Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/03/2024
Salario minimo? timeo danaos et dona ferentes
L’Italia è l’unico Paese europeo che abbia registrato una contrazione dei salari reali nel trentennio 1990-2020; è anche il Paese che vanta il poco invidiabile record di una percentuale a due cifre di working poor (nel 2019 i lavoratori in condizioni di povertà erano l'11,8% del totale); è infine il Paese in cui i lavoratori che percepiscono una retribuzione oraria inferiore agli otto euro e mezzo l'ora sono più di un milione (1,3). Non sono forse tre buone ragioni per fissare un salario minimo legale, provvedimento che ci viene fra l’altro sollecitato dall'Europa? Savino Balzano, sindacalista pugliese (di Cerignola, città natale di Di Vittorio, precisa orgogliosamente) già autore di libri (1) sulle problematiche del lavoro e collaboratore de La Fionda, non è convinto che questa sarebbe la soluzione giusta per migliorare le condizioni di una delle classi lavoratrici più tartassate del mondo occidentale, e spiega le ragioni di tale opinione in un pamphlet dal titolo Il salario minimo non vi salverà, appena uscito da Fazi Editore.
Il salario minimo, sostiene, potrebbe essere l'ultima di una lunga serie di trappole che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, hanno collaborato a ridurre progressivamente il potere contrattuale dei lavoratori italiani, fino a ridurlo praticamente a zero. Descrivendo le tappe di questa via crucis, l'autore prende le mosse da Luciano Lama, la vestale del moderatismo sindacale che, con parole degne di Menenio Agrippa, spiegò agli operai che l'impasse del lungo ciclo di lotte del decennio '60/'70 era l'inevitabile esito di una stagione di rivendicazioni "estremiste", alimentate dall'illusione di fare del salario una variabile indipendente. Purtroppo, ammoniva Lama, appellandosi alle "leggi" dell'economia canonizzate dagli esperti al servizio della Confindustria, il capitalismo conosce una sola variabile indipendente, vale a dire quel profitto che, ove costretto a scendere al di sotto di un "ragionevole" minimo, provoca crisi, disinvestimenti, chiusure di imprese, licenziamenti.
Una volta incisa nell’opinione pubblica l’idea che la crisi iniziata negli anni Settanta era attribuibile alle intemperanze del sindacalismo di base e dei consigli dei delegati di reparto, (e non alla fine della bonanza delle materie prime a buon mercato, ai conflitti interimperialistici, all'avvio di un nuovo ciclo di finanziarizzazione dell'economia, ecc.), e una volta imboccata la via della "compatibilità" fra livelli salariali e margini di profitto, si è scesi lungo un piano inclinato sempre più ripido. Incassata la sconfitta alla Fiat nel 1980, celebrato (con la scarsa opposizione, se non con la benedizione, di una sinistra sempre più sensibile alle sirene neoliberali) il divorzio fra Banca Italia e Tesoro (1981), a partire dal quale è divenuto impossibile ricorrere al debito pubblico per finanziare politiche economiche anti regressive, si è benedetto il compromesso storico PCI-DC celebrato all'insegna dell'austerità come valore "di sinistra" (2). Finché nel 1985 i sindacati, sposando la tesi che attribuiva la causa dell'inflazione al meccanismo di indicizzazione dei salari, firmano il protocollo Scotti che tagliava del 15% la scala mobile, che verrà definitivamente soppressa nel 1992, lo stesso anno di quel Trattato di Maastricht che segna la definitiva abdicazione dello Stato italiano alla possibilità stessa di praticare politiche economiche anticicliche.
La cronistoria che Balzano stende dei tradimenti perpetrati nei confronti degli interessi dei lavoratori si articola su due linee, parallele ma strettamente connesse. Da un lato, si impegna a smascherare il mito di un'Europa chiamata a legittimare le politiche di contenimento di retribuzione e spesa pubblica come via obbligata per evitare la catastrofe del fallimento. Un’Europa che letteralmente non esiste, scrive Balzano, ove si consideri che non condividiamo una lingua né un’identità comuni, né tanto meno, uno spirito solidaristico unitario; ma se non esistono una comunità o un popolo europei, esiste la UE in quanto sistema giuridico, ingegneria istituzionale, un organismo che, ancorché privo di legittimazione democratica, può dettare ai paesi membri le politiche pubbliche. Esiste l'Europa come spazio che impone la concorrenza fra stati per attirare capitali garantendo bassa pressione fiscale, tagli allo stato sociale, basso costo del lavoro. L'Europa che nel 2012 ci ha imposto di integrare il Fiscal Compact nella Costituzione, cancellandone con un tratto di penna tutti gli articoli formulati a tutela della dignità del lavoratore e del cittadino.
Dall'altro lato l'autore elenca gli obiettivi che, sfruttando l’inquadramento del Paese nella gabbia europea e la trasmigrazione di vertici sindacali e partitici sotto i vessilli del liberismo, questa spietata guerra di classe dall'alto (3) è riuscita a realizzare sul fronte interno. Di anno in anno, accusa, la classe operaia è stata inondata di menzogne, un coro cui hanno partecipato non solo sindacalisti e politici ma anche intellettuali, studiosi, giornalisti unanimemente impegnati ad assicurare, in occasione di ogni taglio di salario diretto e indiretto (sanità, pensioni, welfare), e di ogni cambiamento peggiorativo delle regole sui contratti di lavoro, che questi “sacrifici” avrebbero garantito un aumento dell’occupazione.
Ciò che in realtà si è ottenuto è stato solo l’aumento della precarietà. Così, in un crescendo culminato con il famigerato Jobs Act varato da Renzi, i lavoratori hanno “conquistato”: la liberalizzazione dei contratti a termine; i contratti di apprendistato che hanno istituzionalizzato lo sfruttamento semi gratuito di persone congelate a tempo indeterminato nello status di lavoratori “in formazione” e “in prova” (per tacere dell’alternanza scuola-lavoro, che ha consentito di imporre a migliaia di studenti di sgobbare gratuitamente, e di pagare un sanguinoso tributo alla strage dei caduti per incidenti sul lavoro); la creazione di un esercito di finte partite Iva, inquadrate come dipendenti a tempo pieno senza godere dei “privilegi” dei colleghi regolarmente assunti (operazione accompagnata da una tambureggiante retorica sulle magnifiche sorti e progressive di una nuova generazione di aspiranti “imprenditori di se stessi”); infine, a correzione dell’“eccesso di tutela” garantito dallo Statuto dei lavoratori, i vincitori delle cause contro licenziamenti immotivati non hanno più potuto ottenere la reintegrazione del posto di lavoro ma solo modesti rimborsi.
