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14/10/2025

Dall’accordo di Sharm el Sheik manca la firma di Israele. La tregua non è la pace

È un dettaglio passato inosservato, ma il documento sulla tregua a Gaza, firmato in pompa magna e a favore di telecamere a Sharm el Sheik, porta le firme di Trump, Erdogan, Al Sisi e Al Thani, ma vede mancare una firma significativa: quella di Israele.

Si potrebbe aggiungere che manca anche la firma dei palestinesi, ma qui occorre mettersi d’accordo. Fino ad oggi nessuna entità palestinese viene infatti riconosciuta come interlocutore politico, né l’Anp (che pure si è precipitata a Sharm El Sheik) né Hamas.

Il “politicidio” dei palestinesi che ha preceduto il genocidio, continua dunque ad agire negando identità politica e aspirazioni nazionali al popolo palestinese, sotto qualsiasi forma.

Si ripresenta per intero il pericolo che la questione palestinese, a due anni dal 7 ottobre e dopo 70mila morti, torni ad essere considerata come questione meramente “umanitaria” ma negata come questione “politica”.

A Sharm el Sheik erano presenti le delegazioni di 22 Paesi: Italia, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Canada, Giappone, India, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Pakistan, Indonesia, Azerbaigian, Armenia, Ungheria, Grecia, Cipro. In più c’era l’Anp rappresentata da Abu Mazen.

I governi europei hanno insistito per essere presenti all’evento pur essendo stati marginali o assenti nel processo che ha portato alla tregua a Gaza.

L’ambiguità, le complicità e l’inerzia verso Israele e i diritti politici dei palestinesi ha visto i governi europei trascinarle come tali per troppo tempo, fino a quando sono stati messi sotto pressione dalle manifestazioni di massa e dall’indignazione delle proprie società.

“La politica del Medio Oriente farà parte delle elezioni nazionali”, ha detto al giornale statunitense Politico un funzionario dell’Unione Europea . “È estremamente polarizzante. Quindi se l’Europa non ha un ruolo positivo da svolgere, pagherà un prezzo”. Le giovani generazioni che iniziano a votare sono cresciute guardando gli orrori della guerra in streaming sui loro smartphone. “Ecco perché se non c’è giustizia e non c’è responsabilità, non so cosa succederà, incluso in Europa”, ha detto il funzionario. “Non è la fine. È l’inizio”

Quello di Sharm el Sheik è stato un vero e proprio show politico/mediatico che ha fatto da spalla a quello di Trump alla Knesset.

L’ambiguità della posizione israeliana sulla tregua a Gaza e l’eventuale processo di pace per la Palestina e il Medio Oriente, continuano infatti a rappresentare una ipoteca sul presente e sul futuro.

L’intervento di Trump alla Knesset ha alimentato tale ambiguità affermando che “Israele con il nostro aiuto, ha vinto tutto ciò che poteva, con la forza delle armi”, aggiungendo che è giunto il momento “di tradurre queste vittorie contro i terroristi sul campo di battaglia nel premio finale della pace e della prosperità per l’intero Medio Oriente”.

Rivolgendosi a Netanyahu, Trump ha affermato “Bibi, sarai ricordato per questo, molto più che se continuassi ad andare avanti, con uccidi, uccidi, uccidi, uccidi... E voglio solo congratularmi con te per aver avuto il coraggio di dire, basta. Abbiamo vinto, e ora ricostruiamo Israele e rendiamolo più forte di quanto non sia mai stato prima”. Piuttosto spudoratamente Trump ha anche esortato il presidente israeliano Herzog a graziare Netanyahu, che deve affrontare i processi per corruzione.

Insomma il Piano Trump – anche nella attuazione dei primi cinque punti che hanno portato alla tregua, allo scambio di prigionieri e alla ripresa degli aiuti a Gaza – contiene tutti i presupposti per tirare un colpo di spugna sui crimini del governo israeliano e il genocidio dei palestinesi, ma anche per rinviare e depotenziare il riconoscimento “politico” e materiale di uno Stato Palestinese indipendente. La negazione israeliana della scarcerazione dei leader palestinesi prigionieri più autorevoli è conseguente ed emblematica di questa posizione.

