Dal G8 agli applausi ai condannati per il caso Aldrovandi, un tema, quello della repressione poliziesca, di cocente attualità
Esce con grande successo ed attenzione da parte di un pubblico sensibile un libro: IL PARTITO DELLA POLIZIA, Chiarelettere la casa editrice.
Qui una brevissima intervista all’autore, Marco Preve, a cura di Patrizia Turchi.
1 – Savonese, giornalista della testata di Repubblica: è nota la tua sensibilità e la passione per l’inchiesta. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro il cui titolo già rappresenta un tema scottante?
Essere stato testimone in diretta del G8 di Genova ma soprattutto del processo Diaz e dei comportamenti con i quali i vertici della polizia con la complicità di buona parte della politica, e in particolare alcuni esponenti della sinistra a iniziare da Violante, hanno coperto e garantito la progressione delle carriere degli altissimi funzionari coinvolti e poi condannati in via definitiva. Riannodando alcuni fili mi sono accorto che nomi ed episodi raccontavano un ventennio di polizia italiana molto particolare dove rapporti e amicizie cementate durante momenti bui della nostra storia (racconto in particolare con la voce di un funzionario di polizia le torture ai br all’epoca del sequestro Dozier) disegnavano un’istituzione che nelle sue massime gerarchie si muoveva come un vero e proprio partito.
2 – Quali sono le difficoltà che hai incontrato, tenendo conto che le forze di Polizia sono “al servizio” dello Stato e quindi della politica?
In realtà l’unica difficoltà è stata quella per altro abituale per il mio mestiere di doversi documentare leggendo atti e carte o andare a parlare con molte persone. Per il resto era solo necessaria la volontà di voler raccontare la polizia, perlomeno una certa polizia, mettendo assieme una serie di fatti noti e alcune vicende mai diventate pubbliche. Curiosamente, nonostante molti libri e programmi televisivi di inchiesta non esisteva in Italia un’indagine giornalistica organica sulla polizia e su figure come De Gennaro e i suoi fedelissimi.
Forse anche per questo motivo, come ha detto Conchita Degregorio è un libro che ha avuto e ha alcune difficoltà per essere recensito. Ad esempio non troverete fino ad ora recensioni sulle pagine nazionali dei grandi quotidiani italiani. Va detto che nel libro affronto anche, sarebbe stato ipocrita non farlo, i rapporti tra mass media e polizia.
3 – Il libro sta uscendo con successo nelle librerie e questo è molto importante, anche alla luce di quanto è avvenuto in questi lunghi anni e anche in questi giorni (gli applausi ai colleghi, condannati per omicidio del caso Aldrovandi, da parte del SAP). Ci sono (state) pressioni politiche o di istituzioni in riferimento al contenuto del Tuo libro?
C’è un ostracismo, lo dico perché mi è stato riferito da funzionari di ps ma naturalmente nessuno lo dirà mai ufficialmente, da parte delle alte gerarchie romane. Purtroppo questo atteggiamento non consente di poter avere un contraddittorio che è sempre utile. Aggiungo però che ho ricevuto molti messaggi e telefonate da poliziotti insofferenti per quella cappa di potere che mortifica la meritocrazia come nel libro racconta bene proprio un vicequestore sindacalista di polizia.
Quanto alla politica, escludendo la destra, quella destra italiana che a seconda delle occasioni è libertaria o reazionaria, che è da sempre schierata a priori con la polizia, la sinistra non ha nessun interesse a dialogare su temi come questi poiché emergerebbe chiaro come negli anni a fronte di uno starnazzare scomposto in occasione di avvenimenti di cronaca non siano mai seguiti effettivi atteggiamenti politici tesi a modificare la situazione. La legge sulla tortura che sta per essere approvata è l’ennesimo inchino alla polizia e nel libro lo racconto in dettaglio. Alla Camera è in attesa di risposta da un anno un’interrogazione di Sel sulle sanzioni disciplinari nei confronti dei poliziotti condannati alla Diaz. Non c’è mai stata risposta ma a Sel probabilmente sta bene così altrimenti eserciterebbe maggiori pressioni su un ministro come Alfano così compromesso con la polizia visto il suo comportamento sul caso Shalabayeva.
4 – Cosa ti aspetti che cambi? Ipotizzi una torsione maggiormente repressiva?
