La principale delle regole non scritte – e non scrivibile – in vigore nell’Unione Europea è piuttosto chiara: stabilire regole stupide e poi applicarle con fermezza.
Non stranamente, il primo a definire “stupidi” i parametri del Trattato di Maastricht – 3% massimo di deficit rispetto al Pil, 60% di limite per il debito pubblico rispetto al Pil, ecc – fu il distruttore della capacità industriale italiana, ossia quel Romano Prodi che era stato addirittura presidente della Commissione UE (ruolo oggi coperto da von der Leyen).
E infatti quei parametri stupidi non furono mai di fatto rispettati da nessun paese, se non per brevissimi momenti, neanche facendo ricorso ai più fantasiosi trucchi della “finanza creativa”.
Del resto, un’architettura pensata per far funzionare gli Stati così come pretendono “i mercati” (ossia il capitale finanziario e le imprese multinazionali maggiori) non può che risultare inabile a funzionare secondo criteri di equilibrio macroeconomico.
Sintetizzando molto: è assurdo pretendere la riduzione del debito pubblico degli Stati e contemporaneamente vietare alla banche centrali nazionali di “calmierare” i rendimenti dei titoli di Stato che si trasformano in profitti per i prestatori privati a costo di un incremento del debito pubblico. E via enumerando altre assurdità…
Ora, come ci riferiscono i media in modo quasi incomprensibile, il “patto di stabilità” europeo deve essere ridefinito, dopo esser stato sospeso per tre anni a causa prima della pandemia – che ha richiesto a tutti spese pubbliche straordinarie – e poi della guerra in Ucraina, che ha stimolato l’aumento della spesa militare per tutti i membri della Nato.
In teoria la revisione di quel “patto” dovrebbe essere una buona notizia. Ma praticamente non lo è affatto.
Quali parametri, infatti, vengono ipotizzati per sostituire quelli vecchi? E, soprattutto, in basi a quali ragioni economiche vengono ipotizzati?
Prima sorpresa, o banale constatazione: non c’è alcun criterio macroeconmico anche lontanamente “oggettivo”. I diversi paesi affrontano la trattativa con l’occhio alla situazione politica interna, alla robustezza o meno delle diverse coalizioni di governo, alla possibilità o meno di scaricare su altri paesi già più deboli parte dei propri problemi irrisolti.
Un piccolo spiraglio su cosa bolle in pentola alla vigilia della cena dei ministri finanziari che domani, si dice, potrebbe durare fino al mattino, viene aperto per esempio da Federico Fubini – a pizzichi e bocconi – su Il Corriere della Sera.
Un giorno parla dell’assurdità del «freno al debito» disegnato venti anni fa da Wolfgang Schaeuble, ministro delle finanze tedesco con Angela Merkel, definito solo ora “così rigido e utopico che lo stesso governo di Berlino ha iniziato a ricorrere alla finanza creativa pur di aggirarlo”.
Dobbiamo però ricordare che quel “freno” ha regolato venti anni di politiche di bilancio di tutti gli Stati, ha portato alla distruzione dell’economia greca e alla stagnazione perenne di tutta l’economia europea. Andava sotto il nome di “austerità” ed era il mantra dei “paesi virtuosi”. I commentatori come Fubini fustigavano i governi che non cercavano di avvicinarli. Ecc.
Una prima chicca è comunque la “rivelazione” che i virtuosissimi tedeschi hanno fatto una montagna di carte false per salvare i propri conti pubblici (oberati tra l’altro da innumerevoli interventi di salvataggio di molte banche, a partire dalla “sistemica” Deutsche Bank per finire alle Landesbanken regionali, opportunamente sottratte al potere di sorveglianza della Bce).
Ci dice infatti Fubini: “Oggi la Repubblica federale vanta ben 29 veicoli di bilancio separati dai conti ufficiali pur di non far apparire in bilancio le spese che, inevitabilmente, servono a finanziare gli investimenti. La Corte costituzionale di Karlsruhe ha finito per dichiarare improprio almeno uno di questi «bilanci paralleli», costringendo il governo a far emergere nel deficit 60 miliardi di euro di fondi per la transizione verde.”
Tutto chiaro?
Uno solo di quei 29 “veicoli di bilancio” ha scoperto un buco da 60 miliardi di euro. Roba da commissariare immediatamente qualsiasi altro paese con un “governo tecnico”, magari guidato da un boss ex Bce (Jens Weidmann non starebbe nella pelle). Ma non della Germania, ci mancherebbe...
E non basta.
