, tra cui i recenti caccia J-15.
La marina cinese ha una forza di 235.000 uomini, distribuiti su tre flotte, Mar Giallo (Qingdao), la flotta del Mar Cinese Orientale (Ningbo) e quella del Mar Cinese Meridionale (Zhanjiang): lo scorso settembre 2012, la marina cinese ha varato la propria prima portaerei Liaoning, ex-portaerei ucraina, costata 2 miliardi di dollari, in grado di imbarcare 24 elicotteri 26 aerei, tra cui i recenti caccia J-15.
La proiezione militare cinese
Questa
crescente capacità navale ha permesso alla Cina, secondo il bilancio a
fine 2012 tracciato dal libro bianco, di impiegare in operazioni di
controllo navale internazionale 13 gruppi navali, comprendenti 34 navi
da battaglia, 28 elicotteri e 910 uomini delle truppe speciali, che
hanno scortato 4.984 navi, delle quali 1.510 cinesi, 940 di Hong Kong e
74 di Taiwan: in queste operazioni la marina cinese ha anche liberato
due navi cinese abbordate dai pirati e ventidue che erano state da essi
intercettate.
L'aviazione militare cinese conta a sua volta 398.000 uomini, distribuiti in sette regioni aeree, corrispondenti a quelle dell'esercito, oltre ad una grande unità di paracadutisti.
Si aggiunge alle altre armi quella che i cinesi chiamano "la seconda artiglieria", comprendente le armi definite di "deterrenza strategica", vale a dire le forze missilistiche convenzionali e nucleari, con le relative unità di supporto.
Le forze armate cinesi svolgono da tempo esercitazioni combinate fra più regioni militari, come quelle svoltesi nel 2012 nel sud-est della Cina che hanno coinvolto i comandi generali di Chengdu, Jinan e Lanzhou.
La capacità di proiezione globale della Cina, grazie alla crescita delle sue capacità militari, è stata ampiamente dimostrata coi fatti nel febbraio 2011, quando la situazione di caos in Libia ha suggerito al governo cinese di mettere in atto la più grande operazione di evacuazione dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, che ha permesso di riportare in patria sani e salvi 35.860 concittadini.
Non sorprende quindi che il budget militare cinese, a differenza di quello di molti Paesi occidentali, alle prese con la catastrofica crisi finanziaria, sia cresciuto dell'11,2% nel 2012, raggiungendo, secondo il SIPRI Yearbook 2013, i 166 miliardi di dollari: il secondo al mondo dopo quello, più grande però di quattro volte, degli Usa, attestatosi a quota 682 miliardi di dollari.
L'aviazione militare cinese conta a sua volta 398.000 uomini, distribuiti in sette regioni aeree, corrispondenti a quelle dell'esercito, oltre ad una grande unità di paracadutisti.
Si aggiunge alle altre armi quella che i cinesi chiamano "la seconda artiglieria", comprendente le armi definite di "deterrenza strategica", vale a dire le forze missilistiche convenzionali e nucleari, con le relative unità di supporto.
Le forze armate cinesi svolgono da tempo esercitazioni combinate fra più regioni militari, come quelle svoltesi nel 2012 nel sud-est della Cina che hanno coinvolto i comandi generali di Chengdu, Jinan e Lanzhou.
La capacità di proiezione globale della Cina, grazie alla crescita delle sue capacità militari, è stata ampiamente dimostrata coi fatti nel febbraio 2011, quando la situazione di caos in Libia ha suggerito al governo cinese di mettere in atto la più grande operazione di evacuazione dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, che ha permesso di riportare in patria sani e salvi 35.860 concittadini.
Non sorprende quindi che il budget militare cinese, a differenza di quello di molti Paesi occidentali, alle prese con la catastrofica crisi finanziaria, sia cresciuto dell'11,2% nel 2012, raggiungendo, secondo il SIPRI Yearbook 2013, i 166 miliardi di dollari: il secondo al mondo dopo quello, più grande però di quattro volte, degli Usa, attestatosi a quota 682 miliardi di dollari.
Storia della disoccupazione italiana nei dati Istat
L'anatomia di un paese, al di là delle sempre ingannevoli impressioni
soggettive, spesso individuali. Un grande lavoro dell'Istat che ci
restituisce una constatazione agghiacciante: i disoccupati sono oggi il
doppio del 1977.
Il dato è tanto più impressionante perché a far data proprio da quegli anni (dal 1980) è iniziata un'offensiva concentrica contro i diritti e le tutele del lavoro dipendente (dai punti di scala mobile aboliti da Craxi fino alle "riforme" del mercato del lavoro targate Sacconi e Fornero). Si può quindi tranquillamente dire che l'impoverimento progressivo dei lavoratori ha comportato, tra le conseguenze, un aumento drastico della disoccupazione. Non solo. Ne risulta sbugiardata oltre ogni limite la cosiddetta teoria dell'"austerità espansiva" con cui i governi italiani ed europei hanno affrontato da venti anni a questa parte (dai trattati di Maastricht in poi) i problemi derivanti dai differenziali di produttività e competitività tra i diversi sistemi produttivi continentali. Dall'impoverimento dei lavoratori, infatti, non è derivata alcuna "crescita" economica.