Per colmo di ironia, una volta creato questo variegato esercito di precari, lo si è aizzato contro gli ingiusti “privilegi” di lavoratori garantiti e pensionati, tentando di dirottare la rabbia delle nuove generazioni contro gli anziani, una delle tante guerre fra poveri al pari dei conflitti fra uomini e donne, immigrati ed autoctoni, ecc. Nel frattempo, le sinistre liberal progressiste sventolavano la bandiera arcobaleno (simbolo di quei diritti civili – riservati a individui e gruppi minoritari (4) – che Balzano definisce senza peli sulla lingua il nuovo oppio dei popoli) dimentiche di essere le prime responsabili della falcidia di salari, occupazione e stato sociale. Nel corso dei decenni in cui l’esercito del lavoro abbandonato dai propri generali passava di sconfitta in sconfitta, l’unico provvedimento in controtendenza è stato, pur con i suoi limiti, quel Decreto dignità varato nel 2018 dal governo M5S – Lega, provvedimento che, nella misura in cui poneva un minimo argine agli effetti dell’abolizione dell’Articolo 18, è stato criticato da PD e CGIL perché foriero di rischi di “irrigidimento” del mercato del lavoro. A rassicurare i padroni in merito ai rischi in questione hanno del resto provveduto i successivi governi Draghi e Meloni.
A questo punto perché non guardare con favore alla proposta di istituire un salario minimo fissato per legge? In primo luogo, risponde Balzano, perché a sostenerla sono gli stessi soggetti, come la UE, le sinistre liberal progressiste e persino la Confindustria (“non poniamo ostacoli, anche perché noi già paghiamo di più”) che hanno gestito lo scempio dei diritti delle classi lavoratrici appena descritto: timeo danaos et dona ferentes, per citare l’avvertimento di Laocoonte agli imprudenti troiani che si apprestavano a introdurre il cavallo nelle mura cittadine. Per corroborare il proprio sospetto, Balzano cita fra gli altri il guru del neoliberismo von Hayek: l’uomo che aveva individuato nell’Europa il dispositivo ideale per abbattere il costo del lavoro si è infatti speso a favore di un reddito minimo “per impedire che i poveri possano rappresentare una minaccia”.
Eppure, gli si potrebbe obiettare, è indubbio che i lavoratori non coperti da contratti collettivi potrebbero trarne giovamento. Vero, replica Balzano ma, a parte il fatto che lavoratori in nero e finti autonomi ne resterebbero fuori, si tratterebbe comunque di una minoranza, visto che la maggioranza gode di retribuzioni superiori alle soglie minime previste. Ma soprattutto, aggiunge, il rischio è che, in un contesto di debolezza contrattuale, il salario minimo legale potrebbe trascinare verso il basso le retribuzioni. Un simile provvedimento potrebbe funzionare solo in un contesto contrattuale favorevole alla forza lavoro, svolgendo il ruolo di base retributiva incomprimibile per gli strati più deboli e di primo gradino di una mobilità verso l’alto per quelli più forti, viceversa, in un contesto di debolezza generalizzata, qual è quello attuale, agirebbe da “tappo”, legittimando il rifiuto padronale nei confronti di ogni velleità di aumento (vi diamo già più del minimo) o addirittura le decurtazioni di salari “eccessivi” in situazioni di crisi aziendali e/o di crisi settoriali o generalizzate (non possiamo darvi più del minimo fissato per legge, ed è già fin troppo). Del resto, scrive Balzano, la stessa CGIL ha già siglato contratti che prevedono paghe sotto i 9 euro l’ora (cioè la base che si ipotizza per il salario minimo legale).
Per capire il vero nodo sollevato da Balzano, occorre però andare al di là delle argomentazioni fin qui esposte. Il fatto è che la sua diffidenza è rivolta in generale contro la regolazione politica dei rapporti di forza fra classi sociali. Un esempio? I diritti acquisiti con lo Statuto dei lavoratori, argomenta, sono stati operativi solo finché gli operai hanno avuto la forza di imporne l’applicazione. Venuta meno tale condizione si è capito come quella “conquista” fosse servita a congelare, istituzionalizzandolo, il processo di democratizzazione delle imprese innescato dalla rivoluzione dei delegati di reparto, per poi decapitarlo in una fase successiva. Insomma: le vere conquiste non derivano dalla legge ma dagli equilibri di potere, solo i lavoratori possono salvare i lavoratori, mentre delegare alla legge (cioè alla politica) la gestione dei loro interessi “significa firmare una cambiale in bianco ai partiti”, gli stessi che li hanno massacrati.
Eppure nemmeno Balzano può esimersi dall’evocare la legge nella sua forma più alta, vale a dire quegli articoli della nostra Costituzione che trattano del lavoro, per spiegare a quale modello dovrebbero a suo avviso ispirarsi i rapporti fra capitale e lavoro. Un modello al quale, sembra di capire da alcuni passaggi del libro, si sarebbe in qualche modo avvicinato, pur senza realizzarlo, il capitalismo del trentennio postbellico, (un modello capitalistico “che è stato svenduto” scrive). Dopodiché riconosce che quel modello costituzionale appare oggi insostenibile (5), per cui conclude ammettendo francamente di non essere in grado di proporre una pars construens, tanto è vero che l’unica affermazione “positiva” che ho trovato nel libro è che ci vorrebbe un sindacato “animato da una visione del lavoro e della società”. Perché piuttosto non un partito radicalmente altro da quelli che giustamente critica, un partito diverso sul piano di principi, valori e modalità di intervento politico e sociale? Evidentemente perché Balzano è a sua volta parte di quella cultura radicalmente antipolitica che caratterizza anche l’ala più onesta e incazzata (tanto da rivendicare il proprio diritto all’odio di classe) di una sinistra occidentale ormai arresasi alle ragioni del verbo liberale. Una cultura che, nel suo caso, assume toni che non esisterei a definire pansincalisti, visione di cui la sua generosa denuncia sconta inevitabilmente i limiti. Vedi laddove scrive che quello del lavoro è un mercato, non un mercato qualunque ma pur sempre un mercato; ebbene: questo è esattamente il confine al di là del quale nessuna prassi sindacale, anche la più radicale, potrà mai spingersi. Oltre c’è solo il riconoscimento di Marx – ma anche di Polanyi (6) – che la forza lavoro (non il lavoro!) è, al pari della terra e del denaro, una finta merce, e che questa finzione, su cui si fonda l’oppressione e lo sfruttamento delle classi lavoratrici, può essere superata solo da una società socialista, magari “imperfetta”, come quelle di cui mi occupo nel mio ultimo libro (7), ma in cui è comunque la politica a governare sull’economia e non viceversa.
Note
(1) Savino Balzano ha pubblicato Contro lo smart working (Laterza 2021) e Pretendi il lavoro (GOG Edizioni 2019)
(2) Parlando delle responsabilità di Berlinguer, Balzano usa il termine "ingenuità", parola decisamente blanda per un leader di sinistra che ha dichiarato di sentirsi protetto dall'ombrello della NATO
(3) Cfr. L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 2012.