Nonostante questa catastrofe contabile e di immagine per Berlino, l’attuale ministro delle finanze – il liberaldemocratico ultra-austero Christian Lindner – sta da settimane forzando la mano per imporre parametri ancora più restrittivi, ma soprattutto differenziati a seconda del livello dei debito pubblico dei vari paesi.
Ascoltiamo ancora Fubini:
“Prima ha chiesto una riduzione misurabile del debito pubblico di almeno un certo livello ogni anno per tutti; e gli è stata accordata. Poi ha chiesto lo stesso sul deficit; e anche quello gli è stato accordato.
Quindi ha chiesto che i Paesi con il debito superiore al 90% del prodotto lordo siano obbligati a una riduzione più impegnativa del debito, dell’1,5% del Pil all’anno (mentre per gli altri il calo dovuto sarebbe solo dell’1%); neanche questa idea incontra per ora resistenze.
Infine Lindner sta cercando di introdurre un ulteriore trattamento differenziale, che costringerebbe i Paesi dal debito più alto a ridurre di più anche il deficit di bilancio: fino all’1% del Pil, invece dell’1,5% che varrebbe per tutti gli altri.
Così, la visione tedesca prevede due o tre classi distinte di Paesi ai quali si applicano norme diverse. Con l’Italia in terza classe.”
In questo gioco trova ovviamente l’appoggio di gentaglia come il neopremier olandese in pectore, Wilders (l’”amico di Salvini”), quello che faceva campagna elettorale con il cartello “neanche un euro per gli italiani”.
E così si ri-forma per l’ennesima volta un mini-asse franco-italiano – i grandi paesi dell’Unione con il più alto debito pubblico – che sperano di far passare la proposta della Commissione. Che non è meno “stringente” nei parametri, ma almeno più dilatoria sui tempi (entrerebbero in vigore tra sette anni, non il 2025).
Ma l’aspetto più demenziale, dicevamo, è il “perché” queste proposte vengono avanzate, imposte, discusse, osteggiate.
“Christian Lindner, ministro delle Finanze e leader del Liberaldemocratici, per motivi di politica interna ha imboccato la via della rigidità: crollato al 5% nei sondaggi, il suo partito rischia di uscire dal parlamento alle prossime elezioni e ha bisogno di recuperare il voto dei tedeschi più conservatori.”
Il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, sedicente socialdemocratico, sta zitto “per non destabilizzare la sua già fragile coalizione”, che comprende anche i cosiddetti Verdi, tra i più sfegatati guerrafondai della Nato.
Davanti a questo quadro il governo italiano, ovvero il “leghista europeista” Giancarlo Giorgetti, sulla poltrona del ministero dell’economia, ventila un possibile veto alla bozza finale: «Non ci si può chiedere di andare non semplicemente contro l’interesse dell’Italia ma, a nostro giudizio, contro quello dell’Europa». E quindi «Il pacchetto legislativo (delle nuove regole di bilancio, ndr) si compone di tre parti, ma l’accordo deve raggiungere un equilibrio complessivo». Se no…
Dei tre regolamenti del nuovo patto di Stabilità solo uno prevede l’approvazione unanime di tutti i Paesi, ma tanto basta a conferire un diritto di veto sull’intero pacchetto.
Vedremo coma va a finire, ma una cosa resta chiara: le regole europee vengono scritte dall’equilibrio momentaneo e rissaiolo tra mentecatti preoccupati di mille cose, tranne che di far funzionare l’economia di un Continente.
Per di più “riscaldato” da ben due guerre ai propri confini....
P.S. A scanso di equivoci, aggiungiamo che neanche il Fubini si preoccupa più di tanto dell’economia reale, ma unicamente degli equilibri politici europei e dell’internità ad essi del governo italiano.
La sua disamina, infatti, punta ad un solo obiettivo: “continuare a rilanciare miti sovranisti e slogan gratuiti contro l’Unione europea, come sta facendo Matteo Salvini, non può che complicare una partita già difficile“, perché “Alla fine, un compromesso sulle regole raggiunto entro venerdì resta plausibile: basta non arrivarci essendoci legati da soli mani e piedi”.
Insomma: Salvini statte zitto e lascia fare ai grandi...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/12/2023
03/11/2023
USA: a quanto ammonta il deficit?
Le tecniche contabili sono sempre più sofisticate e possono cambiare profondamente la percezione delle politiche economiche. Ne sa qualcosa l'Italia con le diverse metodologie di imputazione dei "crediti fiscali", discusse e condivise tra Istat ed Eurostat, che incidono direttamente sui dati riferiti al singolo esercizio finanziario, e dunque sul deficit dell'anno in cui la "spesa agevolata" è stata effettuata, oppure le minori entrate fiscali vengono spalmate su più esercizi andando ad incidere sui rispettivi deficit.
