Il sito dell’Inps è andato in tilt nel primo giorno di invio delle richieste per il bonus babysitting e per l’indennità Covid 19 da 600 euro per i lavoratori autonomi. Il sito è stato preso d’assalto dall’una di questa notte in poi provocando un notevole intasamento. Non sono bastate, infatti, le rassicurazioni del ministero del Lavoro e dello stesso Inps che hanno smentito il click day ed escluso la valutazione delle domande in ordine cronologico.
Ma mentre il sito istituzionale dell’Inps, chiamato da solo a far fronte ad una enormità di richieste fatica a reggere l’impatto, nelle aree metropolitane del Meridione, i Comuni stanno cercando di attivare la distribuzione di buoni spesa alimentare per i nuclei familiari in serissime difficoltà dovute alle restrizioni per la pandemia di coronavirus.
A Palermo le domande per accedere ai buoni spesa alimentare del Comune stanno viaggiando al ritmo di quattro richieste al minuto. È un vero e proprio boom di richieste di cibo nell’area metropolitana del Sud diventata il termometro dello stato di bisogno crescente che contiene in sé un forte potenziale di tensione sociale.
Ad un certo punto è stato necessario bloccare momentaneamente le iscrizioni alla piattaforma online per la richiesta di assistenza alimentare attivata dal Comune. In poco tempo erano stati raggiunti gli 11 mila iscritti e il numero continua a crescere al ritmo di oltre 4 al minuto.
Il Comune di Napoli ha deciso di erogare alle famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus dei buoni spesa dal valore di 300 euro per nucleo familiare. A questa cifra vanno poi aggiunti 20 euro per chi ha figli di età inferiore ai 12 mesi. Le risorse del fondo sono costituite da risorse comunali, pari a 1 milione di euro, cui si aggiungono i 7 milioni e 500mila euro stanziati dalla Protezione civile e risorse da donazioni di privati. Ai titoli di spesa però sono state applicate delle restrizioni, pertanto non tutti potranno ottenerlo.
Possono infatti accedere al buono spesa alimentare i cittadini residenti nel Comune di Napoli, anche con residenza di prossimità, ma senza reddito o che a causa della crisi lo hanno perso. Non possono invece accedere al buono spesa coloro che percepiscono sostegni pubblici, incluso il reddito di cittadinanza.
Molto più macchinosa appare invece la soluzione messa in campo a Bari, dove l’amministrazione comunale ha predisposto il sistema informatico “Bari ascolta”, ossia una piattaforma che permetterà agli assistenti sociali di effettuare una sorta di censimento di tutti cittadini che vivono un momento di difficoltà e che hanno necessità di accedere agli aiuti che il Comune intende erogare attraverso contributi per l’acquisto di beni alimentari e di prima necessità. Lo farà sotto forma di voucher per la spesa, di kit preconfezionati o di bonus da spendere sempre per l’acquisto di alimenti o beni di prima necessità su una piattaforma on line indicata dagli operatori alle famiglie prese in carico.
Gli assistenti sociali dovranno così creare una sorta di banca dati utile a monitorare costantemente la situazione delle dei nuclei familiari baresi in difficoltà e a verificare le condizioni di accesso delle famiglie o del singolo cittadino in difficoltà, le modalità di sostegno più congrue alla situazione e eventuali ulteriori contributi pubblici percepiti. Solo dopo questa sorta di censimento si potranno valutare le differenti forme di sostegno: un buono spesa determinato nella misura di 100 euro al mese per ogni componente fino ad un massimo di 400 euro al mese. Non sono previsti punti di consegna ed i buoni potranno essere consegnati a domicilio dai volontari “attivati” dal servizio sociale comunale, o ritirati da singoli beneficiari esclusivamente previo appuntamento concordato con l’assistente sociale dedicato o erogati sotto forma di “spesa on line”, con l’ attivazione di log-in e password con cui il cittadino beneficiario potrà effettuare l’ordine su apposite piattaforme di e-commerce nei limiti del budget assegnato al nucleo familiare.
Ma se ci si preoccupa sulla fame dell’oggi, qualcuno indica maggiori preoccupazioni sulla fame di domani con una possibile esplosione dell’aumento dei prezzi alimentari se questa dinamica verrà lasciata ancora una volta ai criteri del libero mercato.
Oggi l’aumento dei prezzi di grano, riso, soia ancora non preoccupa più di tanto ma domani potrebbe diventare drammatico. “Oggi non c’è un vero e proprio allarme sulle derrate alimentari perché il rimbalzo è stato forte, il grano ad esempio è aumentato del 12% la settimana scorsa, però venivamo da 10 anni di cali. Il problema è che tali aumenti sono un indizio di una inversione di tendenza nel breve” afferma Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza sulle materie prime, in una intervista all’agenzia Agi, “Rischiamo che il potere di acquisto dei consumatori, già compromesso dalla perdita del lavoro e dalla riduzione dell’attività, venga ulteriormente minato. Bisogna stare attenti perché tutte le rivolte sociali sono sempre partite dal pane”.
“Ci sono persone a cui questa crisi ha tolto il pane di bocca. Se non interveniamo ci saranno rivolte” afferma in una intervista su Il Sole 24 Ore Giovanni Dosi, ordinario di economia alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, chiamato insieme ad altri esperti dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per una task force multidisciplinare.
Nei giorni scorsi, in un rapporto inviato alla Presidenza del Consiglio, i servizi di intelligence avevano parlato senza mezzi termini di un “potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate”.
In questi anni si è fatta solo e molta retorica sull’aumento della povertà nel nostro paese, ma si è coscientemente nascosta sotto il tappeto l’estensione della povertà relativa (che riguarda anche persone con un lavoro ma a bassa o bassissima retribuzione) preferendo evidenziare la povertà assoluta. La seconda è più gestibile attraverso i circuiti caritatevoli o il terzo settore, la prima chiama in causa invece responsabilità politiche, istituzionali e sindacali.
Ma soprattutto chiama in causa le responsabilità di chi ha fatto scelte che hanno acutizzato spaventosamente le disuguaglianze sociali, sul piano delle basse retribuzioni del lavoro ed inclusi gli effetti della crescente povertà anche sul piano sanitario. E sono gli stessi – come Renzi e la sua banda – che da due anni sparano a pallettoni contro l’unico provvedimento in controtendenza come il reddito di cittadinanza o hanno stoppato misure come l’introduzione del salario minimo.
L’emergenza coronavirus ha solo accentuato, per molti aspetti oltre il limite di guardia per il potere costituito, questa contraddizione. E la polvere messa sotto il tappeto per anni rischia di diventare valanga.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/04/2020
Come l’Asia sta combattendo le conseguenze del Coronavirus
I Paesi asiatici sono stati tra i primi a doversi confrontare sia con la diffusione del contagio del Covid-19, sia con le conseguenze economiche e le relative ricadute sociali della pandemia.
L’emergenza sanitaria ha dato vita a risposte differenti, ed alcune si sono dimostrate particolarmente virtuose: Cina, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Vietnam ed Hong Kong, mentre altre attendono la verifica della propria efficacia come India e Giappone.
Dal punto di vista economico, la Cina sembra avviarsi ad una ripresa sostanziale della sua attività e una risoluta azione contro una seconda possibile ondata proveniente dall’estero, limitando i voli in arrivo ad uno solo a settimana per ogni singola compagnia nazionale; inoltre vengono messi in quarantena obbligatoria coloro che giungono da fuori, in hotel attrezzati, a spese del governo.
Alcuni sistemi Paese, oltre a dover varare pacchetti per sostenere lavoratori ed imprese, hanno visto una fuga degli investitori dai propri mercati con un calo significativo delle borse. L’Australia, dalla fine di febbraio, ha conosciuto un calo del 30% per le quotazioni delle aziende che fanno parte del listino (il S&P/ASX 200).
La Corea del Sud ha visto la vendita per 10,7 miliardi di won (cioè 8,6 miliardi di dollari) delle azioni quotate in borsa – ben superiori agli 8,7 miliardi di won durante la crisi del 2007 – con l’indice Kospi ai livelli più bassi da dieci anni.
L’India ha confermato la dipendenza nei confronti della Cina anche in settori economici chiave, come è emerso durante i mesi in cui la Repubblica Popolare ha dovuto affrontare il picco dell’emergenza e il fermo quasi completo della propria economia.
Insieme ai 21 giorni dichiarati di “lockdown” per contenere il virus, l’India sta varando alcune importanti misure economiche: il taglio dei tassi di interesse di 75 punti base (4,4%), immissione di liquidità da parte della banca centrale per un valore di 3,7 mila miliardi di rupie (49 miliardi di dollari), una moratoria di tre mesi sulla restituzione dei debiti agli istituti bancari e finanziari.
Questo mercoledì il ministro delle finanze ha annunciato un pacchetto di 22 miliardi di dollari che dovrebbe aiutare la popolazione più povera, impiegata in occupazioni informali (si parla di centinaia di milioni di indiani), di cui una buona parte sono lavoratori migranti provenienti dalle zone rurali.
L’agenzia di rating Moody’s, questa settimana, ha abbassato le stime di crescita del Pil del 2020 dal 5 al 2,5%, mentre Capital Economics prevede un aumento più ridotto, appena l’1%.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere, con riduzione delle transazioni al livello più basso dal 2017.
Amazon e Flipkart – azienda controllata da Walmart gigante statunitense delle vendite al dettaglio – sono state costrette giovedì a sospendere le proprie attività, così come Big Basket, posseduto da Alibaba.
L’annuncio del “lockdown” ha fatto congestionare fino al crash Grofers, una app di SoftBank per l’acquisto di generi alimentari, subito dopo la dichiarazione del confinamento di 21 giorni da parte di Modi, mercoledì sera.
Il governo teme la “rottura” nelle catene di rifornimenti di beni essenziali e quindi la penuria di cibo specie nelle zone rurali, mentre gli operatori del delivering dichiarano di non essere pronti a gestire il “boom” di ordini neanche nelle maggiori città.
Lo scenario del Giappone – che ha rimandato le olimpiadi nel 2021 – è un’altra grande incognita per la diffusione del virus: circa un quarto della sua popolazione ha più di 65 anni, non sono stati fatti test di massa e sono state ordinate misure “non costrittive” per limitare gli assembramenti – a parte la chiusura delle scuole a fine febbraio – che sembrano in gran parte essere state ignorate dalla popolazione.
L’indice borsistico, il Topix, è calato del 20% quest’anno. Se nei primi mesi di marzo gli investitori stranieri hanno venduto azioni per 883 miliardi di Yen, il boom di iscrizioni al “trading on-line” da parte dei giapponesi ha permesso che 782 miliardi di Yen venissero riacquistati da investitori individuali.
Come ha commentato al FT un operatore del settore «il livello di volatilità ha convinto i giapponesi tradizionalmente conservatori che si possono fare soldi nel caos».
La Bank of Japan ha di fatto usato tutti gli strumenti in suo possesso, in una maniera simile a ciò che ha fatto la FED e alle altre banche centrali dell’Occidente.
La Cina sembra seguire una strada meglio ponderata, anche se ha messo in conto un calo del tasso di sconto per i prossimi mesi.
Ha tagliato i tassi di riserva obbligatori per le banche, “liberando” possibilità di prestito per 550 miliardi di Rmb in più (79 miliardi di dollari), ed è possibile un taglio del tasso di deposito dei risparmi.
La formula scelta sembra essere un aumento della capacità di prestito, una “sterilizzazione” dei possibili crediti deteriorati in pancia alle banche ed investimenti in infrastrutture; ulteriori possibili misure fiscali di incentivo al consumo sono allo studio.
Come riporta l’articolo che abbiamo tradotto, pubblicato dal Financial Times il 26 marzo, da parte dei vari corrispondenti locali del giornale in Asia: «l’uso del Quantitave Easing da parte della FED, nel sostenere la fiducia nel mercato, è stato meno efficace dell’approccio aperto tenuto dalla banca popolare cinese»
A parlare è Chi Lo, senior economist per la branca cinese di BNP Paribas Asset Management.
Ipse dixit.
Buona lettura.
Da due mesi i policymaker nella regione dell’Asia del Pacifico sono in prima linea nella battaglia contro le ricadute economiche dell’epidemia di coronavirus.
Sebbene le loro tattiche siano state meno clamorose delle misure “bazooka” messe in campo dall’Europa e dagli Stati Uniti, esse hanno spesso comportato tagli ai tassi di interesse di riferimento fino ai minimi storici e pacchetti di incentivi mai visti prima. Singapore, giovedì scorso, ha presentato un nuovo pacchetto, il più corposo della sua storia, del valore di 48.6 mld di SGD (34mld di dollari Usa).
Le prime indicazioni che vengono dalla regione sono che le misure più efficaci sono generalmente quelle che hanno come obbiettivo principale di preservare i posti di lavoro e le imprese, mantenendo comunque la liquidità nei maggiori mercati finanziari.
Come hanno risposto gli investitori?