Ma vediamo il resoconto dell'Istat.
L'Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro, superando in questo modo il break dovuto al cambio di indagine avvenuto nel IV trimestre del 1992. Per maggiori delucidazioni si rimanda alla Nota metodologica in allegato.
Tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati è passato da 19 milioni 511 mila a 22 milioni 899 mila. L'incremento occupazionale complessivo ha beneficiato in misura determinante della crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il numero di donne occupate è aumentato da 6 milioni 150 mila a 9 milioni 458 mila, con un'incidenza sul totale degli occupati che è salita dal 31,5% al 41,3%.
L'andamento del tasso di occupazione negli anni si è articolato in diverse fasi: tra il 1977 e il 1980 risulta in crescita; seguono cinque anni di calo, nel corso dei quali il tasso di occupazione scende dal 54,6% al 53,3%; in moderato aumento tra il 1986 e il 1991 e di nuovo in forte riduzione - dal 54,9% al 52,5% - nei quattro anni successivi; in aumento tra il 1996 e il 2008 (dal 52,9% al 58,7%) e ancora in discesa fino a toccare il 56,8% nel 2012.
Il numero di disoccupati è cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila del 2012. L'incremento ha interessato sia la componente maschile (+863 mila) sia quella femminile (+541 mila).
Fasi alterne di crescita e di contrazione hanno caratterizzato anche il tasso di disoccupazione. Tra il 1977 e il 1987 il tasso è aumentato di 3,9 punti percentuali (dal 6,4% al 10,3%), mentre nei successivi quattro anni è stato registrato un calo fino all'8,6%. Dal 1991 al 1998 il tasso è tornato a crescere raggiungendo l'11,3% per poi calare nei successivi dieci anni toccando il valore minimo del 6,1% nel 2007. Dal 2008 il tasso è salito fino a portarsi al 10,7% del 2012.
Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è diminuito di circa 600 mila individui negli ultimi 35 anni, passando da quasi 15 milioni a 14 milioni 386 mila. Tale calo è sintesi della crescita della componente maschile, che è passata da 3 milioni 820 mila a 5 milioni 140 mila, più che compensata dalla diminuzione della componente femminile. Il tasso di inattività è sceso dal 42,5% del 1977 al 36,3% del 2012.
Il rapporto Istat completo:
Occupati_e_disoccupati_-_24_apr_2013_-_Testo_integrale.pdf
Fonte
Il dato è tanto più impressionante perché a far data proprio da quegli anni (dal 1980) è iniziata un'offensiva concentrica contro i diritti e le tutele del lavoro dipendente (dai punti di scala mobile aboliti da Craxi fino alle "riforme" del mercato del lavoro targate Sacconi e Fornero). Si può quindi tranquillamente dire che l'impoverimento progressivo dei lavoratori ha comportato, tra le conseguenze, un aumento drastico della disoccupazione. Non solo. Ne risulta sbugiardata oltre ogni limite la cosiddetta teoria dell'"austerità espansiva" con cui i governi italiani ed europei hanno affrontato da venti anni a questa parte (dai trattati di Maastricht in poi) i problemi derivanti dai differenziali di produttività e competitività tra i diversi sistemi produttivi continentali. Dall'impoverimento dei lavoratori, infatti, non è derivata alcuna "crescita" economica.
Ma vediamo il resoconto dell'Istat.
L'Istat ha ricostruito le serie storiche trimestrali e di media annua dal 1977 ad oggi dei principali aggregati del mercato del lavoro, superando in questo modo il break dovuto al cambio di indagine avvenuto nel IV trimestre del 1992. Per maggiori delucidazioni si rimanda alla Nota metodologica in allegato.
Tra il 1977 e il 2012 il numero medio annuo di occupati è passato da 19 milioni 511 mila a 22 milioni 899 mila. L'incremento occupazionale complessivo ha beneficiato in misura determinante della crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro. Il numero di donne occupate è aumentato da 6 milioni 150 mila a 9 milioni 458 mila, con un'incidenza sul totale degli occupati che è salita dal 31,5% al 41,3%.
L'andamento del tasso di occupazione negli anni si è articolato in diverse fasi: tra il 1977 e il 1980 risulta in crescita; seguono cinque anni di calo, nel corso dei quali il tasso di occupazione scende dal 54,6% al 53,3%; in moderato aumento tra il 1986 e il 1991 e di nuovo in forte riduzione - dal 54,9% al 52,5% - nei quattro anni successivi; in aumento tra il 1996 e il 2008 (dal 52,9% al 58,7%) e ancora in discesa fino a toccare il 56,8% nel 2012.