Sinceramente non saprei. Certo le difficoltà economiche generano maggiori proteste e quindi i rischi di disordini di piazza e di atteggiamenti più repressivi esistono. Vedo anche la volontà di molti poliziotti di dare vita ad una “buona polizia” ma se la maggioranza resta silenziosa è difficile che vi siano profondi cambiamenti. La politica diventa quindi fondamentale ma non credo che la politica di oggi abbia la forza e la voglia di affrontare questo tema. La conferma di De Gennaro a Finmeccanica ne è la dimostrazione esemplare.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/05/2014
Turchia, imam Gulen indagato per "reati contro la Costituzione"
Il predicatore islamico Fethullah Gulen, ex alleato e mentore del premier turco Recep Tayyip Erdogan diventato nell'ultimo anno il suo principale avversario all'interno dell'establishment, è sotto inchiesta in Turchia per aver "tentato di eliminare o impedire le attività del governo in tutto o in parte" e di aver "creato e gestito un'organizzazione illecita" secondo quanto riporta la rete tv Ntvmsnbc.
Erdogan ieri ha annunciato l'avvio di una procedura di estradizione nei confronti dell'imam 72enne, che dal 1999 vive negli Stati Uniti, implicando l'apertura di un'indagine, necessaria per presentare la richiesta a Washington. Ntvmsnbc riferisce che un procuratore della divisione "reati contro la Costituzione" è incaricato del dossier Gulen.
Il ministro della Cultura Omer Celik ha detto che la procura di Ankara ha aperto il fascicolo dopo varie denunce nei confronti dell'imam. "Ci sono accuse gravi, che arrivano allo spionaggio. Abbiamo visto che hanno formato uno stato dentro lo stato, intercettando anche le riunioni più segrete del governo. Portare alla luce e perseguire queste attività è molto importante per il futuro della Turchia. Andranno indagati ampiamente in quanto problema per la sicurezza nazionale e andranno prese le misure necessarie" ha aggiunto Celik.
Erdogan accusa la confraternita di Gulen, molto potente all'interno di magistratura e polizia, di essere all'origine dell'inchiesta per corruzione che ha fatto tremare il governo a metà dicembre. Soffocata l'indagine con purghe e trasferimenti massicci di poliziotti e giudici, oltre che con leggi per rafforzare il controllo dell'esecutivo sulla magistratura, è cominciata la pubblicazione su Twitter e YouTube di registrazioni illecite di telefonate compromettenti del premier, che rafforzano i sospetti di corruzione a suo carico.
Erdogan, alla vigilia delle elezioni municipali del 30 marzo scorso, ha fatto chiudere il social media e la piattaforma di condivisione video, ma il blocco è stato poi revocato dalla corte costituzionale. Dopo la schiacciante vittoria elettorale del suo partito Akp al voto, il premier ha promesso di "farla pagare" ai "traditori".
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Ancora Torino. Una cronaca semiseria
Oggi a Torino è stato un primo maggio di autorappresentazioni, violenza e solidarietà ai lavoratori.
Il consueto appuntamento torinese anche quest’anno si è rivelato il solito teatro delle rappresentazioni politiche ufficiali (PD e compagnia bella), con spezzoni blindatissimi e iperprotetti dalle forze del disordine pubblico, le quali non hanno perso l’occasione per spaccare qua e là qualche testa alla ricerca, come nel gioco della pigna, di quella “autonoma”: anche per la polizia oggi è stata festa.
Ma tutto ciò non ha impedito che la rappresentazione continuasse, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali (regionali ed europee).
Quasi fosse la vetrina o la kermesse di un sinistra in cerca del suo elettorato perduto, per le strade torinesi si sono viste sfilare tutte le consuete bandiere (non potevano mancare le bandiere per la lista Tsipras!), nonché i rappresentanti nazionali delle varie forze politiche comuniste, a mostrare i muscoli, come nel caso di Lotta comunista, che sfilava in coda al corteo (anche dietro la polizia...), con diverse centinaia di bandiere rosse e la banda in testa a suonare l’Internazionale.
Spostatisi dalla piazza di inizio verso la Mole, separandosi così da questa parata e segnando anche fisicamente la distanza dalla Troika sindacale, i lavoratori dell’Usb hanno invece manifestato a sostegno dei precari del museo del cinema, per i quali il primo maggio è, se va bene, un giorno di lavoro come (pochi) altri.