Spacciare tutto questo come “la pace” è una menzogna irricevibile, sia per i palestinesi sia per chi nel resto del mondo è sceso in piazza in questi anni a sostegno dei diritti del popolo palestinese. È stata raggiunta una tregua che è cosa ben diversa da una pace duratura e fondata sulla giustizia. Fino a quando c’è l’occupazione coloniale della Palestina non c’è pace possibile.

Nel nostro paese ci stanno provando e ci proverranno in tutti i modi a presentarla come “la pace” e cercare così di zittire e “normalizzare” il dibattito pubblico e le piazze. È un favore che non possiamo nè dobbiamo regalargli. Le responsabilità di un genocidio non si possono cancellare con una firma, tantomeno senza una firma su un documento ufficiale. È il minimo che dobbiamo al popolo palestinese e forse anche a noi stessi.

Come documentazione produciamo qui di seguito il testo integrale dell’accordo di Sharm El Sheik.

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Noi sottoscritti accogliamo con favore l’impegno e l’attuazione davvero storici da parte di tutte le parti dell’Accordo di Pace di Trump, che pone fine a oltre due anni di profonda sofferenza e perdita, aprendo un nuovo capitolo per la regione caratterizzata da speranza, sicurezza e una visione condivisa di pace e prosperità. Sosteniamo e sosteniamo i sinceri sforzi del Presidente Trump per porre fine alla guerra a Gaza e portare una pace duratura in Medio Oriente. Insieme, attueremo questo accordo in modo da garantire pace, sicurezza, stabilità e opportunità per tutti i popoli della regione, compresi palestinesi e israeliani. Siamo consapevoli che una pace duratura sarà una pace in cui sia i palestinesi che gli israeliani potranno prosperare, con i loro diritti umani fondamentali tutelati, la loro sicurezza garantita e la loro dignità tutelata.

Affermiamo che un progresso significativo emerge attraverso la cooperazione e un dialogo costante e che il rafforzamento dei legami tra nazioni e popoli serve gli interessi duraturi della pace e della stabilità regionale e globale. Riconosciamo il profondo significato storico e spirituale di questa regione per le comunità religiose le cui radici sono intrecciate con il territorio, tra cui Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. Il rispetto per questi sacri legami e la protezione dei loro siti patrimoniali rimarranno fondamentali nel nostro impegno per la coesistenza pacifica.

Siamo uniti nella determinazione a smantellare l’estremismo e la radicalizzazione in tutte le loro forme. Nessuna società può prosperare quando la violenza e il razzismo sono normalizzati, o quando ideologie radicali minacciano il tessuto della vita civile.

Ci impegniamo ad affrontare le condizioni che favoriscono l’estremismo e a promuovere l’istruzione, le opportunità e il rispetto reciproco come fondamenti per una pace duratura. Ci impegniamo pertanto a risolvere le controversie future attraverso l’impegno diplomatico e la negoziazione, piuttosto che con la forza o un conflitto prolungato.

Riconosciamo che il Medio Oriente non può sopportare un ciclo persistente di guerre prolungate, negoziati in stallo o l’applicazione frammentaria, incompleta o selettiva di termini negoziati con successo. Le tragedie a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni devono servire da urgente promemoria del fatto che le generazioni future meritano di meglio dei fallimenti del passato. Ricerchiamo tolleranza, dignità e pari opportunità per ogni persona, garantendo che questa regione sia un luogo in cui tutti possano perseguire le proprie aspirazioni in pace, sicurezza e prosperità economica, indipendentemente da razza, fede o etnia. Perseguiamo una visione globale di pace, sicurezza e prosperità condivisa nella regione, fondata sui principi del rispetto reciproco e del destino comune.

In questo spirito, accogliamo con favore i progressi compiuti nella definizione di accordi di pace globali e duraturi nella Striscia di Gaza, nonché le relazioni amichevoli e reciprocamente vantaggiose tra Israele e i suoi vicini regionali. Ci impegniamo a lavorare collettivamente per attuare e sostenere questa eredità, costruendo fondamenta istituzionali su cui le generazioni future possano prosperare insieme in pace. Ci impegniamo per un futuro di pace duratura.

Donald J. Trump Presidente degli Stati Uniti d’America

Abdel Fattah El-Sisi Presidente della Repubblica Araba d’Egitto

Tamim bin Hamad Al-Thani Emiro dello Stato del Qatar

Recep Tayyip Erdogan Presidente della Repubblica di Turchia


Fonte

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