Gli investitori sono stati travolti dalla risposta dei governi della regione. L’Australia ha presentato tre pacchetti di incentivi economici consecutivi nelle scorse due settimane, che consistevano in misure monetarie e fiscali del valore di 189 mld di dollari australiani (113.8 mld di dollari Usa), pari a un decimo della sua economia.
Sebbene la RBA (la banca centrale australiana, N.D.T) abbia tagliato anche i tassi di interesse al livello minimo dello 0.25%, l’indice S&P/ASX 200 ha perso circa il 30% del suo valore dai massimi alla fine di febbraio.
La Corea del Sud è stata la prima a essere colpita dall’epidemia, obbligando il governo ad annunciare un pacchetto di incentivi da record e nuove agevolazioni fiscali per tamponare ricadute peggiori sulla quarta economia asiatica.
Fuori dalla Cina, tuttavia, in Corea le misure non hanno impedito agli investitori stranieri di vendere 10.7 mila miliardi di WON (8.6 mld di dollari US) del loro patrimonio di titoli coreani – un mese da record assoluto, più alto degli 8.7 mila miliardi di WON dell’agosto 2007, durante la crisi finanziaria globale.
Con moneta in calo, indice Kospi crollato ai minimi degli ultimi 10 anni e il peggioramento del caos nei mercati finanziari, Seul ha aumentato il suo pacchetto di sostegni economici fino a circa 80 mld di dollari US, prevedendo liquidità per le aziende e nuovi fondi per sostenere i mercati.
“È difficile dire se questo basterà per la ripresa totale dell’economia ma il governo ha chiaramente mostrato la sua determinazione a stabilizzare i mercati finanziari”, ha detto Park Seok-gil, un economista di JPMorgan.
Com’è il confronto con la risposta cinese?
Mentre i policymaker occidentali, come la Federal Reserve statunitense e la Banca Centrale Europea, hanno usato qualunque mezzo contro la crisi, la risposta cinese è stata per ora relativamente controllata.
La Banca Popolare Cinese ha comunicato che abbasserà solo gradualmente i tassi di interesse nei prossimi mesi. Ha anche tagliato i tassi di riserva obbligatoria per le banche, permettendo a diversi istituti finanziari del Paese di prestare in totale 550mld di Rmb (79 mld di dollari US) in più.
In Cina si sta anche discutendo un taglio del tasso di deposito dei risparmi che permetterebbe alle banche di prestare più denaro. Ma sarà necessario fare di più per far ripartire la crescita, date le stime di alcune banche, per esempio Nomura, che parlano di una contrazione del 9% del Pil cinese nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Con la promessa di nuove misure da parte della Banca Popolare Cinese, Chi Lo, economista senior per la Grande Cina alla BNP Paribas Asset Management, sostiene che la fiducia nel Paese sia aumentata. Nel sostenere la fiducia del mercato, l’uso del quantitative easing da parte della Federal Reserve è stato meno efficace dell’approccio aperto tenuto dalla Banca Popolare Cinese.
“Dato il caos causato dall’epidemia globale di Covid-19, la Fed potrebbe essere costretta ad accrescere le dimensioni del nuovo programma di quantitative easing oppure virare verso un programma aperto all’evolversi della situazione”, dice Chi Lo.
Queste misure funzioneranno davvero?
Alcuni analisti dicono che i migliori piani di aiuti economici sono quelli a sostegno delle piccole e medie imprese. Altri sostengono che l’obbiettivo principale deve essere far sì che le banche continuino a erogare prestiti ed evitare quindi una crisi di liquidità.
“Basandosi sulle passate esperienze, la Cina è abbastanza efficiente nello spingere le banche a prestare di più e accelerare gli investimenti infrastrutturali”, sostiene Kelvin Lau, economista senior per la Grande Cina a Standard Chartered.
Quando, a febbraio, Singapore ha annunciato un pacchetto di incentivi di 4.6 mld di dollari US, due terzi di questi avevano l’obbiettivo di proteggere i posti di lavoro e aiutare le imprese che avevano difficoltà con i costi di gestione e il flusso di cassa. Il resto era per il Ministero della Salute e per aiutare le famiglie con le spese domestiche.
Hong Kong ha tenuto un approccio simile. È stato lanciato un fondo di 30mld di HK (3.9mld di dollari americani) per distribuire sussidi finanziari a ristoranti, agenzie di viaggio, commercianti e altre industrie direttamente colpite dall’epidemia. Ogni adulto residente del territorio riceverà anche un sostegno di 10.000 dollari di HK a testa.
Ciononostante, secondo gli economisti, persino questo potrebbe non essere sufficiente, data la portata del collasso che si sta creando. “Le piccole imprese potrebbero pretendere di più”, dice Tommy Hu, un economista senior della Oxford Economics, “ma penso che in realtà, sia molto difficile per il governo salvare tutte le imprese, specialmente visto che ora tutti i settori sono colpiti”.
Fonte
L’emergenza sanitaria ha dato vita a risposte differenti, ed alcune si sono dimostrate particolarmente virtuose: Cina, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Vietnam ed Hong Kong, mentre altre attendono la verifica della propria efficacia come India e Giappone.
Dal punto di vista economico, la Cina sembra avviarsi ad una ripresa sostanziale della sua attività e una risoluta azione contro una seconda possibile ondata proveniente dall’estero, limitando i voli in arrivo ad uno solo a settimana per ogni singola compagnia nazionale; inoltre vengono messi in quarantena obbligatoria coloro che giungono da fuori, in hotel attrezzati, a spese del governo.
Alcuni sistemi Paese, oltre a dover varare pacchetti per sostenere lavoratori ed imprese, hanno visto una fuga degli investitori dai propri mercati con un calo significativo delle borse. L’Australia, dalla fine di febbraio, ha conosciuto un calo del 30% per le quotazioni delle aziende che fanno parte del listino (il S&P/ASX 200).
La Corea del Sud ha visto la vendita per 10,7 miliardi di won (cioè 8,6 miliardi di dollari) delle azioni quotate in borsa – ben superiori agli 8,7 miliardi di won durante la crisi del 2007 – con l’indice Kospi ai livelli più bassi da dieci anni.
L’India ha confermato la dipendenza nei confronti della Cina anche in settori economici chiave, come è emerso durante i mesi in cui la Repubblica Popolare ha dovuto affrontare il picco dell’emergenza e il fermo quasi completo della propria economia.
Insieme ai 21 giorni dichiarati di “lockdown” per contenere il virus, l’India sta varando alcune importanti misure economiche: il taglio dei tassi di interesse di 75 punti base (4,4%), immissione di liquidità da parte della banca centrale per un valore di 3,7 mila miliardi di rupie (49 miliardi di dollari), una moratoria di tre mesi sulla restituzione dei debiti agli istituti bancari e finanziari.
Questo mercoledì il ministro delle finanze ha annunciato un pacchetto di 22 miliardi di dollari che dovrebbe aiutare la popolazione più povera, impiegata in occupazioni informali (si parla di centinaia di milioni di indiani), di cui una buona parte sono lavoratori migranti provenienti dalle zone rurali.
L’agenzia di rating Moody’s, questa settimana, ha abbassato le stime di crescita del Pil del 2020 dal 5 al 2,5%, mentre Capital Economics prevede un aumento più ridotto, appena l’1%.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere, con riduzione delle transazioni al livello più basso dal 2017.
Amazon e Flipkart – azienda controllata da Walmart gigante statunitense delle vendite al dettaglio – sono state costrette giovedì a sospendere le proprie attività, così come Big Basket, posseduto da Alibaba.
L’annuncio del “lockdown” ha fatto congestionare fino al crash Grofers, una app di SoftBank per l’acquisto di generi alimentari, subito dopo la dichiarazione del confinamento di 21 giorni da parte di Modi, mercoledì sera.
Il governo teme la “rottura” nelle catene di rifornimenti di beni essenziali e quindi la penuria di cibo specie nelle zone rurali, mentre gli operatori del delivering dichiarano di non essere pronti a gestire il “boom” di ordini neanche nelle maggiori città.
Lo scenario del Giappone – che ha rimandato le olimpiadi nel 2021 – è un’altra grande incognita per la diffusione del virus: circa un quarto della sua popolazione ha più di 65 anni, non sono stati fatti test di massa e sono state ordinate misure “non costrittive” per limitare gli assembramenti – a parte la chiusura delle scuole a fine febbraio – che sembrano in gran parte essere state ignorate dalla popolazione.
L’indice borsistico, il Topix, è calato del 20% quest’anno. Se nei primi mesi di marzo gli investitori stranieri hanno venduto azioni per 883 miliardi di Yen, il boom di iscrizioni al “trading on-line” da parte dei giapponesi ha permesso che 782 miliardi di Yen venissero riacquistati da investitori individuali.
Come ha commentato al FT un operatore del settore «il livello di volatilità ha convinto i giapponesi tradizionalmente conservatori che si possono fare soldi nel caos».
La Bank of Japan ha di fatto usato tutti gli strumenti in suo possesso, in una maniera simile a ciò che ha fatto la FED e alle altre banche centrali dell’Occidente.
La Cina sembra seguire una strada meglio ponderata, anche se ha messo in conto un calo del tasso di sconto per i prossimi mesi.
Ha tagliato i tassi di riserva obbligatori per le banche, “liberando” possibilità di prestito per 550 miliardi di Rmb in più (79 miliardi di dollari), ed è possibile un taglio del tasso di deposito dei risparmi.
La formula scelta sembra essere un aumento della capacità di prestito, una “sterilizzazione” dei possibili crediti deteriorati in pancia alle banche ed investimenti in infrastrutture; ulteriori possibili misure fiscali di incentivo al consumo sono allo studio.
Come riporta l’articolo che abbiamo tradotto, pubblicato dal Financial Times il 26 marzo, da parte dei vari corrispondenti locali del giornale in Asia: «l’uso del Quantitave Easing da parte della FED, nel sostenere la fiducia nel mercato, è stato meno efficace dell’approccio aperto tenuto dalla banca popolare cinese»
A parlare è Chi Lo, senior economist per la branca cinese di BNP Paribas Asset Management.
Ipse dixit.
Buona lettura.
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Da due mesi i policymaker nella regione dell’Asia del Pacifico sono in prima linea nella battaglia contro le ricadute economiche dell’epidemia di coronavirus.
Sebbene le loro tattiche siano state meno clamorose delle misure “bazooka” messe in campo dall’Europa e dagli Stati Uniti, esse hanno spesso comportato tagli ai tassi di interesse di riferimento fino ai minimi storici e pacchetti di incentivi mai visti prima. Singapore, giovedì scorso, ha presentato un nuovo pacchetto, il più corposo della sua storia, del valore di 48.6 mld di SGD (34mld di dollari Usa).
Le prime indicazioni che vengono dalla regione sono che le misure più efficaci sono generalmente quelle che hanno come obbiettivo principale di preservare i posti di lavoro e le imprese, mantenendo comunque la liquidità nei maggiori mercati finanziari.
Come hanno risposto gli investitori?
Gli investitori sono stati travolti dalla risposta dei governi della regione. L’Australia ha presentato tre pacchetti di incentivi economici consecutivi nelle scorse due settimane, che consistevano in misure monetarie e fiscali del valore di 189 mld di dollari australiani (113.8 mld di dollari Usa), pari a un decimo della sua economia.
Sebbene la RBA (la banca centrale australiana, N.D.T) abbia tagliato anche i tassi di interesse al livello minimo dello 0.25%, l’indice S&P/ASX 200 ha perso circa il 30% del suo valore dai massimi alla fine di febbraio.
La Corea del Sud è stata la prima a essere colpita dall’epidemia, obbligando il governo ad annunciare un pacchetto di incentivi da record e nuove agevolazioni fiscali per tamponare ricadute peggiori sulla quarta economia asiatica.
Fuori dalla Cina, tuttavia, in Corea le misure non hanno impedito agli investitori stranieri di vendere 10.7 mila miliardi di WON (8.6 mld di dollari US) del loro patrimonio di titoli coreani – un mese da record assoluto, più alto degli 8.7 mila miliardi di WON dell’agosto 2007, durante la crisi finanziaria globale.
Con moneta in calo, indice Kospi crollato ai minimi degli ultimi 10 anni e il peggioramento del caos nei mercati finanziari, Seul ha aumentato il suo pacchetto di sostegni economici fino a circa 80 mld di dollari US, prevedendo liquidità per le aziende e nuovi fondi per sostenere i mercati.
“È difficile dire se questo basterà per la ripresa totale dell’economia ma il governo ha chiaramente mostrato la sua determinazione a stabilizzare i mercati finanziari”, ha detto Park Seok-gil, un economista di JPMorgan.
Com’è il confronto con la risposta cinese?
Mentre i policymaker occidentali, come la Federal Reserve statunitense e la Banca Centrale Europea, hanno usato qualunque mezzo contro la crisi, la risposta cinese è stata per ora relativamente controllata.
La Banca Popolare Cinese ha comunicato che abbasserà solo gradualmente i tassi di interesse nei prossimi mesi. Ha anche tagliato i tassi di riserva obbligatoria per le banche, permettendo a diversi istituti finanziari del Paese di prestare in totale 550mld di Rmb (79 mld di dollari US) in più.
