L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa
Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.
Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.
Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.
Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?
Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.
Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.
Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.
E l’altro?
Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.
La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?
Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.
Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.
Vale a dire?
Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.
Eppure...
Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.
E per quanto riguarda il supporto americano?
Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.
Con quali potenziali effetti?
Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.
La difesa europea?
È e resterà un miraggio.
C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?
I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).
Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.
Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?
Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.
Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?
La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.
L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.
Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?
Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.
Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?
Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.
Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.
In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.
Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.
Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?
Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.
In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.
Sono dati all’apparenza contraddittori.
Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.
A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?
È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.
Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.
È un esito estremo del sentimento antirusso?
Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.
Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?
E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.
Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.
Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.
La tua previsione?
Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/05/2026
“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”
Futuro Nazionale e il cyberfascismo identitario
C’è una domanda che la sinistra italiana continua a eludere, preferendo l’anatema alla comprensione: come si forma, nel 2026, un movimento politico di massa a partire da un libro scritto da un generale che sostiene che gli omosessuali non sono normali, che la sostituzione etnica è in corso e che il merito è stato assassinato dal buonismo?
La risposta non è semplice, ma è urgente. Roberto Vannacci non è un’anomalia. È una funzione. E la funzione che svolge nel sistema politico italiano dice molto più sul fallimento della sinistra che sulla bontà delle sue idee.
In febbraio 2026, con l’abbandono della Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci ha compiuto il passo che molti osservatori attendevano da mesi. Il logo del nuovo partito – una fiamma tricolore, identica a quella di Fratelli d’Italia – non è una coincidenza estetica: è una dichiarazione programmatica.
Il generale non si nasconde. Annuncia apertamente una destra “vera, orgogliosa, identitaria, pura e contagiosa”. Parole che avrebbero fatto imbarazzare qualunque politico di professione. Parole che invece, in un sistema politico-mediatico sempre più incapace di elaborare il conflitto sociale, diventano benzina elettorale.
1. L’influencer con le stellette: anatomia di un fenomeno
Roberto Vannacci nasce politicamente nel 2023, quando pubblica a proprie spese «Il mondo al contrario», un pamphlet reazionario scritto in stile diretto, aggressivo e sistematicamente contrario ad ogni forma di pensiero progressista. Il libro vende centinaia di migliaia di copie.
Non perché riveli qualcosa di nuovo. Ma perché dice ad alta voce ciò che una parte consistente della popolazione italiana pensa sottovoce, intimorita da un presunto conformismo liberal che in realtà non ha mai dominato davvero il dibattito pubblico del Paese.
Quello che costruisce Vannacci non è un’ideologia originale. È un dispositivo comunicativo. La sua forza non risiede nella profondità del pensiero – che è assente – ma nella capacità di intercettare simultaneamente più flussi emotivi: la frustrazione del ceto medio impoverito, l’insofferenza verso il cosiddetta "politicamente corretto" percepito come imposizione elitaria, la paura dell’insicurezza urbana, il rimpianto di un ordine sociale che non è mai esistito così come viene immaginato.
Alle elezioni europee del giugno 2024, candidato nella lista della Lega, raccoglie oltre cinquecentomila preferenze personali, diventando il candidato più votato dell’intera lista. È il secondo più votato in assoluto in Italia. Entra al Parlamento Europeo e viene eletto vicepresidente del gruppo dei Patrioti per l’Europa.
Il meccanismo che produce questo risultato è antico nelle sue strutture profonde, ma radicalmente nuovo nelle sue forme tecnologiche. Vannacci è un general-influencer: una figura che utilizza i social media, la visibilità televisiva e il formato editoriale del saggio provocatorio per costruire un pubblico fidelizzato intorno a un’identità condivisa di opposizione. Non oppone il lavoro al capitale. Oppone il “popolo sano” alle élite corrotte dal cosmopolitismo, dall’immigrazione e dal progressismo culturale. È un populismo culturale travestito da buon senso.
2. Cyberfascismo: la matrice digitale del consenso reazionario
Per comprendere davvero il fenomeno Vannacci è necessario uscire dalla politologia contingente e collocarlo dentro una trasformazione più profonda del capitalismo contemporaneo. Quello che stiamo osservando non è semplicemente la resurrezione del nazionalismo europeo del Novecento in forma digitale.
È qualcosa di strutturalmente diverso, che possiamo definire cyberfascismo: la mutazione del pensiero reazionario attraverso le architetture dell’informazione digitale, i sistemi di profilazione algoritmica e le piattaforme di polarizzazione emotiva.
Il cyberfascismo non governa con la violenza di piazza, le camicie nere o i manganelli squadristi. Governa attraverso ciò che possiamo chiamare ipnocrazia: un regime dell’attenzione che produce consenso non attraverso la persuasione argomentata, ma attraverso la saturazione emotiva, la semplificazione narrativa e la ripetizione algoritmica degli stessi schemi interpretativi.
In questo regime, la verità non è ciò che è verificabile, ma ciò che è emotivamente efficace. Non si smontano i fatti: si rendono irrilevanti, li si sostituisce con frame identitari che non ammettono confutazione perché non appartengono al campo della ragione, ma a quello del sentimento tribale.
Vannacci è un prodotto perfetto di questo sistema. Il suo discorso non ha bisogno di essere coerente sul piano logico perché la sua funzione non è argomentare, ma identificare. Identificare un nemico – il “politically correct”, l’immigrato, il gender, l’Europa burocratica – e identificare una comunità di appartenenza di chi si sente “escluso” da quei valori.