(4) Per dirla tutta la cultura dei diritti civili (con il suo corredo di linguaggi "politicamente corretti") inalberata dalle sinistre postmoderne è qualcosa di più e di peggio di un nuovo oppio dei popoli: è l'ideologia ufficiale della sinistra del capitale, come l'ho definita nel mio Guerra e rivoluzione (Meltemi 2023). E i popoli ne sono talmente consapevoli che, quando non si astengono, votano a destra in odio ai partiti che ne professano i valori.
(5) Posto che il modello di capitalismo cui si riferisce Balzano è, se non sbaglio, quello dell'economia mista che ha caratterizzato il trentennio postbellico nel nostro come in altri Paesi occidentali, inspirato al compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, è giusto dire che appare oggi insostenibile, anche se va precisato che è tale per ragioni politiche e non economiche, in quanto politiche che un tempo avremmo definite socialdemocratiche e riformiste oggi potrebbero essere imposte solo con metodi rivoluzionari (tanto è vero che le uniche economie miste nel mare del neoliberismo globale si trovano oggi nei Paesi socialisti di Asia, Africa e America Latina).
(6) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
(7) "Elogio dei socialismi imperfetti" è il titolo del secondo volume di Guerra e rivoluzione (Meltemi 2023) in cui analizzo l'esperienza cinese e quelle di alcuni Paesi latinoamericani.
Fonte
L’Europa va alla guerra
Il conflitto tra Russia e Ucraina pare impantanato in una sostanziale situazione di stallo che allontana sempre più l’ipotesi di una risoluzione militare degli eventi. I mesi passano, uno dopo l’altro e uno identico all’altro, con un portato di morte e distruzione che monta a dismisura. Nulla di tutto questo, però, pare scalfire la determinazione con cui le principali potenze occidentali perseverano nell’applicare all’Ucraina il principio del ‘vai avanti tu, che a me viene da ridere’, continuando a soffiare sulle braci di una guerra per procura.
Nonostante il martellamento incessante e a reti unificate della propaganda bellicista, però, l’opinione pubblica nei Paesi occidentali coinvolti a vario titolo nel conflitto mostra segni crescenti di fatica e insofferenza nei confronti di un mostro che sembra sfuggito di mano. C’è bisogno quindi di riavvolgere il copione e provare, tramite la diffusione ad hoc di panico e irrazionalità, a rinfocolare la bellicosità della popolazione europea.
Il ruolo dell’agitatore è affidato, questa volta, a uno dei volti più scialbi e insignificanti della tecnocrazia europea, quel Charles Michel il cui mandato come Presidente del Consiglio Europeo è in scadenza e che quindi può essere mandato in avanscoperta e bruciato all’occorrenza. In una recente lettera inviata al Consiglio Europeo, Michel tuona: “Urgenza, intensità e determinazione incrollabile sono imperative... È inoltre giunto il momento per un autentico cambiamento di paradigma in relazione alla nostra sicurezza e difesa. Sono decenni che l’Europa non investe a sufficienza nella propria sicurezza e difesa. Ora che ci troviamo di fronte alla più grande minaccia per la sicurezza dalla Seconda guerra mondiale, è tempo di adottare misure radicali e concrete per essere pronti a difenderci e mettere l’economia dell’UE sul ‘piede di guerra’.”
Una chiamata alle armi vera e propria, sguaiata nei suoi toni incendiari quanto sfacciata nel dichiarare, poche righe dopo quelle appena riportate, quali sono gli interessi di fondo che stanno davvero a cuore a Michel e a tutti i cantori dell’armiamoci e partite: “Dobbiamo inoltre aiutare l’industria della difesa ad accedere ai finanziamenti pubblici e privati e ridurre gli oneri e gli ostacoli normativi”; la guerra – così come era stato per la pandemia – come occasione da non lasciarsi sfuggire per alimentare il profitto.
L’appello di Charles Michel può non avere riscaldato i cuori delle persone comuni, ma non è stato lasciato passare invano. Hanno risposto infatti, in un caso in maniera diretta e in un altro in maniera ideale, due insigni e autorevoli economisti, qui più che mai impegnati a interpretare quel ruolo di ‘sicofanti del capitale’ che Marx aveva prefigurato per questa categoria.
Daniel Gros, tedesco, esperto di ‘cose europee’, bocconiano e direttore del think tank Center for European Policy Studies, in un’intervista a La Stampa, parte constatando “che l’Ue si debba preparare alla guerra, mi sembra ovvio visto che un conflitto è già in corso”. In maniera più felpata rispetto a Michel, sulle cui parole è chiamato ad esprimersi, prosegue notando che, fosse per lui, non bisognerebbe parlare di ‘economia di guerra’, fosse solo per il fatto che gli aspetti economici di un nostro coinvolgimento più attivo nel conflitto non sono quelli più importanti. Infatti, “ciò che occorre è un cambiamento psicologico, prima che sociale. Ci siamo abituati alla pace e al fatto che non ci fosse alcuna minaccia dal punto di vista militare. Adesso però dobbiamo abituarci al pensiero che esiste questo pericolo. È questa la parte più importante”. Bisogna alimentare il terrore, per cambiare la maniera di pensare della popolazione dei Paesi europei e arruolarla nei ranghi della guerra a tutti i costi.
Non può mancare, infine, una tirata di orecchie all’Italia per la situazione dei suoi conti pubblici e una allusione ammiccante all’austerità, la vera passione di Gros (insieme alla guerra, a quanto pare): «(L’Italia) avrebbe la capacità di fare molto di più per sostenere l’Ucraina e la difesa europea. Ma l’equilibrio politico, e anche mentale, è tale che gli sforzi accessori per queste due voci sarebbero in deficit. Non è una situazione congeniale. Se guardiamo i Paesi che a oggi sostengono l’Ucraina e spingono per un incremento della spesa militare europea troviamo un elemento comune a tutti. Hanno conti in ordine e un basso deficit”.
C’è un protagonista finale di questa carrellata degli orrori, un amico di lunga data di questo blog. Francesco Giavazzi, altro bocconiano di ferro, già consigliere principale di Mario Draghi durante la Presidenza del Consiglio di quest’ultimo, fa sfoggio di un cinismo economicista difficile da immaginare: ascoltare per credere.
L’occasione è la presentazione di un recente libro di Olivier Blanchard. Dopo decenni passati a decantare le virtù dell’austerità espansiva – l’idea secondo la quale tagliare la spesa pubblica, cioè chiudere ospedali, licenziare dipendenti pubblici, tagliare le pensioni etc., ha effetti benefici sull’economia di un Paese – Giavazzi si trova a fare i conti con la realtà degli ultimi anni, in cui l’intervento massiccio dello Stato nell’economia è stato il singolo fattore che ha evitato il collasso delle principali economie avanzate.