In Cina si sta anche discutendo un taglio del tasso di deposito dei risparmi che permetterebbe alle banche di prestare più denaro. Ma sarà necessario fare di più per far ripartire la crescita, date le stime di alcune banche, per esempio Nomura, che parlano di una contrazione del 9% del Pil cinese nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Con la promessa di nuove misure da parte della Banca Popolare Cinese, Chi Lo, economista senior per la Grande Cina alla BNP Paribas Asset Management, sostiene che la fiducia nel Paese sia aumentata. Nel sostenere la fiducia del mercato, l’uso del quantitative easing da parte della Federal Reserve è stato meno efficace dell’approccio aperto tenuto dalla Banca Popolare Cinese.
“Dato il caos causato dall’epidemia globale di Covid-19, la Fed potrebbe essere costretta ad accrescere le dimensioni del nuovo programma di quantitative easing oppure virare verso un programma aperto all’evolversi della situazione”, dice Chi Lo.
Queste misure funzioneranno davvero?
Alcuni analisti dicono che i migliori piani di aiuti economici sono quelli a sostegno delle piccole e medie imprese. Altri sostengono che l’obbiettivo principale deve essere far sì che le banche continuino a erogare prestiti ed evitare quindi una crisi di liquidità.
“Basandosi sulle passate esperienze, la Cina è abbastanza efficiente nello spingere le banche a prestare di più e accelerare gli investimenti infrastrutturali”, sostiene Kelvin Lau, economista senior per la Grande Cina a Standard Chartered.
Quando, a febbraio, Singapore ha annunciato un pacchetto di incentivi di 4.6 mld di dollari US, due terzi di questi avevano l’obbiettivo di proteggere i posti di lavoro e aiutare le imprese che avevano difficoltà con i costi di gestione e il flusso di cassa. Il resto era per il Ministero della Salute e per aiutare le famiglie con le spese domestiche.
Hong Kong ha tenuto un approccio simile. È stato lanciato un fondo di 30mld di HK (3.9mld di dollari americani) per distribuire sussidi finanziari a ristoranti, agenzie di viaggio, commercianti e altre industrie direttamente colpite dall’epidemia. Ogni adulto residente del territorio riceverà anche un sostegno di 10.000 dollari di HK a testa.
Ciononostante, secondo gli economisti, persino questo potrebbe non essere sufficiente, data la portata del collasso che si sta creando. “Le piccole imprese potrebbero pretendere di più”, dice Tommy Hu, un economista senior della Oxford Economics, “ma penso che in realtà, sia molto difficile per il governo salvare tutte le imprese, specialmente visto che ora tutti i settori sono colpiti”.
Fonte
01/04/2020
A Letter from New York, in piena pandemia
Gli Usa stanno collassando sotto il peso della pandemia da covid-19. I numeri dichiarati non sono probabilmente reali, difficile controllare e verificarli in un paese così esteso e che ha negato fino a qualche giorno fa la pericolosità del contagio.
Le soluzioni, stando a quello che dice il presidente durante la conferenza stampa quotidiana, sono dietro l’angolo: le perdite ci saranno come in ogni guerra, ma ne usciremo vittoriosi e anche presto, ed aiuteremo anche l’Italia, nostra amica da sempre con 100mln di dollari...
Poi prendono la parola Fauci, Brix, il settore sanitario, quelli deputati a parlare con cognizione di causa, e dipingono una realtà più cruda ed angosciante.
Non voglio dilungarmi oltre per non togliere spazio e concentrazione a questa corrispondenza che ci viene proprio da NYC, da un quartiere, quello di Brooklyn, che tutti conosciamo come un quartiere di immigrati, e che abbiamo imparato ad ammirare per splendide pellicole hollywoodiane dirette da registi figli di immigrati.
Volentieri pubblichiamo quello che è uno sguardo disincantato, e VERO delle condizioni che si vivono nella Grande Mela. Ma anche una lucida analisi politica del Grande Paese e di quello che lo aspetta. Speriamo la prima di una lunga serie. Notare la firma.
Caro compagno
Mi hai chiesto che vita facciamo a New York City in tempi di pandemia. Avrei voluto inviarti un report vero, con esperienze dirette, di prima mano ma, come la stragrande maggioranza di noi, sono confinato in casa da due settimane ormai. Quello che segue quindi è perlopiù aneddotica e notizie di seconda mano, riferite.
Questo comunque quello che ricavo dall’osservazione diretta: le strade sono completamente vuote, non si vede un’auto, ed in cielo non vola neanche un aereo. Al posto del consueto cacofonico rumore, una quiete sorprendente avvolge la città, un silenzio che permette al canto degli uccelli di regnare indisturbato. Diversamente dai giorni e dalle settimane che seguirono l’11 settembre, nessuna tensione o violenza esplicita accompagna questo strano silenzio. Se si scegliesse di non leggere o ascoltare le angoscianti proiezioni, si potrebbe pensare che la città sia piombata in un sonno inquietante.
Ma le previsioni sono fuor di dubbio angoscianti. Il primo caso a New York City è stato comprovato il 1° marzo; ad oggi i casi confermati sono più di 35.000 ma chi ha conoscenza diretta del sistema sanitario – gli operatori che ci lavorano – credono che questo numero sia per difetto, bisogna aggiungere almeno un buon 10%.
Il primo decesso data 14 marzo; nelle ultime 24 ore sono morte più di 100 persone. Il numero totale dei decessi in città ammonta ora a più di 1.000, ma è una conclusione scontata che queste cifre verranno presto superate. Mentre scrivo i ricoverati per covid-19 negli ospedali della città sono più di 9.000, 2.000 dei quali in terapia intensiva.
Ciascuno nel comfort del proprio appartamento può comunque percepire la sensazione di paura che serpeggia e si diffonde nel sistema sanitario. Ho letto dello strano silenzio che spesso precede uno tsunami, la gente che cammina disorientata, smarrita, fissando l’orizzonte minaccioso.
Qui la sensazione è la stessa. Gli operatori sanitari sono già allo stremo, esausti, e si stanno progressivamente ammalando. I lavoratori dell’emergenza rispondono a più di .7000 chiamate al giorno – il picco post 11 settembre fu di 4.000 – e, come in Italia devono prendere decisioni sul posto, su due piedi: chi ricoverare in ospedale, chi lasciare indietro.
I numeri sono preoccupanti, e fanno riflettere: preso nel suo insieme lo stato di New York avrebbe bisogno di almeno 140.000 posti letto; attualmente ne sono disponibili 53.000. I reparti del Genio militare stanno riconvertendo i centri congressi più capienti della città in ospedali di fortuna, improvvisati. Anche le residenze universitarie e gli alberghi stanno seguendo la stessa sorte, ed un ospedale da campo è stato appena allestito a Central Park. Purtroppo, le cifre più ottimistiche suggeriscono un apporto complessivo pari o addirittura minore alle 10.000 unità.
L’ inadeguatezza di tali cifre è impressionante.
I lavoratori della sanità pubblica impegnati in prima linea sono stati i primi a ricordare che il governatore di New York, Andrew Cuomo, che durante l’inizio dell’emergenza si godeva il suo picco di popolarità per aver tenuto la mano ferma (in forte contrasto con le riprovevoli performances di Trump da Washington), aveva egli stesso provveduto a drastici tagli alle infrastrutture della sanità pubblica statale durante i suoi 10 anni di mandato.
Questi tagli effettuati dal 2000 si sono poi tradotti nella perdita di 20.000 posti letto negli ospedali, più del 25% del totale nello stato di New York. Solo questo è il tipo di indagine matematica che interessa e mette in campo un’industria del profitto, dove le decisioni sono prese solitamente da consulenti finanziari piuttosto che da professionisti della sanità.
A che punto siamo oggi? La città, nelle sue istituzioni, ha dichiarato ufficialmente che può reggere ancora solo una settimana, poi non ci saranno più dotazioni mediche. Tuttavia è sotto gli occhi di tutti che questa emergenza è solo agli inizi. Quanti si ammaleranno e quanti morranno è spiacevole aritmetica, ma la previsione indubbiamente è peggiore di quello che ci si aspettava. In una città come New York, la pandemia sta mettendo in luce tutte le contraddizioni della vita di tutti i giorni.
Prendiamo ad esempio i senzatetto, sono più di 20.000 coloro che dormono in rifugi di fortuna o nelle strade durante la notte: come fanno ad “autoisolarsi” ora?
Il settore alberghiero chiede a gran voce un aiuto federale, ma soltanto un gruppo ristretto di hotel ha deciso di aprire le proprie porte agli ammalati o agli indigenti. A testimoniare le vergognose, brutali priorità di questa città, rimangono più di 100.000 stanze vuote ogni notte, ad attendere il ritorno di ospiti da 400 dollari a notte.
I detenuti reclusi, solo nella città di New York sono 5.000, i più a Riker’s Island, un complesso carcerario sovraffollato che gli attivisti per i diritti penali hanno tentato più volte di far chiudere. I positivi al covid-19 fra i detenuti sono già 130 e non esiste un piano realistico per prevenire o bloccare la diffusione del virus. Ad oggi, sono stati rilasciati meno di 300 detenuti, nonostante le istituzioni riconoscano che i reclusi in una colonia penale affrontino un rischio particolarmente serio.
Una bomba a tempo analoga percorre tutto lo Stato, dove quasi 100.000 persone sono detenute nell’arcipelago delle prigioni federali o in quelle statali. New York non fa eccezione; la condizione carceraria è purtroppo una caratteristica di vita in ogni angolo della nazione e la pandemia colpirà prima o poi tutti.
In tutta la città ogni esercizio commerciale considerato “non essenziale” è stato chiuso, lasciando milioni di persone senza lavoro dall’oggi al domani. Per alcuni la chiusura obbligatoria è soltanto un piccolo disagio, ma per molti altri rappresenta una vera e propria minaccia esistenziale. Un recente sondaggio nazionale indica che più del 40% degli americani dichiara che non sarebbe in grado di sostenere una spesa sanitaria inaspettata pari a 400 dollari.
In una città come New York, con più di un milione di immigrati irregolari, sprovvisti di documenti, la situazione è ancora più grave, critica. Senza risparmi da accantonare, senza alcuna assistenza sanitaria, a rischio espulsione, milioni di newyorchesi si troveranno ad affrontare un insieme di sfide impossibile.
Non c’è dubbio che siamo in un momento di crisi storica, di serio pericolo ma anche di nuove possibilità. Idee che soltanto un mese fa sembravano radicali o anche solo fantasiose, velleitarie – una moratoria delle espulsioni o la cancellazione totale dei debiti, un programma unico per un servizio sanitario nazionale pubblico per tutti, la liberazione di massa dei detenuti e degli immigrati nei centri di detenzione, l’abolizione dei prestiti per gli studenti – vengono improvvisamente discusse seriamente e, in un certo modo, quando possibile anche limitatamente implementate.
Le prossime settimane, i prossimi mesi a New York sono pieni di incertezza. Senza dubbio si stanno già organizzando nuove reti di mutuo soccorso e di aiuto solidale. La primavera – ed il canto degli uccelli – non sono mai stati così benvenuti e nello stesso tempo stranamente fuori luogo.
The ghost of “Big” Bill Haywood
Brooklyn, New York 30 marzo 2020
Fonte
Le soluzioni, stando a quello che dice il presidente durante la conferenza stampa quotidiana, sono dietro l’angolo: le perdite ci saranno come in ogni guerra, ma ne usciremo vittoriosi e anche presto, ed aiuteremo anche l’Italia, nostra amica da sempre con 100mln di dollari...
Poi prendono la parola Fauci, Brix, il settore sanitario, quelli deputati a parlare con cognizione di causa, e dipingono una realtà più cruda ed angosciante.
Non voglio dilungarmi oltre per non togliere spazio e concentrazione a questa corrispondenza che ci viene proprio da NYC, da un quartiere, quello di Brooklyn, che tutti conosciamo come un quartiere di immigrati, e che abbiamo imparato ad ammirare per splendide pellicole hollywoodiane dirette da registi figli di immigrati.
Volentieri pubblichiamo quello che è uno sguardo disincantato, e VERO delle condizioni che si vivono nella Grande Mela. Ma anche una lucida analisi politica del Grande Paese e di quello che lo aspetta. Speriamo la prima di una lunga serie. Notare la firma.
*****
Caro compagno
Mi hai chiesto che vita facciamo a New York City in tempi di pandemia. Avrei voluto inviarti un report vero, con esperienze dirette, di prima mano ma, come la stragrande maggioranza di noi, sono confinato in casa da due settimane ormai. Quello che segue quindi è perlopiù aneddotica e notizie di seconda mano, riferite.