Il numero di disoccupati è cresciuto da 1 milione 340 mila del 1977 a 2 milioni 744 mila del 2012. L'incremento ha interessato sia la componente maschile (+863 mila) sia quella femminile (+541 mila).
Fasi alterne di crescita e di contrazione hanno caratterizzato anche il tasso di disoccupazione. Tra il 1977 e il 1987 il tasso è aumentato di 3,9 punti percentuali (dal 6,4% al 10,3%), mentre nei successivi quattro anni è stato registrato un calo fino all'8,6%. Dal 1991 al 1998 il tasso è tornato a crescere raggiungendo l'11,3% per poi calare nei successivi dieci anni toccando il valore minimo del 6,1% nel 2007. Dal 2008 il tasso è salito fino a portarsi al 10,7% del 2012.
Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è diminuito di circa 600 mila individui negli ultimi 35 anni, passando da quasi 15 milioni a 14 milioni 386 mila. Tale calo è sintesi della crescita della componente maschile, che è passata da 3 milioni 820 mila a 5 milioni 140 mila, più che compensata dalla diminuzione della componente femminile. Il tasso di inattività è sceso dal 42,5% del 1977 al 36,3% del 2012.
Il rapporto Istat completo:
Fonte
La guerriglia kurda fa tacere le armi
Il ritiro di tremila combattenti armati, accettato da Abdullah Öcalan
durante i mesi di colloqui con emissari del governo Erdoğan, iniziarà
l’8 maggio.
L’ha annunciato Murat Karayılan, presidente dell’Unione delle Comunità Kurde nonché responsabile dell’ala militare del Pkk, in una conferenza stampa tenuta nella roccaforte di Kandil. L’incontro coi media ha avuto un iniziale rinvio poiché caccia dell’aviazione turca s’aggiravano nella zona; inoltre per ragioni di sicurezza non sono state permesse ai giornalisti intervenuti registrazioni televisive né comunicazioni via cellulare. Karayılan ha voluto sottolineare la centralità politica della trattativa evidenziando come il disegno del leader prigioniero, di cui per cementare l’accordo si chiede la liberazione, punti a ridisegnare il Medio Oriente che sta vivendo una nuova fase convulsa. Poi il capo militare kurdo ha ricordato i passi tecnici dell’operazione: il ritiro dei combattenti avverrà nel più breve tempo possibile e sarà concluso entro giugno, il gruppo armato si concentrerà nel Kurdistan iracheno col cui Governo federale è in corso un dibattito per una degna collocazione dei miliziani. La metà dei combattenti kurdi - 7000 in tutto secondo numeri che dà il Mıt, l’Intelligence turca - è già stanziale al di là del confine iracheno.
Contestualmente il Pkk s’aspetta che le Forze Armate turche non si rendano protagoniste di alcuna provocazione nella zone di confine e verso la popolazione civile kurda delle province del sud-est anatolico. Ovviamente il pensiero va ai due tentativi di cessazione dell’ostilità fra le parti (nel 1999 e 2004) che non ebbero esito positivo. Karayılan ha ricordato come le successive fasi del processo di pacificazione devono vedere Stato e governo della Turchia impegnati a realizzare quelle riforme che consentano una tutela delle minoranze attraverso norme della stessa Costituzione. Un ulteriore passo dovrà prevedere l’eliminazione di quelle forme di controllo tuttora esistenti contro i kurdi: guardie di villaggio e “unità operative” (gruppi d’intervento militare di Ankara) che tengono alta la tensione etnica e sociale. Solo così, secondo l’analisi del numero due del Pkk, si potrà giungere a una completa pacificazione che dovrà prevedere uguaglianza fra cittadini, libertà di pensiero, cultura e rappresentanza. Una prospettiva che dovrebbe essere perseguita nell’interesse della nazione turca e sostenuta anche dai suoi alleati e dalle potenze internazionali, Stati Uniti, Unione Europea e Russia per primi. Con questa prospettiva Karayılan ha lanciato la proposta di una “Conferenza per la pace e la democrazia” nella regione.
Il primo commento all’annuncio è venuto dalla deputata dell’Akp Ayşe Nur Bahçekapılı che s’è chiesta come inserire la popolazione kurda in un confronto democratico evitando l’uso della forza. Una domanda che travalica il cospicuo seguito del proprio partito, capace di raccoglie i consensi della metà del popolo turco, e cerca risposte anche sulla sponda dell’opposizione repubblicana e nazionalista finora refrattarie a qualsiasi concessione ai kurdi.
Fonte
Mi piacerebbe leggere notizie simili provenire dalla Palestina o dalla Cecenia, magari un giorno succederà.