Le piattaforme digitali – Facebook, Instagram, Telegram, YouTube – amplificano questo meccanismo in modo esponenziale, favorendo i contenuti che generano reazione emotiva intensa rispetto a quelli che producono riflessione articolata.
A questa dinamica si intreccia ciò che possiamo chiamare defattualizzazione: il progressivo sgretolamento del rapporto tra discorso pubblico e realtà verificabile. Quando Vannacci parla di “sostituzione etnica”, di “normalità biologica” o di “orgoglio nazionale umiliato”, non sta descrivendo fatti: sta costruendo una narrazione identitaria che prescinde dalla realtà empirica e che si alimenta di una percezione distorta, amplificata dai meccanismi delle bolle informative digitali.
La defattualizzazione non è frutto dell’ignoranza: è una tecnica politica consapevole, che produce un campo discorsivo nel quale il confronto razionale diventa impossibile.
3. Futuro Nazionale: la destra pura come progetto di sistema
Il 6 febbraio 2026, con l’annuncio dell’uscita dalla Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Vannacci formalizza un percorso costruito metodicamente nel corso di diciotto mesi. Il partito nasce con un programma sintetizzato nell’acronimo VITALE: Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza.
Ogni voce è deliberatamente vaga sul piano delle politiche concrete, ma potentissima sul piano simbolico. Non si tratta di un programma di governo: si tratta di un manifesto identitario, di una professione di fede culturale che non ha bisogno di specificità per funzionare.
La scelta del logo – la fiamma tricolore – è tutt’altro che accidentale. È un segnale lanciato all’elettorato più radicale del centrodestra, quello che si sente incompreso sia da Fratelli d’Italia – ormai integrata nelle istituzioni e nei compromessi di governo – sia dalla Lega di Salvini, consumata dai fallimenti della gestione governativa.
Vannacci si posiziona come il custode della “destra vera”, non contaminata dal pragmatismo istituzionale. In un’intervista, dichiara senza pudore: “La mia destra non è un menù à la carte, non è moderata: nessun pugile vince un incontro tirando ganci moderati”.
A tre mesi dalla fondazione, i sondaggi collocano Futuro Nazionale intorno al tre virgola tre per cento, con centinaia di comitati territoriali attivi e cinquantaseimila adesioni formali registrate. Il primo parlamentare a iscriversi è stato Emanuele Pozzolo, già espulso da Fratelli d’Italia dopo l’incidente di Capodanno 2024 in cui rimase ferito un uomo a causa di un colpo di pistola. La qualità degli alleati dice qualcosa sull’ecosistema di valori che il partito intende rappresentare.
La strategia di Futuro Nazionale, analizzata senza illusioni, è chiara: lealtà tattica al governo di centrodestra nelle questioni economiche e di politica estera, guerriglia ideologica permanente sui temi identitari. Questo schema consente a Vannacci di radicalizzare costantemente il discorso pubblico senza assumersi le responsabilità della governance. È il modello Le Pen in versione italiana: pungolo dell’establishment, non suo avversario.
4. Lo scontro di civiltà come arma di distrazione di massa
Il nucleo ideologico del vannaccismo – come del sovranismo identitario europeo in generale – è la teoria dello scontro di civiltà, elaborata da Samuel Huntington negli anni Novanta e rilanciata con forza dopo l’undici settembre 2001. Secondo questo schema interpretativo, il principale conflitto del mondo contemporaneo non è tra classi sociali, non è tra capitale e lavoro, non è tra finanziarizzazione e democrazia: è tra l’Occidente cristiano e l’Islam, tra l’identità europea e la pressione demografica e culturale proveniente dal Sud del mondo.
Dentro questo schema, tutto si connette: l’immigrazione diventa invasione culturale, la questione palestinese diventa jihadismo mascherato, la sicurezza interna diventa bastione della civiltà. Israele viene riposizionato come avamposto dell’Occidente contro il barbarismo islamico, cancellando sessant’anni di storia coloniale, di espropriazioni, di apartheid denunciata dalle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani. La sofferenza concreta di due milioni di persone a Gaza viene dissolta dentro una narrazione geopolitica che serve gli interessi dell’ordine atlantico più che la verità storica.
Questo dispositivo narrativo è straordinariamente efficace perché svolge una doppia funzione: orienta il disagio sociale verso il conflitto identitario e, al contempo, protegge le strutture reali del potere economico. Quando un operaio precario si convince che il suo nemico è il migrante che “ruba il lavoro” piuttosto che il sistema che ha distrutto la contrattazione collettiva e polverizzato i diritti del lavoro, il capitale ha già vinto. La guerra culturale è la forma più sofisticata di governo per architettura: non serve vietare il pensiero critico, basta costruire un’infrastruttura discorsiva che lo rende irraggiungibile.
5. Il vuoto che Vannacci riempie: errori storici della sinistra
Sarebbe intellettualmente disonesto analizzare il fenomeno Vannacci senza riconoscere che esso prospera su un terreno che la sinistra ha abbandonato da decenni. Non è una questione di comunicazione, come sostiene una parte del dibattito progressista. È una questione di rappresentanza politica materiale.
A partire dagli anni Novanta, le forze che si definivano di sinistra – in Italia come in Europa – hanno progressivamente dismesso la funzione di protezione delle classi popolari per abbracciare il progetto della modernizzazione neoliberista, del rigore fiscale e della tecnocrazia europeista.