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Il consueto appuntamento torinese anche quest’anno si è rivelato il solito teatro delle rappresentazioni politiche ufficiali (PD e compagnia bella), con spezzoni blindatissimi e iperprotetti dalle forze del disordine pubblico, le quali non hanno perso l’occasione per spaccare qua e là qualche testa alla ricerca, come nel gioco della pigna, di quella “autonoma”: anche per la polizia oggi è stata festa.
Ma tutto ciò non ha impedito che la rappresentazione continuasse, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali (regionali ed europee).
Quasi fosse la vetrina o la kermesse di un sinistra in cerca del suo elettorato perduto, per le strade torinesi si sono viste sfilare tutte le consuete bandiere (non potevano mancare le bandiere per la lista Tsipras!), nonché i rappresentanti nazionali delle varie forze politiche comuniste, a mostrare i muscoli, come nel caso di Lotta comunista, che sfilava in coda al corteo (anche dietro la polizia...), con diverse centinaia di bandiere rosse e la banda in testa a suonare l’Internazionale.
Spostatisi dalla piazza di inizio verso la Mole, separandosi così da questa parata e segnando anche fisicamente la distanza dalla Troika sindacale, i lavoratori dell’Usb hanno invece manifestato a sostegno dei precari del museo del cinema, per i quali il primo maggio è, se va bene, un giorno di lavoro come (pochi) altri.
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Usa. No all'aumento del salario minimo
L'aumento del salario minimo bloccato dal Senato a maggioranza democratica. La proposta di legge è stata respinta con 54 voti contrari e 42 a favore, meno quindi dei 60 voti necessari per avanzare la discussione sul provvedimento. Obama punta all'aumento del salario minimo a 10,10 dollari l'ora rispetto ai 7,25 dollari attuali.
Nemmeno i democratici, insomma, deflettono dall'obbedienza alle regole del capitalismo più selvaggio. Che i lavoratori crepino di fame, non si devono mettere "a rischio" i profitti. Nemmeno in una economia malata come quella Usa, dove il 70% del Pil è rappresentato dai consumi...
Fonte
Nemmeno i democratici, insomma, deflettono dall'obbedienza alle regole del capitalismo più selvaggio. Che i lavoratori crepino di fame, non si devono mettere "a rischio" i profitti. Nemmeno in una economia malata come quella Usa, dove il 70% del Pil è rappresentato dai consumi...
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Roncalli e Woytila santi? Un enorme ossimoro
«Santo subito», gridava lo striscione a caratteri cubitali al quadrato che emergeva sulle teste della folla, il giorno del funerale di papa Giovanni Paolo II, il 5 aprile del 2005. «È morto un santo» disse la folla di credenti, non credenti e agnostici che gremivano piazza san Pietro il 3 giugno del 1963 alla morte di papa Giovanni XXIII. La differenza tra i due sta tutta qua: il polacco deve essere dichiarato «santo», il bergamasco lo è sempre stato senza bisogno di dimostrarlo.
Chi ha avuto l’idea di abbinare nello stesso giorno i due papi per la proclamazione della santità ufficiale, è stato un genio del maligno. Mettere insieme il papa del concilio Vaticano II e quello che scientemente e scientificamente l’ha abolito, svuotandolo di ogni residuo di vita, è il massimo del sadismo religioso, una nuova forma di tortura teologica. La curia romana della Chiesa cattolica, che Francesco non ha ancora scalfito, se non in minima parte, è riuscita ancora nel suo intento, imponendo al nuovo papa un calendario e una manifestazione politica che è più importante di qualsiasi altro gesto o dichiarazione ufficiale. La vendetta curiale è servita sempre fredda.
Il Vaticano sotto il papa polacco si trasformò in «santificio» fuori di ogni controllo e contro ogni decenza: più di mille santi e beati sono stati dichiarati da Giovanni Paolo II, superando da solo la somma di tutti i papi del II millennio. Un’orgia di santi e beati che annoverano figure dubbie o equivoche come Escrivá de Balaguer, padre Pio, Madre Teresa, per limitarci solo a tre nomi conosciuti e che ne escludono altre come il vescovo Óscar Arnulfo Romero, lasciato solo e isolato, offerto allo squadrone della morte del governo del Salvador che lo ammazzò senza problema.
