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mercoledì 16 agosto 2017

Varsavia: contenziosi storici per pretese territoriali moderne

Nella foto: l’ambasciatore tedesco Hans-Adolf von Moltke, Józef Piłsudski, Josef Goebbels e il Ministro degli esteri polacco Józef Beck, il 15 giugno 1934

Ciclicamente, Varsavia torna sulla questione del Tu-154 presidenziale, precipitato nell’aprile 2010 nei pressi dell’aeroporto di Smolensk-nord. Nella tragedia, perirono gli 8 membri dell’equipaggio e gli 86 passeggeri: il presidente Lech Kaczyński (gemello dell’attuale leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński), la moglie e le più alte cariche civili e militari del paese. Da allora, Varsavia non perde occasione per accusare Mosca dell’incidente, nonostante le registrazioni della scatola nera che indicano lo scambio di informazioni tra pilota e controllori di volo, il panico dell’equipaggio per lo scontro con gli alberi; nonostante le conclusioni della Commissione internazionale; malgrado le ripetute indagini abbiano appurato, ad esempio, sia la presenza di estranei nella cabina di comando (vertici militari che avrebbero obbligato all’atterraggio, nonostante il comandante, per la fitta nebbia, proponesse un altro aeroporto), sia errori nella strumentazione che avrebbero indicato una distanza da terra non veritiera, ecc. Si è arrivati al punto che, riesumando il cadavere di Kaczyński, nella bara sarebbero stati rinvenuti anche resti estranei. Nel 2015, era stata anche adombrata la possibilità di dispute interpolacche, in vista delle elezioni presidenziali, tirando in causa gli esponenti della formazione avversa, la Piattaforma civile di Bronislav Komorovski e Donald Tusk. Anche di recente, Varsavia è tornata a parlare di complotto russo, adducendo una presunta esplosione che si sarebbe verificata a bordo.

Ora, ai rapporti russo-polacchi che, in trecento anni, al minimo possono definirsi non facili, si sono aggiunte alcune esternazioni di massimi esponenti governativi. L’argomento è quello dello smantellamento di centinaia di monumenti dedicati in Polonia ai soldati sovietici caduti per la liberazione del paese dal nazismo, a proposito del quale l’ambasciatore russo a Varsavia, Sergej Andreev, aveva detto che getta ombre sui rapporti bilaterali e che la Polonia dovrebbe salvaguardare quei monumenti in segno di riconoscenza a chi ha salvato il paese dal nazismo. Ha voluto dire la sua il Ministro degli esteri polacco Witold Waszczykowski che, durante una lunga intervista al canale Wpolityce.pl (la domanda specifica del giornalista è al minuto 52:30 di wpolsce.pl) ha proclamato che l’Urss, insieme alla Germania, “porta la responsabilità per lo scatenamento della Seconda guerra mondiale”. Secondo Waszczykowski, l’Urss avrebbe “contribuito in modo significativo allo scatenamento della guerra, invadendo la Polonia congiuntamente alla Germania” e dunque, a suo dire, “non si può cominciare la storia dei rapporti polacco-sovietici e polacco-russi dal 1945, dal momento della liberazione dall’occupazione nazista”.

Gli ha immediatamente risposto il presidente della Commissione informazione del Senato russo, Aleksej Puškov: “No, signor Waszczykowski, l’inizio della Seconda guerra mondiale va fatto risalire a Monaco, allorché l’Occidente cedette a Hitler la Cecoslovacchia e anche la Polonia se ne prese il suo pezzetto”. Alla Duma hanno definito le parole di Waszczykowski un “ignobile tentativo” di riscrivere la storia, arrivando “al più alto grado di cinismo politico e di analfabetismo storico”. Il presidente della Commissione esteri del Senato, Konstantin Kosačev ha detto che nella dichiarazione si riflette la linea dell’attuale leadership polacca, volta a presentare il paese quale unica vittima della Seconda guerra mondiale e ha ricordato sia la partecipazione alla spartizione della Cecoslovacchia, sia come, nella prima metà degli anni ’30, proprio la Polonia rappresentasse la Germania hitleriana alla Lega delle Nazioni. Il vicepresidente della Commissione senatoriale di difesa, Frants Klintsevič, ha affermato che la Polonia si sta comportando da autentica “punta di lancia e piazzaforte NATO contro la Russia. Le provocazioni si susseguono una dopo l’altra e il paese è contagiato alla radice dal nazionalismo”. Alcuni storici hanno ricordato come proprio Varsavia avesse di fatto minato le trattative anglo-franco-sovietiche, minacciando nel 1938 e nel 1939 di dichiarare guerra all’Urss, se l’Armata Rossa avesse tentato di attraversare il territorio polacco per andare in soccorso alla Cecoslovacchia contro la Germania e altri accademici raccomandano a Varsavia di “guardarsi allo specchio e ricordare cosa stesse facendo la Polonia alla vigilia della guerra”: nientemeno che “dichiarare apertamente a Hitler di esser pronta a combattere insieme alla Germania nazista contro l’Unione Sovietica”.