Il risultato è che milioni di lavoratori, piccoli artigiani, pensionati impoveriti e precari non percepiscono più la sinistra come una forza che difende i loro interessi materiali. La percepiscono come la rappresentanza politica dei ceti urbani istruiti, delle professioni liberali, dell’accademia e della comunicazione progressista.
Una “sinistra” che sa parlare di gender, di diritti civili e di ambiente – tutte cause sacrosante – ma che ha smesso di parlare di salari, di case, di sicurezza del lavoro. Questo vuoto non è rimasto vuoto. Lo hanno riempito Salvini prima, Meloni poi, Vannacci ora.
C’è però una distinzione fondamentale da fare, che le analisi più sbrigative tendono a ignorare. Vannacci non è un antisistema. La sua critica non tocca mai le strutture reali del potere economico: non mette in discussione la NATO, non discute il modello neoliberista, non affronta la finanziarizzazione dell’economia, non critica le oligarchie tecnologiche che detengono un potere senza precedenti sulla vita democratica dei cittadini. Il conflitto che propone è esclusivamente culturale e identitario. Il sistema rimane intatto; cambiano solo i capri espiatori.
Un autentico movimento antisistema – quel che la sinistra dovrebbe essere – metterebbe al centro il trasferimento di potere dalle oligarchie al popolo, la ricostruzione della sovranità democratica sulle scelte economiche, il contrasto all’accumulazione privata dei beni comuni digitali, la riaffermazione della centralità del lavoro come fondamento della cittadinanza.
Vannacci fa esattamente l’opposto: trasforma il disagio materiale in rancore identitario, scarica la tensione sociale sul nemico culturale e lascia inalterato il modello che quel disagio ha prodotto.
6. La sovranità a strati: chi comanda davvero
C’è un’ironia feroce nel fatto che il generale Vannacci, paladino della sovranità nazionale, sieda al Parlamento Europeo nel gruppo “Europa delle Nazioni Sovrane”, dopo aver militato nei Patrioti per l’Europa, in un sistema geopolitico in cui la sovranità reale degli stati nazionali è stata progressivamente svuotata non dall’immigrazione o dal gender, ma dai trattati commerciali internazionali, dall’autonomia delle banche centrali, dall’egemonia finanziaria dei mercati obbligazionari e dal potere regolativo delle grandi piattaforme tecnologiche.
Quella che il libro Cyberfascismo chiama sovranità a strati descrive esattamente questa condizione: gli Stati formalmente esistono e producono leggi, ma le decisioni reali vengono prese a livelli che sfuggono al controllo democratico.
I mercati finanziari decidono il costo del debito pubblico. Le piattaforme digitali decidono quale discorso è visibile e quale no. Le grandi corporation decidono dove delocalizzare la produzione e dove trasferire i profitti. I governi nazionali – di destra come di sinistra – gestiscono i margini di questa sovranità residuale, mentre il sovranismo di Vannacci invoca un’identità nazionale che non ha più potere reale sulle questioni che contano.
Il paradosso è geometrico: Vannacci denuncia la perdita di sovranità causata dall’immigrazione e dal progressismo culturale, senza mai nominare i meccanismi reali che hanno eroso quella sovranità. Non una parola sul potere delle agenzie di rating. Non un’analisi del Fiscal Compact. Non una critica al controllo algoritmico delle informazioni esercitato da Meta, Google e X.
Il sovranismo identitario è la forma più comoda di opposizione sistemica: agita i sentimenti nazionali senza disturbare i flussi del capitale.
7. Smontare la macchina: per un’alternativa di sistema
La risposta al vannaccismo non può essere semplicemente la denuncia morale, l’accusa di fascismo o la rassicurazione che “i valori democratici resisteranno”. Queste risposte hanno già fallito, e continueranno a farlo, perché si collocano sul terreno del discorso culturale che Vannacci occupa con vantaggio strutturale.
Il problema non è convincere chi vota Futuro Nazionale che Vannacci sia sbagliato: il problema è essere presenti dove Vannacci è assente, ovvero sul terreno della rappresentanza politica dei bisogni materiali.
Significa tornare a parlare di salari reali, di diritti del lavoro, di accesso alla casa, di sanità pubblica, di scuola pubblica finanziata. Significa costruire un discorso sulla sicurezza che non sia quello dell’ossessione penale e della militarizzazione del territorio, ma quello della sicurezza economica e sociale: il posto di lavoro stabile, la pensione dignitosa, il quartiere con i servizi pubblici funzionanti. Significa rompere il circolo vizioso per cui la sinistra parla ai già convinti mentre la destra identitaria intercetta il disagio reale.
Ma significa anche qualcosa di più radicale: riconoscere che il sistema che ha prodotto Vannacci non può essere riformato dall’interno con aggiustamenti tecnici.
Il cyberfascismo identitario non è una malattia del sistema democratico: è una delle sue forme di gestione del conflitto in una fase di crisi organica del capitalismo finanziario. Finché le diseguaglianze materiali cresceranno, finché la precarizzazione del lavoro sarà la norma, finché l’accesso ai beni fondamentali sarà determinato dalla disponibilità economica individuale, ci sarà sempre qualcuno pronto a trasformare quella rabbia in voto di destra.
Il generale Vannacci ha cinquantasette anni, una carriera militare che lo ha portato dal Ruanda all’Afghanistan, un libro che ha venduto più di qualunque saggio politico degli ultimi vent’anni, e un partito nato da due mesi con centinaia di comitati locali. Non è un pericolo passeggero. È il segnale di una crisi strutturale che richiede una risposta strutturale. La storia non si chiude con un’elezione. Si costruisce con una politica.