Papa Giovanni XXIII non ha avuto fortuna da morto. Il 3 settembre dell’anno giubilare 2000 è stato dichiarato beato insieme a Pio IX, il papa del concilio Vaticano I, il papa che impose al concilio la dichiarazione sull’infallibilità pontificia, il papa del caso Mortara, il papa del «Sillabo», il papa che in quanto sovrano temporale faceva ammazzare i detenuti politici perché combattevano contro il «papa re». Il mite Roncalli, storico di professione, fu – perché lo era nel profondo – pastore e prete, il papa del Vaticano II che disse il contrario di quanto Pio IX aveva dichiarato e condannato in materia di coscienza, di libertà e di dignità: il primo s’identificava con la Chiesa, il secondo stimolava la Chiesa tutta a cercare Dio nella storia e nella vita. Accomunarli insieme aveva un solo significato: esaltare il potere temporale di Pio IX e ridimensionare il servizio pastorale di Giovanni XXIII. Un sistema di contrappeso: se avessero fatto beato solo Pio IX, probabilmente piazza san Pietro sarebbe stata vuota; papa Giovanni, al contrario, con il suo appeal ancora vivo e vegeto, la riempiva per tutti e due.
A distanza di quattordici anni, per la dichiarazione di santità, papa Giovanni si trova accomunato di nuovo con un altro papa agli antipodi dei suoi metodi e del suo pensiero, con Giovanni Paolo II, re di Polonia, Imperatore della Chiesa cattolica, idolo dei reazionari dichiarati e di quelli travestiti da innovatori. Wojtyła fu «Giano bifronte» nel bene e nel male. Nel bene, fu un papa con un carisma umano eccezionale perché aveva un rapporto con le persone che oserei definire «carnale»; non era finto e quando abbracciava, abbracciava in maniera vera, fisica. Diede della persona del papa un’immagine umana, carica di sentimenti e così facendo demitizzò il papato, accostandolo al mondo e alle persone reali. Fu un uomo vero e questo nessuno può negarglielo.
Come papa e quindi come guida della teologia ufficiale, come modello di pensiero e di prassi teologica fu un disastro, forse il papa peggiore dell’intero secondo millennio. Mise la Chiesa nelle mani delle nuove sètte che s’impadronirono di essa e la trasformarono in un campo di battaglie per bande. Gli scandali, scoppiati nel pontificato di Benedetto XVI, il papa insussistente, ebbero tutti origine nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II, che ebbe la colpa di non rendersi conto che le persone di cui si era circondato, lo usavano per fini ignobili, corruzione compresa. Durante il suo pontificato, uccise i teologi della liberazione in America Latina, decapitò le Comunità di Base che vedeva come fumo negli occhi, estromise santi, ma in compenso nominò vescovi omologati e cardinali dal pensiero presocratico, più dediti a tramare che a pregare.
Il suo pontificato fu un ritorno di corsa verso il passato, ma lasciando le apparenze della modernità per confondere le acque, eclissò e tolse dall’agenda della Chiesa il Concilio Vaticano II e la sua attuazione, vanificando così i timidi sforzi di Paolo VI, il papa Amleto che non sapeva – o non volle? – nuotare, preferendo restare in mezzo al guado, né carne né pesce e lasciando al suo successore, il papa polacco – papa Luciani fu una meteora senza traccia visibile – la possibilità del colpo di grazia, ritardando il cammino della Chiesa che volle somigliante a sé e non a Cristo.
Il cardinale Carlo Maria Martini, interrogato al processo di santificazione, disse con il suo tatto e il suo stile, che sarebbe stato meglio non procedere alla santificazione di Giovanni Paolo II, lasciando alla storia la valutazione del suo operato che, con qualche luce, è pieno di ombre. Il cardinale disse che non fu oculato nella scelta di molti suoi collaboratori, ai quali, di fatto, delegò la gestione della Chiesa e questi ne approfittarono per fare i propri e spesso sporchi interessi. Per sé il papa scelse la «geopolitica»: fu padre e promotore di Solidarność, il sindacato polacco che scardinò il sistema sovietico e che Giovanni Paolo finanziò sottobanco, facendo alleanze, moralmente illecite: Comunione e Liberazione, l’Opus Dei e i Legionari di Cristo (e tanti altri) furono tra i principali finanziatori e sostenitori della politica papale, in cambio ebbero riconoscimento, santi propri e anche condoni morali come il fondatore dei Legionari, padre Marcial Maciel Degollado, stupratore, drogato, donnaiolo, puttaniere, sulle cui malefatte il papa non solo passò sopra, ma arrivò persino a proporre questo ignobile figuro di depravazione «modello per i giovani».
