Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2014
‘Chi vola vale’ disse Italo Balbo La Ministra Pinotti vale/vola pure troppo
Polemica nuova, vizi antichi. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti si è fatta dare un passaggio verso casa, a Genova, da un Falcon di Stato, accusano i M5S. La difesa? "Volo di addestramento già programmato". Strana coincidenza ribattono i maligni. Era l’equipaggio per le emergenze sanitarie.
La storia sta montando da qualche giorno con qualche poco convinta/convincente difesa d’ufficio, tipo, “Conosco il ministro da anni e posso assicurare che non è il tipo che usa mezzi militari per fini personali”, detto del suo sottosegretario Gioacchino Alfano. Già prima di essere ministro rifiutava sdegnata offerte di passaggi aerei non dovuti? Parole a vanvera e peggiori silenzi da imbarazzo. Il vice premier Alfano, altro grande utente di ‘voli di Stato’ sulla rotta di casa, ci racconta che mai un ministro ‘modificherebbe piani di volo addestrativi’. Ma ci sarà sempre un generale a farlo per lui.
In ballo c’è l’uso di un Falcon 50 dell’Aeronautica militare per farsi accompagnare a casa a Genova, il 5 settembre scorso, approfittando di un ‘volo di addestramento’ programmato dal 31esimo stormo dell’Aeronautica proprio in coincidenza con le necessità del ministro. Se era un trucco, decisamente ingenuo. I due parlamentari del M5S in una interrogazione parlano di ‘violazione delle regole sull’uso degli aerei di Stato’. Quanti sono stati gli ‘addestramenti per caso’ sulla rotta di Genova, chiedono? Storia piccola. O per stupidità o per arroganza. Tipo, una richiesta di troppo e servilismo reiterato.
Il volo incriminato è quello del ritorno dal vertice Nato di Newport, in Galles. L’airbus A319 della Presidenza del Consiglio riporta a casa Matteo Renzi, Roberta Pinotti, Federica Mogherini e i loro staff. Decollo da Cardiff, sosta a Firenze per il week end del premier a casa. Firenze - Genova è un tiro di schioppo in auto ma la ministra Pinotti preferisce volare. Roma Ciampino dove l’airbus A319 finisce la corsa. Lady Pesc se ne va a casa e la Ministra Pinotti senza volo di linea per Genova? Ma stia serena signora ministra che il 31°Stormo ha pronto un volo di addestramento proprio su Genova.
Storia piccola e po’ meschina. Pure disattenta alla caccia aperta dalla Corte dei Conti a vecchi intrallazzi aerei ministeriali, ultima inchiesta in corso, l’uso di elicotteri da parte della rossa ministra Brambilla, 2009, allora al Turismo. Ed ecco che torna la questione mai risolta degli “Aerei blu”. Limiti rigorosi: ‘presidente della Repubblica, di Camera e Senato, del Consiglio e della Corte costituzionale’. Poi le eccezioni e le furbate. Teoricamente ogni volo è pubblicato sul sito internet della Presidenza del Consiglio. Ma se come per il caso Pinotti/Genova è ‘addestramento’, allora no.
RemoContro vuol dare un contributo suo a fare chiarezza sul pasticcio ‘Aerei Blu’. C’è la gabola dei voli di ‘addestramento’ - abbiamo visto - potenzialmente utilizzati in ‘dual use’, a fare esercitazione e a fare piaceri. Ma la vera ‘licenza di uccidere’ che rende vana di fatto ogni regola fissata per legge dal Parlamento se l’è inventata l’ex ministro degli interni e recente detenuto Claudio Scajola. Il fu ministro, nel secondo comma all’articolo 1 della legge 133 del 2002, alla voce ‘sicurezza’ chiese di poter “disporre i voli atti a garantire la sicurezza delle alte personalità istituzionali”. Tombola.
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Siria - Cos’è l’Isis per la gente comune
di Federica Iezzi
Pick-up in fila indiana come convogli, uomini con sciarpe nere aggrovigliate attorno ai magri volti. Kalashnikov in bella vista, puntati verso l’alto. Dietro di loro la bandiera nera dello Stato Islamico dell’Iraq e della Siria vola spietatamente insieme al vento. Ormai si contano tra i 20.000 e i 31.500 combattenti nel gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, lontana costola dell’al-Qaeda di Osama Bin Laden.
Gli estremisti sunniti dell’ISIS hanno il dominio di circa un quarto del territorio iracheno. E controllano approssimativamente un terzo della Siria. La roccaforte siriana dell’ISIS è al-Raqqa. Deir Ez-zor è soffocata completamente, fatta eccezione per la base aerea militare. I militanti jihadisti regnano su alcuni quartieri nelle città di al-Joura, al-Ummal e al-Hamidiya, su vaste aree nel governatorato di al-Hasakah, tra cui Ash-Shdadi e al-Houl Markda, su molti villaggi nel nord-est di Aleppo, vicino al confine turco, come al-Bab, Akhtarien, al-Mashoudiya, al-Aziziya, Doybaq, al-Ghouz, Turkman Bareh e al-Rahie.