Senza soffermarsi sul patto del 1934 tra Hitler e Piłsudski, un commento di Politobzor.net ricorda come anche Winston Churchill avesse scritto del ruolo polacco nell’anteguerra. Alle parole di Waszczykowski, secondo cui l’Urss prese parte alla guerra “nel proprio interesse”, in quanto essa stessa vittima dell’aggressione nazista, Politobzor esclama “e chi avrebbe mai pensato che l’Unione Sovietica avesse combattuto nel proprio interesse!? E nell’interesse di chi avrebbe dovuto combattere? Ma il caso volle che, allo stesso tempo, l’Armata Rossa liberasse i polacchi del governatorato generale tedesco e del loro “alto” titolo di subumani. E ancora, Stalin ritagliò per la Polonia una grossa fetta della Germania; ora, i polacchi “riconoscenti” combattono entusiasti i nostri monumenti”. E Politobzor cita il premier britannico: “...i tedeschi non furono gli unici predatori attorno al cadavere della Cecoslovacchia. Subito dopo la conclusione dell’accordo di Monaco del 30 settembre, il governo polacco inviò un ultimatum di 24 ore al governo ceco, per l’immediata cessione della regione di confine Těšín. Nel 1938, per una questione così insignificante quale Těšín, i polacchi rompevano con tutti i loro amici in Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Vedemmo come nel momento in cui su di essi si rifletteva uno scorcio del potere germanico, essi si affrettavano ad arraffare la loro quota nel saccheggio della Cecoslovacchia. Gloria nei periodi dell’insurrezione e del dolore; infamia e vergogna nei periodi del trionfo. I più coraggiosi dei coraggiosi troppo spesso erano guidati dai più vili dei vili! Ci sono sempre state due Polonie: una che combatteva per la verità e l’altra che strisciava nella perfidia...”. Parole di Winston Churchill.

Fu infatti proprio nel periodo più acuto della cosiddetta “crisi dei Sudeti” lanciata dagli hitleriani, che i polacchi approfittarono per presentare il loro ultimatum su Těšín. Varsavia mise in piedi uno speciale comitato per reclutare volontari per l’attacco; organizzò provocazioni armate in territorio cecoslovacco e fece poi irruzione a Fryštát, mentre l’aviazione violava quotidianamente il confine cecoslovacco. Dopo di che, commenta Politobzor, i polacchi oggi si risentono per il fatto che l’Unione Sovietica nel 1939 avesse osato riprendersi il territorio che la Polonia aveva invaso nel 1919-1920. In risposta a Waszczykowski, conclude Politobzor.net, gli si dovrebbero inviare le memorie di Churchill e che, dopo, provino un po’ a indirizzare anche agli inglesi una dichiarazione risentita.

In effetti, la sortita di Waszczykowski non costituisce una novità: nel 2014 l’allora premier golpista ucraino Arsenij Jatsenjuk aveva inventato la storia dell’aggressione portata “dall’Urss a Ucraina e Germania” hitleriana e lo scorso anno, il Ministro della difesa polacco, Antoni Macierewicz, aveva attribuito alla Polonia “il merito di aver respinto il tentativo della Russia bolscevica di conquistare l’Europa”, e poi aveva sentenziato che i massacri di polacchi perpetrati in Volinia dai filonazisti ucraini dell’OUN-UPA di Bandera e Šuchevič nel 1942-’44, erano stati provocati dall’avanzata dell’Armata Rossa. E sempre lui proponeva di istituire, quale giornata commemorativa dei massacri della Volinia non l’11 luglio (in quella giornata, nel 1943, oltre 100.000 polacchi furono trucidati dall’OUN-UPA) bensì il 17 settembre, data in cui, nel 1939, l’Esercito Rosso entrò sugli ex territori russi della Polonia. “Bisogna comprendere” aveva profetizzato Macierewicz, “che non ci sarebbe stato alcun 11 luglio, se non ci fosse stata l’aggressione sovietica del 17 settembre”.

Oggi, Vzgljad ricorda d’altro canto come già un anno fa il solito trio Varsavia-Kiev-Vilnius avesse adottato una dichiarazione congiunta in cui altro non si fa che ripetere il ritornello della storiografia liberale, per cui il via alla guerra sarebbe stato dato dal cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, con il patto di non aggressione del 23 agosto 1939, tornava all’Urss una parte di territorio della Seconda Reç Pospolita (la Terza sarebbe quella sorta dopo il 1989), addirittura molto meno e più a est di quanto proposto dalla stessa “Linea Curzon” del 1921, al termine della guerra tra Polonia e Russia sovietica e, in particolare, tornavano a Ucraina e Bielorussia le regioni annesse da Varsavia nel 1919-1920.