Ecco, quindi, che il nostro deve impelagarsi in giri di parole e ragionamenti contorti per provare a tenersi in equilibrio tra una condanna del debito pubblico – che rimane comunque la ragion di vita profonda – e tutta una serie di casi eccezionali e straordinari in cui il debito pubblico può essere accettato. L’Ucraina è, per Giavazzi, un caso di scuola in cui il debito pubblico può essere tollerato. Questo Paese ha, infatti, necessità di indebitarsi per continuare a sostenere lo sforzo bellico. Ma i soldi presi a prestito oggi andranno restituiti un domani (ai Paesi occidentali che oggi continuano a soffiare sul fuoco), e quindi siamo di fronte a una rogna che le generazioni ucraine presenti passano alle generazioni ucraine future. Ma questo scambio è, per una volta, accettabile.
La generazione di oggi, infatti, paga “combattendo e, purtroppo, sempre più spesso morendo”. La generazione successiva, invece, “si troverà, speriamo, in un Paese libero e quindi è giusto che debba pagare”. In pochi minuti di video, una rappresentazione impeccabile del punto di vista di un pezzo di élite europea: l’Ucraina come pedina per finalità politiche tutte interne all’Occidente e come paradigma di tutto quanto c’è di sbagliato nell’operato delle istituzioni europee, sia per quanto riguarda gli aspetti economici, sia per quanto riguarda la politica estera.
Da un lato, infatti, si ripropone la solita suggestione secondo cui l’indebitamento pubblico di oggi debba essere restituito successivamente, come un qualsiasi debito privato. Questo costrutto ideologico privo di fondamento serve esclusivamente a edificare il castello retorico del “non ci sono i soldi” e della “coperta troppo corta”. Dall’altro, dietro i mille proclami di vicinanza al popolo ucraino, non si scorge neanche un vago principio di solidarietà da parte dell’élite europea a fronte di una popolazione massacrata dalla guerra, comunque la si pensi sulle cause del conflitto: cara Ucraina, ora piangi i morti e poi paga i debiti! Benvenuta nell’Unione Europea...
Le parole di Michel, di Gros, di Giavazzi, vanno prese sul serio. E vanno usate per mostrare la follia di chi vuole continuare a trascinarci in un conflitto in cui a vincere sono solamente gli interessi di pochi privilegiati, sulla pelle di chi in guerra ci muore.
Telecomunicazioni in Italia. Sovranità o sudditanza?
Sovranità tecnologica: cosa farà il governo
Da parte della politica, alla luce degli investimenti strutturali previsti nel PNRR, servirebbero segnali concreti per capire come superare le criticità del settore delle telecomunicazioni e non aperture di tavoli di dialogo per gestire semplicemente gli ennesimi esuberi e tagliare i costi del lavoro.
Di fronte ai conflitti globali in atto e all’attuale concorrenza commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina attraverso il primato sulla tecnologia, servono decisioni politiche per affermare il controllo sulle telecomunicazioni in ottica di sovranità tecnologica, senza favorire una parte o l’altra.
Occorre una politica nei settori e nelle filiere strategiche, dove l’impatto della tecnologia diventi fondamentale, che promuova una nuova visione industriale del sistema paese, mettendo in moto una proficua collaborazione tra il mondo della ricerca, delle università e del sistema economico e industriale all’insegna dell’indipendenza tecnologica.
È questa la visione che in Italia è mancata, subendo una sudditanza di fatto.
Nei prossimi anni ci sarà un’accelerazione enorme sull’uso delle nuove tecnologie, in particolare sulle infrastrutture 5G e sui servizi collegati, come la telemedicina e la robotica.
In questa nuova realtà il nostro sistema economico e industriale deve incamminarsi per trovare le aree di specializzazione ed eccellenza, per riguadagnare leadership tecnologica e industriale.
In questo contesto l’operazione della separazione della rete di TIM al fondo americano KKR, e potenzialmente i cavi sottomarini di TI Sparkle ad altri fondi, con il ruolo attivo del Governo guidato da Giorgia Meloni, risulta devastante, visto come si stanno muovendo gli altri operatori del settore a livello europeo, che si rafforzano attraverso acquisizioni, come ad esempio l’acquisto di Vodafone Italia da parte dell’operatore svizzero che controlla Fastweb.
L’Italia con miopia sta rinunciando alla sovranità sulle telecomunicazioni italiane, attraverso anni di privatizzazioni, tutte fallimentari, senza eccezioni, in termini di produzione, profitti e occupazione.
Il controllo delle Telco, dove si giocheranno le future partite geoeconomiche, con impatti sulla finanza, l’innovazione tecnologia ed economico-industriale, sono strategicamente rilevanti oggi più che mai. Solo così sarà possibile conferire al nostro Paese quella sovranità tecnologica ed economica utile a renderlo protagonista dei nuovi scenari.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, si limiteranno all’applicazione del “golden power”, come verificatosi per fermare l’acquisto da parte della società cinese China National Tire and Rubber Corporation, Ltd., degli pneumatici ‘Cyber’ di Pirelli dotati di sensori, i quali raccolgono informazioni che possono essere considerate strategiche e sensibili, come i dati del guidatore e lo stato delle infrastrutture.
Questa partita sul futuro di TIM e di conseguenza delle telco italiane, nel lasciare fare al libero mercato, sarà giocata dal Governo alla pari con Pechino e Washington, oppure in qualità di semplice vassallo vorrà schierarsi con per rafforzare le relazioni transatlantiche tra Italia e Stati Uniti?
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L’IA produrrà milioni di disoccupati, a meno che...
Fin quando l’automazione – l’applicazione di una IA molto limitata al “controllo delle macchine” – ha avuto come effetti pratici la parcellizzazione del lavoro manuale, “espropriando” competenze storiche dell’”operaio professionale”, ben pochi hanno sollevato il dubbio che questo processo storico, chiamato anche “terza rivoluzione industriale”, potesse avere effetti sociali profondamente negativi.
A quei pochi veniva opposto il tormentone propagandistico “finora l’innovazione tecnologica ha sempre prodotto una riduzione di alcuni lavori, ma la moltiplicazione di lavori del tutto nuovi, prima inimmaginabili; dunque il saldo non potrà che essere positivo anche stavolta”.
Si potrebbe obiettare che se si è passati mille volte al semaforo con il rosso, non è affatto detto che andrà bene ance la prossima volta. Ma ci sono argomenti anche più seri, nella realtà presente...
Se guardiamo con occhio disincantato il panorama industriale di oggi possiamo constatare che quella “sostituzione” di lavori vecchi con “lavori nuovi” è stata quanto meno “zoppa”.
Da un lato “alto”, certamente, sono emerse nuove figure professionali chiamate per pigrizia “cognitive” – programmatori, tecnici, sistemisti, l’infinita varietà di specialisti software e hardware – ma nell’insieme il totale degli occupati in questi ambiti è rimasto assai inferiore a quello un tempo impiegato nella “fabbrica fordista”.