A Mosul, nell’Iraq del nord, la gente nelle strade sa che la maggior parte dei membri dell’ISIS è irachena. L’organizzazione terroristica ha trovato inizialmente terreno fertile nella comunità sunnita locale, scontenta per l’operato del governo a trazione sciita di Nouri al Maliki, ma è stata subito frenata dal nuovo esecutivo di Haider Al-Abadi. L’ISIS, invece, ha trovato rifugio sicuro in Siria, strozzata da più di tre anni di guerra civile e dalla politica fortemente instabile di Bashar al-Assad.
L’ISIS non è islam. E’ questo che in terra siriana la gente urla. L’ISIS come conseguenza della guerra in Iraq del 2003 e del governo siriano di al-Assad; l’ISIS come gruppo di crudeli terroristi, ma meglio rispetto all’ateismo; l’ISIS come nemico dei musulmani; l’ISIS come kalashnikov, fucili d’assalto, mitragliatrici, obici e mortai, cannoni antiaerei e razzi anticarro, veicoli blindati, carri armati e centinaia di Humvee. Ma il pensiero comune, in terra siriana, è che la forza dei militanti islamici risiede nell’intensa lealtà all’interno dell’organizzazione.
In Siria il gruppo jihadista si scontra con più di 100.000 miliziani del fronte Jabhat al-Nusra, del Fronte Islamico e degli altri movimenti islamici. A opporsi, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero e i 50.000 combattenti dell’YPG, Unità di Protezione Popolare curda. In Iraq sono i peshmerga ad affrontare sul campo i jihadisti.
Il muezzin annuncia la preghiera del venerdì, ma le moschee non sono piene. La gente ha paura di camminare per strada, così si accontenta di pregare tra le mura di casa, dove solo Allah può arrivare. Alla domanda “chi sono i combattenti dell’ISIS” risponde con sure del Corano o con brani tratti dai discorsi del profeta Muhammad “leggono il Corano ma non lo capiscono”.
Le donne hanno paura di non coprirsi abbastanza per la shari’a professata dall’ISIS. “Essere bambine è pericoloso” è questo l’assillo della gente, è questa l’inquietudine di ogni madre. I comandanti portano via le giovani vergini per darle come premio ai combattenti più valorosi. E tra le giovani, ci sono bambine che fino al giorno prima giocavano con le bambole nel cortile di casa. In sottofondo il pianto inconsolabile dei bambini, che si accompagna al pianto degli adulti. Fa male. Ogni donna ha perso qualsiasi briciolo di libertà. Le donne possono uscire se accompagnate da un muhram, dal padre, dal fratello, dal marito o da un parente uomo. C’è un coprifuoco. Si rientra a casa alle 7 di sera. Il buio, l’assenza di elettricità, la mancanza di protezione da parte dell’esercito governativo rende potenzialmente fatale ogni spostamento.
“Essere curdi, cristiani o sciiti è pericoloso. Non essere ISIS è pericoloso”. Mentre i siriani nelle province di Idlib e Homs manifestano contro gli Stati Uniti, i curdi siriani appoggiano la decisione di bombardare i territori controllati dai miliziani jihadisti. Quelle zone sono deserte, dicono. Le case sono depredate. Gli abitanti scappano quando sentono colpi di mortaio a poca distanza o quando l’YPG li avverte dell’arrivo delle truppe dell’ISIS. Gli abitanti che rimangono o sono fedeli al gruppo terrorista o sono civili sotto assedio.
E mentre continuano i bombardamenti delle forze americane sulle aree intorno ad al-Raqqa, Deir Ez-zor, al-Hasakah, sul nord-est di Aleppo e sulle zone del confine iracheno, la morte di civili dipinge le giornate.
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Renzi e la nuova destra
In America, con poche battute, Renzi ha disegnato il ritratto di se stesso. E non è stato un bel vedere. Ha detto che vuole fare con l’Italia ciò che ha fatto Marchionne con la Fiat. Come a dire: chiudiamo l’Italia e trasportiamo a Detroit 60 milioni di italiani. Un’impresa, a dir la verità, piuttosto complicata. Ma tant’è: quando s’incensa l’uomo-simbolo dei nuovi poteri forti, che trasvolano in America e da noi non pagano le tasse, qualche strafalcione è ammesso. D’altra parte, il super manager trasvolatore, che ha resuscitato la rapace famiglia Agnelli, ricambia con passione: benissimo la cancellazione dell’articolo 18. Perché, dice, accresce disagi e disuguaglianze. Lui che ha intascato (a sua insaputa?) una cifra 435 volte superiore a quella di una lavoratore di Pomigliano messo in Cassa integrazione.