Questo comunque quello che ricavo dall’osservazione diretta: le strade sono completamente vuote, non si vede un’auto, ed in cielo non vola neanche un aereo. Al posto del consueto cacofonico rumore, una quiete sorprendente avvolge la città, un silenzio che permette al canto degli uccelli di regnare indisturbato. Diversamente dai giorni e dalle settimane che seguirono l’11 settembre, nessuna tensione o violenza esplicita accompagna questo strano silenzio. Se si scegliesse di non leggere o ascoltare le angoscianti proiezioni, si potrebbe pensare che la città sia piombata in un sonno inquietante.
Ma le previsioni sono fuor di dubbio angoscianti. Il primo caso a New York City è stato comprovato il 1° marzo; ad oggi i casi confermati sono più di 35.000 ma chi ha conoscenza diretta del sistema sanitario – gli operatori che ci lavorano – credono che questo numero sia per difetto, bisogna aggiungere almeno un buon 10%.
Il primo decesso data 14 marzo; nelle ultime 24 ore sono morte più di 100 persone. Il numero totale dei decessi in città ammonta ora a più di 1.000, ma è una conclusione scontata che queste cifre verranno presto superate. Mentre scrivo i ricoverati per covid-19 negli ospedali della città sono più di 9.000, 2.000 dei quali in terapia intensiva.
Ciascuno nel comfort del proprio appartamento può comunque percepire la sensazione di paura che serpeggia e si diffonde nel sistema sanitario. Ho letto dello strano silenzio che spesso precede uno tsunami, la gente che cammina disorientata, smarrita, fissando l’orizzonte minaccioso.
Qui la sensazione è la stessa. Gli operatori sanitari sono già allo stremo, esausti, e si stanno progressivamente ammalando. I lavoratori dell’emergenza rispondono a più di .7000 chiamate al giorno – il picco post 11 settembre fu di 4.000 – e, come in Italia devono prendere decisioni sul posto, su due piedi: chi ricoverare in ospedale, chi lasciare indietro.
I numeri sono preoccupanti, e fanno riflettere: preso nel suo insieme lo stato di New York avrebbe bisogno di almeno 140.000 posti letto; attualmente ne sono disponibili 53.000. I reparti del Genio militare stanno riconvertendo i centri congressi più capienti della città in ospedali di fortuna, improvvisati. Anche le residenze universitarie e gli alberghi stanno seguendo la stessa sorte, ed un ospedale da campo è stato appena allestito a Central Park. Purtroppo, le cifre più ottimistiche suggeriscono un apporto complessivo pari o addirittura minore alle 10.000 unità.
L’ inadeguatezza di tali cifre è impressionante.
I lavoratori della sanità pubblica impegnati in prima linea sono stati i primi a ricordare che il governatore di New York, Andrew Cuomo, che durante l’inizio dell’emergenza si godeva il suo picco di popolarità per aver tenuto la mano ferma (in forte contrasto con le riprovevoli performances di Trump da Washington), aveva egli stesso provveduto a drastici tagli alle infrastrutture della sanità pubblica statale durante i suoi 10 anni di mandato.
Questi tagli effettuati dal 2000 si sono poi tradotti nella perdita di 20.000 posti letto negli ospedali, più del 25% del totale nello stato di New York. Solo questo è il tipo di indagine matematica che interessa e mette in campo un’industria del profitto, dove le decisioni sono prese solitamente da consulenti finanziari piuttosto che da professionisti della sanità.
A che punto siamo oggi? La città, nelle sue istituzioni, ha dichiarato ufficialmente che può reggere ancora solo una settimana, poi non ci saranno più dotazioni mediche. Tuttavia è sotto gli occhi di tutti che questa emergenza è solo agli inizi. Quanti si ammaleranno e quanti morranno è spiacevole aritmetica, ma la previsione indubbiamente è peggiore di quello che ci si aspettava. In una città come New York, la pandemia sta mettendo in luce tutte le contraddizioni della vita di tutti i giorni.
Prendiamo ad esempio i senzatetto, sono più di 20.000 coloro che dormono in rifugi di fortuna o nelle strade durante la notte: come fanno ad “autoisolarsi” ora?
Il settore alberghiero chiede a gran voce un aiuto federale, ma soltanto un gruppo ristretto di hotel ha deciso di aprire le proprie porte agli ammalati o agli indigenti. A testimoniare le vergognose, brutali priorità di questa città, rimangono più di 100.000 stanze vuote ogni notte, ad attendere il ritorno di ospiti da 400 dollari a notte.
I detenuti reclusi, solo nella città di New York sono 5.000, i più a Riker’s Island, un complesso carcerario sovraffollato che gli attivisti per i diritti penali hanno tentato più volte di far chiudere. I positivi al covid-19 fra i detenuti sono già 130 e non esiste un piano realistico per prevenire o bloccare la diffusione del virus. Ad oggi, sono stati rilasciati meno di 300 detenuti, nonostante le istituzioni riconoscano che i reclusi in una colonia penale affrontino un rischio particolarmente serio.
Una bomba a tempo analoga percorre tutto lo Stato, dove quasi 100.000 persone sono detenute nell’arcipelago delle prigioni federali o in quelle statali. New York non fa eccezione; la condizione carceraria è purtroppo una caratteristica di vita in ogni angolo della nazione e la pandemia colpirà prima o poi tutti.
In tutta la città ogni esercizio commerciale considerato “non essenziale” è stato chiuso, lasciando milioni di persone senza lavoro dall’oggi al domani. Per alcuni la chiusura obbligatoria è soltanto un piccolo disagio, ma per molti altri rappresenta una vera e propria minaccia esistenziale. Un recente sondaggio nazionale indica che più del 40% degli americani dichiara che non sarebbe in grado di sostenere una spesa sanitaria inaspettata pari a 400 dollari.
In una città come New York, con più di un milione di immigrati irregolari, sprovvisti di documenti, la situazione è ancora più grave, critica. Senza risparmi da accantonare, senza alcuna assistenza sanitaria, a rischio espulsione, milioni di newyorchesi si troveranno ad affrontare un insieme di sfide impossibile.
Non c’è dubbio che siamo in un momento di crisi storica, di serio pericolo ma anche di nuove possibilità. Idee che soltanto un mese fa sembravano radicali o anche solo fantasiose, velleitarie – una moratoria delle espulsioni o la cancellazione totale dei debiti, un programma unico per un servizio sanitario nazionale pubblico per tutti, la liberazione di massa dei detenuti e degli immigrati nei centri di detenzione, l’abolizione dei prestiti per gli studenti – vengono improvvisamente discusse seriamente e, in un certo modo, quando possibile anche limitatamente implementate.
Le prossime settimane, i prossimi mesi a New York sono pieni di incertezza. Senza dubbio si stanno già organizzando nuove reti di mutuo soccorso e di aiuto solidale. La primavera – ed il canto degli uccelli – non sono mai stati così benvenuti e nello stesso tempo stranamente fuori luogo.
The ghost of “Big” Bill Haywood
Brooklyn, New York 30 marzo 2020
Fonte
Confindustria ha paura, ma dirama ordini
Anche i numeri possono essere ideologici. Distruggendo così quel molto di rispettabilità che il linguaggio matematico si è conquistato da Galilei in poi.
L’ideologia sta naturalmente nelle intenzioni di chi spara numeri come fossero tavole della legge divina, anche quando – addirittura in premessa – è costretto ad ammettere che quei numeri sono assolutamente di “fantasia”, frutto di speranze più che di previsione scientifica.
L’ultimo parto del Centro Studi di Confindustria, pubblicato ieri, con il titolo “Le previsioni per l’Italia”, è un capolavoro di astrologia in numeri, il cui unico scopo è dettare il programma di governo sulla base delle urgenze “percepite” dalle aziende private.
Giudizio duro? No, una presa d’atto...
Già nella premessa, come detto, si chiarisce che in questo caso di “scientifico” non c’è proprio niente: “Più che quello di prevedere il futuro, questo è il tempo di agire affinché il nostro Paese, la nostra società, possano affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l’emergenza sanitaria sarà mitigata”.
Se non sono possibili previsioni, va da sé, quel che segue è solo un “piano d’azione” per disegnare il “dopo”.
La domanda è purtroppo sempre la stessa: a vantaggio di chi?
Piani d’azione che soddisfino le esigenze di tutti non sono in teoria impossibili, ma possono essere stesi solo con in testa l’interesse generale di tutta la popolazione. Insomma, un piano d’azione socialista...
Altrimenti si sta solo provando a nascondere un interesse di parte sotto parole genericamente “oggettive”. Nell’ansia di convincere il governo – come se fosse difficile... – questo modo di fare diventa addirittura scoperto.
“Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri paesi si stanno già muovendo in questa direzione.”
E in effetti in tutti i paesi ci si preoccupa di “tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti”, altrimenti a fine crisi ci si ritroverà nel deserto produttivo, con masse sterminate di individui disoccupati e senza alcuna risorsa per sopravvivere. Un posto pericoloso, oltretutto...
La questione dirimente non è se tutelare o no il “sistema produttivo” – certo che bisogna farlo! gli operai comunisti difesero le fabbriche dai nazisti in fuga che volevano distruggerle... – ma se farlo per riprodurre il sistema così com’era (dominanza assoluta della proprietà privata su qualsiasi interesse generale, assenza pressoché totale di diritti del lavoro, eliminazione quasi perfetta del welfare e dello Stato sociale, ecc.), oppure per costruire un sistema che non abbia le debolezze invalidanti di quello che va morendo sotto i colpi della crisi.
Qui non si scappa e quindi il Csc confindustriale dovrebbe essere chiaro: “Siamo in una recessione atipica, che non nasce dall’interno del sistema economico italiano, né in quello internazionale. Non nasce dall’incepparsi di qualche meccanismo dei mercati finanziari o dalla necessità di ‘correggere’ qualche eccesso. Lo shock viene dall’esterno, colpisce l’economia come un meteorite.”
C’è un che di patetico, in questa dichiarazione di innocenza del modello neoliberista (sia come sistema economico, sia come sistema di pensiero) rispetto a uno shock esterno. Come se i dinosauri avessero avuto colpa di essere inadatti a sopravvivere nel pianeta dopo l’impatto del mega asteroide...
Ma c’è anche molta falsità. Il sistema economico occidentale era già in stagnazione prolungata da parecchi mesi, e non tutte le economie avevano ancora recuperato il livelli produttivi ante-crisi del 2008; di certo non c’era riuscita quella italiana, zavorrata da una classe imprenditoriale propensa più alla delocalizzazione che agli investimenti “in patria” e da trattati europei che impongono l’austerità anche quando sei in crisi.
Quel sistema era già così “inceppato” da non poter reagire ad uno shock. Tantomeno ad uno di queste dimensioni. Ma altri sistemi ci sono riusciti e ci stanno riuscendo. Non solo la Cina, che ha il sicuro vantaggio di una pianificazione centralizzata su base pluriennale e una dominanza sicura dell’”interesse pubblico” su quello privato (che peraltro produce miliardari in gran numero...). Anche la Corea del Sud, per esempio, ha assorbito meglio il colpo, sia sul piano sanitario che – di conseguenza – su quello economico.
Questo è un punto decisivo.
I sistemi dell’Occidente neoliberista (Unione Europea e Stati Uniti, in primo luogo) hanno accolto l’epidemia a mani nude, con sistemi sanitari pubblici ridotti all’osso o anche meno (gli Usa, sicuramente). Lo si vede dopo oltre un mese nella massa di operatori sanitari e soccorritori costretti ad operare senza dispositivi di protezione individuali efficaci. Lo si vede nella mancanza di materiali in genere (ventilatori polmonari, valvole, ecc.) e nella scarsità di aziende produttrici dedicate.
Questa fragilità sanitaria non è figlia delle stelle o del “meteorite” improvviso: è il risultato di 40 anni di dominio delle imprese su ogni altro aspetto (lavoro, certo, ma anche ambiente e clima). Quindi era ed è uno dei “meccanismi” di sistema che risultano nei fatti inadeguati allo scopo di far sopravvivere il sistema stesso. E la selezione naturale non perdona...
Se, insomma, quel sistema non regge gli shock imprevisti, è un sistema storicamente superato. Sarebbe da criminali rimettere in piedi una casa senza criteri antisismici in una zona spesso oggetto di terremoti, no?
Il sistema amato da Confindustria non sta più in piedi ma richiede, per cercare di farcelo stare ancora una volta, una massa di risorse spaventosa che – come ci raccontavano in tutti i talk show di regime – “non ci sono”. E così tutti riscoprono l’helycopter money keynesiano (i soldi direttamente sul conto corrente individuale, da parte dello Stato, come nella proposta di Trump-Meloni), o i “titoli di Stato irredimibili” (ultra-trentennali, senza restituzione alla scadenza, con sola distribuzione dell’interesse annuo, addirittura per bocca di Tito Boeri!).
Insomma, lo Stato invocato a tutela del privato, ma anche della popolazione in generale, perché un’azienda può anche salvarsi e continuare a produrre, ma poi serve anche chi compra, con soldi veri in tasca. Con buona pace del debito pubblico e dei tabù di Cottarelli...