Dal lato inferiore, invece, sono cresciute esponenzialmente una lunga serie di mansioni neo-servili a ridosso di iniziative imprenditoriali minime (ristorazione, alberghiero, cura della persona e degli animali domestici, servizi turistici in genere, ecc.) o dell’“economia delle piattaforme” (consegne a domicilio, e-commerce, ecc.). Ambiti con un solo tratto comune: zero qualificazione del lavoro e salari da fame.
Da qualche anno, però, l’IA si sta candidando a sostituire “naturalmente” anche la massa di lavori “cognitivi” un tempo appannaggio esclusivo del “lavoro di concetto”. E non solo impiegati pubblici – indicati come sempre al pubblico dileggio – ma anche e soprattutto nel mondo delle professioni.
Già venti anni fa i tabloid statunitensi cominciarono a utilizzare una IA molto rudimentale per compilare buona parte delle pagine dei quotidiani dedicate allo sport (risultati, classifiche, cronache ridotte all’osso, ecc.). E oggi non c’è chi non veda come sia tranquillamente sostituibile una massa notevole dei “giornalisti” mainstream da tempo ridotti a “stenografi” obbedienti (all’editore, alla classe dirigente, a chi paga e decide della tua carriera).
In fondo l’IA – come ha provato a spiegare Noam Chomsky – è l’equivalente esatto dell’automazione in campo manifatturiero: una macchina che utilizza quel che c’è.
“La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una macchina statistica e avida di centinaia di terabyte di dati per ottenere la risposta più plausibile a una conversazione o la più probabile a una domanda scientifica”.
Al contrario... “la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Non cerca di danneggiare le correlazioni dai dati, ma cerca di creare spiegazioni.
Smettiamola di chiamarla allora “Intelligenza Artificiale” e chiamiamola per quello che è e fa: un “software di plagio” perché “non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright.
Questo è il più grande furto di proprietà intellettuale mai registrato da quando i coloni europei sono arrivati nelle terre dei nativi americani.”
Si può dire anche in termini marxiani: è la sussunzione reale del lavoro mentale al capitale, così come c’è già stata la sussunzione del lavoro manuale.
Una quarta rivoluzione industriale che fa a fette sottilissime il ceto medio.
Epistemologicamente è però quasi un suicidio dell’umanità. Perché le funzioni creative vengono ristrette e consegnate ai vertici dell’organizzazione sociale esistente, ma anche esse – per rispondere alle esigenze dell’accumulazione capitalistica e alla sua logica del profitto massimo nel tempo più breve – vengono drasticamente ridotte nella loro variabilità.
Il pensiero unico sembrava la la vittoria definitiva del capitalismo anche a livello ideologico, ma sta morendo senza neanche capire perché. Basta osservare con disincanto le classi dirigenti dell’Occidente neoliberista per verificarne l’assoluta inconsistenza: parlano tutti lo stesso linguaggio, obbediscono tutti alle stesse regole, ma non risolvono nessun problema, se non cercando di ricorrere alla forza (e pure lì...).
Non serve un etologo o un ambientalista critico per capire che se si riduce la biodiversità – anche al livello del pensiero – si perde tutto. Così come una coltura omogenea di enormi dimensioni può essere spazzata via da un parassita imprevisto, così un modo di ragionare senza alternative (do you remember Thatcher?) può collassare davanti a problemi irrisolvibili con i suoi strumenti (deve tener ferma la priorità e legittimità del profitto privato, null’altro).
L’IA, come giustamente dice Chomsky, non crea nulla. Fa riassunti, adatta formulazioni già pensate, copia, glissa, accosta, giustappone... ma non pensa, non inventa, non crea. Non risolve alcun problema nuovo, ma fornisce infinite mescolanze di soluzioni per problemi già risolti. È la fine della capacità di scoprire a favore del riciclo perenne del già noto.
Da un punto di vista è ovviamente utilissima, non scherziamo. Meccanizzare migliaia di azioni ripetitive è un risparmio di fatica umana e di spesa. Anche in ambito scientifico. La sua noiosa ripetitività consente di “liberare” (verso ricerche migliori o verso la disoccupazione...) cervelli altrimenti destinati a verificare quasi manualmente quale delle tante possibilità sia quella giusta.
Un esempio per tutti. La famosa “proteina spyke” del coronavirus aveva una certa forma che consentiva, in un determinato punto, l’attacco di un anticorpo vaccinale. Analizzare una per una, “a occhio”, le migliaia di varianti di forma pressappoco simili avrebbe richiesto settimane o mesi di ricerca. L’IA, una volta memorizzati i dati, ha fornito la risposta in termini di secondi, o minuti. E il vaccino efficace può essere scoperto in assai meno tempo di prima.
Questo vuol dire che l’umanità potrebbe – come per l’automazione industriale – risparmiare lavoro ripetitivo, spremuto da esseri umani ridotti a pura “forza lavoro”, per darsi altri compiti, altre ricerche, altri modi di vivere e stare insieme.
Ma se lo scopo del produrre è quello di alimentare il profitto di sempre meno imprese, sempre più colossali, allora quella “liberazione dal lavoro” non si tradurrà in una vita migliore per tutti, in cui il “tempo di lavoro” individuale si restringe; ma assisteremo ad una strage di posti di lavoro, a un’esplosione della disoccupazione di massa, con dinamiche sociali al momento imprevedibili ma certamente poco allegre.
Guerra mondiale permettendo, certo.
Questa lunga riflessione viene sollecitata dal rapporto dell’Institute for Public Policy Research (IPPR), un centro di ricerca inglese che ha provato a simulare gli effetti dell’IA sul mercato del lavoro britannico (poco più di 60 milioni di abitanti, come l’Italia).
I risultati quantitativi, seppure ipotetici, sono scontati: migliaia di mansioni scompariranno, anzi stanno già scomparendo, e milioni di disoccupati si riverseranno “liberi” nelle strade. Milioni in Gran Bretagna significa almeno un miliardo a livello planetario (non c’è ragione, infatti, perché le imprese di altri paesi dovrebbero “autolimitarsi” nell’utilizzo dell’IA).
La cosa sorprendente non è ovviamente questa, ma le indicazioni suggerite per evitare la catastrofe:
“La tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi”.
L’indicazione è chiara, e anche ovvia: la politica deve prendere il posto di comando e governare l’evoluzione sociale, anche della tecnologia, secondo un progetto e una visione che quanto meno subordina la dinamica del profitto di impresa.
Detto da un comunista sembra una vecchia proposizione ideologica; detto da un ricercatore liberale appare invece come una resa davanti alla realtà; il meccanismo capitalista, lasciato “libero” di agire senza limiti, produce catastrofe. E guerra. Va arrestato e almeno re-indirizzato secondo “un piano”.
Qui di seguito abbiamo tradotto l’abstract del documento, con ovviamente il link al testo completo in inglese.
Buona lettura.