Ma le gaffes e gli strafalcioni non finiscono qui. Si domanda il nostro misurato presidente del Consiglio: «Se il reintegro è un obbligo costituzionale, come dice qualcuno (?), perché è valido per le aziende con più di 15 dipendenti e non per quelle sotto»? Ma perché, caro presidente, ci sono stati quelli che si sono ferocemente opposti all’estensione di questo diritto a tutte le aziende, tra cui un tale che si chiama Matteo Renzi. E non si tratta di uno sfacciato caso di omonimia. Insiste però il presidente: «Perché qualcuno ha diritti di serie A se stai in un’azienda di 15 dipendenti e diritti di serie B se i dipendenti sono 14»? Domanda incongrua, giacché se le cose stanno così anche per responsabilità di Renzi, allora la domanda giusta da porre è: perché il solito Matteo vuole applicare il principio di uguaglianza mandando tutti in serie B, ossia rendendo tutti precari senza eccezione alcuna?
Si può essere bischeri anche in gioventù, filosofeggiava il vecchio DC Amintore Fanfani, che essendo toscano conosceva bene i suoi polli. Ma qui non di bischeraggine si tratta, bensì di una chiara e netta scelta di destra, che vuole spogliare le persone del diritto al lavoro, e porre i lavoratori alla mercé del capitale completamente ignudi, nuda merce al pari di tutte le altre merci. Come faccia una sinistra, che continua a denominarsi tale, a trasmutare nei contenuti in una nuova destra interna al capitale, definendo al tempo stesso tale procedimento innovazione e/o rinnovamento, lo spiega in modo ineccepibile sul Corriere della Sera del 28 settembre un indiscusso esperto della materia, il prof. Angelo Panebianco. Il quale illustra come segue le quattro storiche realizzazioni del giovane Matteo.
«Per cominciare, ha spazzato via in un colpo solo l’antiberlusconismo». E infatti, invece di un avanzamento di civiltà fondato sui principi di giustizia e solidarietà, di uguaglianza e libertà, assistiamo al consolidamento di un’alleanza di fatto fondata sul Patto del Nazareno, che predica (e pratica) l’esatto contrario. «In secondo luogo, il premier ha aggredito il tabù (ancora!) della ‘Costituzione più bella del mondo’». E infatti, invece di applicarla, lavora alacremente per smantellarla. «C’è poi la circostanza che sta spaccando il Partito democratico», giacché «le prese di posizione del premier su articolo 18 e Cgil stanno modificando senso comune e cultura politica della sinistra». Un’operazione mediatico-culturale a vasto raggio volta a far apparire di sinistra scelte di destra, su cui molti si sono già esercitati nella storia d’Italia. Infine «l’innovazione più importante di tutte (…) incarnata da Renzi stesso», quella dell’«uomo solo al comando». Vale a dire l’espressione massima del berlusconismo (dopo aver abbattuto l'antiberlusconismo). E prima ancora del fascismo, con gli esiti distruttivi che conosciamo.
Il quadro che tratteggia Panebianco è in sintesi la conferma di un dato di fatto: in Italia la sinistra non c’è. E non c’è perché è stata sepolta, seppure con opposte motivazioni, una forte, autonoma e libera rappresentanza politica dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro tempo. Di conseguenza, la partita si gioca oggi, nella sostanza, tra fazioni diverse di una sola rappresentanza degli interessi economico-sociali: quella dei gruppi dominanti del capitale globalizzato. Una condizione in cui sono a rischio, insieme al lavoro e all’ambiente, la democrazia e la libertà, e anche la pace come assetto stabile del mondo. Ma mentre la casa brucia, quel che resta di una sinistra dispersa e subalterna sembra dividersi ulteriormente su questioni insignificanti di un piccolo potere. Invece di cercare le motivazioni di fondo per un’azione comune, e per uno stabile e diffuso radicamento nel profondo della società.
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L'olimpo dei potenti elimina Mastrapasqua
Mister 22 Poltrone assaggia l'amaro calice degli avvisi di garanzia. L'incredibile carriere di Antonio Mastrapasqua - presidente di enti come l'Inps e vice di altri come Equitalia, capace di sedere dal lato dei controllati e da quello dei controllori contemporaneamente - sembra subire una battuta d'arresto importante, forse definitiva.
Perquisizioni sono in corso da questa mattina in alcuni uffici della Regione Lazio, nella sede dell'ospedale Isrealitico e in uffici di Asl. Operazione dei carabinieri su richiesta della Procura di Roma nell'ambito di una indagine su una presunta truffa ai danni del Sistema sanitario nazionale. Gli indagti sono dieci, tra cui appunto Antonio Mastrapasqua, in veste di direttore generale dell'ospedale Israelitico, una delle decine di poltrone da lui occupate. La procura ipotizza una maxitruffa ai danni del Sistema sanitario, in cui sarebbero coinvolti anche due funzionari della Regione Lazio già inseriti nel procedimento madre, non legati all'attuale amministrazione e 7 dipendenti dell'ospedale.
L'indagine è lo sviluppo dell'inchiesta-madre che riguarda fatti risalenti al 2009, quando un controllo dell'Asl Roma D su prestazioni dell'Ospedale Israelitico portò alla luce incongruenze: fatture per semplici interventi odontoiatrici per i quali venivano richiesti alla Regione rimborsi onerosi da intervento con ricovero.