In America è successo un episodio analogo.
Secondo il CBO (Congressional Budget Office), nel 2023 il deficit federale è stato di 1.678 miliardi di dollari, con un incremento del 25% rispetto all'anno precedente, quando era stato di 1.312 miliardi. C'è una posta contabile che modifica in meglio il deficit del 2023 e peggiora per il medesimo ammontare il deficit del 2022: si tratta dei 379 miliardi dollari del mancato condono dei prestiti scolastici. Scomputandoli, il deficit del 2022 sarebbe stato di soli 933 miliardi e quello del 2023 sarebbe arrivato a 2.014 miliardi.
Si tratta di una differenza estremamente rilevante, che riflette una vicenda politicamente ed economicamente altrettanto sensibile.
Tra i numerosi interventi a favore dei cittadini americani, l'Amministrazione Biden aveva inserito nel 2022 un massiccio "condono" dei prestiti contratti dagli studenti per pagarsi le rette di frequenza ai College e alle Università.
Conseguentemente, nel bilancio federale riferito al periodo 1° settembre 2021 - 30 settembre 2022 era prevista la relativa spesa, per l'importo di 379 miliardi di dollari: il Congresso aveva approvato questo accantonamento, che faceva lievitare il deficit a circa 1.400 miliardi di dollari. Senza questa previsione di spesa, il deficit sarebbe stato di circa 1.000 miliardi.
L'idea era di ampliare notevolmente la possibilità di accedere ai benefici del Public Service Loan Forgiveness program, attraverso l'elevazione del livello massimo di reddito ammesso per ottenere l'accollo del debito allo Stato: si sarebbe potuta sanare così la posizione di circa 27 milioni di cittadini in difficoltà dopo la pandemia, dopo la sospensione per due anni del pagamento delle rate.
In concreto, non solo si voleva tenere conto del fatto che l'importo medio di rimborso del prestito scolastico, 500 dollari mensili, è una somma che pesa molto su coloro che hanno un salario non elevato, ma anche del fatto che durante il biennio di moratoria del debito scolastico, molti consumatori ne avevano approfittato per contrarre altri debiti, ad esempio per comprare una automobile a rate. Praticamente, avevano aumentato il debito complessivo da restituire ed alla ripresa dei pagamenti per il prestito scolastico si sarebbero trovati in gravi difficoltà.
Anziché attendere l’approvazione di una legge del Congresso, l’Esecutivo decise di procedere direttamente in via amministrativa in considerazione del fatto che si trattava di estendere i benefici già previsti dalla normativa vigente. Questa procedura, impugnata per carenza di potere, fu dichiarata illegittima. Nonostante la decisione della Corte Suprema, nel consuntivo del bilancio federale del 2022 si mantenne comunque questa previsione di maggiore spesa, compensandola però nel bilancio del 2023 con una posta correttiva a riporto del medesimo importo.
La ragione fu che la Corte aveva dichiarato illegittimo un provvedimento dell'Esecutivo e non la previsione del bilancio federale che rimaneva a disposizione.
Nel bilancio federale del 2023, visto che non c'era possibilità di accordo politico per procedere con una legge in proposito, l'accantonamento di spesa venne soppresso e compensato con una posta correttiva. Se l'accordo fosse stato trovato, la copertura della spesa sarebbe rimasta quella già contabilizzata nel bilancio del 2022.
L'effetto che è derivato da questa decisione contabile è che il deficit del bilancio del 2022 è stato gravato di 379 miliardi di dollari di spese non effettuate, mentre il deficit del bilancio del 2023 è stato sgravato da 379 miliardi di dollari classificati come risparmio di spesa.
Se le conseguenze contabili di questa decisione fossero state imputate immediatamente sul bilancio del 2022, il deficit federale di quell'anno sarebbe diminuito della somma corrispondente, arrivando a meno di 1.000 miliardi di dollari, mentre quello del 2023 sarebbe aumentato di altrettanto, superando anche se di poco i 2.000 miliardi.
Il deficit effettivo americano è raddoppiato, ma dal punto di vista ufficiale è incrementato di appena il 27,8%.
Fonte
In America è successo un episodio analogo.
Secondo il CBO (Congressional Budget Office), nel 2023 il deficit federale è stato di 1.678 miliardi di dollari, con un incremento del 25% rispetto all'anno precedente, quando era stato di 1.312 miliardi. C'è una posta contabile che modifica in meglio il deficit del 2023 e peggiora per il medesimo ammontare il deficit del 2022: si tratta dei 379 miliardi dollari del mancato condono dei prestiti scolastici. Scomputandoli, il deficit del 2022 sarebbe stato di soli 933 miliardi e quello del 2023 sarebbe arrivato a 2.014 miliardi.