Fonti
Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, autopubblicato, 2023.
Il Post, “Dove va Roberto Vannacci”, 30 dicembre 2025.
Pagella Politica, “Com’è la destra pura di Vannacci vista da vicino”, 20 marzo 2026. Sondaggi Swg, rilevazione del 30 marzo 2026, elaborati da MasterX IULM.
Parlamento Europeo, scheda di Roberto Vannacci, X Legislatura, europarlamento.eu.
Samuel Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, 1997.
Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, 2019. Mario Sommella, Cyberfascismo, KDP, 2026.
Fonte
La Palestina sul tetto del mondo
Un aquilone realizzato con una bandiera palestinese e ricoperto dai messaggi scritti a mano dai bambini di Gaza, è riuscito ad arrivare sulla cima dell’Everest. A portarlo fino a 8849 metri di altezza sono stati l’alpinista giordano-palestinese Mostafa Salameh e il filmmaker italiano Leonardo Avezzano, attivisti della spedizione “Rising Dreams”.
Sulla bandiera palestinese sono scritti i sogni dei bambini di Gaza.
L’alpinista giordano-palestinese, Mostafa Salameh, non è riuscito a raggiungere la vetta. A raggiungere l’obiettivo prefissato è stato Leonardo Avezzano: “La prima cosa che ho pensato di fare, una volta arrivato in vetta, è stata alzare il drappo, alzare l’aquilone e dedicare questo sforzo che abbiamo compiuto ai bambini di Gaza”.
Mostafa Salameh, è un rifugiato palestinese e alpinista che ha guidato il progetto insieme ad Avezzano, il quale ha documentato l’intero viaggio: dalle strade di Gaza fino alla cima dell’Everest. Il materiale raccolto dovrebbe diventare parte di un racconto audiovisivo dedicato alla spedizione e alle storie dei bambini coinvolti.
La campagna, chiamata “Rising Dreams”, ha anche lo scopo di raccogliere fondi a sostegno dei bambini di Gaza attraverso la Al Khair Foundation. Gli organizzatori ricordano che oltre 1,1 milioni di bambini nella Striscia vivono oggi in condizioni di fame e assedio, mentre migliaia hanno subito mutilazioni o traumi psicologici legati al conflitto.
La salita si è conclusa a metà mattina dello scorso 21 maggio, quando il “Kite of Dreams” ha raggiunto il tetto del mondo. L’obiettivo della spedizione ovviamente non era soltanto alpinistico, ma fortemente simbolico e politico: è stato un gesto per riportare all’attenzione internazionale le condizioni dei bambini di Gaza, nel pieno della guerra, della crisi umanitaria e del blocco israeliano che continua a colpire la Striscia.
In Italia l’anno scorso ad agosto, una grande bandiera palestinese era stata calata dalla più alta vetta delle Alpi – il Monte Bianco – grazie ad un collettivo anonimo di alpiniste e alpinisti che hanno steso una gigantesca bandiera palestinese sulla parete ovest di Les Drus sopra Chamonix sul massiccio del Monte Bianco.
Fonte
Guerra all'Iran - “Forse c’è un accordo”, dicono stavolta gli Usa
Oggi le fonti delle indiscrezioni sono principalmente statunitensi, secondo il sito che ha dato la notizia: Axios.
E qui c’è già il problema che aumenta l’incertezza, perché il “giornalista” dedicato dal sito alla guerra contro l’Iran è Barak Ravid, un (ex?) ufficiale israeliano della famigerata “Unità 8200”, ossia la principale e più famosa unità di intelligence informatica e intercettazione delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), considerata l’equivalente israeliano della NSA statunitense.
Prendere per oro colato i suoi “scoop” – come fanno tutte le testate occidentali – è quanto meno problematico.
Secondo il suo articolo, comunque, i negoziatori statunitensi e iraniani avrebbero raggiunto un accordo su un memorandum d’intesa di 60 giorni per estendere il cessate il fuoco e avviare negoziati sul programma nucleare iraniano. Mancherebbe ancora l’approvazione definitiva di Trump, mentre l’Iran non ha confermato la sua accettazione.
“Questo è un accordo per portare tutti al tavolo. Elaboreremo i dettagli nei negoziati”, avrebbe detto uno dei funzionari statunitensi sentiti da Axios. In realtà i termini dell’accordo sarebbero stati per lo più concordati a partire da martedì – quando la tv iraniana aveva dato la notizia poi smentita dall’amministrazione Usa – ma anche lì mancava l’ok dei rispettivi vertici.
Trump averebbe ora ricevuto i dettagli finali dell’accordo, ma “Il presidente ha trasmesso ai mediatori che vuole un paio di giorni per pensarci”, ha detto un funzionario americano.
Nel frattempo ha fatto bombardare Bandar Abbas e lasciato campo libero ad Israele nell’invasione del Libano (e Netanyahu ha dato in queste ore l’ordine di “occupare il 70% di Gaza”). Ossia l’esatto opposto di quanto dovrebbe essere premesso nel memorandum. Qualcosa insomma sta avvenendo anche nello scambio triangolare di messaggi che costituiscono per ora la “trattativa”, ma che il percorso sia in pianura non si può proprio dire...
I funzionari statunitensi avrebbero detto che il MOU vale per 60 giorni, durante i quali l’attraversamento dello stretto di Hormuz dovrebbe avvenire “senza restrizioni”. Come prima della guerra scatenata da Usa e Israele, insomma. Non proprio un “successo” quello di ottenere una condizione che già esisteva...