L’ha annunciato Murat Karayılan, presidente dell’Unione delle Comunità Kurde nonché responsabile dell’ala militare del Pkk, in una conferenza stampa tenuta nella roccaforte di Kandil. L’incontro coi media ha avuto un iniziale rinvio poiché caccia dell’aviazione turca s’aggiravano nella zona; inoltre per ragioni di sicurezza non sono state permesse ai giornalisti intervenuti registrazioni televisive né comunicazioni via cellulare. Karayılan ha voluto sottolineare la centralità politica della trattativa evidenziando come il disegno del leader prigioniero, di cui per cementare l’accordo si chiede la liberazione, punti a ridisegnare il Medio Oriente che sta vivendo una nuova fase convulsa. Poi il capo militare kurdo ha ricordato i passi tecnici dell’operazione: il ritiro dei combattenti avverrà nel più breve tempo possibile e sarà concluso entro giugno, il gruppo armato si concentrerà nel Kurdistan iracheno col cui Governo federale è in corso un dibattito per una degna collocazione dei miliziani. La metà dei combattenti kurdi - 7000 in tutto secondo numeri che dà il Mıt, l’Intelligence turca - è già stanziale al di là del confine iracheno.
Contestualmente il Pkk s’aspetta che le Forze Armate turche non si rendano protagoniste di alcuna provocazione nella zone di confine e verso la popolazione civile kurda delle province del sud-est anatolico. Ovviamente il pensiero va ai due tentativi di cessazione dell’ostilità fra le parti (nel 1999 e 2004) che non ebbero esito positivo. Karayılan ha ricordato come le successive fasi del processo di pacificazione devono vedere Stato e governo della Turchia impegnati a realizzare quelle riforme che consentano una tutela delle minoranze attraverso norme della stessa Costituzione. Un ulteriore passo dovrà prevedere l’eliminazione di quelle forme di controllo tuttora esistenti contro i kurdi: guardie di villaggio e “unità operative” (gruppi d’intervento militare di Ankara) che tengono alta la tensione etnica e sociale. Solo così, secondo l’analisi del numero due del Pkk, si potrà giungere a una completa pacificazione che dovrà prevedere uguaglianza fra cittadini, libertà di pensiero, cultura e rappresentanza. Una prospettiva che dovrebbe essere perseguita nell’interesse della nazione turca e sostenuta anche dai suoi alleati e dalle potenze internazionali, Stati Uniti, Unione Europea e Russia per primi. Con questa prospettiva Karayılan ha lanciato la proposta di una “Conferenza per la pace e la democrazia” nella regione.
Il primo commento all’annuncio è venuto dalla deputata dell’Akp Ayşe Nur Bahçekapılı che s’è chiesta come inserire la popolazione kurda in un confronto democratico evitando l’uso della forza. Una domanda che travalica il cospicuo seguito del proprio partito, capace di raccoglie i consensi della metà del popolo turco, e cerca risposte anche sulla sponda dell’opposizione repubblicana e nazionalista finora refrattarie a qualsiasi concessione ai kurdi.
Fonte
Mi piacerebbe leggere notizie simili provenire dalla Palestina o dalla Cecenia, magari un giorno succederà.
Ecco chi paga Enrichino
I nostri lettori sanno che
non amiamo affatto la produzione del gruppo L'Espresso. Ma a volte anche
da questa piattaforma decisamente "di regime" arriva qualche
illuminazione. Sugli sponsor di Letta il Giovane.
La lettura è utile a tutti, ma consigliata soprattutto a che pensa che la politica sia scontro "tra idee e proposte diverse". Qui, brutalmente e senza alcuna ideologia, si ritorna alla vera essenza: scontro tra gruppi di interesse. I quali, guarda caso, hanno contrapposto - nel Pd - chi è solito fare affari anche con i gruppi più "berlusconiani" e chi - anche non disdegnando frequentazioni occasionali - si muove su altri piani di business.
*****
Enel, soprattutto. Ma anche Eni, Telecom, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l'Italia, Nestlé, Farmindustria e il gruppo Cremonini. Sono i generosi sponsor della fondazione VeDrò, da cui nasce la rete di potere del premier incaricato. Chissà se avranno qualcosa in cambio
Chi finanzia VeDrò, il think-tank bipartisan che ha fatto di Enrico Letta l'uomo giusto per un governo di larghe intese?
Sponsor privati, ovviamente. Dall'Enel al gruppo dell'industria alimentare Cremonini, fino all'Eni e ad Autostrade per l'Italia. Il motivo? Ritorno di visibilità, loghi su brochure e siti internet. E la politica? La politica non c'entra, dicono: «Noi non negoziamo la nostra posizione intellettuale», dice subito il tesoriere Riccardo Capecchi.