Infatti lo “studio” prosegue imperterrito, ma con un dubbio esistenziale: “Non appena possibile, occorrerà poi mobilitare risorse rilevanti per un piano di ripresa economica e sociale. In entrambe le fasi, un’azione comune o almeno coordinata a livello europeo sarebbe ottimale; in assenza di questa possibilità, la risposta della politica economica nazionale dovrà essere comunque tempestiva ed efficace”.
Anche Confindustria, a questo punto, dubita che l’Unione Europea possa, voglia o riesca ad agire come un soggetto unitario e attento agli interessi generali. Ed è singolare che Confindustria veda e indichi la differenza di interessi quando questi stanno sopra il proprio livello (i mercati e la UE), mentre la nasconde quando è lei a calpestare gli interessi altrui (quelli dei lavoratori, in genere).
Con queste premesse, “i numeri” indicati dal CSC – meno 10% di Pil nel primo semestre, meno 6% per il 2020, persino ottimistici, secondo il nostro modestissimo parere – sono del tutto strumentali, a supporto della “piattaforma di governo” che gli imprenditori hanno individuato: “un piano anti-ciclico straordinario, finanziato con risorse europee; interventi urgenti per il sostegno finanziario di tutte le imprese, piccole, medie e grandi; strumenti di moratoria e sospensione delle scadenze fiscali e finanziarie; un’operazione immediata di semplificazione amministrativa, per rendere subito effettiva l’azione di politica economica.”
La “lista della spesa”, si dice spesso dei programmi elettorali... di solito irrealizzati, perché si parla di cose che non dipendono dalla volontà di uno solo (in questo caso dal governo italiano). Come quelle “risorse europee” che non si sa se, quanto, come e quando, con quali condizionalità ecc., saranno messe a disposizione.
In questo anche gli imprenditori sono straordinari... Quando si tratta di soldi che deve tirar fuori qualcun altro, sono “generosissimi”. Per esempio, “Confindustria insieme con le Confindustrie tedesca e francese ha proposto un piano europeo straordinario di entità pari a 3.000 miliardi di euro di investimenti pubblici.” Chi offe – pardon, chiede – di più?
Potremmo andare avanti a lungo – il rapporto cita anche la “lotta al cambiamento climatico”, che prevederebbe come minimo un governo unico e non capitalistico mondiale – ma ogni lettore può farsi a questo punto un’opinione della “logica” con cui Confindustria, ossia le imprese italiane, si muovono.
Una danza immobile in un recinto che non c’è più.
Fonte
L’ideologia sta naturalmente nelle intenzioni di chi spara numeri come fossero tavole della legge divina, anche quando – addirittura in premessa – è costretto ad ammettere che quei numeri sono assolutamente di “fantasia”, frutto di speranze più che di previsione scientifica.
L’ultimo parto del Centro Studi di Confindustria, pubblicato ieri, con il titolo “Le previsioni per l’Italia”, è un capolavoro di astrologia in numeri, il cui unico scopo è dettare il programma di governo sulla base delle urgenze “percepite” dalle aziende private.
Giudizio duro? No, una presa d’atto...
Già nella premessa, come detto, si chiarisce che in questo caso di “scientifico” non c’è proprio niente: “Più che quello di prevedere il futuro, questo è il tempo di agire affinché il nostro Paese, la nostra società, possano affrontare adeguatamente questa fase drammatica e risollevarsi quando l’emergenza sanitaria sarà mitigata”.
Se non sono possibili previsioni, va da sé, quel che segue è solo un “piano d’azione” per disegnare il “dopo”.
La domanda è purtroppo sempre la stessa: a vantaggio di chi?
Piani d’azione che soddisfino le esigenze di tutti non sono in teoria impossibili, ma possono essere stesi solo con in testa l’interesse generale di tutta la popolazione. Insomma, un piano d’azione socialista...
Altrimenti si sta solo provando a nascondere un interesse di parte sotto parole genericamente “oggettive”. Nell’ansia di convincere il governo – come se fosse difficile... – questo modo di fare diventa addirittura scoperto.
“Occorre tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti e senza lesinare risorse in questo momento per garantire il benessere futuro. Occorre agire subito, senza tentennamenti o resistenze: altri paesi si stanno già muovendo in questa direzione.”
E in effetti in tutti i paesi ci si preoccupa di “tutelare il tessuto produttivo e sociale della Nazione, lavoratori, imprese, famiglie, con strategie e strumenti inediti”, altrimenti a fine crisi ci si ritroverà nel deserto produttivo, con masse sterminate di individui disoccupati e senza alcuna risorsa per sopravvivere. Un posto pericoloso, oltretutto...
La questione dirimente non è se tutelare o no il “sistema produttivo” – certo che bisogna farlo! gli operai comunisti difesero le fabbriche dai nazisti in fuga che volevano distruggerle... – ma se farlo per riprodurre il sistema così com’era (dominanza assoluta della proprietà privata su qualsiasi interesse generale, assenza pressoché totale di diritti del lavoro, eliminazione quasi perfetta del welfare e dello Stato sociale, ecc.), oppure per costruire un sistema che non abbia le debolezze invalidanti di quello che va morendo sotto i colpi della crisi.
Qui non si scappa e quindi il Csc confindustriale dovrebbe essere chiaro: “Siamo in una recessione atipica, che non nasce dall’interno del sistema economico italiano, né in quello internazionale. Non nasce dall’incepparsi di qualche meccanismo dei mercati finanziari o dalla necessità di ‘correggere’ qualche eccesso. Lo shock viene dall’esterno, colpisce l’economia come un meteorite.”
C’è un che di patetico, in questa dichiarazione di innocenza del modello neoliberista (sia come sistema economico, sia come sistema di pensiero) rispetto a uno shock esterno. Come se i dinosauri avessero avuto colpa di essere inadatti a sopravvivere nel pianeta dopo l’impatto del mega asteroide...
Ma c’è anche molta falsità. Il sistema economico occidentale era già in stagnazione prolungata da parecchi mesi, e non tutte le economie avevano ancora recuperato il livelli produttivi ante-crisi del 2008; di certo non c’era riuscita quella italiana, zavorrata da una classe imprenditoriale propensa più alla delocalizzazione che agli investimenti “in patria” e da trattati europei che impongono l’austerità anche quando sei in crisi.
Quel sistema era già così “inceppato” da non poter reagire ad uno shock. Tantomeno ad uno di queste dimensioni. Ma altri sistemi ci sono riusciti e ci stanno riuscendo. Non solo la Cina, che ha il sicuro vantaggio di una pianificazione centralizzata su base pluriennale e una dominanza sicura dell’”interesse pubblico” su quello privato (che peraltro produce miliardari in gran numero...). Anche la Corea del Sud, per esempio, ha assorbito meglio il colpo, sia sul piano sanitario che – di conseguenza – su quello economico.
Questo è un punto decisivo.
I sistemi dell’Occidente neoliberista (Unione Europea e Stati Uniti, in primo luogo) hanno accolto l’epidemia a mani nude, con sistemi sanitari pubblici ridotti all’osso o anche meno (gli Usa, sicuramente). Lo si vede dopo oltre un mese nella massa di operatori sanitari e soccorritori costretti ad operare senza dispositivi di protezione individuali efficaci. Lo si vede nella mancanza di materiali in genere (ventilatori polmonari, valvole, ecc.) e nella scarsità di aziende produttrici dedicate.
Questa fragilità sanitaria non è figlia delle stelle o del “meteorite” improvviso: è il risultato di 40 anni di dominio delle imprese su ogni altro aspetto (lavoro, certo, ma anche ambiente e clima). Quindi era ed è uno dei “meccanismi” di sistema che risultano nei fatti inadeguati allo scopo di far sopravvivere il sistema stesso. E la selezione naturale non perdona...
Se, insomma, quel sistema non regge gli shock imprevisti, è un sistema storicamente superato. Sarebbe da criminali rimettere in piedi una casa senza criteri antisismici in una zona spesso oggetto di terremoti, no?
Il sistema amato da Confindustria non sta più in piedi ma richiede, per cercare di farcelo stare ancora una volta, una massa di risorse spaventosa che – come ci raccontavano in tutti i talk show di regime – “non ci sono”. E così tutti riscoprono l’helycopter money keynesiano (i soldi direttamente sul conto corrente individuale, da parte dello Stato, come nella proposta di Trump-Meloni), o i “titoli di Stato irredimibili” (ultra-trentennali, senza restituzione alla scadenza, con sola distribuzione dell’interesse annuo, addirittura per bocca di Tito Boeri!).
Insomma, lo Stato invocato a tutela del privato, ma anche della popolazione in generale, perché un’azienda può anche salvarsi e continuare a produrre, ma poi serve anche chi compra, con soldi veri in tasca. Con buona pace del debito pubblico e dei tabù di Cottarelli...
Infatti lo “studio” prosegue imperterrito, ma con un dubbio esistenziale: “Non appena possibile, occorrerà poi mobilitare risorse rilevanti per un piano di ripresa economica e sociale. In entrambe le fasi, un’azione comune o almeno coordinata a livello europeo sarebbe ottimale; in assenza di questa possibilità, la risposta della politica economica nazionale dovrà essere comunque tempestiva ed efficace”.
Anche Confindustria, a questo punto, dubita che l’Unione Europea possa, voglia o riesca ad agire come un soggetto unitario e attento agli interessi generali. Ed è singolare che Confindustria veda e indichi la differenza di interessi quando questi stanno sopra il proprio livello (i mercati e la UE), mentre la nasconde quando è lei a calpestare gli interessi altrui (quelli dei lavoratori, in genere).
Con queste premesse, “i numeri” indicati dal CSC – meno 10% di Pil nel primo semestre, meno 6% per il 2020, persino ottimistici, secondo il nostro modestissimo parere – sono del tutto strumentali, a supporto della “piattaforma di governo” che gli imprenditori hanno individuato: “un piano anti-ciclico straordinario, finanziato con risorse europee; interventi urgenti per il sostegno finanziario di tutte le imprese, piccole, medie e grandi; strumenti di moratoria e sospensione delle scadenze fiscali e finanziarie; un’operazione immediata di semplificazione amministrativa, per rendere subito effettiva l’azione di politica economica.”
La “lista della spesa”, si dice spesso dei programmi elettorali... di solito irrealizzati, perché si parla di cose che non dipendono dalla volontà di uno solo (in questo caso dal governo italiano). Come quelle “risorse europee” che non si sa se, quanto, come e quando, con quali condizionalità ecc., saranno messe a disposizione.
In questo anche gli imprenditori sono straordinari... Quando si tratta di soldi che deve tirar fuori qualcun altro, sono “generosissimi”. Per esempio, “Confindustria insieme con le Confindustrie tedesca e francese ha proposto un piano europeo straordinario di entità pari a 3.000 miliardi di euro di investimenti pubblici.” Chi offe – pardon, chiede – di più?
Potremmo andare avanti a lungo – il rapporto cita anche la “lotta al cambiamento climatico”, che prevederebbe come minimo un governo unico e non capitalistico mondiale – ma ogni lettore può farsi a questo punto un’opinione della “logica” con cui Confindustria, ossia le imprese italiane, si muovono.
Una danza immobile in un recinto che non c’è più.
Fonte
Per non tornare al mondo di prima. La sinistra di classe e l’esigenza di tornare a pensare insieme
Il prolungarsi indefinito della crisi epidemica e sanitaria sta
mutando il mondo che eravamo abituati (e rassegnati) a conoscere. La
storia sembra essersi rimessa inaspettatamente in moto. Una frase
sentita molte volte in questi anni, eppure mai come oggi prossima alla
realtà. Le classi dirigenti dei principali paesi occidentali (e non
solo) hanno subìto l’epidemia, rincorrendo l’evoluzione del virus sempre
un attimo dopo gli eventi. Negazionismo e drammatizzazione sono parte
di una stessa retorica, fatta propria da politiche inadeguate a reggere
l’urto della realtà. L’incidenza di una epidemia di questo tipo avrebbe,
forse, lasciato interdetto qualsiasi potere: inutile oggi
riempire le fosse del senno del poi. Per quanto, sia detto
esplicitamente, la gestione dell’emergenza sanitaria ha còlto
impreparato un intero sistema di relazioni sociali non solo per la sua
carica catastrofica naturale – cioè incontrollabile – ma anche perché si
è scontrata frontalmente con un modello di sviluppo determinato. Se il
virus appare un fatto naturale, la gestione sanitaria dell’emergenza è
sicuramente un fatto politico, che svela il carattere anti-umano delle
politiche liberiste di questo trentennio.
La crisi sanitaria prima o poi, però, passerà. La fine di questa coinciderà con l’aggravarsi di una crisi economica inaudita in tempo di pace. Ed è riguardo a questo nuovo mondo che le classi dirigenti dell’Occidente – e soprattutto quelle italiane – non sapranno cosa fare. Rimarranno attonite, tentando di incasellare nei ragionamenti di ieri un quadro di soluzioni e prospettive inservibili per il mondo di domani. Il dibattito pubblico già in corso ne svela d’altronde tutte le caratteristiche. Da una parte c’è il solito refrain liberista, declinato principalmente nella chiave ordoliberale che garantisce il libero mercato attraverso l’interventismo giuridico-repressivo dell’apparato statuale; dall’altro il variegato fronte della critica neokeynesiana, che spinge verso la “condivisione del debito” e la costruzione di un’Europa finalmente federale. Politica dell’austerity versus politica del debito. Le “soluzioni” di ieri applicate al mondo di domani.