Si tratta di una differenza estremamente rilevante, che riflette una vicenda politicamente ed economicamente altrettanto sensibile.
Tra i numerosi interventi a favore dei cittadini americani, l'Amministrazione Biden aveva inserito nel 2022 un massiccio "condono" dei prestiti contratti dagli studenti per pagarsi le rette di frequenza ai College e alle Università.
Conseguentemente, nel bilancio federale riferito al periodo 1° settembre 2021 - 30 settembre 2022 era prevista la relativa spesa, per l'importo di 379 miliardi di dollari: il Congresso aveva approvato questo accantonamento, che faceva lievitare il deficit a circa 1.400 miliardi di dollari. Senza questa previsione di spesa, il deficit sarebbe stato di circa 1.000 miliardi.
L'idea era di ampliare notevolmente la possibilità di accedere ai benefici del Public Service Loan Forgiveness program, attraverso l'elevazione del livello massimo di reddito ammesso per ottenere l'accollo del debito allo Stato: si sarebbe potuta sanare così la posizione di circa 27 milioni di cittadini in difficoltà dopo la pandemia, dopo la sospensione per due anni del pagamento delle rate.
In concreto, non solo si voleva tenere conto del fatto che l'importo medio di rimborso del prestito scolastico, 500 dollari mensili, è una somma che pesa molto su coloro che hanno un salario non elevato, ma anche del fatto che durante il biennio di moratoria del debito scolastico, molti consumatori ne avevano approfittato per contrarre altri debiti, ad esempio per comprare una automobile a rate. Praticamente, avevano aumentato il debito complessivo da restituire ed alla ripresa dei pagamenti per il prestito scolastico si sarebbero trovati in gravi difficoltà.
Anziché attendere l’approvazione di una legge del Congresso, l’Esecutivo decise di procedere direttamente in via amministrativa in considerazione del fatto che si trattava di estendere i benefici già previsti dalla normativa vigente. Questa procedura, impugnata per carenza di potere, fu dichiarata illegittima. Nonostante la decisione della Corte Suprema, nel consuntivo del bilancio federale del 2022 si mantenne comunque questa previsione di maggiore spesa, compensandola però nel bilancio del 2023 con una posta correttiva a riporto del medesimo importo.
La ragione fu che la Corte aveva dichiarato illegittimo un provvedimento dell'Esecutivo e non la previsione del bilancio federale che rimaneva a disposizione.
Nel bilancio federale del 2023, visto che non c'era possibilità di accordo politico per procedere con una legge in proposito, l'accantonamento di spesa venne soppresso e compensato con una posta correttiva. Se l'accordo fosse stato trovato, la copertura della spesa sarebbe rimasta quella già contabilizzata nel bilancio del 2022.
L'effetto che è derivato da questa decisione contabile è che il deficit del bilancio del 2022 è stato gravato di 379 miliardi di dollari di spese non effettuate, mentre il deficit del bilancio del 2023 è stato sgravato da 379 miliardi di dollari classificati come risparmio di spesa.
Se le conseguenze contabili di questa decisione fossero state imputate immediatamente sul bilancio del 2022, il deficit federale di quell'anno sarebbe diminuito della somma corrispondente, arrivando a meno di 1.000 miliardi di dollari, mentre quello del 2023 sarebbe aumentato di altrettanto, superando anche se di poco i 2.000 miliardi.
Il deficit effettivo americano è raddoppiato, ma dal punto di vista ufficiale è incrementato di appena il 27,8%.
Fonte
05/10/2016
Cifre inventate sul Pil. Renzi si gioca le ultime carte
Alla lunga lista delle forzature istituzionali, al limite e oltre l'incostituzionalità, il governo Renzi ha aggiunto un'altra perlina. Piuttosto rilevante: le cifre scritte nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza non hanno ottenuto il via libera, la cosiddetta “bollinatura”, da parte dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio. E pensare che ci era sempre riuscito persino l'esperto di “finanza creativa”, quel Giulio Tremonti sempre irriso dai megatecnici della Ue (Mario Monti, per dirne uno).
Stiamo parlando della più importante legge dello Stato, quella che decide entrate e uscite per il prossimo anno, quindi anche la lista dei beneficiati e dei tartassati. Una legge che deve ottenere il via libera anche dall'Unione Europea, che ne riscriverà alcune parti oppure lascerà perdere per non mettere in difficoltà ulteriori l'unico governo possibile che obbedisca in pieno ad ogni ordine (le sceneggiate di Renzi ad uso interno sollevano al massimo qualche sorrisetto). Il motivo di questa bocciatura – accompagnata da un giudizio altrettanto critico da parte della Banca d'Italia (non proprio un baluardo dell'opposizione, diciamo così...) – è noto da giorni: il governo “stima” che il Pil italiano crescerà il prossimo anno dell'1%, nonostante anche i centri di ricerca più ottimisti si fermino allo 0,6%. Confindustria, che pure ne mastica, si ferma addirittura allo 0,5.