Fino a 8 milioni di posti di lavoro nel Regno Unito sono a rischio a causa dell’IA se il governo non interviene, scopre l’IPPR
– I lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono i più esposti all’automazione, e le donne sono significativamente più colpite
– L’11 per cento dei compiti è esposto all’IA generativa esistente, che sale al 59 per cento se le aziende integrano più profondamente l’IA
– Una serie di scenari dimostrano che un ‘apocalisse lavorativa’ non è inevitabile: al contrario, sono possibili enormi guadagni salariali e di PIL
– Un futuro alternativo è possibile se il governo, i datori di lavoro e i sindacati agiscono per preservare e contribuire a creare nuovi posti di lavoro al sicuro dall’automazione
Un’analisi di questo tipo sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa (IA) sul mercato del lavoro nel Regno Unito scopre un momento di svolta distintivo per il Regno Unito, con possibilità di enormi interruzioni lavorative in futuro o significativi guadagni di PIL, a seconda della politica governativa.
Il rapporto identifica due fasi chiave dell’adozione dell’IA generativa: la prima ondata, che è qui e ora, e una seconda ondata in cui le aziende integreranno ulteriormente e più profondamente le tecnologie IA esistenti nei loro processi.
L’analisi dell’IPPR su 22.000 mansioni nell’economia del Regno Unito, coprendo ogni tipo di lavoro, trova che l’11 per cento dei compiti svolti dai lavoratori è già esposto nella prima ondata.
Identifica i compiti ‘cognitivi di routine‘ (come la gestione dei database) e i compiti ‘organizzativi e strategici‘ (come la pianificazione o la gestione dell’inventario) come i più esposti all’IA generativa, che può leggere e creare testo, codice software e dati.
Tuttavia, questo potrebbe aumentare fino al punto che l’IA svolga il 59 per cento dei compiti nella seconda ondata. Ciò influenzerebbe anche compiti cognitivi non di routine (come la creazione e la gestione dei database) e colpirebbe lavori con guadagni sempre più alti.
Lo studio afferma che i lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono a rischio più elevato di essere interrotti durante la prima ondata. Questi includono ruoli segretariali, di servizio clienti e amministrativi.
Le donne sono più propense a lavorare in tali posti, il che significa che saranno tra le più colpite, afferma il rapporto. Anche i giovani sono a rischio elevato poiché le aziende assumono meno persone per i lavori di livello base e introducono invece tecnologie IA.
Inoltre, coloro che percepiscono salari medio-bassi sono maggiormente esposti a essere sostituiti dall’IA.
L’IPPR ha modellato tre scenari illustrativi per l’impatto potenziale della seconda ondata di adozione dell’IA sul mercato del lavoro, a seconda delle scelte politiche:
• Scenario peggiore – piena sostituzione: tutti i lavori a rischio vengono sostituiti dall’IA, con 7,9 milioni di posti di lavoro persi e nessun guadagno di PIL
• Scenario mediano: 4,4 milioni di posti di lavoro scompaiono, ma con guadagni economici del 6,3 per cento del PIL (£ 144 miliardi all’anno)
• Scenario migliore – pieno potenziamento: tutti i lavori a rischio vengono potenziati per adattarsi all’IA, invece di essere sostituiti, portando a nessuna perdita di posti di lavoro e un impulso economico del 13 per cento al PIL (£ 306 miliardi all’anno)
L’IPPR ha anche modellato tre scenari per l’impatto potenziale dell’IA generativa “qui e ora” sul mercato del lavoro:
• Scenario peggiore – piena sostituzione: 1,5 milioni di posti di lavoro vengono persi, senza guadagni di PIL
• Scenario centrale: 545.000 posti di lavoro vengono persi, con guadagni di PIL del 3,1 per cento (£ 64 miliardi all’anno)
• Scenario migliore – piena potenziamento: nessun posto di lavoro viene perso, con guadagni di PIL del 4 per cento (£ 92 miliardi all’anno)
Inoltre, i guadagni salariali per i lavoratori potrebbero essere enormi – oltre il 30 per cento in alcuni casi – ma potrebbero anche essere nulli.
L’implementazione dell’IA potrebbe anche liberare manodopera per colmare le lacune legate a esigenze sociali non affrontate. Ad esempio, i lavoratori potrebbero essere riallocati ai servizi di assistenza sociale e salute mentale attualmente sottodimensionati.
La modellazione mostra che non c’è un percorso predeterminato unico su come l’implementazione dell’IA si svilupperà sul mercato del lavoro. Esorta anche a un intervento per garantire che i guadagni economici siano ampiamente diffusi, anziché accumularsi solo a pochi.
Senza azione governativa e con le aziende lasciate a se stesse, il peggior scenario è una possibilità concreta, afferma l’IPPR. L’IPPR raccomanda che il governo sviluppi una strategia industriale incentrata sul lavoro per l’IA che favorisca le transizioni lavorative e garantisca che i frutti dell’automazione siano condivisi ampiamente in tutta l’economia.
Questo dovrebbe includere:
1. Sostenere i lavori verdi, poiché i lavori verdi sono meno esposti all’automazione rispetto ai lavori non verdi
2. Interventi di politica fiscale, come incentivi fiscali o sovvenzioni per incoraggiare il potenziamento del lavoro rispetto alla piena sostituzione
3. Cambiamenti normativi, per garantire la responsabilità umana nelle questioni chiave, come ad esempio la salute
Carsten Jung, economista senior presso l’IPPR, ha dichiarato: “L’IA generativa già esistente potrebbe portare a una grande interruzione del mercato del lavoro o potrebbe enormemente stimolare la crescita economica, in entrambi i casi è destinata a cambiare il gioco per milioni di noi. Molte aziende stanno già investendo in essa, e ha il potenziale per velocizzare molti altri compiti man mano che più imprese la adottano.”
“Nel corso dei prossimi cinque anni potrebbe trasformare il lavoro di conoscenza. La domanda ora è meno se l’IA possa essere utile, ma piuttosto quanto velocemente e in che modo i datori di lavoro la useranno. La storia dimostra che la transizione tecnologica può essere un vantaggio se ben gestita, o può finire in crisi drammatica se lasciata a svolgersi senza controlli. Infatti, alcune occupazioni potrebbero essere duramente colpite dall’IA generativa, a cominciare dai lavori in ufficio.”
“Ma la tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi.”
Bhargav Srinivasa Desikan, ricercatore senior presso l’IPPR, ha detto:
“Potremmo vedere lavori come copywriter, grafici e ruoli di assistenti personali essere pesantemente influenzati dall’IA. La domanda è come possiamo guidare il cambiamento tecnologico in modo che permetta nuove opportunità di lavoro, un aumento della produttività e benefici economici per tutti.”
“Ci troviamo in un momento di svolta, e i decisori politici devono urgentemente sviluppare una strategia per garantire che il nostro mercato del lavoro si adatti al XXI secolo, senza lasciare indietro milioni di persone. È cruciale che tutti i lavoratori beneficino di questi progressi tecnologici, e non solo le grandi corporation tecnologiche.”