Tra queste due visioni impotenti del futuro, la sinistra di classe rischia di ritagliarsi un ruolo ancor più marginale di quanto avuto sino ad oggi. Rassegnandosi ad interpretare il fronte del NO a tutto e della chiusura ad oltranza, questa sinistra rischia di non cogliere la sfida che già oggi è in gestazione e gravida di potenzialità: mai come oggi il disorientamento delle classi dirigenti squarcia la politica politicante, favorisce soluzioni originali, costringe ad immaginare nuovi modelli di civiltà, un nuovo modo di intendere la modernità, una modernità finalmente non in contrapposizione all’uomo e all’ambiente che lo circonda; mai come oggi la carica inaspettata di idee nuove potrebbe farsi strada in pezzi di classe dirigente posti di fronte al baratro della crisi epocale.
Il dibattito sulla ripresa rischia di essere egemonizzato da Confindustria e dai suoi rappresentanti politici. Renzi, ma anche Salvini; il Pd, ma anche la schiera di “tecnici” – Draghi in primis – figli di un mondo che non ha più presa sulla realtà. Nei fatti, le uniche proposte concrete alternative alla chiusura sine die delle relazioni sociali del paese vengono dal fronte padronale: l’abbattimento, se non direttamente l’abolizione, di quote di fiscalità generale che gravano sulle imprese del paese; la riapertura indiscriminata della produzione ferma allo status quo ante, come se la crisi nella quale siamo ancora immersi fosse un’antipatica parentesi da lasciarsi alle spalle quanto prima; l’assistenzialismo quale orizzonte ultimo di ogni politica sociale. Abbiamo il dovere di ribaltare l’orizzonte di senso che le classi dominanti tentano di ricostruire garantendosi dagli imprevisti insiti in ogni crisi. È la crisi il terreno su cui lavorano i comunisti.
Abbiamo il dovere di immaginare il mondo di domani attraverso proposte ardite e originali. Dobbiamo dire esplicitamente che l’economia del debito non è la soluzione strutturale all’economia dell’austerity. Che il sostegno ai redditi dispersi dalla crisi – pure doveroso in questa fase e per il tempo necessario – è una misura tampone, e non l’obiettivo generale di una politica alternativa. Dobbiamo tornare a parlare di produzione rovesciando e abbattendo il “paradigma Taranto” che si vuole estendere a tutto il paese: o la salute o il lavoro. Salute e lavoro marciano uniti nel mondo di domani, ma per rendere concreta e realistica una proposta di tal fatta abbiamo bisogno di andare (molto) oltre i facili slogan a cui eravamo abituati nel mondo pre-crisi. Altrimenti, il rischio è di ritrovarci in autunno con ulteriori “liberalizzazioni” del mondo del lavoro e ristrutturazioni presidenzialistiche dei rapporti politico-rappresentativi, veicolati attraverso la narrazione “dell’emergenza”.
Per fare questo, però, c’è bisogno di alimentare un dibattito oggi bloccato anche al nostro interno. È oggi il tempo di farlo, non domani, non a giugno o in autunno. Allora, sarà troppo tardi. La borghesia evasora, rentier e anti-nazionale, europeista o populista, finanziaria o assistita, per quel tempo avrà già avuto modo di ri-organizzarsi. Se non attraverso politiche effettivamente all’altezza dei tempi (figuriamoci), attraverso la neutralizzazione del dibattito, agitando false flag ideologiche che non convinceranno nessuno, ma che persisteranno a dominare attraverso la coercizione diretta e indiretta. E con l’ausilio – come sempre – dei dominati, di quell’universo di subalternità sociale che non avrà altro modo di esprimere la propria proiezione ideale se non assecondando questa o quella finzione dialettica tutta interna al regime liberista.
Dovremmo cambiare anche noi dunque. Accettando la sfida che la realtà ci sta imponendo, stimolando un dibattito tra idee diverse, sicuramente non “ortodosse”, purché inaudite. Non per gusto di provocazione o di eclettismo. Ma perché il mondo di ieri finisce anche per noi e per il nostro teatrino. L’alternativa è farsi promotori di politiche irrealistiche, ideologiche, distopiche, disconnesse dalla realtà politica e sociale che invece richiede a gran voce – ma senza una voce cosciente – qualcosa di nuovo a cui credere. Un nuovo inizio dunque, che non può coincidere con restaurazione.
Impossibilitati all’azione politica, almeno per qualche altra settimana, è dunque il momento di favorire pensatoi comuni, con l’obiettivo di formulare e poi intestarci battaglie determinate per il dopo. Farci trovare pronti alla riapertura, questo l’unico obiettivo che dovremmo darci nel breve termine. E poi si vedrà.
Fonte
La crisi sanitaria prima o poi, però, passerà. La fine di questa coinciderà con l’aggravarsi di una crisi economica inaudita in tempo di pace. Ed è riguardo a questo nuovo mondo che le classi dirigenti dell’Occidente – e soprattutto quelle italiane – non sapranno cosa fare. Rimarranno attonite, tentando di incasellare nei ragionamenti di ieri un quadro di soluzioni e prospettive inservibili per il mondo di domani. Il dibattito pubblico già in corso ne svela d’altronde tutte le caratteristiche. Da una parte c’è il solito refrain liberista, declinato principalmente nella chiave ordoliberale che garantisce il libero mercato attraverso l’interventismo giuridico-repressivo dell’apparato statuale; dall’altro il variegato fronte della critica neokeynesiana, che spinge verso la “condivisione del debito” e la costruzione di un’Europa finalmente federale. Politica dell’austerity versus politica del debito. Le “soluzioni” di ieri applicate al mondo di domani.
Tra queste due visioni impotenti del futuro, la sinistra di classe rischia di ritagliarsi un ruolo ancor più marginale di quanto avuto sino ad oggi. Rassegnandosi ad interpretare il fronte del NO a tutto e della chiusura ad oltranza, questa sinistra rischia di non cogliere la sfida che già oggi è in gestazione e gravida di potenzialità: mai come oggi il disorientamento delle classi dirigenti squarcia la politica politicante, favorisce soluzioni originali, costringe ad immaginare nuovi modelli di civiltà, un nuovo modo di intendere la modernità, una modernità finalmente non in contrapposizione all’uomo e all’ambiente che lo circonda; mai come oggi la carica inaspettata di idee nuove potrebbe farsi strada in pezzi di classe dirigente posti di fronte al baratro della crisi epocale.
Il dibattito sulla ripresa rischia di essere egemonizzato da Confindustria e dai suoi rappresentanti politici. Renzi, ma anche Salvini; il Pd, ma anche la schiera di “tecnici” – Draghi in primis – figli di un mondo che non ha più presa sulla realtà. Nei fatti, le uniche proposte concrete alternative alla chiusura sine die delle relazioni sociali del paese vengono dal fronte padronale: l’abbattimento, se non direttamente l’abolizione, di quote di fiscalità generale che gravano sulle imprese del paese; la riapertura indiscriminata della produzione ferma allo status quo ante, come se la crisi nella quale siamo ancora immersi fosse un’antipatica parentesi da lasciarsi alle spalle quanto prima; l’assistenzialismo quale orizzonte ultimo di ogni politica sociale. Abbiamo il dovere di ribaltare l’orizzonte di senso che le classi dominanti tentano di ricostruire garantendosi dagli imprevisti insiti in ogni crisi. È la crisi il terreno su cui lavorano i comunisti.
Abbiamo il dovere di immaginare il mondo di domani attraverso proposte ardite e originali. Dobbiamo dire esplicitamente che l’economia del debito non è la soluzione strutturale all’economia dell’austerity. Che il sostegno ai redditi dispersi dalla crisi – pure doveroso in questa fase e per il tempo necessario – è una misura tampone, e non l’obiettivo generale di una politica alternativa. Dobbiamo tornare a parlare di produzione rovesciando e abbattendo il “paradigma Taranto” che si vuole estendere a tutto il paese: o la salute o il lavoro. Salute e lavoro marciano uniti nel mondo di domani, ma per rendere concreta e realistica una proposta di tal fatta abbiamo bisogno di andare (molto) oltre i facili slogan a cui eravamo abituati nel mondo pre-crisi. Altrimenti, il rischio è di ritrovarci in autunno con ulteriori “liberalizzazioni” del mondo del lavoro e ristrutturazioni presidenzialistiche dei rapporti politico-rappresentativi, veicolati attraverso la narrazione “dell’emergenza”.
Per fare questo, però, c’è bisogno di alimentare un dibattito oggi bloccato anche al nostro interno. È oggi il tempo di farlo, non domani, non a giugno o in autunno. Allora, sarà troppo tardi. La borghesia evasora, rentier e anti-nazionale, europeista o populista, finanziaria o assistita, per quel tempo avrà già avuto modo di ri-organizzarsi. Se non attraverso politiche effettivamente all’altezza dei tempi (figuriamoci), attraverso la neutralizzazione del dibattito, agitando false flag ideologiche che non convinceranno nessuno, ma che persisteranno a dominare attraverso la coercizione diretta e indiretta. E con l’ausilio – come sempre – dei dominati, di quell’universo di subalternità sociale che non avrà altro modo di esprimere la propria proiezione ideale se non assecondando questa o quella finzione dialettica tutta interna al regime liberista.
Dovremmo cambiare anche noi dunque. Accettando la sfida che la realtà ci sta imponendo, stimolando un dibattito tra idee diverse, sicuramente non “ortodosse”, purché inaudite. Non per gusto di provocazione o di eclettismo. Ma perché il mondo di ieri finisce anche per noi e per il nostro teatrino. L’alternativa è farsi promotori di politiche irrealistiche, ideologiche, distopiche, disconnesse dalla realtà politica e sociale che invece richiede a gran voce – ma senza una voce cosciente – qualcosa di nuovo a cui credere. Un nuovo inizio dunque, che non può coincidere con restaurazione.
Impossibilitati all’azione politica, almeno per qualche altra settimana, è dunque il momento di favorire pensatoi comuni, con l’obiettivo di formulare e poi intestarci battaglie determinate per il dopo. Farci trovare pronti alla riapertura, questo l’unico obiettivo che dovremmo darci nel breve termine. E poi si vedrà.
Fonte
Coronavirus - Dati sul contagio: nessuno la racconta giusta, tutti sottostimano
Silvia Di Fonzo, ricercatrice del Sincrotrone, mette alla prova della statistica matematica i dati su contagiati, guariti, morti per o con coronavirus. Mettendo a confronto i dati diramati da diversi paesi.
Ne emerge un quadro profondamente differenziato, che denuncia una prima stortura: tutti i dati (in misura diversa) non corrispondono alla realtà.
L’Italia, per esempio, appare essere un paese con letalità per l’epidemia enormemente più alta che nel resto del mondo; oppure i dati italiani, a partire da quello dei contagiati, sono fasulli.
Senza entrare nel merito dell’attendibilità di tutte le fonti nazionali, i dati indicano comunque una possibile correlazione tra l’efficacia nel contenimento, il modello di sviluppo economico e la capacità di agire seguendo una pianificazione collettiva.
Cina e Corea del Sud virtuose, USA i peggiori di tutti
Italia: almeno il 75% dei casi non compare nelle statistiche. E in ogni caso, a parità di popolazione, i 105.792 contagiati dichiarati nelle quotidiana conferenza stampa del dott. Borrelli equivalgono a quasi 2,5 milioni di cinesi (lì ne sono stati dichiarati poco più di 80.000 che, per quanto si voglia sospettare un qualche “riduzionismo”, è comunque cifra neanche confrontabile con quella italiana).
Idem per i morti (in Italia, a ieri sera, erano 12.428) che equivalgono a quasi 290.000 cinesi. Un vero “successo”, anzi “un modello” di come non si affronta un’epidemia.
La sofferenza del sistema sanitario peraltro non fa progredire il numero dei guariti con la stessa velocità degli altri paesi.
Qui di seguito i grafici con le indicazioni di Silvia Di Fonzo. E subito dopo un inquietante documento di medici del lavoro e igienisti del lavoro, che certifica come gran parte delle “protezioni individuali” fornite – quando pure sono fornite – sui luoghi di lavoro in realtà raramente sono efficaci contro la diffusione del contagio.
Premessa
Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.
Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.
I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.
I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).
La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?
Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.
I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.
La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie
Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.
Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.
I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.
Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.
Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.
Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.
Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. E’ più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. E’ meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.
Mascherine chirurgiche
Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio.Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.
Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.
NB È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.
Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.
L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.
QUALE MASCHERA E PER CHI?
Per gli addetti ai lavori
Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.
Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.
Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.
Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti alpubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.
LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.
N.B
Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale
Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.
Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.