In più l’Iran dovrebbe rimuovere tutte le mine entro 30 giorni.
Da parte loro gli Stati Uniti revocherebbero il proprio blocco navale, ma in proporzione al ripristino del trasporto marittimo commerciale.
Tra i punti centrali del conflitto, dicono le fonti statunitensi, sarebbe incluso un impegno iraniano a non costruire un’arma nucleare. Mentre la questione dell’uranio arricchito in mano a Teheran dovrebbe essere affrontata nel corso dei 60 giorni previsti dal MOU.
Idem per quanto riguarda l’alleggerimento delle sanzioni Usa e il rilascio di fondi iraniani congelati.
Come si vede, siamo ancora completamente nel campo vaghissimo degli impegni futuri, affidati a discussioni ancora da intavolare.
Il tutto, peraltro, tenendo conto che la “fonte primaria” – l’ex ufficiale israeliano riciclato come giornalista-analista – è tutt’altro che deontologicamente insospettabile.
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L’Italia è al di sopra della media europea... sul rischio di povertà
A rivelarlo è un rapporto dell'Eurostat secondo le cui stime la media nella Ue per quest’anno sulla base dei redditi per il 2025 è del 16,4%, lievemente superiore a quella per il 2025 sui redditi del 2024 (16,3%). L’Italia si colloca due punti abbondanti al di sopra di tale media, un risultato che certo non riempie di orgoglio.
Tra i paesi più importanti peggio dell’Italia c’è la Spagna, con il 19,5%, anche se in miglioramento nelle stime per quest’anno. Il dato più pesante è quello della Romania con il 27,4% della popolazione a rischio povertà. Ma colpisce anche il dato della ricca Germania dove la quota è del 16,3%, con forti asimmetrie tra 1i lander dell’ovest e quelli dell’Est.
L’Eurostat ha calcolato, in base ai dati relativi al reddito 2024, che in quell’anno erano a rischio povertà ben 72,4 milioni di cittadini, il 16,3% della popolazione Ue.
Poiché gli ultimi dati sul reddito si riferiscono al 2024, l’Eurostat ha elaborato delle stime preliminari basate sul reddito del 2025 per prevedere l’andamento del tasso di rischio di povertà per il 2026 e il risultato non mostra alcuna controtendenza, anzi.
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Gli Usa ridurranno i loro arsenali in Europa. Doccia fredda sulla Nato
Tanto tuonò che piovve. Dopo mesi di indiscrezioni, post sui social, annunci
roboanti, gli Stati Uniti hanno annunciato che ridurranno il loro arsenale
militare destinato alla Nato in Europa.
A riferirne è,
significativamente, il quotidiano tedesco Der Spiegel che riporta di
quanto deciso in una riunione a porte chiuse dal consigliere del Pentagono
Alexander Velez-Green.
Secondo quanto riferito da due diplomatici
della Nato al giornale tedesco, gli Usa diminuiranno considerevolmente il
numero di bombardieri strategici, aerei da combattimento, droni, sottomarini e
navi da guerra, continuando al contempo a fare pressione sugli alleati europei
affinché si impegnino maggiormente nelle spese militari destinate alla
difesa.
Nell’attuale sistema di ripartizione degli oneri, gli Usa forniscono circa la metà delle spese militari in ambito Nato, ma ne chiedono da tempo una ridistribuzione.
Secondo l’Ispi, “le proposte statunitensi per la pianificazione futura si sarebbero però rivelate più drastiche di quanto gli europei avessero previsto”.
Ma la notizia non è certo una sorpresa. Sono anni che Trump attacca gli alleati europei per non aver investito abbastanza nelle spese militari. Dopo aver accusato i partner europei di essere dei “codardi” per non averlo sostenuto nella guerra contro l’Iran e accusato la Nato di essere “una tigre di carta”, il presidente Usa aveva recentemente annunciato di voler ritirare migliaia di soldati dalle basi in Germania ma poi ha immediatamente rettificato il tiro annunciandone il loro ridispiegamento in Polonia.
Il governo statunitense ha identificato la sua ipotesi di riorganizzazione una “Nato 3.0”, un progetto secondo il quale gli europei dovrebbero assumersi l’intera difesa convenzionale del proprio continente il più rapidamente possibile. “Pur aumentando la spesa per la difesa, tuttavia, i governi europei non possono replicare capacità chiave fornite dagli Stati Uniti, come l’intelligence satellitare, la sorveglianza e la ricognizione, la difesa aerea e missilistica e la logistica aerea. Né dispongono dei sistemi di comando o della logistica necessari per organizzare una mobilitazione militare di vasta portata senza il coinvolgimento degli Stati Uniti” sottolinea l’Ispi.
Da questa nuova realtà cresce nell’Unione Europea la spinta ad aumentare le spese militari, accelerare gli investimenti comuni, integrare le filiere industriali della difesa, raggiungere l’autonomia strategica nei sistemi di intelligence e di comando.
Al momento tale processo deve fare i conti con due dinamiche interne convergenti sullo scopo (aumento spese militari e riorganizzazione degli apparati della Difesa) ma divergenti sulle caratteristiche, ossia se ogni stato europeo debba agire in proprio oppure integrandosi con gli altri stati.
