di Roberto Prinzi
I
qaedisti di an-Nusra non hanno impiegato molto tempo a rispondere al
leader di Hezbollah, Sayyed Hasan Nasrallah, che lunedì, in una rara
apparizione pubblica, aveva detto che il suo movimento sta vincendo in
Siria e che “la caduta dello Stato Islamico di Iraq e Siria è
inevitabile”.
E’ stato proprio il leader Abu Mohammed al-Jolani a occuparsi della faccenda. Ieri, intervistato da una emittente del gruppo jihadista, al-Jolani non ha usato giri di parole: “la
vera battaglia in Libano deve ancora iniziare e quella che verrà sarà
così amara che Hasan Nasrallah si morderà le mani per il rimorso di ciò
che ha fatto ai sunniti”. “Il Fronte an-Nusra a Qalamoun – ha aggiunto in modo inquietante – ha sorprese nascoste per il partito iraniano [come i jihadisti chiamano Hezbollah, ndr]”.
Una minaccia, quella qaedista, che viene solo
poche ore dopo che il leader del “Partito di Dio”, in una rara
apparizione pubblica lunedì in occasione della festa sciita dell’‘Ashura’, aveva sostenuto che i jihadisti saranno sconfitti nella
regione. Nasrallah ha affermato che l’attuale agitazione in Medio
Oriente è “politica” e non “settaria”. “Rappresentare il
conflitto in corso come una battaglia tra sciiti e sunniti è un grosso
errore” ha poi ribadito ieri in un discorso televisivo. Il capo di
Hezbollah ha quindi invitato ad abbassare i toni dello scontro: “Mi
rivolgo agli sciiti della regione: dovete capire che i sunniti non sono i
nostri nemici. Non siamo in guerra con loro”. E poi: “E ai sunniti
della regione dico: gli sciiti non sono in guerra con voi. Noi
combattiamo insieme i gruppi fondamentalisti come lo Stato Islamico di
Iraq e Levante (Isil)”.
Da circa due anni i miliziani di Hezbollah
combattono in Siria contro le forze di opposizione al regime del
Presidente Bashar al-Asad. Una ingerenza, quella dei combattenti sciiti,
duramente criticata da diverse forze politiche libanesi che accusano il
“Partito di Dio” di essere responsabile degli attentati terroristici
che dilaniano il “Paese dei Cedri”. Attacchi brutali compiuti
da gruppi jihadisti (come an-Nusra e l’Isil) nei quartieri meridionali
di Beirut e ai check point militari a confine con la Siria. Alle
esplosioni bisogna poi aggiungere i duri scontri che insanguinano la
Valle della Bekaa dove il movimento sciita ha un forte sostegno.
Nei suoi discorsi di lunedì e martedì
Nasrallah ha voluto offrire il ramoscello d’ulivo anche agli arci-rivali
del Movimento “Futuro” guidati da Sa’ad Hariri. Il capo sciita li ha
lodati per l’atteggiamento costruttivo assunto durante la recente crisi a
Tripoli e li ha invitati a iniziare un dialogo. “Divergiamo su
molte questioni e differiamo nelle nostre analisi sia locali che
regionali. A volte siamo nemici e rivali, ma la nostra religione ci
insegna a ringraziare e a lodare chi ha a cuore il bene nazionale – ha
detto Nasrallah che poi ha aggiunto – negli ultimi giorni i nostri
alleati di coalizione ci hanno detto è giunta l’ora in cui si instauri
un dialogo tra noi e il Movimento Futuro. Noi siamo pronti a farlo”. Parole apprezzate, sebbene accolte dai suoi oppositori con qualche riserva.
“Non c’è alcun dubbio che le osservazioni di Nasrallah siano positive
quando prova a ridurre le tensioni tra sciiti e sunniti”, ha dichiarato
al quotidiano libanese “The Daily Star” il parlamentare del “Futuro”
‘Ammar Houri. Tuttavia, ha detto che il suo blocco [Alleanza 14 Marzo,
ndr] ha bisogno di tempo per valutare la sua offerta.
Seppur “pacificata”, resta tesa la situazione
a Tripoli nel nord del Paese. Da quando è divampata la guerra civile in
Siria, la seconda città libanese è teatro spesso di scontri violenti
tra i sostenitori del regime siriano di al-Asad e i suoi oppositori.