26 marzo 2020
Alessia Angelini – Igienista del Lavoro
Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro
Fabio Capacci – Medico del Lavoro
Francesco Carnevale – Medico del Lavoro
Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro
Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro
Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro
Fonte
Ne emerge un quadro profondamente differenziato, che denuncia una prima stortura: tutti i dati (in misura diversa) non corrispondono alla realtà.
L’Italia, per esempio, appare essere un paese con letalità per l’epidemia enormemente più alta che nel resto del mondo; oppure i dati italiani, a partire da quello dei contagiati, sono fasulli.
Senza entrare nel merito dell’attendibilità di tutte le fonti nazionali, i dati indicano comunque una possibile correlazione tra l’efficacia nel contenimento, il modello di sviluppo economico e la capacità di agire seguendo una pianificazione collettiva.
Cina e Corea del Sud virtuose, USA i peggiori di tutti
Italia: almeno il 75% dei casi non compare nelle statistiche. E in ogni caso, a parità di popolazione, i 105.792 contagiati dichiarati nelle quotidiana conferenza stampa del dott. Borrelli equivalgono a quasi 2,5 milioni di cinesi (lì ne sono stati dichiarati poco più di 80.000 che, per quanto si voglia sospettare un qualche “riduzionismo”, è comunque cifra neanche confrontabile con quella italiana).
Idem per i morti (in Italia, a ieri sera, erano 12.428) che equivalgono a quasi 290.000 cinesi. Un vero “successo”, anzi “un modello” di come non si affronta un’epidemia.
La sofferenza del sistema sanitario peraltro non fa progredire il numero dei guariti con la stessa velocità degli altri paesi.
Qui di seguito i grafici con le indicazioni di Silvia Di Fonzo. E subito dopo un inquietante documento di medici del lavoro e igienisti del lavoro, che certifica come gran parte delle “protezioni individuali” fornite – quando pure sono fornite – sui luoghi di lavoro in realtà raramente sono efficaci contro la diffusione del contagio.
*****
La protezione respiratoria contro il virus Ssars-CoV-2
Premessa
Gli autori di questo testo sono medici ed igienisti del lavoro ben coscienti che l’approvvigionamento di DPI sia molto difficile e che rappresenti sicuramente un aspetto molto critico in questa emergenza.
Tuttavia ritengono opportuno fare alcune precisazioni che riguardano soprattutto il personale impegnato nelle strutture sanitarie ad ogni livello e la protezione della popolazione generale. Queste precisazioni hanno per oggetto unicamente le maschere di protezione respiratoria, argomento alquanto dibattuto oggigiorno e che riveste aspetti sicuramente prioritari, ma si tiene a ricordare che la protezione respiratoria rappresenta soltanto una parte della prevenzione dal contagio, che si attua mediante l’informazione, la formazione, altri dispositivi di protezione individuale e collettiva e l’ottemperanza di corrette procedure di lavoro.
I dati sui contagi e sui decessi del personale sanitario impegnato in prima persona nei luoghi di soccorso e di cura non sono altro che un tragico effetto della mancata attuazione di corrette misure di prevenzione.
Il virus e la sua trasmissione
I Coronavirus sono una vasta famiglia di virus noti per causare malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS). I Coronavirus sono stati identificati a metà degli anni ’60 e sono noti per infettare l’uomo.
I Coronavirus hanno morfologia rotondeggiante e dimensioni di 100-150 nanometri di diametro (circa 600 volte più piccolo del diametro di un capello umano!).
La trasmissione da un individuo ad un altro avviene attraverso micro goccioline (droplets e aerosols) che emaniamo durante la normale respirazione e parlando, ma che si moltiplicano nei colpi di tosse o con gli starnuti.
Per quanto tempo resta attivo un virus una volta espulso da una persona?
Una volta espulso dall’organismo il virus, se contenuto in aerosols, può rimanere sospeso per un tempo che può variare in funzione della dimensione delle particelle liquide o solide alle quali può essere adeso. Depositato su diverse tipologie di superfici ha una attività variabile a seconda del materiale che incontra, ma la durata della sua virulenza è ancora in fase di studio.
I vari studi che si sono susseguiti di recente hanno dimostrato al momento che il virus è in grado di permanere e sopravvivere sulle superfici sulle quali può depositarsi pertanto oggetti contaminati possono veicolare i virus per contatto. Il rischio di trasmissione diminuisce al passare delle ore, ma non si annulla completamente se non dopo qualche giorno.
La prevenzione dal contagio mediante maschere respiratorie
Le maschere protettive sono dei filtri che ostacolano le particelle presenti nell’aria prima di penetrare nell’apparato respiratorio. I filtri sono permeabili perché ovviamente devono consentire il passaggio dell’aria e sono realizzati con porosità diversa a seconda delle dimensioni delle particelle che devono trattenere. Tuttavia la trama dei filtri fa percorrere alle particelle un percorso tortuoso e la maggior parte di queste resta intrappolata non raggiungendo la bocca o le narici.
Riguardo alla protezione da questo coronavirus (SARS-CoV-2) il fatto che questi siano veicolati da micro goccioline rappresenta un vantaggio perché molti tessuti sono in grado di intrappolare l’acqua. Tutti conoscono il cotone chiamato “idrofilo” cioè affine all’acqua e la capacità dei tessuti di assorbire liquidi a base acquosa.
I dispositivi per la protezione respiratoria sono sostanzialmente costituiti dalle mascherine chirurgiche e dai respiratori con facciale filtrante (FFP 2,3). Le prime sono definibili come “presidi medici” ma non possono essere considerate “Dispositivi di Protezione Individuale” – (DPI) – come invece sono definiti i “respiratori con facciale filtrante”; come vedremo è una differenza sostanziale.
Le maschere respiratorie non possono essere utilizzate indiscriminatamente per la difesa da qualsiasi agente inquinante. Per la protezione dal SARS Covid 2 è necessario distinguere la protezione “passiva” da quella “attiva”.
Per protezione passiva si intende quella di cui ha necessità un individuo sano per difendersi dal contagio.
Per protezione attiva si intende quella che va applicata agli individui in grado di contagiare altri.
Le maschere (DPI) per le vie respiratorie sono sostanzialmente di quattro tipologie:
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, con valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto inferiore di quella del virus) garantisce una buona protezione passiva ma inefficace per una protezione attiva perché dalla valvola di esalazione esce l’aria espirata senza alcuna filtrazione. E’ più tollerata da chi la indossa perché la valvola di esalazione rende meno faticosa l’espirazione.
FFP 3 = Facciale filtrante di categoria P 3, senza valvola di esalazione. Porosità 23 nanometri (circa un quinto di quella del virus) garantisce sia una buona protezione passiva che attiva. E’ meno tollerata da chi la indossa in quanto l’umidità dell’aria in espirazione riduce la porosità rendendo più faticosa l’espirazione stessa e quindi necessita di una sostituzione più frequente.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 con valvola di esalazione. Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus e nessuna protezione attiva per la presenza della valvola di esalazione.
FFP 2 = Facciale filtrante di categoria P 2 senza valvola di esalazione Porosità 300 nanometri (circa 3 volte superiore a quella del virus). Non garantisce una completa protezione passiva dal virus mentre garantisce una buona protezione attiva.
Mascherine chirurgiche
Le mascherine chirurgiche garantiscono una protezione passiva dal virus molto bassa per l’impossibilità di aderire perfettamente al volto ed inoltre perché quelle di scarsa qualità (prive di multistrato) hanno una porosità troppo elevata. Se di buona qualità e ben indossate potrebbero garantire invece una discreta protezione attiva per i soggetti contagiati o sospetti. Non sono adatte ad una protezione passiva di operatori di sanità che operano in reparti a rischio elevato di contagio.Indipendentemente dalla porosità e dall’efficienza dei filtri le maschere facciali filtranti (FFP2 e FFP3) presentano il problema dell’adesione al volto e se non ben strette mediante gli elastici o mal posizionate o con lo stringinaso non ben adattato, lasciano spazi vuoti da dove l’aria può passare senza attraversare il filtro rendendo praticamente inutile il dispositivo.
Quindi risulta determinante indossare correttamente la maschera evitando nella maniera più assoluta gli eventuali spazi tra il bordo ed il volto.
NB È opportuno che gli uomini rinuncino a tenere la barba lunga durante questo periodo perchè un volto ben rasato consente una migliore adesione della maschera.
Sono altresì da evitare nella maniera più assoluta spostamenti temporanei della maschera sotto il mento, sul collo o sulla testa e non soltanto perché le vie aeree risulteranno non protette, ma perché lo spostamento può causare il contatto tra l’esterno della maschera, le labbra, il naso ed il volto consentendo un facile ingresso dei virus.
L’efficacia delle mascherine chirurgiche, come delle maschere FFP2 o FFP3, è condizionata dalla corretta modalità con la quale sono indossate, seguendo scrupolosamente le istruzioni.
QUALE MASCHERA E PER CHI?
Per gli addetti ai lavori
Gli operatori sanitari che frequentano ambienti ospedalieri o mezzi di soccorso e che risultano negativi al tampone devono indossare esclusivamente mascherine FFP3 con valvola di esalazione.
Il personale sanitario che ha avuto contatti diretti non protetti con persone già contagiate o con pazienti affetti da COVID-19 deve indossare maschere FFP3 senza valvola di esalazione.
Quanto sopra vale anche per il personale addetto alla assistenza di pazienti COVID-19 in ambienti extra-ospedalieri.
Per tutti coloro che si relazionano con il pubblico (forze dell’ordine, gestori di esercizi commerciali e commessi, autisti di mezzi pubblici, uffici aperti alpubblico) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
Per tutti i lavoratori delle filiere agroalimentari ed industriali (codici ATECO consentiti) è indicata una protezione passiva realizzabile in maniera ottimale con maschere FFP3.
LE UNICHE MASCHERE CHE PIÙ GARANTISCONO UNA PROTEZIONE PASSIVA SONO LE FFP3.
LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SONO IDONEE A GARANTIRE UNA ADEGUATA PROTEZIONE PASSIVA.
N.B
Si rammenta che le protezioni respiratorie devono essere indossate prima di ogni altro indumento ed essere tolte come ultimo.
Per la popolazione generale
Tutti coloro che si recano in luoghi pubblici chiusi (ambulatori, negozi di generi alimentari, farmacie, uffici pubblici ecc.) dovranno indossare una mascherina chirurgica in funzione di protezione attiva, stante la crescente diffusione nella popolazione generale di soggetti potenzialmente contagiati o portatori sani.
Nei luoghi pubblici aperti (parchi, strade, piazze) le mascherine chirurgiche dovranno essere indossate ogniqualvolta sia necessario avvicinarsi a persone a meno di 2 metri. Non servono se si è da soli nelle brevi passeggiate all’aria aperta o se si è in macchina da soli. Si suggerisce che è più corretto tenere la maschera fissa che toglierla e rimetterla frequentemente.
26 marzo 2020
Alessia Angelini – Igienista del Lavoro
Pietro Gino Barbieri – Medico del Lavoro
Fabio Capacci – Medico del Lavoro
Francesco Carnevale – Medico del Lavoro
Fulvio Cavariani – Igienista del Lavoro
Orietta Sala – Igienista Ambientale e del Lavoro
Stefano Silvestri – Igienista del Lavoro
Fonte
Nicoletta Dosio è a casa, il carcere resta
Nessuno può conoscere davvero il carcere, se non chi lo vive. Nessuno può immaginare le storie degli ultimi, la desolazione delle esistenze recluse, le violenze subite nel tempo, che diventano colpa per chi si ribella, e prigione.
Nessuno immagina le vite senza nome costrette in questi momenti ad aspettare in catene l’epidemia che, nel silenzio e nell’indifferenza generale, si è già insinuata oltre le mura e tra poco farà strage.
In carcere tanti continuano ad entrare (anche malati, ai quali non vengono praticati controlli sanitari), e pochissimi escono. Il sovraffollamento delle prigioni – anche a Torino – è insostenibile, vergognosa violazione di qualsiasi diritto, di ogni principio minimamente umano.
Nelle sezioni c’è angoscia e richiesta di aiuto, volutamente ignorata da una classe politica cieca e sorda. Il recente decreto, che di per sé è pochissima cosa, non trova alcuna applicazione e si rivela per quello che è: uno specchietto per le allodole, la foglia di fico di un potere inetto e vendicativo.
I detenuti chiedono aiuto, giustizia, umanità, possibilità di mettersi in salvo, respirare aria libera, rivedere le persone care, prima che sia troppo tardi: è questo il messaggio che lasciano a chi esce.
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Nessuno immagina le vite senza nome costrette in questi momenti ad aspettare in catene l’epidemia che, nel silenzio e nell’indifferenza generale, si è già insinuata oltre le mura e tra poco farà strage.
In carcere tanti continuano ad entrare (anche malati, ai quali non vengono praticati controlli sanitari), e pochissimi escono. Il sovraffollamento delle prigioni – anche a Torino – è insostenibile, vergognosa violazione di qualsiasi diritto, di ogni principio minimamente umano.