Dai controlli successivi emerse che tra il 2006 e il 2009 la richiesta di rimborsi alla Regione Lazio per "interventi fantasma" da parte dell'Ospedale Israelitico accadeva nella stragrande maggioranza dei casi verificati, il 94% delle cartelle cliniche.
La Regione Lazio - a quel punto governata da Nicola Zingaretti, e non più da Renata Polverini - aveva quindi provveduto a sospendere il pagamento di 15,5 milioni di euro in fatture all'Ospedale Israelitico, nonchéa congelare i due protocolli d'intesa che la vecchia amministrazione aveva stipulato con la struttura sanitaria nel 2011 e nel 2012.
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Medio Oriente oggi: tanto autoritarismo, poca democrazia, troppe guerre
Cinque anni fa i segnali di uno scontro fra mondi opposti. Leadership autoritarie che controllavano un’economia corrotta e sistemi di sicurezza pronti a ogni abuso. Dall’altra parte giovani, acculturati e no, disoccupati, privati di presente e futuro e senza libertà. Oggi mille contraddizioni.
Le Primavere 4 stagioni e i mondi opposti
Le crisi esplose negli ultimi cinque anni nell’Oriente mediterraneo non hanno precedenti.
I manifestanti chiedevano rispetto dei diritti civili, studio, sanità, lavoro, alloggio.
Le proteste erano organizzate senza leader e la mobilitazione avveniva attraverso l’utilizzo di sistemi di comunicazione tipici delle nuove generazioni come twitter, facebook, social network.
Uno scontro fra mondi opposti: da una parte leadership autoritarie che controllavano un’economia corrotta e sistemi di sicurezza pronti a ogni abuso; dall’altra, alta percentuale di giovani, acculturati e no, disoccupati, privati di presente e futuro e senza libertà.
La rivoluzione mediatica è stata spinta propulsiva per trasformare le nuove generazioni in soggetto politico: il popolo dei cittadini, portatori di diritti e non solo di doveri, consapevoli del loro potenziale.
Vento di cambiamento e l’Islam evolutivo
Il vento del cambiamento che attraversava e attraversa tuttora il mondo islamico mette in evidenza molti fattori interni ed esterni, e persino l’emergere di una corrente di pensiero islamico di matrice riformista in grado di rendere compatibili elementi delle modernità occidentali con la tradizione islamica.
Esistono autori islamici che indicano nella “metodologia evolutiva” il grimaldello per un accostamento alla legge islamica (Shari’a) non come a un immutabile testo divino ma il risultato di interpretazioni di Corano e Sunna influenzato da tradizioni e consuetudini giuridiche non islamiche.
In breve, i testi sacri devono essere analizzati e compresi entro il loro contesto storico.
Le forme della democrazia stracciate
Le proteste esplose in Nord Africa (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto) e nella penisola araba (Siria, Iraq, Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Oman, Bahrein, Yemen) raccontano del consolidamento dei Paesi autoritari e il fallimento delle vittorie ottenute attraverso la democrazia del voto, accettato da Fratelli Musulmani e persino da salafiti aderendo alla metodologia evolutiva.
In Nord Africa, la vittoria dei Fratelli Musulmani in Marocco, Tunisia ed Egitto, spesso d’intesa con i salafiti, si chiude nel 2013-2014 con la sostituzione dei Premier musulmani nei Governi in Marocco e Tunisia e con il colpo di Stato militare in Egitto mentre le significative presenze dei Fratelli Musulmani in Algeria e Giordania restano ininfluenti.
Ingerenze esterne e jihadisti utili
In Libia, una guerra attivata da ingerenze esterne pilotate da Francia, Gran Bretagna, USA, ha portato il caos nel Paese, in mano a oltre 1700 milizie e divisa in Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, dove operano i qaedisti di Ansar al-Sharia.
Secondario effetto la proliferazione di jihadisti che, sotto l’ombrello di Al Qaeda in the Islamic Maghreb, si sono estesi nella fascia sahelo-subsahariana fino al Corno d’Africa con attacchi in Algeria, Libia, Tunisia, Mauritania, Mali, Niger, Senegal, Nigeria (dove è attivo Boko Haram), Somalia (con i qaedisti degli Shabaab), Kenya e Uganda.
La ‘Partita’ centrale e decisiva
Tutto questo mentre Iraq e Siria sono nel pieno della guerra civile.
L’Iraq sconta l’inadeguatezza del Premier che ha emarginato sunniti e curdi ed è caduto nelle mani di jihadisti per la maggior parte armati, finanziati e addestrati da Turchia, Paesi del Golfo, Giordania e con il supporto statunitense.