In compenso ricevette una sola volta mons. Romero, dopo una lotta titanica di questi per parlare con lui ed esporgli le prove delle violenze e degli assassinii che il governo salvadoregno ordinava tra il popolo e i suoi preti. Il papa non lo ascoltò nemmeno, ma davanti alla foto dello sfigurato prete padre Rutilio, segretario di mons. Romero, assassinato senza pietà e con violenza inaudita, il papa invitò il vescovo a ridimensionarsi e ad andare d’accordo con il governo. Il vescovo, racconta lui stesso, capì che al papa nulla interessava della verità, ma solo gl’importava di non disturbare il governo. Raccolse le sue foto e le sue prove e tornò piangendo in patria, dove fu assassinato mentre celebrava la Messa. No, non può essere santo chi ha fatto questo.
Papa Wojtyła ha esaltato lo spirito militare e militarista, vanificando l’enciclica «Pacem in Terris» di papa Roncalli. Con la costituzione pastorale «Spirituali Militum Curae» del 21 aprile 1986 fonda le diocesi militari e i seminari militari e la teologia militare e la formazione di preti militari che devono «provvedere con lodevole sollecitudine e in modo proporzionato alle varie esigenze, alla cura spirituale dei militari» che «costituiscono un determinato ceto sociale “per le peculiari condizioni della loro vita”». In altre parole la Chiesa assiste «spiritualmente» chi va in nome della pace ad ammazzare gli altri, con professionalità e «in peculiari condizioni». Passi che fuori dell’accampamento ci sia un prete con indosso la stola viola, pronto a confessare e a convertire alla obiezione di coscienza, ma che addirittura i preti e i vescovi debbano essere «soldati tra i soldati», con le stellette sugli abiti liturgici, funzionari del ministero della guerra, è troppo e ne avanza per fare pensare che la dichiarazione di santità si può rimandare a tempi migliori.
Il pontificato di Giovanni Paolo II ha bloccato la Chiesa, l’ha degenerata, l’ha fatta sprofondare in un abisso di desolazione e di guerre fratricide, esasperando il culto della personalità del papa che divenne con lui, idolo pagano e necessario alle folle assetate di religione, ma digiune di fede. La gerarchia e la curia alimentarono codesto culto che più si esaltava più permetteva alle bande vaticane di sbranarsi in vista della divisioni delle vesti di Cristo come bottino di potere, condiviso con corrotti e corruttori, miscredenti e amorali. La storia del ventennio berlusconista ne è prova sufficientemente laida per fare rabbrividire i vivi e i morti di oggi, di ieri e di domani.
Avremmo preferito che papa Francesco avesse avuto il coraggio di sospendere questa sceneggiata, ma se non l’ha fatto, è segno che si rende conto che la lotta dentro le mura leonine è solo all’inizio e lui, da vecchio gesuita, è determinato, ma è anche cauto e prudente. Il 27 aprile, dopo avere chiesto scusa a papa Giovanni, io celebrerò l’Eucaristia, chiedendo a Dio che ci liberi dai vitelli d’oro e di metallo, anche se portano il nome di un papa. Quel giorno pregherò per tutte le vittime, colpite da Giovanni Paolo II direttamente o per mano del suo esecutore, il card. Joseph Ratzinger, che, da suo successore, perfezionò e completò l’opera come papa Benedetto XVI.
Don Paolo Farinella, Genova, sacerdote,classe 1947, è biblista, scrittore e saggista.
Fonte
Chi ha avuto l’idea di abbinare nello stesso giorno i due papi per la proclamazione della santità ufficiale, è stato un genio del maligno. Mettere insieme il papa del concilio Vaticano II e quello che scientemente e scientificamente l’ha abolito, svuotandolo di ogni residuo di vita, è il massimo del sadismo religioso, una nuova forma di tortura teologica. La curia romana della Chiesa cattolica, che Francesco non ha ancora scalfito, se non in minima parte, è riuscita ancora nel suo intento, imponendo al nuovo papa un calendario e una manifestazione politica che è più importante di qualsiasi altro gesto o dichiarazione ufficiale. La vendetta curiale è servita sempre fredda.
Il Vaticano sotto il papa polacco si trasformò in «santificio» fuori di ogni controllo e contro ogni decenza: più di mille santi e beati sono stati dichiarati da Giovanni Paolo II, superando da solo la somma di tutti i papi del II millennio. Un’orgia di santi e beati che annoverano figure dubbie o equivoche come Escrivá de Balaguer, padre Pio, Madre Teresa, per limitarci solo a tre nomi conosciuti e che ne escludono altre come il vescovo Óscar Arnulfo Romero, lasciato solo e isolato, offerto allo squadrone della morte del governo del Salvador che lo ammazzò senza problema.