Decimali poco significativi per i profani, ma che spostano decisamente i limiti di quel che il governo può fare oppure no. Si tratta di una differenza di quasi 7-8 miliardi (il Pil italiano viaggia intorno ai 1.600 miliardi annui), che implica anche qualche differenza nei rapporti percentuali col deficit e col debito. Più il Pil atteso è alto, migliore è quel rapporto, più soldi possono essere spostati a fini elettorali. Referendari, per la precisione.
Numeri campati in aria, si può leggere tra le righe di critiche esposte con il linguaggio diplomatico d'obbligo per istituzioni dello stato, ma per nulla apprezzate in sede governativa. Le risposte dello stesso Renzi e soprattutto di Pier Carlo Padoan (ministro dell'economia ed ex capo-economista dell'Ocse) sono state piuttosto stizzite, ma prive di argomentazione credibile.
Nessuno è insomma in grado di rispondere a una domanda relativamente semplice: perché mai una riduzione del deficit dello 0,5% o il disinnesco delle clausole di salvaguardia (aumento del 2% dell'Iva, nel caso le previsioni fossero sbagliate) dovrebbero far lievitare il Prodotto interno lordo? Al massimo, spiegano i manuali di macroeconomia liberisti, la sterilizzazione dell'Iva evita di provocare altri danni, ossia di abbassare ulteriormente il Pil e i consumi. Non può certo avere l'effetto opposto...
In ogni caso, le serie storiche – ossia la realtà economica consegnata ormai alle statistiche – mostrano che quell'effetto non si è mai verificato.
Ci sono, nella legge di bilancio in gestazione, altre misure pro-crescita così potenti da far quasi raddoppiare la crescita attesa? A leggerla si direbbe di no (e lo dicono anche l'Upb e Bankitalia), ma il governo scommette di sì. Un po come in Fascisti su Marte, “respirate e andrete avanti”, anche se l'aria non c'è...
Per somma sfortuna, nelle stesse ore, anche il Fondo Monetario Internazionale rivedeva al ribasso la crescita attesa per l'Europa e dunque anche per l'Italia. Un +0,9% abbastanza vicina alla scommessa governativa, ma con una dinamica ribassista obbligata (crescita zero nel secondo trimestre, già in archivio).
La logica economica consiglierebbe prudenza, perché sforamenti eccessivi nel 2017 comporterebbero tagli paurosi – ordinati dalla Troika (Ue,Fmi e Bce) – nell'anno successivo. Ma questo orizzonte sembra lontanissimo nella visione del governo in carica, che ha puntato tutte le sue speranze di sopravvivenza sul referendum del 4 dicembre. Quel che avverrà nel 2018, insomma, non sarà affar suo se vince il NO; e se dovesse anche vincere il sì la “nuova costituzione” gli assegnerebbe poteri eccezionali, oltre a un sistema mediatico al di sotto di ogni soglia di attendibilità.
Il problema è tutto nostro invece. Persino i “renziani della prima ora” – il gruppo Repubblica L'Espresso, per capirci – si mostrano ora fortemente preoccupati. Il debito pubblico, dopo anni di tagli, sacrifici, privatizzazioni, resta assolutamente intatto, intorno al 133,4% del Pil. E dire che grazie al quantitative easing della Bce i tassi di interesse sul debito stesso sono quasi a zero. Significa che per finanziare o rifinanziare quel debito lo Stato spende la cifra più bassa di tutta la sua storia. Era un'occasione – in ottica liberista – per ottenere risultati straordinari in termini di riduzione. E invece nulla. La montagna non è stata neanche scalfita. Repubblica è un giornale liberista che si atteggia a liberal, di solito mente ma stavolta, nella sua logica perversa, ha qualche ragione. Se Renzi non avesse usato tutto il margine consentito dai trattati europei e dal bazooka impugnato da Mario Draghi in regalie a pioggia per acquistare (in senso stretto) un po' di consenso popolare transitorio (gli 80 euro, gli sgravi alle imprese, i contributi azzerati a chi assume, ecc.), quella montagna sarebbe ora un po' più bassa e si lascerebbe scalare con più facilità.