È sempre l’Ispi a sottolineare che nel primo caso la Germania ha avviato un piano per la Difesa che prevede il potenziamento delle forze armate per costruire l’esercito convenzionale più potente d’Europa entro il 2039. Berlino ha scelto di finanziare autonomamente il proprio aumento della spesa, modificando il freno al debito costituzionale e puntando a raggiungere il 3,5% del Pil in spese militari già entro il 2029, con circa 150 miliardi l’anno.
Il piano include l’ampliamento dell’esercito a circa 260mila soldati e un nuovo sistema di registrazione obbligatoria per tutti i giovani maggiorenni. I punti chiave della nuova strategia della Bundeswehr prevedono un sistema di leva aggiornato – tutti i cittadini maschi che compiono 18 anni devono registrarsi, compilare un questionario sull’idoneità e sottoporsi a screening medici. Il servizio militare rimane su base volontaria, ma il governo sta valutando la proposta dei sorteggi o la reintroduzione del servizio obbligatorio qualora le adesioni su base volontari fossero insufficienti. Contro tale piano, da mesi si vanno mobilitando gli studenti tedeschi.
Nel caso italiano le ambizioni ad aumentare le spese militari e alla reintroduzione della leva per i giovani al momento si scontrano soprattutto con i problemi di bilancio. In base all’art.81 introdotto in Costituzione con il consenso di tutti i partiti (obbligo di pareggio in bilancio), è evidente che se si devono mettere a terra i soldi per le spese militari, questi vanno sottratti ad altri capitoli del bilancio dello stato.
Ma il percorso che porta ad un aumento delle spese militari non sembra incontrare veri ostacoli politici, anzi potremmo affermare che il tema – da sempre – gode di una piena convergenza bipartisan. L’unica divergenza è la dimensione del riarmo, ossia se va gestito nella versione europea (Schlein) o in quella nazionale (Meloni).
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28/05/2026
Lavoratore dipendente
di Camillo Acquilino
Il lavoro è stato un mio compagno di vita fin da quando ero giovanissimo. La mia famiglia, insieme a quella dei nonni e degli zii contadini, nell’educazione di noi bambini poneva la capacità operativa e la disposizione al lavoro come obiettivi primari. Si era premiati con la riconoscenza al termine dei piccoli servizi prestati ai grandi, ma si veniva elogiati soprattutto quando il servizio era svolto senza una richiesta esplicita: “Questu figgeu u vedde u lòu” sottintendendo ovviamente che non lo rifugge. Durante le vacanze scolastiche collaboravamo in modo naturale, acquisendo senso pratico, manualità e un senso di appartenenza alla comunità. Senza saperlo, vivevamo in modo coerente con l’articolo 4 della Costituzione.
Il mio ciclo di studi si è concluso con l’acquisizione della maturità tecnica nel 1976. Il Civico Istituto Tecnico Industriale che avevo frequentato passava per una scuola molto impegnativa, anche per via degli orari che già si avvicinavano a quelli delle industrie verso le quali eravamo destinati. All’esame finale adottai alcune scelte personali:
- Scelsi, per la prova orale, le materie considerate più impegnative: Teoria delle Macchine e Tecnologia Meccanica, argomento vastissimo. Così mi collocavo nella posizione meno favorevole e non dovevo temere il peggio;
- Dopo la prova scritta, in attesa dell’orale, passai alcuni giorni sulla collina “a Michea”, versante “Palìn”, con uno dei primi decespugliatori arrivati in zona, una tanica di miscela e un bottiglione di bianco “du Tunn-a”: uno per il suo funzionamento, l’altro per il mio. Credo di essere stato l’ultimo a tagliare il fieno in quel prato, nel 1976. Oggi quel versante si presenta come un bosco di alberi di alto fusto;
- Subito prima del colloquio finale mi sono offerto un bicchierino di Marsala secco.
Il risultato di questa strategia è stato un 51/60, che per il CITI G. Galilei di allora non era niente male.
Ho seguito tutto il ciclo scolastico con il mio gemello Gigi e, giunti alla maturità, contavamo ancora su un’estate di vacanza, operativa come lo erano state le precedenti, prima di intraprendere il servizio militare obbligatorio. Però, non senza un certo imbarazzo, i miei ci hanno accennato di un’officina che cercava proprio l’aiuto di un paio di disegnatori meccanici. Avrebbero contato sul nostro aiuto fino alla partenza per il militare, riconoscendoci 250.000 lire al mese, 125.000 a testa, di stipendio. Abbiamo accettato, ovviamente, ma io ricordo ancora il brivido lungo la schiena che mi ha colto pensando che sarebbe incominciata una stagione lavorativa che avrebbe caratterizzato la maggior parte della mia vita. Era fine luglio 1976 e, salvo il periodo del servizio militare, ho lavorato con contratti ininterrotti fino al 30 aprile 2019.