Due settimane fa, in una conflitto a fuoco durato tre giorni
consecutivi, sono morti 11 militari, 8 civili e una ventina di
fondamentalisti islamici. C’è poi la questione dei 27 soldati rapiti da an-Nusra e “Stato Islamico” lo scorso agosto
nella battaglia di Ersal a confine con la Siria. Tre prigionieri finora
sono stati giustiziati (due di questi sono stati decapitati).
Da più di due mesi i familiari dei militari bloccano
le strade cercando di richiamare l’attenzione dei politici locali sul
tragico destino dei loro cari. Ma la classe politica, sorda e
indifferente alle richieste dei suoi cittadini, appare più interessata
ai giochi politici interni relativi all’elezione del Capo dello Stato
(la carica è vacante da maggio) e all’estensione della legislatura
(stamane è stata prolungata di due anni e mezzo con 95 voti a favore e 2
contrari) denunciata con forza dai cittadini. Una rabbia
giusta e comprensibile quella dei familiari, ma inaccettabile quando ha
dato vita a pogrom fascisti contro i rifugiati siriani visti tout court
come “jihadisti” o come loro sostenitori. Un Paese, il Libano, che
ospita in condizioni vergognose oltre un milione di siriani sfuggiti
alle barbarie della guerra.
Siriani visti da molti come “nemici” anche perché
“rubano il lavoro” (tutto ciò non suona a noi familiare?) perché i
padroni e padroncini locali preferiscono sfruttare la manodopera a basso
costo dei disperati siriani (anche dei bambini) che quella, altrimenti
più remunerata, libanese. E poi c’è la crisi economica che strozza la classe media:
da mesi insegnanti e sindacati sono in agitazione e chiedono un
notevole aumento salariale. Una battaglia coraggiosa che finora non ha
dato i risultati sperati perché, nelle sede istituzionali, nessuna forza
politica sembra interessata a porre il tema del lavoro al centro della
propria agenda politica.
E poi non sono mancate in questi ultimi quattro anni “scaramucce” con Israele.
Già, il “nemico” Israele. Nel suo discorso Nasrallah non poteva dimenticarsene. “La
nostra lotta è contro i fondamentalisti [islamici] che vogliono
annientare tutti coloro che non sono come loro ed Israele” ha detto
ieri. Poche settimane fa un alto ufficiale dell’esercito israeliano
aveva sostenuto che il “Partito di Dio”, in un eventuale conflitto con
lo stato ebraico, avrebbe potuto colpire l’aeroporto di Ben Gurion
vicino a Tel Aviv e il porto di Haifa. Il leader sciita ha ieri
confermato queste parole. Rivolgendosi agli israeliani ha,
infatti, dichiarato: “dovreste chiudere i vostri aeroporti e porti
perché non c’è posto nella Palestina Occupata [Israele e i Territori
Occupati palestinesi, ndr] dove i missili della resistenza non possono
arrivare”.
Nasrallah ha poi mostrato i muscoli
affermando che il suo movimento è forte nel sud del Libano e che il
gruppo è pronto a combattere. “Israele sa – ha
minacciato – che andare in guerra contro la resistenza avrà un caro
prezzo perché siamo più determinati e forti e, inoltre, abbiamo maggiore
esperienza [rispetto al conflitto del 2006, ndr]”. Una dichiarazione,
quest’ultima, che pare essere presa sul serio anche da alcuni esponenti
dell’esercito israeliano. Da mesi, infatti, non pochi alti
ufficiali di Tel Aviv sostengono che le capacità militari del movimento
sciita sono migliorate grazie all’“esperienza acquisita in Siria” e
invitano il governo Netanyahu a prestare molta attenzione perché in un
futuro attacco allo stato ebraico – giudicato però “non immediato” –
Hezbollah potrebbe provare a conquistare le aree a nord di Israele e
colpire vaste zone del Paese.
Ma il linguaggio bellicistico trova sempre in Israele ottimi sfidanti. E, infatti, alle minacce di Nasrallah ha prontamente risposto il Ministro dei Trasporti, Yisrael Katz. Riguardo al possibile lancio di missili sul territorio israeliano, Katz ha sgombrato il campo da ogni equivoco: “per fugare qualunque dubbio a riguardo, Nasrallah il cordardo sbruffone dovrebbe sapere che questa è una opzione che non esiste” ha scritto sul suo account Facebook. E poi, con la solita pacatezza di toni per cui si contraddistingue il governo israeliano di estrema destra, ha aggiunto: “se questo scenario si dovesse materializzare, raderemo al suolo il Libano! Noi lo riporteremo al periodo medioevale e [Nasrallah] sarà sepolto sotto le pietre”. Ai posteri l’ardua sentenza.
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