Uno sguardo distratto potrebbe farci
credere davvero che il Jobs Act e, nello specifico, il contratto
indeterminato a tutele crescenti stiano risollevando il mondo del lavoro
favorendo le assunzioni. Per fortuna, però, non siamo impreparati di
fronte all’ennesimo gioco di prestigio. Ormai siamo degli habitué e non
ci sorprendiamo più: il mago ormai va di repertorio e produce solo
profondi sbadigli. Incurante della platea sempre più annoiata e dei
molti spettatori ormai incazzati, prosegue senza ritegno il suo
spettacolo. L’obiettivo è farci credere che le assunzioni sono aumentate
rispetto al 2014 e che la crisi del mercato del lavoro sarà sempre più
gestibile. La realtà è che non c’è stata nessuna nuova
assunzione, perché gli stessi lavoratori assunti con contratti a tempo
determinato, a chiamata o con un qualsiasi contratto precario dell’epoca
precedente al Jobs Act hanno subito semplicemente una variazione di
contratto.
Le aziende non hanno esitato a puntare tutto e subito sul contratto indeterminato a tutele crescenti,
sia per approfittare degli sgravi fiscali sia per gestire al meglio la
forza lavoro a seconda delle proprie esigenze. Infatti, essendo più
conveniente di un contratto a tempo determinato o di un apprendistato e
più precario di un contratto a chiamata, il contratto a tempo
indeterminato a tutele crescenti è la materializzazione del sogno di
ogni imprenditore. Non importa infatti se i lavoratori, con questa nuova
forma contrattuale, si vedono consegnati all’altalenante bilancio
aziendale e privati non solo dell’articolo 18, che quantomeno rendeva
più problematico il licenziamento, ma anche delle tutele previdenziali; il
Jobs Act permette di azzerare la contribuzione da parte delle aziende
per i primi tre anni. In questo modo, i datori di lavoro potranno
risparmiare fino a 8.060 € all’anno per ciascun dipendente.
Ecco spiegato perché le bacheche delle agenzie interinali ultimamente si sono riempite di offerte di lavoro.
Sono germogliate come i fiori a primavera e pare che, dopo un lungo
letargo, il mercato si sia risvegliato affamato e con un impellente
bisogno di forza lavoro. La si vende come una chance per lavoratori e
lavoratrici a cui si chiede grande entusiasmo da riversare nel lavoro
per avere in cambio una precarietà tutta nuova. Intanto, mentre gli
amministratori delegati delle agenzie per il lavoro parlano di possibili
stabilizzazioni grazie al nuovo contratto, si sta preparando la strada
all’unica stabilizzazione possibile: quella dei conti aziendali dove le
tutele sotto forma di utili cresceranno davvero.
Il riordino dei contratti, che serve ad
abolire i co.co.co, pone un ulteriore problema. Infatti, se dal 2016 non
sarà più possibile utilizzare questa forma contrattuale sarà invece
possibile continuare a utilizzare i voucher e qualsiasi altra forma di contratto precario, tutele crescenti compreso. Insomma,
ci sono tutte le premesse per garantire alle aziende una certo margine
di manovra per quanto riguarda la gestione dei contratti. Esse
potranno fare un esperimento dopo l’altro fino a scoprire la forma di
sfruttamento più conveniente. Non ci sono invece le premesse per un
rilancio dell’occupazione. Il futuro del Jobs Act è all’insegna di una
flessibilità e di uno sfruttamento che non hanno precedenti dall’inizio
della crisi: il Jobs Act stabilizza a tutti gli effetti le conseguenze
politiche che essa ha avuto sul mercato del lavoro e nei rapporti di
forza. Può essere che il Jobs Act sia per i padroni un modo per
uscire dalla crisi, per i lavoratori esso è la crisi che da eccezione
diviene una continuativa realtà quotidiana.
Il primo aprile (almeno sanno come
scegliere le date per le buffonate) il rinnovo del Contratto del
Commercio ha dato sfoggio proprio di questo illusionismo: aumento
contrattuale di 85 €, flessibilità oraria, contratti a termine agevolati
per i disoccupati. Attenzione però, perché l’illusione è potente. L’aumento salariale
è pari a 85 € per il quarto livello ma varia per gli altri livelli
contrattuali (per un quadro è pari a 147 €, mentre per un impiegato di
settimo livello è di 59 €). Per quanto riguarda il tempo determinato,
sulla base delle nuove regole imposte dal Jobs Act non si potrà superare
il 20% dei contratti aziendali, con regole diverse per le imprese più
piccole. Limitazioni che non valgono però per le località turistiche. Infine viene istituito un contratto a termine agevolato per assumere i cosiddetti lavoratori svantaggiati,
come i disoccupati di lunga data. Si tratta di un contratto di 12 mesi,
con i primi sei mesi con un sotto-inquadramento di due livelli e altri
sei mesi con un sotto-inquadramento di un livello.
Ma veniamo al bello. Il nuovo accordo firmato con i sindacati stabilisce un monte orario che si estende fino a 44 ore settimanali. Le quattro ore settimanali in più su cui le aziende di questo settore potranno contare senza
dover ricorrere al fastidioso straordinario avranno un limite massimo
di 16 settimane e devono essere recuperate dal lavoratore nell’arco dei
12 mesi successivi. Si tratta di un escamotage pensato appositamente per
gli operatori di vendita nel periodo dei saldi e in quello natalizio,
quando il personale non è mai abbastanza. In questo modo non si dovrà assumere nuovo personale, ma si può far lavorare di più quello vecchio senza pagare straordinari,
ricordandosi solo di dare qualche giorno di ferie in più nell’anno
seguente. Insomma, ancora una volta si tratta di ottenere un surplus di
lavoro a costo zero per le aziende.
Dulcis in fundo,
il contratto del commercio prevede anche, come si è detto, dei
contratti agevolati per i disoccupati di lunga durata. Non temete, si
tratta di agevolazioni per le aziende, dal momento che il
disoccupato assunto subisce nei primi sei mesi un sotto-inquadramento di
due livelli e nei secondi di uno, prorogabile per 24 mesi. D’altra
parte, come abbiamo detto altrove, la disoccupazione per questo governo è
l’incapacità soggettiva a stare al passo coi tempi e va «inquadrata»
come tale.
Gli aumenti salariali servono a coprire
un processo di costante indebolimento delle lavoratrici e dei lavoratori
in ogni settore, di decurtazione di tutele e diritti. Il leit motiv di queste trasformazioni è la flessibilità e la disponibilità assoluta del lavoratore.
Il lavoro diventa così un premio, un regalo di cui ci si deve
accontentare «perché è meglio di niente» e perché rifiutare o denigrare i
regali è cattiva educazione. Perciò i nostri sindacati – così carini e
così educati – hanno ritenuto il rinnovo del contratto del Commercio
«finalmente un segnale di inversione di tendenza». Per carità, non
intendiamo sminuire l’importanza di questi anche piccoli aumenti
salariali, ma il punto è almeno sapere a che prezzo, perché il problema dell’illusionismo è sempre capire cosa sta succedendo veramente.
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