di Michele Giorgio – Il Manifesto
Yehuda Shaul è
indignato. Si affanna a denunciare le violazioni del diritto umanitario e
delle convenzioni internazionali il fondatore di Breaking the Silence,
l’ong israeliana che, grazie alle testimonianze di soldati e ufficiali
disposti a “rompere il silenzio”, squarcia il velo delle motivazioni
ufficiali delle operazioni militari contro Gaza e nel resto dei
Territori palestinesi occupati.
«Un tempo nelle forze armate (israeliane)», ci dice Shaul,
ha poco più di 30 anni ma ne dimostra tanti di più, «quando ti
spiegavano le regole d’ingaggio, ti dicevano che un uomo armato è
diverso da un civile. Ora non più. L’ultima operazione contro Gaza,
Margine Protettivo, dice che quella distinzione non viene più fatta.
A Gaza c’è stato un fuoco indiscriminato contro tutto e tutti, in
qualsiasi circostanza, anche senza pericoli o rischi per i soldati».
Ieri Yehuda Shaul e Yuli Novak, la presidente di Breaking di Silence, hanno presentato l’ultimo rapporto dell’ong – “This is How We Fought in Gaza”
– che contiene oltre 60 testimonianze di militari, tra i quali diversi
ufficiali, protagonisti di Margine Protettivo, e denuncia la violazione
sistematica delle leggi internazionali a tutela dei civili durante la
guerra. «Raccogliendo quelle testimonianze abbiamo compreso perché a Gaza siano rimasti uccisi oltre 2 mila palestinesi, tra i quali
così tanti civili, e perché siano state causate distruzioni così
immense», dice Shaul.
Dalle testimonianze emerge che il principio che ha guidato tutta
Margine Protettivo è stato quello del rischio minimo per le forze
israeliane, anche a costo di colpire civili innocenti. Nei loro
resoconti, i soldati – tutti coperti dall’anonimato – hanno descritto le
regole di ingaggio come permissive, addirittura non esistenti, dal
momento che di fatto stabilivano che «chiunque fosse stato trovato in
una zona militare, o che i militari avevano occupato, non era un
civile», ha raccontato un soldato. Un altro militare ha
riferito che era dato per scontato che qualunque edificio palestinese
venisse utilizzato dalle forze israeliane sarebbe poi stato distrutto
dai bulldozer, senza alcun ragione.
«Fino alla fine dell’operazione non ci è mai stato detto quale fosse
l’utilità operativa di radere al suolo le case», ha spiegato. Tra le
tante testimonianze, alcune sono illuminanti. Tra queste ”Buon giorno,
al-Bureij”. Un carrista ricorda che un comandante di una unità di mezzi
corazzati gli ordinò di sparare contro il campo profughi e la cittadina
di al Bureij, a sud di Gaza city. Quando lui chiese dove puntare il
cannone gli fu risposto di scegliere l’edificio che preferiva: più a
destra, più a sinistra, in alto o in basso. Poi è partito l’ordine di
fuoco con le parole “Buon giorno, al-Bureij” e tutti i carri armati
hanno sparato simultaneamente. Nessuno aveva minacciato le forze
israeliane, ha precisato il militare.
Il fuoco indiscriminato sui centri abitati palestinesi
denunciato da Breaking the Silence conferma i risultati dell’inchiesta
resi pubblici a fine di aprile dalle Nazioni Unite che accusano Israele
di aver colpito sette siti dell’Unrwa (l’agenzia che assiste i
rifugiati palestinesi) utilizzati come rifugi per i civili durante
“Margine Protettivo”, uccidendo 44 sfollati e ferendone 227. Tutto ciò
nonostante la posizione delle strutture dell’Onu – comprese le scuole
usate come rifugi – sia regolarmente comunicata all’esercito israeliano
ed aggiornata in tempo di guerra.
Scorrendo il rapporto di Breaking the Silence, un altro militare
israeliano racconta che il desiderio degli autisti dei carri armati era
quello di schiacciare con i cingoli le automobili ai bordi delle strade.
«Dopo aver distrutto interi quartieri – si domanda – che differenza
faceva un’auto schiacciata in più?». Un tenente della Divisione
Gaza da parte sua riporta che «a differenza di precedenti operazioni si
poteva sentire che c’era un radicalizzazione nel modo in cui veniva
condotta l’intera faccenda. Il discorso era estremamente di destra. Un
militare aveva idee molto chiare sui nemici: gli arabi,
Hamas… quelli coinvolti e quelli non coinvolti, e il gioco era fatto. Ma
il fatto che siano stati descritti come coinvolti piuttosto che come
civili e l’indifferenza nei confronti del numero in aumento di morti
palestinesi… il livello di distruzione, il modo in cui le cellule
militanti e le persone civili sono state considerate come obiettivi e
non come esseri viventi, è qualcosa che mi turba. Il discorso era razzista. Il discorso era nazionalista».
Secondo le autorità militari il rapporto di Breaking the
Silence sarebbe viziato da «tendenziosità di fondo» dovute a finalità
politiche. Inoltre trovano fuori luogo che le testimonianze
siano proposte in forma anonima. Per buona parte della stampa
israeliana, la vera origine delle sofferenze della popolazione
palestinese era Hamas che combatteva dall’interno di zone abitate. Il
giornale Yediot Ahronot sostiene che delle oltre 2000 vittime
palestinesi, mille erano miliziani del movimento islamico e di altri
gruppi armati che agivano in zone affollate di civili. È una tesi ben
nota: le forze armate israeliane hanno sparato, cannoneggiato,
bombardato, colpito ovunque ma la colpa in ogni caso è solo dei
palestinesi.
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