La Siria subisce il “metodo libico”: la muscolare reazione delle Forze governative all’inizio delle proteste disarmate attiva l’intervento del gruppo “Gli amici della Siria”, una coalizione di numerosi Paesi, tra cui Francia, Gran Bretagna, USA, Turchia, Paesi del Golfo che, interessati alla caduta del regime, finanziano, addestrano e armano combattenti anche di matrice qaediste.
La Coalizione anti Califfato
Basterà la superiorità militare della nuova Coalizione a fermare IS e le numerose organizzazioni jihadiste rinforzate da oltre 15 mila occidentali convertiti al jihad?
Basteranno i programmi di bombardamento, addestramento, fornitura di armi a curdi iracheni, opposizioni siriane “moderate” e milizie irachene ?
Questo non ha funzionato in Afghanistan, Iraq, Libia, Mali, Repubblica Centroafricana, Siria.
Perché non coordinarsi con l’Iran che ha in Siria e Iraq le unità d’élite dei Pasdaran e di Al Quds?
E perché non con la Siria, dove i bombardamenti iniziati impediscono a Damasco l’utilizzo degli aerei creando di fatto una no fly zone, che ne depotenzia le possibilità di riprendere i territori occupati da IS e Al Nusra?
Ancora l’Asse Sunnita e ancora minaccia terrorista
In realtà, si tratta di una precisa scelta di campo: si privilegia l’“Asse sunnita” e si punisce la “mezzaluna sciita”, si sceglie l’Arabia Saudita e si emargina l’Iran con i suoi alleati sciiti, nonostante la loro disponibilità alla collaborazione in una guerra da loro non voluta ma che subiscono.
Si creano Paesi parcellizzati, come la Libia, serbatoi di reclutamento per i radicali, per i vecchi e nuovi gruppi di terroristi.
Intanto, la Coalizione di guerra creata per distruggere IS ha già fatto un danno collaterale: USA e Paesi Europei sono esposti alle ritorsioni dei terroristi, come avvenuto nei primi anni della guerra all’Iraq a Madrid, l’11 marzo 2004 e a Londra, il 7 e il 21 del 2005.
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Analisi implacabile, purtroppo considerando il soggetto e gli scenari considerati.
Iran - L’accordo sul nucleare si allontana
“Rimane poco tempo”. Parola di Hassan Rohani, l’uomo che ha guidato i negoziati sul nucleare iraniano per quasi un anno con il sorriso. Ora, dopo l’ennesimo round di colloqui tra la Repubblica islamica e le potenze del 5+1 (Usa, Ue, Russia, Gran Bretagna, Francia + Germania) conclusosi nello stallo più totale, esorta i suoi omologhi a fare progressi rapidi nel negoziato, il cui termine è fissato per il 24 novembre. “Ci sono stati passi avanti – ha detto il presidente iraniano in conferenza stampa a New York ieri, dopo che giovedì era intervenuto davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite – ma non sono stati significativi. Ed è rimasto poco tempo”.
Il dito è puntato di nascosto contro le potenze del 5+1, ree di aver mostrato “poca flessibilità” nei colloqui finora e destinatarie di un suggerimento molto chiaro: adesso tocca a voi. Ma le potenze non sembrano volersi muovere più di tanto. All’invito del presidente iraniano sul fatto che “un accordo sul nucleare potrebbe mettere fine a tre decenni di relazioni congelate tra Washington e Teheran e rappresenterebbe l’inizio di un percorso verso la cooperazione e la collaborazione”, il segretario di Stato americano John Kerry ha risposto dicendosi “speranzoso” che l’accordo venga siglato al più presto.
Finita quell’atmosfera ottimistica che aveva pervaso i primi mesi di negoziato, ormai nessuno più parla di progressi nei colloqui. I ministri degli Esteri del 5+1 hanno addirittura saltato la sessione di ieri, che si teneva a New York in parallelo all’Assemblea Generale, con il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che ha ammesso di aver disertato per mancanza di “progressi significativi”, mentre i funzionari statunitensi hanno parlato di “sovrapposizioni di impegni in agenda”.
Ad eccezione della Russia, il cui ministro degli esteri Sergei Lavrov è stata una voce fuori dal coro nel definire “entrambe le parti interessate a risolvere le piccole ma importanti questioni che ancora permangono”, a entrambe le parti sembra chiaro che la scadenza si avvicina e che le due posizioni si allontanano sempre di più. La questione che appare più insormontabile è quella dell’arricchimento dell’uranio. Washington vuole che essa cessi del tutto per evitare che l'Iran possa servirsene un giorno per costruire un eventuale ordigno nucleare (molto improbabile, dato che l’Iran ha appena diluito tutte le sue scorte di uranio altamente arricchito sotto la supervisione dell’agenzia Onu per il nucleare, ndr), ma Teheran, seppur desiderosa di concludere un accordo che porti un allentamento delle sanzioni, ha ripetuto più volte che non accetterà mai di rinunciare al suo programma nucleare destinato, a detta delle autorità, a scopi energetici.