Vedrò, anzi vedremo: «Dobbiamo lavorare molto sul tema delle privatizzazioni», è la posizione nota di Enrico Letta: «Il patrimonio pubblico è ancora enorme: bisogna cominciare a mettere nel mirino nuove privatizzazioni pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E poi: «Sarà uno dei temi del nostro governo, quando gli elettori ci faranno governare», conclude il prossimo Presidente del Consiglio.
Sul tema dei finanziamenti privati ai think-tank, Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all'Università La Sapienza di Roma, ha fatto un lavoro molto articolato: «Questo tipo di fondazioni politiche hanno bilanci molto simili e possono contare su budget medi di 800 mila euro». E VeDrò? «E' poco sopra la media», dice Diletti. «Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati», spiega: «Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po' tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra.
Funziona un po' «all'americana», dice Diletti. E come si riempie, in America, un bilancio da 800 mila euro? Lo si capisce prendendo in mano una qualunque brochure delle attività di VeDrò. Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l'Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini (la carne Montana): sono tante le aziende che concorrono al fabbisogno del pensatoio.
Quello che non sappiamo è quanto sia il contributo specifico di questi sponsor, quali sono economici e quali invece in servizi. Quello che sappiamo è che gli sponsor hanno spesso un ruolo attivo, all'interno del dibattito, contribuendo al contenitore ma anche al contenuto.
Enel, ad esempio, promuove così l'appuntamento estivo di VeDrò, sul proprio sito: «Un think-net aperto e dedicato anche alla mobilità elettrica e alle smart cities», dove «Enel, sponsor della manifestazione, è protagonista del working group 'VeDrò Energie'».
VeDrò vive tutto l'anno, organizza convegni, aperitivi e presentazioni. L'evento centrale è però la tre giorni che si svolge a fine agosto a Drò, paese trentino di 4.500 abitanti, una quindicina di chilometri a nord del del lago di Garda, in un'ex centrale idroelettrica.
Nonostante la chilometrica lista di sponsor, l'evento non è gratuito. Anzi. Gli hotel della zona costano cari, e tutti gli ospiti - o quasi - pagano di tasca propria. In più, ovviamente, c'è una quota di iscrizione: 150 euro per gli under trenta, 300 euro o più per tutti gli altri.
Avarizia degli organizzatori? Piuttosto, ricerca dell'esclusività. Già così - per la prossima edizione - sono previste oltre mille persone: ben più di quelle arrivate l'anno scorso, che erano 800. «Le loro quote», ci spiega il tesoriere Riccardo Capecchi, «servono a coprire i costi vivi della manifestazione, l'allestimento della centrale, le navette con gli alberghi, il catering per i tre giorni».
Ma non bastano. A Vedrò lavora una decina di persone («ma io come altri sono volontario», dice sempre Capecchi) e sono le sponsorizzazioni a tenere in piedi il tutto. Con quanto? Quanto basta per coprire tutti i costi, ma di più non si può sapere: «Noi - dice Capecchi - per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l'entità delle contribuzioni». Ma bisogna stare tranquilli, assicura, perché ««gli accordi che prevalentemente sono sulla visibilità, rispettano i parametri standard».
«Quello che posso dire», continua Capecchi, «è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c'è chi dà meno e chi dà molto di più».
C'è poi chi è proprio affezionato: il premio di più fedele supporter va proprio all'Enel che a VeDrò ci va dalla prima edizione. «Con loro, così come con tutti gli altri», spiega il tesoriere, «c'è la condivisione di un progetto». Basta la condivisione a coprire tutti i costi? Pare di sì. «Anzi», si vanta Capecchi, «siccome io sono un gestore oculato, riusciamo anche ad avere un lieve avanzo di bilancio». Bilancio che però non aiuta a scoprire le cifre precise, perché le voci sono accorpate: «La nostra volontà di trasparenza è però certificata dal fatto che abbiamo fatto una società, al 100 per cento partecipata da VeDrò, che ha l'obbligo di presentare un bilancio pubblico, invece di fare tutto come associazione».
Resta da capire se le sponsorizzazioni diano o meno i loro frutti. Politicamente parlando, s'intende.
da L'Espresso *
Fonte
La lettura è utile a tutti, ma consigliata soprattutto a che pensa che la politica sia scontro "tra idee e proposte diverse". Qui, brutalmente e senza alcuna ideologia, si ritorna alla vera essenza: scontro tra gruppi di interesse. I quali, guarda caso, hanno contrapposto - nel Pd - chi è solito fare affari anche con i gruppi più "berlusconiani" e chi - anche non disdegnando frequentazioni occasionali - si muove su altri piani di business.
*****
Ecco chi paga Enrichino
di Luca SappinoEnel, soprattutto. Ma anche Eni, Telecom, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l'Italia, Nestlé, Farmindustria e il gruppo Cremonini. Sono i generosi sponsor della fondazione VeDrò, da cui nasce la rete di potere del premier incaricato. Chissà se avranno qualcosa in cambio
Chi finanzia VeDrò, il think-tank bipartisan che ha fatto di Enrico Letta l'uomo giusto per un governo di larghe intese?