Svjatoslav Knjazev scrive su Svobodnaja Pressa che Waszczykowski, quale storico dell’Università di Lodz, conosce perfettamente la storia e dunque, con quelle affermazioni, mente in piena coscienza. L’allora Ministro degli esteri polacco Józef Beck aveva costruito la politica estera polacca partendo dalla coincidenza di interessi orientali a lunga scadenza tra Polonia e Terzo Reich e rifiutando le proposte sovietiche e cecoslovacche di un’alleanza antihitleriana. L’apice della comune politica aggressiva polacco-tedesca, scrive Knjazev, si ebbe nel 1938, con la Germania che, nel maggio, portava le truppe al confine cecoslovacco e Francia e Gran Bretagna che, a settembre, dichiaravano cinicamente che, in caso di guerra tra Germania e Cecoslovacchia, avrebbero appoggiato Praga, ma se Hitler avesse proceduto “per via pacifica”, avrebbe ottenuto tutto e presentavano dunque un ultimatum alla Cecoslovacchia, secondo cui se questa non avesse soddisfatto le richieste di Hitler e avesse tentato di difendersi con l’appoggio dell’Urss, ci sarebbe stata una “crociata” occidentale (Germania compresa) contro Praga e Mosca. Il 22 settembre Hitler discuteva col premier britannico Neville Chamberlain la spartizione della Cecoslovacchia tra Germania, Ungheria e Polonia; il 29-30 settembre si arrivava al patto di Monaco e il 30 stesso la Polonia annetteva Těšín. Allorché agli inizi del 1939 Berlino cominciò ad avanzare pretese anche nei confronti della Polonia, era troppo tardi. L’Urss, perso l’unico alleato nella regione, la Cecoslovacchia ormai smembrata, e sapendo che l’aggressione nazista prima o poi sarebbe arrivata, cominciò a operare per rimandare la guerra il più a lungo possibile, temendo un’alleanza franco-anglo-americano-tedesca contro di essa: uno di questi tentativi fu anche il patto di non aggressione con la Germania del 23 agosto 1939. La dirigenza sovietica sapeva che solo alla fine della terza pjatiletka, nel 1942, l’economia avrebbe raggiunto un livello tale da consentire di resistere all’aggressione; lo sapeva anche Hitler, che perciò si affrettò a scatenare la guerra contro l’Urss nel 1941.

Ma oggi, evidentemente, Varsavia si sente le spalle così ben coperte che, alla querelle con Mosca, ne aggiunge anche una con Berlino. Sergej Manikov nota su news-front.info che, non da meno di Waszczykowski, il suo collega al dicastero della difesa, Antoni Macierewicz, mentre insieme al leader di Prawo i Sprawiedliwość, Jarosław Kaczyński, chiede alla Germania compensazioni per la guerra, nel 73° anniversario dell’insurrezione al ghetto di Varsavia, ha parlato di “nostri vicini e in particolare i tedeschi, che distrussero la Polonia e ordirono massacri”. I “nostri vicini” sono dunque anche quelli dell’est. Ora, la Germania è il primo partner commerciale di Varsavia, con un giro di 100 miliardi di dollari annui e tra il 1989 e il 2004, anno dell’ingresso della Polonia nella UE, Varsavia aveva sempre dichiarato chiusa la questione delle riparazioni di guerra (nel 1947, le sole perdite materiali erano state valutate in 850 miliardi di dollari), sulla base degli accordi del 1970 e 1990. Dunque, quello attuale, somiglia molto a un tentativo di mostrare, sia a Bruxelles che a Berlino, che Varsavia non teme le critiche di nessuno, nemmeno quelle arrivate a luglio in relazione alla sua controriforma giudiziaria. E si comincia proprio ora a mostrare i muscoli a ovest, dato che nel 2019 Varsavia dovrebbe iniziare a pagare gli interessi su quei crediti agevolati (calcolati in 13 anni in oltre un quarto di trilione di euro) ricevuti dalla UE e sulla cui consistenza Berlino aveva avuto da ridire, considerando anche che la Polonia occupa il primo posto tra i paesi UE per volume di finanziamenti.

L’argomento di Macierewicz per tornare a parlare di riparazioni è questo: nel 1953 Varsavia aveva rinunciato a ogni riparazione di guerra da parte della DDR, solo perché “la Polonia degli anni ’50 non era uno stato indipendente” – come se oggi lo fosse, nota qualcuno – “e dunque oggi si possono di nuovo chiedere riparazioni”; tanto più che, continuano al Sejm polacco, “non la Polonia aveva rinunciato alle riparazioni, bensì la Repubblica popolare di Polonia, allora colonia sovietica; e aveva rinunciato alle riparazioni non da tutta la Germania, bensì da un’altra colonia sovietica, la DDR”. Quindi, ora si può procedere a chiedere di nuovo le riparazioni: circa 350 miliardi di dollari, due terzi del PIL polacco.