Fonti diplomatiche hanno rivelato all’Associated Press che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione un nuovo approccio, che permetterebbe a Teheran di mantenere quasi la metà delle centrifughe già in funzione ma al tempo stesso ridurre la quantità di uranio gassoso immesso nelle macchine al punto in cui ci vorrebbe più di un anno di arricchimento per creare abbastanza materiale per una testata nucleare. I diplomatici hanno sottolineato che la proposta è soltanto una delle tante in discussione dalle sei potenze e non è stata ancora formalmente presentata agli iraniani. Altre idee includono anche lasciare l’Iran con più di 1.500 macchine, ma rimuovere o distruggere gran parte delle infrastrutture necessarie per farle funzionare – la connessione di circuiti, i tubi utilizzati per alimentare il gas di uranio e altre attrezzature ausiliarie.
Anche se si dovesse raggiungere un accordo sull’arricchimento dell’uranio, non c’è alcuna garanzia che si superino gli altri scogli: durata delle limitazioni al programma nucleare (l’Iran chiede meno di dieci anni, il 5+1 oltre i dieci) e il destino dei reattori di Arak e di quello sotterraneo di Fordo, che gli Usa vorrebbero chiudere soprattutto perché è ben protetto dagli attacchi aerei.
Fonte
Il dito è puntato di nascosto contro le potenze del 5+1, ree di aver mostrato “poca flessibilità” nei colloqui finora e destinatarie di un suggerimento molto chiaro: adesso tocca a voi. Ma le potenze non sembrano volersi muovere più di tanto. All’invito del presidente iraniano sul fatto che “un accordo sul nucleare potrebbe mettere fine a tre decenni di relazioni congelate tra Washington e Teheran e rappresenterebbe l’inizio di un percorso verso la cooperazione e la collaborazione”, il segretario di Stato americano John Kerry ha risposto dicendosi “speranzoso” che l’accordo venga siglato al più presto.
Finita quell’atmosfera ottimistica che aveva pervaso i primi mesi di negoziato, ormai nessuno più parla di progressi nei colloqui. I ministri degli Esteri del 5+1 hanno addirittura saltato la sessione di ieri, che si teneva a New York in parallelo all’Assemblea Generale, con il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius che ha ammesso di aver disertato per mancanza di “progressi significativi”, mentre i funzionari statunitensi hanno parlato di “sovrapposizioni di impegni in agenda”.
Ad eccezione della Russia, il cui ministro degli esteri Sergei Lavrov è stata una voce fuori dal coro nel definire “entrambe le parti interessate a risolvere le piccole ma importanti questioni che ancora permangono”, a entrambe le parti sembra chiaro che la scadenza si avvicina e che le due posizioni si allontanano sempre di più. La questione che appare più insormontabile è quella dell’arricchimento dell’uranio. Washington vuole che essa cessi del tutto per evitare che l'Iran possa servirsene un giorno per costruire un eventuale ordigno nucleare (molto improbabile, dato che l’Iran ha appena diluito tutte le sue scorte di uranio altamente arricchito sotto la supervisione dell’agenzia Onu per il nucleare, ndr), ma Teheran, seppur desiderosa di concludere un accordo che porti un allentamento delle sanzioni, ha ripetuto più volte che non accetterà mai di rinunciare al suo programma nucleare destinato, a detta delle autorità, a scopi energetici.
Fonti diplomatiche hanno rivelato all’Associated Press che gli Stati Uniti stanno prendendo in considerazione un nuovo approccio, che permetterebbe a Teheran di mantenere quasi la metà delle centrifughe già in funzione ma al tempo stesso ridurre la quantità di uranio gassoso immesso nelle macchine al punto in cui ci vorrebbe più di un anno di arricchimento per creare abbastanza materiale per una testata nucleare. I diplomatici hanno sottolineato che la proposta è soltanto una delle tante in discussione dalle sei potenze e non è stata ancora formalmente presentata agli iraniani. Altre idee includono anche lasciare l’Iran con più di 1.500 macchine, ma rimuovere o distruggere gran parte delle infrastrutture necessarie per farle funzionare – la connessione di circuiti, i tubi utilizzati per alimentare il gas di uranio e altre attrezzature ausiliarie.
Anche se si dovesse raggiungere un accordo sull’arricchimento dell’uranio, non c’è alcuna garanzia che si superino gli altri scogli: durata delle limitazioni al programma nucleare (l’Iran chiede meno di dieci anni, il 5+1 oltre i dieci) e il destino dei reattori di Arak e di quello sotterraneo di Fordo, che gli Usa vorrebbero chiudere soprattutto perché è ben protetto dagli attacchi aerei.
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Perché la Turchia si rifiuta di combattere lo Stato Islamico
di Shorsh Surme (giornalista curdo) – IL MANIFESTO
Con lo scambio dei suoi 46 ostaggi, ecco i veri motivi del no: il ruolo nell’addestrare l’Isis e la paura di una rivolta curda.