L’IA generativa si riferisce a nuovi software informatici che possono leggere e creare testo, codice software e dati. I modelli all’avanguardia hanno dimostrato anche capacità di ragionare e applicare concetti astratti in una serie di discipline, spesso a livello universitario.
• Per vedere quali compiti e lavori saranno influenzati dall’IA, l’IPPR ha prodotto una metrica che indica quanti compiti potrebbero essere trasformati dall’IA e ha quindi valutato ciascun compito per quanto riguarda se un essere umano potesse svolgerlo il 50% più velocemente con l’aiuto dell’IA.
• Esposizione all’IA “qui e ora”: questa è la prima ondata di adozione dell’IA, dove l’IA generativa esistente come GPT4 può già svolgere i compiti coinvolti.
• Esposizione all’IA “integrata”: questa è la seconda ondata di adozione dell’IA, in cui l’IA generativa è collegata ad altri sistemi software, compresi i database, e ha la capacità di eseguire compiti (come fare prenotazioni o ordini) che le permettono di eseguire più passaggi.
• L’IPPR (l’Istituto per la Ricerca di Politiche Pubbliche) è un’organizzazione benefica indipendente che lavora per una società più giusta, più verde e più prospera. Siamo ricercatori, comunicatori ed esperti di politiche che creano cambiamenti progressisti tangibili e trasformano idee audaci in realtà sensate.
Lavorando in tutto il Regno Unito, l’IPPR, l’IPPR North e l’IPPR Scotland sono profondamente legati alle persone delle nostre nazioni e regioni e alle questioni che le nostre comunità affrontano.
Abbiamo contribuito a plasmare le conversazioni nazionali e il cambiamento progressista delle politiche per oltre 30 anni. Dal fare il caso iniziale per il salario minimo e affrontare l’ineguaglianza regionale, alla proposta di una tassa straordinaria sulle compagnie energetiche, il lavoro di ricerca e politica dell’IPPR ha presentato soluzioni pratiche per le crisi che la società affronta.
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Brasile - Arrestati i presunti mandanti dell’omicidio di Marielle Franco
A finire in manette sono stati l’ex capo della polizia di Rio de Janeiro Rivaldo Barbosa, l’ex consigliere della corte dei conti locale Domingos Brazão e il fratello di quest’ultimo, il deputato di União Brasil (il principale partito di centrodestra del paese) Chiquinho Brazão.
Secondo Alexandre de Moraes, il giudice del tribunale supremo federale incaricato del caso, sarebbero stati i due fratelli, legati alla criminalità organizzata, ad incaricare dei sicari di uccidere Marielle Franco e il suo autista Anderson Gomes. I due furono uccisi mentre la capofila del movimento contro il razzismo e per i diritti dei membri del collettivo lgbt tornava a casa dopo una manifestazione di sostegno ai diritti delle donne nere.
L’ex capo della polizia di Rio, invece, è accusato di aver intralciato e depistato le indagini che erano sotto la sua supervisione.
A svelare i nomi dei mandanti dell’omicidio politico è stato Ronnie Lessa, ex agente della polizia militare di Rio de Janeiro, in carcere dal 2019 perché ritenuto l’autore materiale del crimine insieme al commilitone Élcio Queiroz.
Il testimone di giustizia ha testimoniato che i fratelli Brazão avevano deciso di far eliminare Marielle Franco già nel settembre del 2017 perché la consigliera comunale anticapitalista rappresentava un ostacolo agli interessi economici della criminalità organizzata.
Secondo il Ministro della Giustizia brasiliano, Ricardo Lewandowski, gli arresti chiudono l’inchiesta, «anche se potrebbero ancora emergere nuovi elementi». In realtà alcuni elementi sono già emersi sul coinvolgimento, per ora non ancora provato, di alcuni esponenti della famiglia dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.
Comunque soddisfazione per gli arresti è stata espressa da Anielle Franco, sorella dell’esponente politica assassinata. «Oggi è stato fatto un grande passo avanti verso la verità» ha affermato l’attuale ministra per l’uguaglianza razziale del governo federale brasiliano.
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Il ministro ucraino Kuleba dà gli ordini agli alleati europei. La Nato schiera migliaia di soldati alle frontiere
Kuleba afferma che l’Ucraina non ha mai chiesto “truppe da combattimento europee sul terreno“, ma i leader dell’UE devono abituarsi all’idea che “il giorno potrebbe arrivare“.
Ma la tesi secondo cui l’Ucraina può vincere, ha bisogno della Nato, senza la quale Kiev dovrebbe ragionare diversamente sugli esiti della guerra. E qui il ministro ucraino presenta la lista delle cose che gli “alleati” devono fare.
“Dateci quei dannati Patriot”, decreta Kuleba “Se avessimo abbastanza sistemi di difesa aerea, vale a dire i Patriot, saremmo in grado di proteggere non solo la vita della nostra gente, ma anche la nostra economia dalla distruzione”, ha aggiunto.
Politico scrive che la scorsa settimana, è stato riferito che gli Stati Uniti hanno esortato Kiev a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche e agli impianti petroliferi russi temendo che gli attacchi dei droni ucraini facciano salire i prezzi globali dell’energia.
Kuleba non ha voluto confermarlo, ma alla domanda se a volte pensa che gli alleati occidentali vogliano che l’Ucraina combatta con una mano legata dietro la schiena, ha risposto: “Sì, lo vogliono”.
Alla domanda sulla riluttanza della Germania nel fornire a Kiev i missili Taurus, Kuleba afferma testualmente che “ogni volta che rispondo alla domanda, ricevo un feedback irritato da Berlino. Lascia fare a loro. Si sono messi in questa situazione. Lasciate che trovino una via d’uscita”.
Dalle critiche del ministro degli esteri ucraino si salva invece il presidente francese Emmanuel Macron. Dopo un inizio traballante, Macron ha recentemente irrigidito la sua determinazione – almeno nei suoi commenti pubblici – insistendo sul fatto che l’Europa non può escludere l’invio di truppe di terra in Ucraina se questo è ciò che è necessario per impedire alla Russia di vincere. “Siamo stati lieti di vedere il presidente Macron evolversi in quella direzione“, ha detto Kuleba.
Gli alleati dicono che l’Ucraina si sta ritirando, è impossibile per l’Ucraina vincere. E gli alleati si chiedono perché dovrebbero fornire all’Ucraina armi “rivoluzionarie“.
“Tutta questa immagine della realtà che dipingete per voi stessi è il risultato di un semplice fatto: che i soldati ucraini non hanno quantità sufficienti di armi perché non le avete fornite”, ha detto Kuleba nell’intervista.
A conferma che il clima a Kiev si va facendo decisamente pesante, il presidente ucraino Zelenski ha “tagliato un’altra testa”, anche questa molto significativa.
Infatti ha sollevato Oleksiy Danilov dal ruolo di segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina e sembrerebbe già aver nominato il suo sostituto, si tratta di Oleksandr Litvinenko, fino ad oggi capo dell’intelligence per l’estero.