Il mio primo lavoro “vero” è iniziato nella primavera del 1977 con un contratto di borsa di studio presso un centro di ricerca in campo navale. Quell’ambiente mi colpì profondamente per la sua natura specialistica, per procedure operative ancora largamente manuali e per i molti lavoratori anziani che vi operavano come consulenti specialisti in quanto avevano vissuto in precedenza la grandezza postbellica dei cantieri navali italiani. Giovane perito industriale meccanico, inesperto, mi trovavo a dover imparare velocemente il mestiere del costruttore navale, non senza provare il disagio di non sapere nulla delle navi pur essendo un genovese. Per mia fortuna il mio “gemello” di assunzione era un costruttore navale vero, e quella non era la sua sola autenticità. Lorenzo era competente, paziente e generoso nel trasmettere ciò che sapeva. Il nostro intervallo quotidiano prevedeva la rinuncia al pasto in mensa, per un giro cittadino con la sua motocicletta e la visita alla Cantina del chianti in Via Frugoni o all’oste Mauro, quello dell’Asinello, in Canneto il Lungo. A quell’epoca coltivavo una passione intensa per l’alpinismo e spesso iniziavo la settimana di lavoro stanco e teso per le arrampicate del fine settimana; ero intrattabile, ma non per lui. Mi dispiace esserci persi di vista dopo che ho cambiato lavoro nel 1982 e posso solo consolarmi per il fatto che ancora oggi guido quella stessa motocicletta, che avevo acquistato da Lorenzo nel 1979.
Il banco da disegno navale ha un piano orizzontale di circa uno per quattro metri. Uno strumento di queste dimensioni non consente uffici piccoli: richiede una sala disegno. Quindi i disegnatori navali lavoravano necessariamente in spazi condivisi, molto prima che l’espressione “open space” entrasse nel lessico aziendale. La collocazione in un’unica sala di tutte le postazioni che sviluppavano le varie specialità di un solo progetto rendeva l’ambiente di lavoro vivace e continuo nel confronto. Con Lorenzo, sotto la guida teorica del carenista Doria e quella pratica dei disegnatori Taccini e Parodi, due disegnatori consulenti già in pensione che all’inizio della giornata indossavano un grembiule leggero per proteggere dall’usura i calzoni quando dovevano appoggiarsi al banco di lavoro e, per lo stesso motivo, indossavano anche dei manicotti sopra la camicia, ci occupavamo dell’aspetto idrodinamico del progetto. L’istruzione avveniva quasi interamente in dialetto genovese. Gli strumenti principali per il disegno della carena erano i “ciungi”, pesi in piombo sagomati che bloccavano le aste flessibili sul piano di costruzione, il reticolo delle sezioni nei tre piani della forma. Era l’uso dei “ciungi” che richiedeva un piano orizzontale.
Le aste flessibili fermate dai piombi erano costruite in legno da un falegname che aveva il laboratorio presso la Villa Giustiniani Cambiaso di Albaro, allora sede della facoltà di Ingegneria Navale di Genova. Le “linee d’aegua” si rastremavano verso un’estremità, così da favorire l’avvio delle linee verso la chiusura di poppa o verso il dritto di prua. Una versione più robusta di queste aste flessibili era “a cua de rattu”. Esistevano anche aste spesse alle estremità e sottili al centro, necessarie per tracciare “a sessiùn mestra”. Le più sottili erano costruite con il legno di bosso (büsciu). Un piano di costruzione richiedeva settimane: partendo da una bozza delle sezioni trasversali, occorreva far coincidere tutti i punti d’incontro delle sezioni orizzontali e longitudinali.
Si raccontava che nei cantieri Ansaldo alcuni disegnatori, pur avendo lavorato insieme per tutta la vita, continuassero a darsi del “vu scia”.
“Vu scià cusse scia ne dixe? A va ben questa linea d’aegua?”, “Scia l’agge pasienza, ma a me pà in po troppu süssà”. (troppo succhiata, nel senso di troppo fine in chiusura). E ancora più impegnativo, a mio parere, era il disegno delle eliche.
Fra i colleghi giovani ve ne erano due, nelle postazioni di lavoro davanti alla mia, che si occupavano della schematizzazione delle strutture navali in elementi finiti, da valutare con il programma di calcolo Nastran, sviluppato dalla NASA. Un livornese di mezza età era specializzato nella sistemazione dell’apparato motore. Aveva un portamento elegante, ma a volte giocava ad essere irrispettoso verso i più anziani sostituendosi a loro nella funzione di mentore di noi giovani. Da lui ho imparato l’imprecazione “bù di hulo” che fino ad allora non avevo mai sentito. Lo specialista della struttura della nave era riconosciuto come molto valente, ma spesso era preso di mira per la sua avarizia. Sul suo banco, assieme ai disegni strutturali della “sessiùn mestra” abitavano i tomi dei vari registri di classificazione; RINA, ma anche Det Norske Veritas, American Bureau of Shipping, Bureau Veritas, Lloyd Register.
Ultimo componente operativo era il disegnatore dei Piani Generali, la mappa dell’imbarcazione. Era un uomo di Sestri Ponente, di indole socialista, non particolarmente apprezzato dalla direzione. I Piani Generali sono dei disegni complessi e di sintesi e il signor Cavalli era davvero bravo nel suo lavoro. Per mitigare la sua posizione a volte difficile, alcuni colleghi lo avevano coinvolto per la predisposizione di uno schizzo a matita che serviva urgentemente al Direttore, impegnato in una importante riunione. Quando il prodotto, terminato in tempi brevi, è stato consegnato al Direttore, questi è subito esploso con rabbia: “Avevo detto a matita, non a china”. “Ma, Signor Direttore, è a matita”.
La nostra attività era anche rivolta alla valutazione della geometria della nave, anche con l’uso di planimetri, dei calcoli di stabilità, di valutazione delle prove in vasca navale e delle prove di navigabilità in mare. Per tutti questi lavori nella sala disegno avevamo un calcolatore Olivetti Programma 101, ma gli anziani usavano ancora alcune calcolatrici meccaniche, e nel centro c’era un calcolatore elettronico IBM e altri, con input dati a schede, dischi rigidi amovibili di grosse dimensioni, stampante a modulo continuo grande come una lavatrice.