Ovvio che se Renzi avesse fatto come consiglia Repubblica (e il Corriere, e Confindustria, e la Troika, ecc.) non avrebbe avuto neppure quell'anno di popolarità che gli ha permesso di portare a casa provvedimenti ignobili come il Jobs Act, la “buona scuola”, la “riforma costituzionale”, ecc. Sarebbe stato individuato fin dal primo minuto come un cane feroce, antipopolare rapidamente messo da parte, come avvenuto con Monti e Letta.
Il problema, per il grande capitale multinazionale europeo, è che questo governo non appare capace di cambiare logica e passo. Sa solo promettere tempi migliori che non arrivano mai. E per crearsi un margine di credibilità per queste promesse, si è ridotto a inventarsi anche una crescita economica al di là dell'immaginabile.
Ne siamo certi. Se vince il NO la pazienza del capitale multinazionale finisce e per Palazzo Chigi verrà scelto un “volto nuovo”. Insomma, meno sputtanato.
Fonte
Stiamo parlando della più importante legge dello Stato, quella che decide entrate e uscite per il prossimo anno, quindi anche la lista dei beneficiati e dei tartassati. Una legge che deve ottenere il via libera anche dall'Unione Europea, che ne riscriverà alcune parti oppure lascerà perdere per non mettere in difficoltà ulteriori l'unico governo possibile che obbedisca in pieno ad ogni ordine (le sceneggiate di Renzi ad uso interno sollevano al massimo qualche sorrisetto). Il motivo di questa bocciatura – accompagnata da un giudizio altrettanto critico da parte della Banca d'Italia (non proprio un baluardo dell'opposizione, diciamo così...) – è noto da giorni: il governo “stima” che il Pil italiano crescerà il prossimo anno dell'1%, nonostante anche i centri di ricerca più ottimisti si fermino allo 0,6%. Confindustria, che pure ne mastica, si ferma addirittura allo 0,5.
Decimali poco significativi per i profani, ma che spostano decisamente i limiti di quel che il governo può fare oppure no. Si tratta di una differenza di quasi 7-8 miliardi (il Pil italiano viaggia intorno ai 1.600 miliardi annui), che implica anche qualche differenza nei rapporti percentuali col deficit e col debito. Più il Pil atteso è alto, migliore è quel rapporto, più soldi possono essere spostati a fini elettorali. Referendari, per la precisione.
Numeri campati in aria, si può leggere tra le righe di critiche esposte con il linguaggio diplomatico d'obbligo per istituzioni dello stato, ma per nulla apprezzate in sede governativa. Le risposte dello stesso Renzi e soprattutto di Pier Carlo Padoan (ministro dell'economia ed ex capo-economista dell'Ocse) sono state piuttosto stizzite, ma prive di argomentazione credibile.
Nessuno è insomma in grado di rispondere a una domanda relativamente semplice: perché mai una riduzione del deficit dello 0,5% o il disinnesco delle clausole di salvaguardia (aumento del 2% dell'Iva, nel caso le previsioni fossero sbagliate) dovrebbero far lievitare il Prodotto interno lordo? Al massimo, spiegano i manuali di macroeconomia liberisti, la sterilizzazione dell'Iva evita di provocare altri danni, ossia di abbassare ulteriormente il Pil e i consumi. Non può certo avere l'effetto opposto...
In ogni caso, le serie storiche – ossia la realtà economica consegnata ormai alle statistiche – mostrano che quell'effetto non si è mai verificato.
Ci sono, nella legge di bilancio in gestazione, altre misure pro-crescita così potenti da far quasi raddoppiare la crescita attesa? A leggerla si direbbe di no (e lo dicono anche l'Upb e Bankitalia), ma il governo scommette di sì. Un po come in Fascisti su Marte, “respirate e andrete avanti”, anche se l'aria non c'è...
Per somma sfortuna, nelle stesse ore, anche il Fondo Monetario Internazionale rivedeva al ribasso la crescita attesa per l'Europa e dunque anche per l'Italia. Un +0,9% abbastanza vicina alla scommessa governativa, ma con una dinamica ribassista obbligata (crescita zero nel secondo trimestre, già in archivio).
La logica economica consiglierebbe prudenza, perché sforamenti eccessivi nel 2017 comporterebbero tagli paurosi – ordinati dalla Troika (Ue,Fmi e Bce) – nell'anno successivo. Ma questo orizzonte sembra lontanissimo nella visione del governo in carica, che ha puntato tutte le sue speranze di sopravvivenza sul referendum del 4 dicembre. Quel che avverrà nel 2018, insomma, non sarà affar suo se vince il NO; e se dovesse anche vincere il sì la “nuova costituzione” gli assegnerebbe poteri eccezionali, oltre a un sistema mediatico al di sotto di ogni soglia di attendibilità.