Sponsor privati, ovviamente. Dall'Enel al gruppo dell'industria alimentare Cremonini, fino all'Eni e ad Autostrade per l'Italia. Il motivo? Ritorno di visibilità, loghi su brochure e siti internet. E la politica? La politica non c'entra, dicono: «Noi non negoziamo la nostra posizione intellettuale», dice subito il tesoriere Riccardo Capecchi.
Vedrò, anzi vedremo: «Dobbiamo lavorare molto sul tema delle privatizzazioni», è la posizione nota di Enrico Letta: «Il patrimonio pubblico è ancora enorme: bisogna cominciare a mettere nel mirino nuove privatizzazioni pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E poi: «Sarà uno dei temi del nostro governo, quando gli elettori ci faranno governare», conclude il prossimo Presidente del Consiglio.
Sul tema dei finanziamenti privati ai think-tank, Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all'Università La Sapienza di Roma, ha fatto un lavoro molto articolato: «Questo tipo di fondazioni politiche hanno bilanci molto simili e possono contare su budget medi di 800 mila euro». E VeDrò? «E' poco sopra la media», dice Diletti. «Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati», spiega: «Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po' tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra.
Funziona un po' «all'americana», dice Diletti. E come si riempie, in America, un bilancio da 800 mila euro? Lo si capisce prendendo in mano una qualunque brochure delle attività di VeDrò. Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l'Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini (la carne Montana): sono tante le aziende che concorrono al fabbisogno del pensatoio.
Quello che non sappiamo è quanto sia il contributo specifico di questi sponsor, quali sono economici e quali invece in servizi. Quello che sappiamo è che gli sponsor hanno spesso un ruolo attivo, all'interno del dibattito, contribuendo al contenitore ma anche al contenuto.
Enel, ad esempio, promuove così l'appuntamento estivo di VeDrò, sul proprio sito: «Un think-net aperto e dedicato anche alla mobilità elettrica e alle smart cities», dove «Enel, sponsor della manifestazione, è protagonista del working group 'VeDrò Energie'».
VeDrò vive tutto l'anno, organizza convegni, aperitivi e presentazioni. L'evento centrale è però la tre giorni che si svolge a fine agosto a Drò, paese trentino di 4.500 abitanti, una quindicina di chilometri a nord del del lago di Garda, in un'ex centrale idroelettrica.
Nonostante la chilometrica lista di sponsor, l'evento non è gratuito. Anzi. Gli hotel della zona costano cari, e tutti gli ospiti - o quasi - pagano di tasca propria. In più, ovviamente, c'è una quota di iscrizione: 150 euro per gli under trenta, 300 euro o più per tutti gli altri.
Avarizia degli organizzatori? Piuttosto, ricerca dell'esclusività. Già così - per la prossima edizione - sono previste oltre mille persone: ben più di quelle arrivate l'anno scorso, che erano 800. «Le loro quote», ci spiega il tesoriere Riccardo Capecchi, «servono a coprire i costi vivi della manifestazione, l'allestimento della centrale, le navette con gli alberghi, il catering per i tre giorni».
Ma non bastano. A Vedrò lavora una decina di persone («ma io come altri sono volontario», dice sempre Capecchi) e sono le sponsorizzazioni a tenere in piedi il tutto. Con quanto? Quanto basta per coprire tutti i costi, ma di più non si può sapere: «Noi - dice Capecchi - per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l'entità delle contribuzioni». Ma bisogna stare tranquilli, assicura, perché ««gli accordi che prevalentemente sono sulla visibilità, rispettano i parametri standard».
«Quello che posso dire», continua Capecchi, «è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c'è chi dà meno e chi dà molto di più».
C'è poi chi è proprio affezionato: il premio di più fedele supporter va proprio all'Enel che a VeDrò ci va dalla prima edizione. «Con loro, così come con tutti gli altri», spiega il tesoriere, «c'è la condivisione di un progetto». Basta la condivisione a coprire tutti i costi? Pare di sì. «Anzi», si vanta Capecchi, «siccome io sono un gestore oculato, riusciamo anche ad avere un lieve avanzo di bilancio». Bilancio che però non aiuta a scoprire le cifre precise, perché le voci sono accorpate: «La nostra volontà di trasparenza è però certificata dal fatto che abbiamo fatto una società, al 100 per cento partecipata da VeDrò, che ha l'obbligo di presentare un bilancio pubblico, invece di fare tutto come associazione».
Resta da capire se le sponsorizzazioni diano o meno i loro frutti. Politicamente parlando, s'intende.
da L'Espresso *
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Marea nera nel Golfo del Messico, il filmato che la Bp non avrebbe voluto far vedere
Nel terzo anniversario della marea nera uscita dal pozzo Macondo della Bp nel Golfo del Messico, vi mostro un filmato che certo la Bp preferirebbe non fosse mai stato diffuso.