I giri del tavolo
Valter, dopo aver letto il mio ultimo post, con tono di rimprovero scherzoso, mi ha detto: “Però non l’hai raccontata tutta; non hai detto dei giri del tavolo”.
È vero. Aggiungo però che è stato solo per un vuoto di memoria. Non era mia intenzione mascherare situazioni che possono incrinare l’immagine degli assidui giovani lavoratori che forse ho descritto con troppa enfasi.
La smania per l’arrampicata mi dominava dopo che avevo frequentato un corso di alpinismo nel 1980. Avevo anche detto che con il mio collega di lavoro Lorenzo, a piedi o in moto, giravamo per il centro di Genova durante la pausa pranzo, invece che andare in mensa. A proposito della moto, devo aggiungere che allora l’obbligo del casco non vigeva ancora.
Un episodio che può dare la misura della mia fissazione per l’arrampicata riguarda una volta che, in uno dei giri con Lorenzo, mi trovavo in Piazza de Ferrari dal lato del Teatro Carlo Felice. Passò di lì in Vespa Marco, uno dei miei più assidui compagni di cordata, ed essendo senza casco poté richiamare la nostra attenzione gridando: “Camilluu!”. Proseguì poi la sua corsa girando attorno alla vasca che ancora si trovava al centro della piazza, così da urlarmi, in un secondo passaggio davanti a noi: “Existe anche a patatta!”.
In effetti il fuoco sacro che mi animava allora era di fatto incompatibile con implicazioni amorose.
Il luogo dove lavoravo aveva un lungo corridoio in testa al quale, sul lato sud, c’era la postazione del dirigente, mentre, sulla destra dell’altra estremità, c’era la sala disegno, con di fronte il deposito della cancelleria. Anche questo locale aveva delle caratteristiche specifiche per il disegno navale. Al suo centro c’era un tavolo che serviva a tagliare, dai rotoli di fornitura, i grandi fogli di carta lucida sui quali disegnavamo. Il ripiano di quel mobile appoggiava su solide gambe ed era largo almeno un metro e mezzo. I bordi laterali erano fasciati da una banda metallica che facilitava il taglio dei fogli. Mi capitò di vedere in quel mobile un attrezzo da allenamento, perché la parte inferiore del piano, posizionata a poco più di un metro da terra, sembrava un tetto da superare in arrampicata. Quel modo di vedere le cose mi aveva già permesso di individuare come arrampicabili tanti manufatti, soprattutto nell’ottica del sassista. Ad esempio, passando da Orco per uno o più bicchieri del nostralino della Toppia, dopo una giornata di arrampicata in quell’area del finalese, non mancavo ancora di provare un passaggio di arrampicata che prevedeva di ristabilirsi in piedi sul lastrone che fascia la base del campanile, senza approfittare dell’aiuto dello spigolo del campanile stesso. Eravamo in tanti ad avere un approccio di quel genere; nel 1982 era stato pubblicato “Sassismo, spazio per la fantasia”, considerato una pietra miliare del bouldering (che all’epoca in Italia veniva appunto chiamato “sassismo”), dove Gian Carlo Grassi esponeva un censimento maniacale di tanti massi sui quali@ si poteva sviluppare un gesto di arrampicata. A Genova molti arrampicavano già sui muri verticali del “tritagalüsci” di Punta Vagno.
Generalmente, in una pausa di lavoro autogestita nel primo pomeriggio, incitato dai miei giovani colleghi iniziai a usare quel tavolo per i miei acrobatici allenamenti. Partendo dal piano superiore, mi lasciavo scivolare al di sotto di uno dei bordi laterali, attraversavo la faccia inferiore per ristabilirmi poi nuovamente sul piano superiore salendo dall’altro lato. Tutto questo senza toccare a terra e avendo a disposizione la sola presa dei due bordi, resi taglienti dalla banda metallica di rivestimento.
Eseguivo quella traversata in tre versioni che avevano difficoltà crescenti. Il passaggio più agevole era quello che chiamavo laterale, con il mio corpo in asse con i bordi del tavolo. C’era poi quello longitudinale, con la testa in avanti e quello longitudinale con piedi in avanti, il più difficile perché richiedeva di uscire da sotto il tavolo con una posizione a candela e ribaltamento del corpo sul piano del tavolo. La tecnica dei tre passaggi richiedeva la forza fisica necessaria a rimanere appeso sotto il tetto senza toccare a terra, ma il segreto del successo stava nella gestione del trasferimento “dolce” del proprio baricentro da un bordo all’altro, giocando anche con gli agganci dei piedi. Era proprio questa necessità tecnica ad avvicinare questa prestazione indoor all’arrampicata su roccia strapiombante.
Un giorno è successo che un giovane ingegnere, prestante e sicuro di sé, volesse provare il passaggio laterale. Con la sua forza è riuscito a rimanere appeso sotto con mano e piedi destri appigliati a un bordo e quelli sinistri all’altro. Non riusciva però a gestire il trasferimento del baricentro verso il bordo di uscita e, dopo un po’ di tentativi, ha chiesto il mio aiuto: “Camillo, sono nella merda”. Non ha però ottenuto la mia risposta, anzi, ha forse percepito il silenzio improvviso di tutti i presenti. Da sotto il tavolo poté solo vedere le scarpe e i calzoni del dirigente che ha intimato: “Scendi giù di lì!” e lui: “Sono proprio nella merda”.