Da Berlino rispondono che Varsavia, in fatto di riparazioni, proprio grazie all’Urss aveva ricevuto grossi territori tedeschi: Prussia orientale, Slesia, Pomerania orientale, Brandenburgo orientale e ancora Danzica e Stettino. Oggi, conclude Aleksej Volodin su topwar.ru, i tedeschi etnici esiliati dai territori passati alla Polonia dopo la guerra, hanno tutti i fondamenti giuridici per chiedere la restituzione. La Polonia infatti, entrando nella UE, ha sottoscritto i documenti per cui la Germania stessa ha diritto di chiedere risarcimenti alla Polonia; tanto più che Varsavia, affermando di aver combattuto sia contro la Germania, che contro l’Unione Sovietica, mette in dubbio di fatto la partecipazione alla coalizione antihitleriana.

Del resto, la questione delle “restituzioni territoriali”, coincide con quanto sta facendo la stessa Polonia nei confronti di Ucraina e Lituania. Le pretese del solito Macierewicz nei confronti di Berlino e di Mosca e le paure polacche per irrealistiche richieste territoriali russe, scrive Sergej Latyšev su tsargrad.tv, servono solo a mascherare gli autentici appetiti polacchi sugli ex “territori orientali”. Ora, se Varsavia mostra delle remore a pretese ufficiali sull’area bielorussa di Brest (anche per l’esistenza, quantomeno sulla carta, di uno “stato unitario” russo-bielorusso), non così nei confronti dei “piccolissimi” vicini, come dimostra la vicenda, tutt’altro che formale, delle immagini da rappresentare sui nuovi passaporti polacchi: luoghi simbolo di L’vov e di Vilnius, che Varsavia, con riferimento alla Prima Reç Pospolita seicentesca, continua a considerare città polacche. A dispetto del “comune sentire” antirusso, la Polonia “della ricostituzione dell’indipendenza del 1918”, ha già in programma di realizzare a Lublino, capoluogo del principale voivodato orientale, un Museo dei territori orientali della Reç Pospolita e non fa mistero della propria ingordigia e del sogno di una “Polska od morza do morza”: dal Baltico al mar Nero, che configuri anche i piani esteuropei della NATO. Così che al Ministero degli esteri lituano, memori di come nel 1920 l’esercito polacco avesse arraffato Vilnius, ridenominata Wilno, dichiarano che “seguiremo lo sviluppo degli avvenimenti e abbiamo già informato i polacchi delle nostre valutazioni”. Stessa cosa a Kiev che, per di più, su questo problema, difficilmente potrà contare su UE, NATO o USA, anche perché a Washington fa molto comodo una forte Polonia puntata da un lato a oriente, ma, dall’altro, anche contro la potenza tedesca, quale cuneo per il definitivo sfaldamento della UE.

D’altronde, osserva Olga Sukharevskaja su RIA Novosti-Ucraina, sono note da tempo le pretese non solo polacche (Galizia), ma anche slovacche, ungheresi (per “l’unità di tutta la nazione ungherese”) e rumene (Bucovina settentrionale e parte della regione di Odessa) sui territori occidentali dell’Ucraina. Se i 144.000 polacchi (censimento 2001) sono abbastanza sparsi tra le regioni di Volinia, Žitomir, L’vov, Ternopol e Khmelnitskij, i 160.000 ungheresi vivono abbastanza compatti nella regione dell’Oltrecarpazia e i 150.000 rumeni costituiscono la stragrande maggioranza nelle province contigue di Gliboka, Gertsa o Novoselitsja e Bucarest e Budapest riconoscono loro la cittadinanza rumena o ungherese. Varsavia non conferisce la cittadinanza polacca, ma rilascia una “carta del polacco”: su gli uni e gli altri, le angherie e le aperte violenze delle squadracce nazionaliste e neonaziste. Ciliegina sulla torta, il Ministero della giustizia di Kiev ha presentato alla Rada un progetto per l’annullamento della totalità degli atti legislativi adottati in epoca sovietica, compresi gli accordi internazionali e, dunque, anche quelli sulle frontiere, sottoscritti a tempo non indeterminato.

Cosicché, se la stessa Kiev non riconosce i confini fissati in epoca sovietica, tanto meno si sentono tenute a farlo Ungheria, Romania, Slovacchia e ancor meno la novella “szlachta” e i moderni “panowie” della nuova grande Polonia, da sempre scontente del sistema di Jalta-Potsdam.

Dall’alto del Campidoglio, osserva sghignazzante lo zio Sam, controllando le mosse dei suoi sottomessi mortali.

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