Il problema è tutto nostro invece. Persino i “renziani della prima ora” – il gruppo Repubblica L'Espresso, per capirci – si mostrano ora fortemente preoccupati. Il debito pubblico, dopo anni di tagli, sacrifici, privatizzazioni, resta assolutamente intatto, intorno al 133,4% del Pil. E dire che grazie al quantitative easing della Bce i tassi di interesse sul debito stesso sono quasi a zero. Significa che per finanziare o rifinanziare quel debito lo Stato spende la cifra più bassa di tutta la sua storia. Era un'occasione – in ottica liberista – per ottenere risultati straordinari in termini di riduzione. E invece nulla. La montagna non è stata neanche scalfita. Repubblica è un giornale liberista che si atteggia a liberal, di solito mente ma stavolta, nella sua logica perversa, ha qualche ragione. Se Renzi non avesse usato tutto il margine consentito dai trattati europei e dal bazooka impugnato da Mario Draghi in regalie a pioggia per acquistare (in senso stretto) un po' di consenso popolare transitorio (gli 80 euro, gli sgravi alle imprese, i contributi azzerati a chi assume, ecc.), quella montagna sarebbe ora un po' più bassa e si lascerebbe scalare con più facilità.
Ovvio che se Renzi avesse fatto come consiglia Repubblica (e il Corriere, e Confindustria, e la Troika, ecc.) non avrebbe avuto neppure quell'anno di popolarità che gli ha permesso di portare a casa provvedimenti ignobili come il Jobs Act, la “buona scuola”, la “riforma costituzionale”, ecc. Sarebbe stato individuato fin dal primo minuto come un cane feroce, antipopolare rapidamente messo da parte, come avvenuto con Monti e Letta.
Il problema, per il grande capitale multinazionale europeo, è che questo governo non appare capace di cambiare logica e passo. Sa solo promettere tempi migliori che non arrivano mai. E per crearsi un margine di credibilità per queste promesse, si è ridotto a inventarsi anche una crescita economica al di là dell'immaginabile.
Ne siamo certi. Se vince il NO la pazienza del capitale multinazionale finisce e per Palazzo Chigi verrà scelto un “volto nuovo”. Insomma, meno sputtanato.
Fonte
20/11/2014
300 miliardi per investimenti. E chi ce li mette?
Sappiamo dai giornali suoi “amici” che il governo italiano avrebbe
già prenotato 40 dei 300 miliardi promessi da Jean-Claude Juncker come
base per finanziare investimenti in tutta l'Unione Europea, in modo da
rivitalizzare una strauttura economica asfittica e tramortita da anni di
austerità e tagli ai bilanci pubblici.
La domanda è però: da dove verranno prelevati quei 300 miliardi? Non dai bilanci comunitari, perché lo stesso Juncker ha garantito (ai tedeschi in primo luogo) che non farà aumentare il debito pubblico della Ue. E quindi?
“I 300 miliardi li troveremo con i road show a New York, Londra, Singapore e Shanghai”. La voce che esce da Bruxelles dà un risposta chiara, anche se ovviamente rende quella cifra – 300 iliardi – un semplice wishful thinking. Ovvero “speriamo che ce li prestino”.
Per riuscirci verranno perciò realizzati dei carrozzoni pubblicitari, composti da autorità comunitarie, ministri nazionali, decine di imprenditori dei diversi paesi, da far girare nelle capitali dei paesi che si suppone dispongano di liquidità in surplus. Questo e non altro significa l'espressione “road show”... E si può star tranquilli che si troverà ascolto attento a Singapore o in Cina, molto meno a New York e Londra (attanagliate da problemi nazionali molto seri, come dimostrano le catastrofi di Obama e il movimento degli studenti inglesi). Ma non si tratterà – se ne può star certi – di “regali”.
Le indiscrezioni vengono registrate attentamente dal quotidiano nazionale Il Foglio (assai più attendibile in questo tipo di notizie che non sul fronte della politica interna, dove fa da “consigliere” berlusconiano), che parla di uno Special purpose vehicle europeo, ossia un fondo simile all'European financial stability facility (Efsf) inventato nel 2010 per salvare la Grecia. Dotando questo fondo di almeno 30 miliardi comunitari (grazie alla Banca europea degli investimenti e con qualche “sacrificio” degli stati nazionali), potrebbe – secondo i piani alti di Bruxelles – essere messo in moto un “effetto leva” tale da attirare capitali per 300. Una lunga serie di “se” e di condizionali, come si vede. Tutto il contrario di “capitali pronti” e certamente disponibili.