Papa Giovanni XXIII non ha avuto fortuna da morto. Il 3 settembre dell’anno giubilare 2000 è stato dichiarato beato insieme a Pio IX, il papa del concilio Vaticano I, il papa che impose al concilio la dichiarazione sull’infallibilità pontificia, il papa del caso Mortara, il papa del «Sillabo», il papa che in quanto sovrano temporale faceva ammazzare i detenuti politici perché combattevano contro il «papa re». Il mite Roncalli, storico di professione, fu – perché lo era nel profondo – pastore e prete, il papa del Vaticano II che disse il contrario di quanto Pio IX aveva dichiarato e condannato in materia di coscienza, di libertà e di dignità: il primo s’identificava con la Chiesa, il secondo stimolava la Chiesa tutta a cercare Dio nella storia e nella vita. Accomunarli insieme aveva un solo significato: esaltare il potere temporale di Pio IX e ridimensionare il servizio pastorale di Giovanni XXIII. Un sistema di contrappeso: se avessero fatto beato solo Pio IX, probabilmente piazza san Pietro sarebbe stata vuota; papa Giovanni, al contrario, con il suo appeal ancora vivo e vegeto, la riempiva per tutti e due.
A distanza di quattordici anni, per la dichiarazione di santità, papa Giovanni si trova accomunato di nuovo con un altro papa agli antipodi dei suoi metodi e del suo pensiero, con Giovanni Paolo II, re di Polonia, Imperatore della Chiesa cattolica, idolo dei reazionari dichiarati e di quelli travestiti da innovatori. Wojtyła fu «Giano bifronte» nel bene e nel male. Nel bene, fu un papa con un carisma umano eccezionale perché aveva un rapporto con le persone che oserei definire «carnale»; non era finto e quando abbracciava, abbracciava in maniera vera, fisica. Diede della persona del papa un’immagine umana, carica di sentimenti e così facendo demitizzò il papato, accostandolo al mondo e alle persone reali. Fu un uomo vero e questo nessuno può negarglielo.
Come papa e quindi come guida della teologia ufficiale, come modello di pensiero e di prassi teologica fu un disastro, forse il papa peggiore dell’intero secondo millennio. Mise la Chiesa nelle mani delle nuove sètte che s’impadronirono di essa e la trasformarono in un campo di battaglie per bande. Gli scandali, scoppiati nel pontificato di Benedetto XVI, il papa insussistente, ebbero tutti origine nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II, che ebbe la colpa di non rendersi conto che le persone di cui si era circondato, lo usavano per fini ignobili, corruzione compresa. Durante il suo pontificato, uccise i teologi della liberazione in America Latina, decapitò le Comunità di Base che vedeva come fumo negli occhi, estromise santi, ma in compenso nominò vescovi omologati e cardinali dal pensiero presocratico, più dediti a tramare che a pregare.
Il suo pontificato fu un ritorno di corsa verso il passato, ma lasciando le apparenze della modernità per confondere le acque, eclissò e tolse dall’agenda della Chiesa il Concilio Vaticano II e la sua attuazione, vanificando così i timidi sforzi di Paolo VI, il papa Amleto che non sapeva – o non volle? – nuotare, preferendo restare in mezzo al guado, né carne né pesce e lasciando al suo successore, il papa polacco – papa Luciani fu una meteora senza traccia visibile – la possibilità del colpo di grazia, ritardando il cammino della Chiesa che volle somigliante a sé e non a Cristo.
Il cardinale Carlo Maria Martini, interrogato al processo di santificazione, disse con il suo tatto e il suo stile, che sarebbe stato meglio non procedere alla santificazione di Giovanni Paolo II, lasciando alla storia la valutazione del suo operato che, con qualche luce, è pieno di ombre. Il cardinale disse che non fu oculato nella scelta di molti suoi collaboratori, ai quali, di fatto, delegò la gestione della Chiesa e questi ne approfittarono per fare i propri e spesso sporchi interessi. Per sé il papa scelse la «geopolitica»: fu padre e promotore di Solidarność, il sindacato polacco che scardinò il sistema sovietico e che Giovanni Paolo finanziò sottobanco, facendo alleanze, moralmente illecite: Comunione e Liberazione, l’Opus Dei e i Legionari di Cristo (e tanti altri) furono tra i principali finanziatori e sostenitori della politica papale, in cambio ebbero riconoscimento, santi propri e anche condoni morali come il fondatore dei Legionari, padre Marcial Maciel Degollado, stupratore, drogato, donnaiolo, puttaniere, sulle cui malefatte il papa non solo passò sopra, ma arrivò persino a proporre questo ignobile figuro di depravazione «modello per i giovani».