Il protagonista è Malcolm Coco, ex proprietario di un’imbarcazione: come tanti altri pescatori fu ingaggiato nei primi giorni della catastrofe per incendiare il petrolio che affiorava in mare. Ha rilasciato un’intervista ad English Al Jazeera. Il video è dopo il “continua”.
La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon esplose il 20 aprile 2010 e si inabissò due giorni più tardi. La devastante gravità dell’incidente si manifestò poco dopo, non appena il petrolio cominciò ad affiorare inarrestabilmente sul Golfo del Messico.
Il pozzo fu turato 86 giorni dopo l’inizio dello sversamento, e cementato definitivamente solo il 19 settembre.
Fu il peggior disastro dell’industria petrolifera. Ma secondo Malcolm Coco si riversarono in mare più dei cinque milioni di barili di idrocarburi che rappresentano la stima ufficiale. Ha raccontato ad Al Jazeera (qui il breve articolo abbinato al video) che quando ha cominciato ad incendiare il petrolio – incendi grandi come isolati di una città – gli sembravano i più grandi fuochi mai visti al mondo, ma ogni giorno gli incendi diventavano più grandi.
Sempre nell’intervista ha spiegato che non gli fu dato alcun abbigliamento protettivo salvo una tuta. Respirava cioè fumi di petrolio e fumo di petrolio incendiato: ora ha problemi di salute.
Ancora: la Bp e la Guardia costiera (la Guardia costiera! non la società coinvolta nell’incidente) cercarono, riferisce, di convincerlo a non fotografare e a non filmare.
Del resto molto si parlò, a suo tempo, dei tentativi della Bp di minimizzare l’accaduto e di tenere il più possibile gli occhi del mondo e dei giornalisti lontani dal teatro della tragedia. Malcolm Coco conferma, affermando che il pubblico è stato accuratamente imbrogliato sulla gravità del disastro ambientale.
Il pozzo fu turato 86 giorni dopo l’inizio dello sversamento, e cementato definitivamente solo il 19 settembre.
Fu il peggior disastro dell’industria petrolifera. Ma secondo Malcolm Coco si riversarono in mare più dei cinque milioni di barili di idrocarburi che rappresentano la stima ufficiale. Ha raccontato ad Al Jazeera (qui il breve articolo abbinato al video) che quando ha cominciato ad incendiare il petrolio – incendi grandi come isolati di una città – gli sembravano i più grandi fuochi mai visti al mondo, ma ogni giorno gli incendi diventavano più grandi.
Sempre nell’intervista ha spiegato che non gli fu dato alcun abbigliamento protettivo salvo una tuta. Respirava cioè fumi di petrolio e fumo di petrolio incendiato: ora ha problemi di salute.
Ancora: la Bp e la Guardia costiera (la Guardia costiera! non la società coinvolta nell’incidente) cercarono, riferisce, di convincerlo a non fotografare e a non filmare.
Del resto molto si parlò, a suo tempo, dei tentativi della Bp di minimizzare l’accaduto e di tenere il più possibile gli occhi del mondo e dei giornalisti lontani dal teatro della tragedia. Malcolm Coco conferma, affermando che il pubblico è stato accuratamente imbrogliato sulla gravità del disastro ambientale.
26/04/2013
Rehn (Ue): "possibile allentare l'austerità sui conti"
Il livello della devastazione provocato dall'attuazione idiota di misure
di "austerità espansiva" è tale che ora anche la Ue è spaventata. E
promette un tardivo, timido e quindi inutile "allentamento".
La Commissione Ue apre alla possibilità di un minore rigore sui conti pubblici: "Il rallentamento del consolidamento è possibile ora grazie agli sforzi fatti dai Paesi in difficoltà, dall'impegno della Bce e dalle politiche di bilancio credibili". Lo ha detto il commissario agli affari economici Olli Rehn.
"Gli sforzi di consolidamento devono tenere in considerazione le specificità dei Paesi, perciò la dinamica dell'aggiustamento di bilancio sta cambiando", ha detto ancora Rehn parlando a una conferenza in corso a Bruxelles. "C'é ora spazio di manovra per sforzi meno aggressivi, cosa che non era possibile nel 2012 perché allora i Paesi dovevano ristabilire la credibilità e rendere sostenibili i conti", ha spiegato Rehn.
I politici europei devono prendere "misure decisive e durature per rafforzare le prospettive del continente per la crescita ed evitare rischi di stagnazione". Lo afferma il numero due del Fondo monetario internazionale David Lipton in un discorso a Londra, sollecitando ulteriori riforme "per mettere la crisi nello specchietto retrovisore".
