Ancora un duro colpo per l’opposizione bahrenita: ieri il parlamento
ha approvato un cambiamento costituzionale che permetterà alle corti militari di processare i civili. I
40 membri del Consiglio consultivo – la Camera alta del parlamento
nominata da re Hamad bin Isa al-Khalifa – hanno votato ieri a favore
della misura confermando quanto già aveva stabilito due settimane fa il
Consiglio dei Rappresentanti (la Camera bassa del Parlamento). Con il
nuovo provvedimento vengono così rimosse le limitazioni contenute prima
nella carta costituzionale su chi poteva essere processato nelle corti
militari. Per gli attivisti l’intento è chiaro: l’emendamento instaura di fatto la legge marziale nel piccolo arcipelago
e sarà usato come arma per reprimere qualunque forma di opposizione
all’autorità di re Hamad. Di diverso avviso, ovviamente, è Manama che
parla di modifica “necessaria per combattere il terrorismo”.
In realtà quello che è stato approvato ieri rende ormai legale quanto già da tempo stava diventando prassi nel piccolo regno:
in seguito alle manifestazioni del 2011, infatti, centinaia di civili
sono stati processati nelle corti militari. Il ricorso massiccio a tale
provvedimento aveva suscitato reazioni furiose da parte dell’opposizione
sciita che avevano costretto il governo ad aprire un’inchiesta sul suo
utilizzo. Lo studio ha dato poi ragione ai protestanti: le corti
militari, si legge nel rapporto conclusivo, sono strumenti “per punire
l’opposizione” e generano fondati dubbi “sulla loro conformità al
diritto internazionale”.
Una condanna dell’emendamento costituzionale è giunta da
Sayed al-Wadaei, il direttore dell’Istituto per i diritti e la
Democrazia nel Bahrain: “[Ciò che è stato votato ieri] è idea
del re bahrenita e il fatto che lui firmerà il provvedimento vuol dire
che personalmente sta approvando la nuova misura repressiva con tutto
ciò che essa comporterà”. “La responsabilità di questa legge marziale de facto – ha aggiunto ieri al-Wadaei – è sua”.
Il governo per ora tace. L’unico a parlare è stato ieri il ministro di giustizia Khaled bin Ali al-Khalifa il quale, durante la sessione del Consiglio, ha detto ai parlamentari che la modifica è necessaria perché “i giudici militari sono i migliori ad occuparsi dei conflitti illegali [le proteste]”.
“Se le milizie e i gruppi armati stanno commettendo atti terroristici
che colpiscono vite innocenti, [danneggiano] la proprietà [pubblica] e
ricevono addestramento per combattere, noi dobbiamo fronteggiarli e
fermare le loro minacce alla pace e alla sicurezza”. L’emendamento
approvato non è altro che l’ultimo provvedimento anti-manifestanti: il
regno ha infatti restaurato anche il potere del suo temuto servizio di
spionaggio interno per compiere alcuni arresti di dissidenti.
Senza dimenticare che l’impennata della repressione operata da re Hamad (monarca sunnita in un Paese a maggioranza sciita) si è registrata a partire dallo scorso giugno:
nel giro di due settimane è stata tolta la nazionalità all’importante
guida religiosa sciita Shaykh Isa Qassim, è stato bandito il principale
partito di opposizione (al-Wefaaq), è stato arrestato il noto attivista
dei diritti umani Nabeel Rajab ed è stata costretta all’esilio la
dissidente Zeinab al-Khawajah perché minacciata di essere nuovamente
arrestata per un periodo di tempo indefinito. Si tenga presente poi che
Ali Salman, il leader di al-Wefaaq, è in prigione dove sta scontando una
pena di nove anni.
In risposta al duro giro di vite operato da Manama, sono aumentati
gli attacchi contro le forze di sicurezza locali rivendicati per lo più
da gruppi sciiti. Il governo punta però il dito contro l’Iran accusando
la Guardia rivoluzionaria di aver addestrato e armato gli oppositori.
Le tensioni nel Paese si sono acuite lo scorso gennaio quando
le autorità locali hanno giustiziato 3 uomini colpevoli, secondo
Manama, di aver compiuto un attacco bomba contro la polizia.
Un’accusa rigettata con forza dagli attivisti secondo i quali la
testimonianza di colpevolezza sarebbe stata ottenuta con la tortura.
Alcuni dissidenti sottolineano poi come l’interregno tra la fine
dell’amministrazione Usa di Barack Obama e l’inizio di quella del neo
presidente Trump ha fornito a re Hamad una ghiotta occasione per
reprimere con più forza le voci dell’opposizione.
Se con Obama un contratto multi miliardario per l’acquisto di jet
americani è stato fermato all’ultimo momento per le “preoccupazioni” di
Washington per le condizioni dei diritti umani nel Paese, con l’arrivo
di Trump alla Casa Bianca l’affare potrebbe ora concretizzarsi. Ne è
convinto Husain Abdullah, il direttore del gruppo Americani per la
Democrazia e i diritti umani in Bahrain: “In un anno in cui la nuova
amministrazione sta rimuovendo i diritti umani dalla sua [agenda] in
politica estera e si sta preparando a vendere armi incondizionatamente,
il segnale [che si manda] è pericoloso per quello che potrebbe accadere
in futuro”.
A dire il vero, però, con Obama alla presidenza Usa la situazione non era tanto differente.
Le “preoccupazioni” a intermittenza di Washington (e di Bruxelles) per
la repressione bahreinita non hanno mai prodotto sanzioni e boicottaggi e
si sono limitate (nel migliore dei casi) a flebili proteste. Dopo tutto
Manama ospita la Quinta flotta degli Stati Uniti e a breve sarà pronta
la base militare inglese (finanziata per lo più dal regno sunnita). E
avere un alleato fedele a poche miglia marine dal “nemico” Iran è
un’occasione che non può essere assolutamente persa.
AGGIORNAMENTI
ore 14.45 – Governo vuole dichiarare illegale partito socialista Waad
Il governo bahranita, espressione della monarchia assoluta di re
Hamad bin Isa al Khalifa, ha chiesto ai giudici di dichiarare illegale
il partito socialista Waad perché “sostenitore del terrorismo” e della
“sovversione”. “Non siamo spaventati, non è il primo attacco al quale
siamo soggetti in questi ultimi anni – ha dichiarato qualche minuto fa a
Nena News il leader del Waad, Ibrahim Sharif – continueremo la nostra
battaglia politica per ottenere i diritti reclamati dal popolo del
Bahrain”.
Fonte
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