In compenso ricevette una sola volta mons. Romero, dopo una lotta titanica di questi per parlare con lui ed esporgli le prove delle violenze e degli assassinii che il governo salvadoregno ordinava tra il popolo e i suoi preti. Il papa non lo ascoltò nemmeno, ma davanti alla foto dello sfigurato prete padre Rutilio, segretario di mons. Romero, assassinato senza pietà e con violenza inaudita, il papa invitò il vescovo a ridimensionarsi e ad andare d’accordo con il governo. Il vescovo, racconta lui stesso, capì che al papa nulla interessava della verità, ma solo gl’importava di non disturbare il governo. Raccolse le sue foto e le sue prove e tornò piangendo in patria, dove fu assassinato mentre celebrava la Messa. No, non può essere santo chi ha fatto questo.
Papa Wojtyła ha esaltato lo spirito militare e militarista, vanificando l’enciclica «Pacem in Terris» di papa Roncalli. Con la costituzione pastorale «Spirituali Militum Curae» del 21 aprile 1986 fonda le diocesi militari e i seminari militari e la teologia militare e la formazione di preti militari che devono «provvedere con lodevole sollecitudine e in modo proporzionato alle varie esigenze, alla cura spirituale dei militari» che «costituiscono un determinato ceto sociale “per le peculiari condizioni della loro vita”». In altre parole la Chiesa assiste «spiritualmente» chi va in nome della pace ad ammazzare gli altri, con professionalità e «in peculiari condizioni». Passi che fuori dell’accampamento ci sia un prete con indosso la stola viola, pronto a confessare e a convertire alla obiezione di coscienza, ma che addirittura i preti e i vescovi debbano essere «soldati tra i soldati», con le stellette sugli abiti liturgici, funzionari del ministero della guerra, è troppo e ne avanza per fare pensare che la dichiarazione di santità si può rimandare a tempi migliori.
Il pontificato di Giovanni Paolo II ha bloccato la Chiesa, l’ha degenerata, l’ha fatta sprofondare in un abisso di desolazione e di guerre fratricide, esasperando il culto della personalità del papa che divenne con lui, idolo pagano e necessario alle folle assetate di religione, ma digiune di fede. La gerarchia e la curia alimentarono codesto culto che più si esaltava più permetteva alle bande vaticane di sbranarsi in vista della divisioni delle vesti di Cristo come bottino di potere, condiviso con corrotti e corruttori, miscredenti e amorali. La storia del ventennio berlusconista ne è prova sufficientemente laida per fare rabbrividire i vivi e i morti di oggi, di ieri e di domani.
Avremmo preferito che papa Francesco avesse avuto il coraggio di sospendere questa sceneggiata, ma se non l’ha fatto, è segno che si rende conto che la lotta dentro le mura leonine è solo all’inizio e lui, da vecchio gesuita, è determinato, ma è anche cauto e prudente. Il 27 aprile, dopo avere chiesto scusa a papa Giovanni, io celebrerò l’Eucaristia, chiedendo a Dio che ci liberi dai vitelli d’oro e di metallo, anche se portano il nome di un papa. Quel giorno pregherò per tutte le vittime, colpite da Giovanni Paolo II direttamente o per mano del suo esecutore, il card. Joseph Ratzinger, che, da suo successore, perfezionò e completò l’opera come papa Benedetto XVI.
Don Paolo Farinella, Genova, sacerdote,classe 1947, è biblista, scrittore e saggista.