La Turchia membro della Nato, che da anni cerca di entrare nell’Unione Europea, non parteciperà alla coalizione internazionale per combattere i jihadisti dello Stato islamico (Isis) e non concederà nemmeno l’utilizzo delle proprie basi di Incirlik e Batman nel Kurdistan turco per i raid contro gli estremisti dell’Isis. Il rifiuto di Ankara era stato motivato strumentalmente dalla necessità di non compromettere la sicurezza di 49 dei suoi cittadini ostaggi dell’Isis da quando hanno assunto il controllo della città di Mosul nel giugno scorso, ma se quelli dell’Isis avessero voluto uccidere gli ostaggi turchi l’avrebbero fatto. Invece sono stati liberati dopo 101 giorni. Per il quotidiano curdo Khabat gli ostaggi sarebbero comunque rimasti nella zona di Mosul, poi sono stati trasferiti due giorni prima della loro liberazione a Raqqa, «capitale» siriana dell’Isis, e infine rilasciati al confine fra Siria e Turchia al valico di Tel Abayad, condizione posta dai jihadisti per paura di attacchi dei pershmerga curdi.
I dirigenti di Ankara vengono accusati da varie parti, di aver addestrato molti membri dell’Isis prima in Siria poi in Iraq in chiave anti Assad, in realtà sono stati addestrati per combattere i combattenti curdi del Kurdistan della Siria. Ora il governo turco non partecipa alla coalizione anti-Isis e ha criticato le forniture di armi ai combattenti curdi iracheni (peshmerga) che stanno per essere inviate da alcuni paesi dell’Unione Europea (tra cui Francia, Italia e Germania). La Turchia teme che un giorno queste armi possano cadere nella mani del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il Pkk, in lotta anche armata contro lo Stato turco dal 1980 per la libertà del popolo curdo di Turchia, e che da poco è coinvolto in un fragile processo di pace con Ankara. Le autorità turche, pur consapevoli che i loro imprenditori stanno guadagnando in questo momento milioni di dollari proprio grazie al governo regionale curdo che sta investendo per la ricostruzione del Kurdistan dell’Iraq, insistono nel prendere le distanze, così che nel momento del bisogno non sono stati disposti ad aiutare il governo regionale curdo (Krg) nel respingere l’attacco dell’Isis nella regione. Tanto che il governo locale curdo sta rivedendo la sua posizione verso Ankara. Nechirvan Barzani, il premier del governo regionale curdo in un intervista al giornale Hawler, ha infatti espresso la sua delusione verso la Turchia che rifiuta il suo sostegno militare ad Erbil, dichiarando: «Ci aspettavamo un sostegno più preciso».
La verità è che Ankara è coinvolta fino al collo sia nell’addestrare i membri dell’Isis sia quelli del gruppo Jabhat Al Nusra (il ramo siriano di al Qaeda, ndr), senza dimenticare che nelle due formazioni fondamentaliste ci sono più di 900 miliziani che sono cittadini turchi.
Questa tesi viene confermata sia del video trasmesso dalla Bbc (https://www.facebook.com/video.php?v=835628473135141) su come vengono trasferiti i jihadisti per poi massacrare la popolazione curdo-siriana, sia dalla dichiarazione del nuovo ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu in un incontro con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier a Berlino: «La Turchia – ha detto – è determinata nel voler interrompere il flusso di persone provenienti dall’Europa e che usano il nostro territorio per aderire allo Stato islamico dell’Iraq e del Lavante (Isis)» precisando che «il governo turco è già in possesso di una lista di seimila persone non gradite che sta cercando di rimpatriare». Una domanda sorge spontanea: ma queste persone come mai hanno scelto proprio la Turchia per passare nella fila dei terroristi dell’Isis? E di nascosto, un confine super blindato dall’esercito turco?
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Il killer per conto degli imprenditori ora parla chiaro
Alla vigilia della presunta "battaglia" nella direzione del Pd, oggi pomeriggio, Renzi si è fatto omaggiare da Fabio Fazio - ormai un'imitazione di Bruno Vespa - per sparare tutto quel che aveva e ha da dire contro i lavoratori. Come sempre, si è esibito in un vortice di rovesciamenti ("voglio abolire la precarietà" è quasi un record...), ma qualcosa di chiaro stavolta gli è uscito fuori. In fondo, per quanto si sia bravi a mentire, se la cosa è troppo grossa non si può coprire.
Citiamo dunque:
"Noi non cancelliamo semplicemente l'art 18, ma tutti i co.co.co, co.co.pro, cancelliamo il precariato e tutte quelle forme di collaborazione che hanno fatto del precariato la forma prevalente del lavoro. Questo diritto che c'è arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un giudice, deve essere in mano all'imprenditore. L'importante è che lo Stato non lasci a casa nessuno".Sui contratti precari affonda nel burro. Le 46 forme contrattuali che centrodestra e centrosinistra hanno regalato alle imprese dalla metà degli anni '90 ad oggi, non sono servite davvero a "rilanciare la crescita"; hanno solo creato un paio di generazioni di lavoratori poveri, ricattati, senza diritti e senza pensione. Dire di voler "superare" questa situazione è iniseme facile e demagogico: quei tipi di contratto non servono più alle imprese (hanno complicato il lavoro degli uffici del personale), ma soprattutto con il "contratto unico a tutele crescenti" (e senza più l'art. 18) la precarietà diventerà universale. Se un imprenditore può licenziare chiunque, in qualsiasi momento, gli si ridà in mano un potere di ricatto totalitario.