Anche perché si sottolinea da più parti, un “effetto leva” 10 a 1 è decisamente “ottimistico”. Specie se il soggetto proponente – l'Unione Europea – può vantare una lunga ma triste storia di fallimenti nei piani di investimento comunitario. Attrattività internazionale vicina allo zero, insomma...
Ulteriori indiscrezioni parlano invece di un meccanismo ancora più barocco, al limite della “finanza creativa” di tremontina memoria: 30 miliardi di soldi comunitari servirebbero in realtà a rastrellare soltanto 120 miliardi raccati nei “road show”, soprattutto in Cina. A quel punto, con 150 miliardi in cassa, si avvierebbero “progetti comunitari co-finanziati”. Ovvero chiedendo agli imprenditori europei o altri investitori internazionali di metterci la differenza.
I francesi sono stati i più espliciti nel dire che tutto questo castello è molto “cartaceo” e ben poco reale. Il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, intervistato dal Financial Times, ha spiegato che “Temo che il piano possa rivelarsi deludente”. Mentre invece la sola Parigi ha bisogno di almeno 60-80 miliardi in “soldi veri”.
Vedremo gli sviluppi. Ma se a Bruxelles stanno davvero ragionando su questa base, che è eufemistico definire aleatoria, i prossimi anni saranno molto più che gelidi, sul piano dell'economia reale.
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La domanda è però: da dove verranno prelevati quei 300 miliardi? Non dai bilanci comunitari, perché lo stesso Juncker ha garantito (ai tedeschi in primo luogo) che non farà aumentare il debito pubblico della Ue. E quindi?
“I 300 miliardi li troveremo con i road show a New York, Londra, Singapore e Shanghai”. La voce che esce da Bruxelles dà un risposta chiara, anche se ovviamente rende quella cifra – 300 iliardi – un semplice wishful thinking. Ovvero “speriamo che ce li prestino”.
Per riuscirci verranno perciò realizzati dei carrozzoni pubblicitari, composti da autorità comunitarie, ministri nazionali, decine di imprenditori dei diversi paesi, da far girare nelle capitali dei paesi che si suppone dispongano di liquidità in surplus. Questo e non altro significa l'espressione “road show”... E si può star tranquilli che si troverà ascolto attento a Singapore o in Cina, molto meno a New York e Londra (attanagliate da problemi nazionali molto seri, come dimostrano le catastrofi di Obama e il movimento degli studenti inglesi). Ma non si tratterà – se ne può star certi – di “regali”.
Le indiscrezioni vengono registrate attentamente dal quotidiano nazionale Il Foglio (assai più attendibile in questo tipo di notizie che non sul fronte della politica interna, dove fa da “consigliere” berlusconiano), che parla di uno Special purpose vehicle europeo, ossia un fondo simile all'European financial stability facility (Efsf) inventato nel 2010 per salvare la Grecia. Dotando questo fondo di almeno 30 miliardi comunitari (grazie alla Banca europea degli investimenti e con qualche “sacrificio” degli stati nazionali), potrebbe – secondo i piani alti di Bruxelles – essere messo in moto un “effetto leva” tale da attirare capitali per 300. Una lunga serie di “se” e di condizionali, come si vede. Tutto il contrario di “capitali pronti” e certamente disponibili.
Anche perché si sottolinea da più parti, un “effetto leva” 10 a 1 è decisamente “ottimistico”. Specie se il soggetto proponente – l'Unione Europea – può vantare una lunga ma triste storia di fallimenti nei piani di investimento comunitario. Attrattività internazionale vicina allo zero, insomma...
Ulteriori indiscrezioni parlano invece di un meccanismo ancora più barocco, al limite della “finanza creativa” di tremontina memoria: 30 miliardi di soldi comunitari servirebbero in realtà a rastrellare soltanto 120 miliardi raccati nei “road show”, soprattutto in Cina. A quel punto, con 150 miliardi in cassa, si avvierebbero “progetti comunitari co-finanziati”. Ovvero chiedendo agli imprenditori europei o altri investitori internazionali di metterci la differenza.
I francesi sono stati i più espliciti nel dire che tutto questo castello è molto “cartaceo” e ben poco reale. Il ministro dell’Economia francese, Emmanuel Macron, intervistato dal Financial Times, ha spiegato che “Temo che il piano possa rivelarsi deludente”. Mentre invece la sola Parigi ha bisogno di almeno 60-80 miliardi in “soldi veri”.
Vedremo gli sviluppi. Ma se a Bruxelles stanno davvero ragionando su questa base, che è eufemistico definire aleatoria, i prossimi anni saranno molto più che gelidi, sul piano dell'economia reale.
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