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La Turchia autoritaria che piace a Erdogan. Taksim senza 1°maggio
Il premier turco Recep Tayyip Erdoğan sembra ormai preda di ossessive pulsioni autoritarie. Sta per scatenare un’altra rivolta popolare e soprattutto giovanile come fu per Gezi Park. Sempre in piazza Taksim a Istanbul dove si festeggia, quando il regime di turno lo consente, il 1° maggio
Le autorità turche, che poi vuol dire il premier Erdogan, non vogliono festeggiamenti di piazza per il primo maggio. O almeno, non li vogliono ad Istanbul e, soprattutto, in piazza Taksim. il cuore della vita della metropoli turca sul Bosforo. Nuove polemiche tra i sindacati e il governo che preannuncia un imponente dispositivo di sicurezza con oltre 40mila poliziotti. Il problema sembra essere il luogo della tradizionale festa ad Istanbul. Piazza Taksim, storico riferimento di ritrovo popolare nella parte europea della città, alla fine del passeggio dell’Istiklal. Ma da quella piazza arrivano ancora oggi i richiami della mezza sommossa popolare in difesa degli alberi di Gezi Park.
Alle prime reazioni politiche, il ministro degli Interni Muammer Guler cerca di metterci una pezza e si inventa che l’appuntamento per la festa del Lavoro sulla piazza è stato proibito per “Lavori in corso”. Il cantiere aperto a novembre per cambiare il senso di circolazione delle auto impedisce di garantire la sicurezza delle decine di migliaia di manifestanti attesi. La centrale sindacale operaia Disk, di sinistra, ha tuttavia deciso di ignorare il divieto e di riunirsi nonostante tutto a piazza Taksim mercoledì. “Taksim è sacra per noi, è in gioco la nostra dignità” ha detto il presidente del sindacato che ha centinaia di migliaia di aderenti, Kani Beko, in un’intervista al quotidiano Milliyet.
Taksim ha un posto speciale nel mondo operaio e della sparuta sinistra turca: “Qui 34 nostri amici sono stati massacrati e vogliamo ritrovarci qui” ha detto il sindacalista. Il 1 maggio 1977 degli sconosciuti aprirono il fuoco sulla manifestazione in piazza Taksim, provocando il panico tra la folla e la morte nella calca di 34 persone. Gli autori del gesto non sono mai stati scoperti, ma i sindacati hanno chiamato in causa elementi del servizi segreti turchi. In seguito alla tragedia le autorità hanno proibito la manifestazione a piazza Taksim fino al 2010, anno in cui l’esecutivo l’ha nuovamente autorizzata. Il Parlamento turco ha ristabilito la festività del 1° maggio solo nel 2009.
Dunque anche in Turchia si festeggia il primo maggio, ma non in piazza Taksim decide il premier, perché quella è piazza simbolo per la sinistra turca ed è memoria giovanile della rivolta di Gezi Park. Ennesima prova di forza del personaggio Erdogan, sempre più controverso, che da 12 anni comanda la Turchia, forte di un largo consenso popolare che gli viene dell’islamismo popolare reintrodotto tra le maglie della Turchia laica di Ataturk. Ora la partita politica interna, vinte le recenti lezioni amministrative nonostante gli scandali che hanno colpito il premier e il partito, sono le prossime elezioni presidenziali con Erdogan candidato. Prima maggio già elettorale ad Istanbul.
Fonte
Solo 22 milioni festeggiano il lavoro, 3 milioni sperano
Ultimi dati Istat su chi ha la fortuna di poter festeggiare veramente questo primo maggio. A marzo 2014 gli occupati in Italia sono 22 milioni 356 mila, in aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente (+73 mila) ma in diminuzione dello 0,6% su base annua (-124 mila) rispetto al 2013
Prima dei numeri i principi
La Costituzione della Repubblica Italiana
Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Art. 2
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
E ora l’Italia dei fatti fotografata a marzo
Ultimi dati Istat di marzo di quest’anno sul mercato del lavoro in Italia. Il tasso di occupazione al 55,6%, aumenta di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali ma diminuisce di 0,2 punti rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, 3 milioni 248 mila, diminuisce dello 0,2% rispetto al mese precedente (-5 mila) ma aumenta di 194 mila (6,4%) su base annua. Tasso di disoccupazione al 12,7%, in diminuzione di 0,1 come tendenza ma in aumento di 0,7 punti nei dodici mesi.
§§§
I disoccupati tra i 15-24enni sono 683 mila. Disoccupati di 15-24 anni in questa fascia di età è all’11,4%, + 0,1 rispetto al mese precedente e di 0,8 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è al 42,7%, stabile rispetto al mese precedente ma in aumento di 3,1 punti nel confronto tendenziale. Inattivi tra i 15 e i 64 anni +1,2% rispetto a dodici mesi prima. Il tasso di inattività, 36,2%, – 0,3 punti su base annua.
Fonte
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