Nelle sezioni c’è angoscia e richiesta di aiuto, volutamente ignorata da una classe politica cieca e sorda. Il recente decreto, che di per sé è pochissima cosa, non trova alcuna applicazione e si rivela per quello che è: uno specchietto per le allodole, la foglia di fico di un potere inetto e vendicativo.
I detenuti chiedono aiuto, giustizia, umanità, possibilità di mettersi in salvo, respirare aria libera, rivedere le persone care, prima che sia troppo tardi: è questo il messaggio che lasciano a chi esce.
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Elogio della passeggiata
L’elogio paradossale è un genere che nasce con la
retorica antica come mezzo per mostrare il potere smisurato della
parola, capace di sovvertire le credenze comuni. Questo meccanismo
retorico raggiunge uno dei suoi culmini con l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e appare largamente diffuso anche nella cultura contemporanea. Di solito, ad essere oggetto di un elogio, è qualcosa che viene considerato in modo negativo dal pensiero comune.
Ecco che, scorrendo i titoli di libri attualmente in commercio in
Italia, troviamo l’elogio del conflitto, dell’errore, dell’odio, della
depressione, del parassitismo, del turpiloquio, del ripetente, del
gigolò, del traditore, dello snob, del piromane, della bestemmia, della
prostituzione, del gioco d’azzardo, del crimine e via di seguito.
Ora, se qui si intende fare un semplice “elogio della passeggiata” è perché quest’ultima si è trasformata in oggetto di riprovazione generale. Prima, se facevi una passeggiata senza alcun motivo o meta prestabilita, eri semplicemente un ozioso e un bighellone, adesso, dopo le nuove restrizioni della vita sociale, ti sei trasformato in un vero e proprio criminale, esecrabile e soggetto a delazioni di ogni tipo.
Ma – vogliamo porre in gioco tale questione – cosa c’è di più bello di una passeggiata, da soli o con gli amici, senza alcuna meta prestabilita, nelle vie cittadine o negli ameni sentieri di campagna? Arthur Rimbaud, nella poesia Sensazione, a proposito di una solitaria passeggiata in campagna, così scrive: Non parlerò più, non penserò più a niente: / ma un amore infinito mi salirà nel cuore / e andrò molto lontano, io vagabondo / nella Natura, felice come con una donna. Naturalmente, si intende per “passeggiata” un più o meno breve spostamento a piedi realizzato senza alcun fine programmato e senza alcuna meta oppure una meta, se c’è, assume un carattere completamente ludico, asservito esclusivamente alla sfera del piacere. Una passeggiata è infatti asservita esclusivamente alla sfera del piacere.
Se guardiamo alla filosofia e alla letteratura, da sempre la passeggiata, il libero spostamento a piedi è stato associato alla fantasia, al pensiero e all’immaginazione. Basti pensare all’antica scuola peripatetica, fondata da Aristotele. I peripatetici erano i “passeggiatori” (gli “erranti”, “coloro che sono in movimento”) mentre la scuola, denominata Peripato, prende il nome dal verbo greco peripatèin, “passeggiare”. Sotto i portici della scuola, il maestro e i suoi allievi passeggiavano discutendo di filosofia, dando libero sfogo al pensiero. Anche un filosofo moderno come Kant, alle due e trenta di ogni pomeriggio, intraprendeva una passeggiata solitaria per riflettere e per digerire. La passeggiata era assai importante anche per Jean-Jacques Rousseau, al punto da averle dedicato uno scritto, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, realizzato tra il 1776 e il 1778. L’opera ha un carattere autobiografico ed è costituito da dieci capitoli, o passeggiate, e ognuna di esse è una riflessione sulla natura dell’uomo e del suo spirito. Alla dimensione della passeggiata, intesa come uno spostamento senza alcuno scopo pratico, si avvicina anche la struttura del romanzo picaresco, cioè un particolare tipo di romanzo che fiorisce in Spagna nel XVII secolo. Esso è caratterizzato dalle avventure, spesso sordide e basse, di personaggi che si muovono senza alcuna meta o finalità lungo le principali vie di comunicazione. Teatro dell’azione sono spesso le taverne e le locande e il motore propulsore delle avventure è determinato dalla logica dell’incontro: è grazie agli incontri fortuiti fatti per la via che i protagonisti si imbarcano in sempre nuove avventure.
Nella modernità letteraria, la passeggiata si trasforma nella pratica della flânerie, resa celebre da Charles Baudelaire. Il flâneur è il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta e senza meta, sperimentando e provando emozioni nel guardare il paesaggio. Secondo Baudelaire, il flâneur è un vero e proprio “botanico del marciapiede”, un conoscitore analitico del tessuto urbano; il poeta francese arrivò a definirlo come “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe per le vie di Parigi”. In questa definizione è insito il carattere della lentezza e dell’oziosità che accompagna la figura del “bighellone” (così si può tradurre il termine flâneur). Qualsiasi scopo pratico è avulso dalla sua idea di spostamento: camminando, egli crea nuovi percorsi di immaginazione e di fantasia, liberando la dimensione di un immaginario libero e antigerarchico. Walter Benjamin, nei suoi Passagenwerk, analizza tale figura come un prodotto della vita moderna e della rivoluzione industriale, traendo le sue osservazioni estetiche e sociali dalle sue lunghe passeggiate per le vie di Parigi. Attraverso i passages di Parigi – queste arcate ricoperte di vetro e di ferro, illuminate da luci a gas e arredate da panorami che circoscrivono il terreno di caccia delle prostitute, che delimitano lo spazio in cui s’intrecciano file di scarpe, café e oggetti dalla forma mostruosa – il “bighellone” può esprimere un sempre libero e nuovo immaginario. Su queste basi teoriche, successivamente, i situazionisti hanno costruito la loro idea di “deriva”: quest’ultima può essere definita come un volontario smarrimento dell’orientamento o come un vagare senza meta e senza scopo. Nella sua Teoria della deriva, Guy Debord la definisce come segue: Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.
In un elogio della passeggiata, non si può poi non ricordare la figura di Oblomov, l’ozioso personaggio nato dalla fantasia di Ivan Gončarov. Nel romanzo omonimo, egli, anche se non ama poi troppo uscire di casa, fa piccole passeggiate campestri consacrate all’ozio e al riposo. Robert Walser dedica poi alla passeggiata un intero romanzo, dal titolo La passeggiata (1917), la quale diviene qui una metafora della vita, in uno spostamento cadenzato da un ritmo da fiaba all’interno del quale le lunghe passeggiate iniziate al mattino si concludono sempre all’approssimarsi di una dolce e malinconica sera.
La passeggiata è perciò riflessione, libera espressione del pensiero e dell’immaginazione, attività ludica e creazione di situazioni di gioco e di spazi liberati. Una pratica che l’ozio creativo si ritaglia all’interno di uno spazio liberato, appunto, dalle dinamiche del lavoro e dello stress quotidiano. E se adesso si è trasformata in una pratica esecrabile, quasi un’azione criminale, davvero, poveri noi. Ma noi rivendichiamo sempre il nostro diritto in futuro a essere dei bighelloni trasandati e oziosi che fanno lunghe passeggiate per il solo gusto di farle. È una cosa bellissima.
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Ora, se qui si intende fare un semplice “elogio della passeggiata” è perché quest’ultima si è trasformata in oggetto di riprovazione generale. Prima, se facevi una passeggiata senza alcun motivo o meta prestabilita, eri semplicemente un ozioso e un bighellone, adesso, dopo le nuove restrizioni della vita sociale, ti sei trasformato in un vero e proprio criminale, esecrabile e soggetto a delazioni di ogni tipo.
Ma – vogliamo porre in gioco tale questione – cosa c’è di più bello di una passeggiata, da soli o con gli amici, senza alcuna meta prestabilita, nelle vie cittadine o negli ameni sentieri di campagna? Arthur Rimbaud, nella poesia Sensazione, a proposito di una solitaria passeggiata in campagna, così scrive: Non parlerò più, non penserò più a niente: / ma un amore infinito mi salirà nel cuore / e andrò molto lontano, io vagabondo / nella Natura, felice come con una donna. Naturalmente, si intende per “passeggiata” un più o meno breve spostamento a piedi realizzato senza alcun fine programmato e senza alcuna meta oppure una meta, se c’è, assume un carattere completamente ludico, asservito esclusivamente alla sfera del piacere. Una passeggiata è infatti asservita esclusivamente alla sfera del piacere.
Se guardiamo alla filosofia e alla letteratura, da sempre la passeggiata, il libero spostamento a piedi è stato associato alla fantasia, al pensiero e all’immaginazione. Basti pensare all’antica scuola peripatetica, fondata da Aristotele. I peripatetici erano i “passeggiatori” (gli “erranti”, “coloro che sono in movimento”) mentre la scuola, denominata Peripato, prende il nome dal verbo greco peripatèin, “passeggiare”. Sotto i portici della scuola, il maestro e i suoi allievi passeggiavano discutendo di filosofia, dando libero sfogo al pensiero. Anche un filosofo moderno come Kant, alle due e trenta di ogni pomeriggio, intraprendeva una passeggiata solitaria per riflettere e per digerire. La passeggiata era assai importante anche per Jean-Jacques Rousseau, al punto da averle dedicato uno scritto, Le fantasticherie del passeggiatore solitario, realizzato tra il 1776 e il 1778. L’opera ha un carattere autobiografico ed è costituito da dieci capitoli, o passeggiate, e ognuna di esse è una riflessione sulla natura dell’uomo e del suo spirito. Alla dimensione della passeggiata, intesa come uno spostamento senza alcuno scopo pratico, si avvicina anche la struttura del romanzo picaresco, cioè un particolare tipo di romanzo che fiorisce in Spagna nel XVII secolo. Esso è caratterizzato dalle avventure, spesso sordide e basse, di personaggi che si muovono senza alcuna meta o finalità lungo le principali vie di comunicazione. Teatro dell’azione sono spesso le taverne e le locande e il motore propulsore delle avventure è determinato dalla logica dell’incontro: è grazie agli incontri fortuiti fatti per la via che i protagonisti si imbarcano in sempre nuove avventure.
Nella modernità letteraria, la passeggiata si trasforma nella pratica della flânerie, resa celebre da Charles Baudelaire. Il flâneur è il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta e senza meta, sperimentando e provando emozioni nel guardare il paesaggio. Secondo Baudelaire, il flâneur è un vero e proprio “botanico del marciapiede”, un conoscitore analitico del tessuto urbano; il poeta francese arrivò a definirlo come “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe per le vie di Parigi”. In questa definizione è insito il carattere della lentezza e dell’oziosità che accompagna la figura del “bighellone” (così si può tradurre il termine flâneur). Qualsiasi scopo pratico è avulso dalla sua idea di spostamento: camminando, egli crea nuovi percorsi di immaginazione e di fantasia, liberando la dimensione di un immaginario libero e antigerarchico. Walter Benjamin, nei suoi Passagenwerk, analizza tale figura come un prodotto della vita moderna e della rivoluzione industriale, traendo le sue osservazioni estetiche e sociali dalle sue lunghe passeggiate per le vie di Parigi. Attraverso i passages di Parigi – queste arcate ricoperte di vetro e di ferro, illuminate da luci a gas e arredate da panorami che circoscrivono il terreno di caccia delle prostitute, che delimitano lo spazio in cui s’intrecciano file di scarpe, café e oggetti dalla forma mostruosa – il “bighellone” può esprimere un sempre libero e nuovo immaginario. Su queste basi teoriche, successivamente, i situazionisti hanno costruito la loro idea di “deriva”: quest’ultima può essere definita come un volontario smarrimento dell’orientamento o come un vagare senza meta e senza scopo. Nella sua Teoria della deriva, Guy Debord la definisce come segue: Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che sapete, ma in base a ciò che vedete intorno. Dovete essere straniati e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’architettura e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari.
In un elogio della passeggiata, non si può poi non ricordare la figura di Oblomov, l’ozioso personaggio nato dalla fantasia di Ivan Gončarov. Nel romanzo omonimo, egli, anche se non ama poi troppo uscire di casa, fa piccole passeggiate campestri consacrate all’ozio e al riposo. Robert Walser dedica poi alla passeggiata un intero romanzo, dal titolo La passeggiata (1917), la quale diviene qui una metafora della vita, in uno spostamento cadenzato da un ritmo da fiaba all’interno del quale le lunghe passeggiate iniziate al mattino si concludono sempre all’approssimarsi di una dolce e malinconica sera.
La passeggiata è perciò riflessione, libera espressione del pensiero e dell’immaginazione, attività ludica e creazione di situazioni di gioco e di spazi liberati. Una pratica che l’ozio creativo si ritaglia all’interno di uno spazio liberato, appunto, dalle dinamiche del lavoro e dello stress quotidiano. E se adesso si è trasformata in una pratica esecrabile, quasi un’azione criminale, davvero, poveri noi. Ma noi rivendichiamo sempre il nostro diritto in futuro a essere dei bighelloni trasandati e oziosi che fanno lunghe passeggiate per il solo gusto di farle. È una cosa bellissima.
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