Il vice direttore generale del Fondo, si legge in una nota, ha elogiato "i passi importanti presi dall'Eurozona" per far fronte alla crisi e ha sollecitato ulteriori riforme per permettere all'Europa di "mettere la crisi nello specchietto retrovisore e ritornare definitivamente alla crescita e alla creazione di posti di lavoro". L'Europa sta rimanendo indietro rispetto agli Usa nella ripresa mondiale "a tre velocità" che è guidata dai Paesi emergenti e in via di sviluppo, ha spiegato Lipton, avvertendo che "il rischio di stagnazione non è remoto" in una situazione di crescita debole, mercati frammentati, bilanci deboli e riforme completate a metà.
Per evitare questa situazione, l'Europa ha bisogno di mobilitarsi su numerosi fronti, ha affermato il numero due del Fmi, spiegando che i Paesi dovranno impegnarsi in modo chiaro e specifico sul consolidamento fiscale; mentre la Bce dovrebbe mantenere il suo approccio molto accomodante. E anche un'azione sull'Unione bancaria sarà essenziale per fronteggiare la frammentazione finanziaria, ha detto Lipton, definendo la Vigilanza unica bancaria un "passo chiave". Lipton si è detto comunque ottimista dal momento che "l'Europa è stata ripetutamente all'altezza delle sfide su questioni difficili". Il Fmi resta quindi fiducioso che continuerà ad attuare i propri impegni. (fin qui fonte Ansa)
Pentimento tardivo, come si diceva in apertura. Il livello della recessione e la distruzione del tessuto produttivo di interi paesi (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia) è tale che nemmeno una ripresa in grande stile del "deficit spending" sarebbe probabilmente sufficiente a rimettere in moto la "crescita". Questi asini ben vestiti, invece, pensano soltanto ora ad allentare la stretta intorno al collo di un sistema agonizzante.
Fonte
La Commissione Ue apre alla possibilità di un minore rigore sui conti pubblici: "Il rallentamento del consolidamento è possibile ora grazie agli sforzi fatti dai Paesi in difficoltà, dall'impegno della Bce e dalle politiche di bilancio credibili". Lo ha detto il commissario agli affari economici Olli Rehn.
"Gli sforzi di consolidamento devono tenere in considerazione le specificità dei Paesi, perciò la dinamica dell'aggiustamento di bilancio sta cambiando", ha detto ancora Rehn parlando a una conferenza in corso a Bruxelles. "C'é ora spazio di manovra per sforzi meno aggressivi, cosa che non era possibile nel 2012 perché allora i Paesi dovevano ristabilire la credibilità e rendere sostenibili i conti", ha spiegato Rehn.
I politici europei devono prendere "misure decisive e durature per rafforzare le prospettive del continente per la crescita ed evitare rischi di stagnazione". Lo afferma il numero due del Fondo monetario internazionale David Lipton in un discorso a Londra, sollecitando ulteriori riforme "per mettere la crisi nello specchietto retrovisore".
Il vice direttore generale del Fondo, si legge in una nota, ha elogiato "i passi importanti presi dall'Eurozona" per far fronte alla crisi e ha sollecitato ulteriori riforme per permettere all'Europa di "mettere la crisi nello specchietto retrovisore e ritornare definitivamente alla crescita e alla creazione di posti di lavoro". L'Europa sta rimanendo indietro rispetto agli Usa nella ripresa mondiale "a tre velocità" che è guidata dai Paesi emergenti e in via di sviluppo, ha spiegato Lipton, avvertendo che "il rischio di stagnazione non è remoto" in una situazione di crescita debole, mercati frammentati, bilanci deboli e riforme completate a metà.
Per evitare questa situazione, l'Europa ha bisogno di mobilitarsi su numerosi fronti, ha affermato il numero due del Fmi, spiegando che i Paesi dovranno impegnarsi in modo chiaro e specifico sul consolidamento fiscale; mentre la Bce dovrebbe mantenere il suo approccio molto accomodante. E anche un'azione sull'Unione bancaria sarà essenziale per fronteggiare la frammentazione finanziaria, ha detto Lipton, definendo la Vigilanza unica bancaria un "passo chiave". Lipton si è detto comunque ottimista dal momento che "l'Europa è stata ripetutamente all'altezza delle sfide su questioni difficili". Il Fmi resta quindi fiducioso che continuerà ad attuare i propri impegni. (fin qui fonte Ansa)
Pentimento tardivo, come si diceva in apertura. Il livello della recessione e la distruzione del tessuto produttivo di interi paesi (Grecia, Spagna, Portogallo, Italia) è tale che nemmeno una ripresa in grande stile del "deficit spending" sarebbe probabilmente sufficiente a rimettere in moto la "crescita". Questi asini ben vestiti, invece, pensano soltanto ora ad allentare la stretta intorno al collo di un sistema agonizzante.
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