A Renzi è scappato di bocca esattamente questo concetto, sia pure nelle forme ambigue che gli sono proprie:
"Questo diritto che c'è arriva da un giudice, noi vogliamo cancellare questo. Non voglio che la scelta di licenziare o assumere sia in mano ad un giudice, deve essere in mano all'imprenditore".Nella democrazia liberale - non nel "socialismo" - il giudice applica la legge; e la legge (un sistema di leggi) regola in genere anche i rapporti tra datori di lavoro e dipendenti. Dire che i giudici non devono metter naso sui licenziamenti (soltanto quelli "senza giusta causa", peraltro) signfica dire che non ci deve essere alcuna legge che impedisca all'imprenditore di fare ciò che vuole cn le persone che lavorano per lui. Punto. Significa presentare come "futuro", e addirittura "speranza", la situazione che c'era nell'Ottocento e fino alla metà nel Novecento. Il passato remoto come futuro, non c'è male come "innovazione".
Sulle menzogne, invece, non si è davvero risparmiato, anche quando ha ilustrato alcune cose vere. Per esempio:
"Il sindacato è l'unica impresa che sta sopra i 15 dipendenti e non ha l'articolo 18. È il sindacato, che poi ci viene a fare la lezione".E' vero che i sindacati, così come i partiti politici, possono licenziare e non c'è un diritto al reintegro sul posto di lavoro. Perché la legge - quel che Renzi vuole eliminare - permette questa differenza di trattamento? Per un buon motivo: il "lavoro nel sindacato", così come quello in un partito politico, non ha (non dovrebbe avere) come obiettivo la produzione di un bene vendibile, ma è un'attività di rappresentanza sociale e/o politica. Un'attività dichiaratamete "di parte", politica in senso stretto e non "neutra" come produrre auto, formaggio o buste paga. Cosa significa? Che se un impegato o funzionario, in un sindacato o in un partito, è "incompatibile con le finalità particolari" che caratterizzzano quel partito o quel sindacato può venire "licenziato" e nessun giudice può farlo rientrare.
Un esempio può servire a chiarire ancora meglio: se un impiegato o funzionario di un partito di sinistra si rivela in realtà un fascista o un infiltrato, chi mai può costringere quell'organizzazione a tenerselo? Vale anche per un partito cattolico o liberale, naturalmente, alle prese con "dipendenti infedeli". Anche gli impiegati della Chiesa, infatti, non sono coperti dall'art. 18; ma Renzi non l'ha mica nominata... In una organizzazione politico-sindacale, insomma, ci si lavora solo se c'è condivisione degli scopi. Nel lavoro dipendente "normale", nella produzione di merci, questo non è necessario. Io posso fare auto per Marchionne anche se sono comunista e gli auguro quotidianamente qualche brutta malattia.
Renzi, nelle sue sparate retoriche, salta tutti questi passaggi, semplifica, si veste dei luoghi comuni dell'ignorante qualunque. E utilizza al meglio anche la caduta di qualità nel "lavoro sindacale" (e nei partiti politici), nella perdita di "senso della missione" che animava (e dovrebbe animare) quel lavoro. E' un fenomeno in atto da tempo (quanti di voi conoscono gente che "lavorava in Rifondazione", o "lavora in Cgil", e ne parla come di un posto di lavoro qualsiasi, in cui l'unica cosa che conta è lo stipendio?), un degrado della politica che ora viene spazzato via, come i rifiuti in mezzo alla strada.
Lo diciamo sapendo che siamo dentro un cambio di regime, per molti versi inarrestabile perché moltissimo di quel che c'è - sul piano istituzionale, legislativo, delle rappresentanze storiche - è assolutamente indifendibile e odiato dalla stragrande maggioranza della popolazione. Il sindacato "complice" si è guadagnato l'odio e l'ostilità persino dei suoi iscritti, a forza di cedere pezzi sempre più consistenti di diritti, salario, certezze; a forza di accettare precarietà, esternalizzazioni, differenze di trattamento ignobili. La stessa minaccia di uno "sciopero generale", agitata da una contraria agli scioperi come Susanna Camusso, suona assolutamente poco credibile perché esplicitamente condizionato all'eventualità che "il governo decida con un decreto". Persino ora, insomma, la Cgil si preoccupa solo del proprio "ruolo politico", del suo poter sedere a un tavolo di trattativa, piuttosto che del "merito" del Jobs Act.
Una melma in cui Renzi (chi lo ha selezionato e messo nel posto che occupa) è cresciuto come un tumore che ora passa, ramazza tutto e fa pagare i conti a qualcun altro.
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