La Nato intanto punta sulla deterrenza contro la Russia con una operatività che somiglia molto ad una escalation.
È, infatti, tornato pienamente operativo e potenziato il quartier generale SHAPE di Mons, in Belgio ed ha schierato nei paesi dell’Europa dell’est la Allied Responce Force, prima fondata su una base di 40 mila uomini che poi sono saliti a 100 mila e che si conta di portare, se necessario e con breve preavviso, a 300 mila.
Oggi ad est sono già schierate in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia 8 brigate della Allied Responce Force.
A quanto pare le truppe si vanno ammucchiando alle frontiere, sia a ovest che a est. E questo nella storia non è stato mai un bel segnale.
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Guerrafondai ucraini e nostrani contro i libri di storia delle scuole italiane. Il ministero obbedisce
Si legge sul Sole24ore che: “Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato verifiche per appurare «se i contenuti dei manuali di storia e geografia presentino effettive criticità dopo la notizia della diffusione di libri di testo scolastici per le scuole secondarie di primo grado con un’impostazione faziosa e distorta della realtà storica, in favore della narrazione della Russia putiniana e dell’Unione Sovietica comunista”. Lo ha reso noto il Ministero dell’Istruzione e del Merito.”
Cerchiamo di capire meglio.
“L’allarme – scrive Adnkrons – arriva da un gruppo di attiviste ucraine, che si è rivolto a Irina Cascei, giornalista ucraina che vive da molti anni a Roma e collabora con varie testate italiane. Cascei, dopo aver raccolto i libri e fotografato i capitoli dedicati a Russia e Ucraina, ha contattato Massimiliano Di Pasquale, direttore dell’Osservatorio Ucraina presso l’istituto Gino Germani, esperto di guerra ibrida e misure attive”.
“Studio shock: nei libri di scuola i ragazzi italiani studiano la storia come vuole Putin”, titola Adnkronos, citando direttamente il dossier dell’istituto Germani, specializzato in intelligence a livello militare e che vanta collaborazioni con Rheinmetall, azienda leader nella sicurezza, quotata in borsa, che – come denuncia la giornalista del FQ Stefania Maurizi, massima esperta del caso Assange – collabora con la produzione di armi.
Ma quali sarebbero le colpe gravissime dei nostri testi di storia e geografia putiniani?
Ne citiamo alcuni.
Il Dossier dell’istituto Gino Germani denuncia che “alle medie si racconta che il comunismo voleva la pace” e “che la Crimea voleva essere liberata”.
Qualche esempio?
Putiniano il testo di Zanichelli.
In ‘Vivi la geografia’ si legge addirittura testuale: “Dal 1991, dopo un periodo di pace, in Europa sono scoppiate altre guerre sanguinose, in particolare in Europa orientale. Qui il crollo dei regimi comunisti, che sostenevano la pacifica convivenza tra le etnie, ha favorito la rinascita di nazionalismi, cioè movimenti politici fondati sull’identità culturale, economica e religiosa di una nazione“.
Praticamente si parla di balcanizzazione dell’ex Unione Sovietica e della guerra in Jugoslavia, di cui l’Italia è stata direttamente, colpevolmente, complice.
Quindi: “Dopo aver chiesto l’intervento delle truppe di Mosca, la Crimea, abitata in maggioranza da russi, si è autoproclamata indipendente con un referendum ed è stata annessa alla Russia“.
Nel dossier “si denunciano” addirittura la “fake news” della cessione della Crimea, (secondo l’istituto Germani mai avvenuta), o la “bufala” sui conflitti etnici (“mai esistiti“) tra ucraini e russofoni...
Insomma, secondo Massimiliano Di Pasquale per l’istituto di intelligence Germani, “tutto l’armamentario della dottrina russa che è alla base dell’aggressione del 24 febbraio 2022“.
Nell’intervista al giornale Di Pasquale è molto esplicito. Lasciamo parlare lui: “Siamo davanti a un tipico caso di misure attive”, esordisce Di Pasquale. “È una definizione sovietica, aktivnye meroprijatija, azioni di influenza e destabilizzazione politica e psicologica usate dal Kgb e dal pratico comunista sovietico per favorire l’indebolimento e il collasso dell’occidente capitalistico, e l’espansione del sistema comunista.
Discorso ripreso dall’ideologia imperialista di Putin che mischia stalinismo e fascismo con la componente identitaria della Chiesa ortodossa russa. Le tecniche sono le stesse: operazioni palesi e occulte di propaganda; reclutamento di agenti di influenza, inseriti in politica, media, università, aziende.
Finanziamento di partiti comunisti e della sinistra anti-sistema, anti-euro, anti-Nato; uso di milizie come la Wagner; l’appoggio al terrorismo di sinistra, etnico, separatista; operazioni brutali delle forze speciali come l’assassinio dei dissidenti in patria e all’estero, e i sabotaggi”.
E ancora: “Infine l’uso della storia e della cultura come armi, in particolare con soggetti giovani e ancora ‘intellettualmente vergini’, in cui piantare il seme anti-democratico attraverso organizzazioni non governative e sedicenti pacifisti, quelli che dicono all’Ucraina di arrendersi; e anche, certamente, attraverso la diffusione di una versione distorta della storia nei libri di scuola, in cui leggiamo che i regimi comunisti anelavano la pace mentre gli Stati liberati dalla caduta dell’Urss sono oggi in preda a nazionalisti spietati”, dice all’Adnkronos Di Pasquale, che con i materiali raccolti da Irina Cascei sta preparando un paper “scientifico”, come quello inserito nel libro della Columbia University uscito nel 2021 sui fiancheggiatori della Russia nelle democrazie liberali.
“Finché non avremo analizzato la questione a fondo, insieme ad altri esperti, non intendo sbilanciarmi in un giudizio su questo o quell’autore, o casa editrice. Ma in questi libri di scuola si insinua l’idea di una guerra civile in Donbass, invece di spiegare che è una guerra per procura, manovrata e decisa dalla Russia con l’obiettivo di destabilizzare e infine annettere l’Ucraina”.
Da qui prenderà il via l’azione del ministero. Cioè da un’azione di propaganda guerrafondaia che vuole cancellare la Storia per fare in modo che i nostri ragazzi, invece di acquisire strumenti di conoscenza per sviluppare capacità di analisi e pensiero critico, siano indottrinati da bravi balilla, si preparino all’alternanza scuola caserma, non perdano tempo a fare addirittura manifestazioni pacifiste contro l’invio di armi all’Ucraina, ascoltino e applaudano il Molinari di turno, non si sognino di esprimere solidarietà al popolo palestinese e orrore per il Genocidio.
Chissà se acquisiranno una volta per tutte, questi giovani ribelli, che Auschwitz è stata liberata dagli amerikani...
Ragazzi e insegnanti, nessuno ha il diritto di dirvi cosa bisogna studiare. Tanto meno chi di guerra vive e prospera.
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