Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/05/2021
USA - Big Pharma insorge contro la “modesta proposta” di Biden sui brevetti
La Rappresentante statunitense per il Commercio, Katherine Tai, ha preso posizione a favore di una “sospensione straordinaria della proprietà intellettuale” quando in gioco sono i vaccini contro il Covid-19, aprendo così la strada a negoziati nell’ambito della World Trade Organization, dove una prima proposta in questo senso era già stata presentata lo scorso anno da India e Sudafrica ma respinta proprio dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Gli interessi in gioco hanno visto scattare immediatamente la protesta dell’associazione americana dei produttori del settore farmaceutico, più nota come Big Pharma (anche se di essa fanno parte anche multinazionali europee del settore, ndr).
A nome della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America, Stephen Ubl (il ceo della Phrma) ha tuonato contro quello che definisce “un passo senza precedenti che minerà la nostra risposta globale alla pandemia e comprometterà la sicurezza. Questa decisione genererà confusione tra partner pubblici e privati, indebolirà le già fragili catene di forniture e alimenterà la proliferazione di vaccini contraffatti”.
La preoccupazione di perdere il monopolio sui brevetti dei vaccini, si è tinta anche di toni da “American First”. Secondo Ubl infatti la scelta di socializzare i brevetti sui vaccini avrà l’effetto di “consegnare innovazione americana a paesi che cercano di erodere la nostra leadership nelle scoperte biomedicali”. A Wall Street i titoli di società come Moderna, NioNTech e Novavax hanno perso terreno sull’onda dei timori di ripercussioni dalla decisione di Biden. Anche se Moderna si era in realtà già detta disposta a non imporre il rispetto dei suoi brevetti a coloro che producono vaccini contro la pandemia.
Positive invece le reazioni dei movimenti che sostengono proprio la socializzazione dei brevetti sui vaccini. La loro richiesta è di spingersi oltre la sospensione delle protezioni sulla proprietà intellettuale, verso quello che definiscono un concreto e attivo trasferimento di tecnologia, di know how e di personale, da parte dei detentori dei brevetti per consentire la produzione necessaria, coinvolgendo realtà aziendali che vanno al di là dei gruppi oggi detentori dei segreti industriali sui vaccini.
È iniziato così il fuoco di sbarramento delle obiezioni “tecniche” delle società del Big Pharma su questa possibile svolta nel monopolio dei brevetti sui vaccini. Pfizer ad esempio ha ricordato che il suo vaccino richiede personale e attrezzature specializzate, le quali utilizzano 280 componenti provenienti da 86 fornitori situati in 19 paesi, ed ha criticato l’apertura dell’amministrazione Biden come inefficace ai fini di miglioramenti nella diffusione dei vaccini. Quest’ultima però ha sottolineato come ci siano produttori di farmaci ovunque nel mondo, anche in paesi in via di sviluppo (l’India è il maggior produttore di prodotti farmaceutici mondiale, ndr) e che hanno dimostrato in questi anni di essere in grado di offrire prodotti di alta qualità in condizioni corrette e che queste possono quindi essere create per il vaccino.
Adesso si tratta di andare a verificare se quello dell’amministrazione Biden è un cambio di mentalità e se produrrà effetti concreti nel monopolio dei brevetti sui vaccini da parte di Big Pharma.
La denuncia di Eisenhower contro il complesso militare-industriale nel 1961 non ci sembra che abbia poi prodotto effetti concreti, anzi. Certo una differenza notevole c’è. Eisenhower era a fine mandato e poteva togliersi qualche sassolino dalla scarpe. Biden invece è all’inizio del suo mandato ed ha come minimo quattro anni di tempo (se la salute di Sleeping Joe non lo tradirà, ndr) per introdurre cambiamenti.
Ma questo sulla socializzazione totale o parziale dei brevetti sui vaccini antiCovid diventa comunque un test interessante, su almeno due versanti.
Il primo è che la obsoleta Wto potrebbe tornare ad essere la camera di compensazione tra interessi capitalisti diversi che aveva cessato di essere da una ventina d’anni. Il secondo è che gli Usa soffrono una crisi di egemonia globale e credibilità ormai pesantissima e che in qualche modo intendono cercare di recuperarla, e non possono farlo solo mostrando i denti e gli armamenti contro Russia e Cina.
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A giugno le udienze sull’estradizione dei rifugiati politici in Francia
Le prime udienze sull’estradizione in Italia dei nove rifugiati politici italiani fermati in Francia nei giorni scorsi si sono concluse ieri alla Corte di Appello di Parigi. Le prossime udienze si svolgeranno a giugno e si svolgeranno in date diverse.
I nove rifugiati politici si sono presentati ieri in Tribunale ed hanno rifiutato l’estradizione.
Marina Petrella, ex militante delle Brigate Rosse, parlando con i giornalisti presenti in tribunale, così ha commentato: ”Stiamo arrivando verso la fine. Stiamo raschiando il fondo del barile. Io ho vissuto tutti questi anni con un grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, per tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Da parte mia ho fatto 10 anni di carcere tra Italia e Francia. E 30 di esilio, una pena senza sconti e senza grazie, che ti impedisce di tornare nella tua terra”.
“Noi – ha spiegato Marina Petrella – ci siamo assunti una responsabilità politica collettiva, mentre il compito della giustizia è quello di giudicare e condannare in rapporto alle responsabilità di ognuno. Ci sono state vittime, e ci sono stati tanti compagni che hanno pagato con il carcere, alcuni con l’ergastolo. Queste vittime non sono rimaste impunite, senza memoria.
Ma paragonare, come ha fatto il ministro della Giustizia francese, il sangue degli anni di piombo con la strage del Bataclan è di incredibile volgarità”, sottolinea Marina Petrella. “Uno del Bataclan può essere paragonato a Piazza Fontana, a Brescia, alla stazione di Bologna, a Reggio Calabria? Io sono stata condannata sulla base dell’assunzione di una responsabilità collettiva”.
“Oggi è ancora presto – ha sottolineato Marina Petrella – ma non escludo che arrivi una riflessione su un modo diverso di provare a spiegarsi. Un linguaggio comune? Mi sembra impossibile. Piuttosto penso ad un avanzare, un progredire, perché ormai non ci sono più poste in gioco. Ricordiamoci che prima, anni fa, la parola non era libera, non era esente da un premio, fra dissociati e pentiti. Oggi siamo alla fine, stiamo raschiando il fondo del barile e non ci sono più queste poste in gioco, non ci sono più ricompense. Ma al tempo stesso, da parte dell’Italia, un paese che non è capace di fare i conti con la sua storia, non c’è nessuna apertura. Chiedere un’operazione di questo tipo è difficile. A chi rivolgersi?”.
A cosa ha portato la lotta armata? “Non era fine a se stessa – risponde Petrella – tante riforme sono state fatte anche grazie a quella conflittualità che saliva, che costruiva istanze nuove. C’era un modello di trasformazione, il socialismo al di là degli esempi storici, è solidarietà, fratellanza, condivisione. C’è stato un processo di scontro atroce per tutti. Per tutti”.
“Queste cose fanno parte della parte spirituale, intima, non ne voglio parlare e non ne parlerò mai. Quello di cui si parla qui è la sfera della vita civile. Io faccio un lavoro socialmente utile, posso fare del bene alla gente, per me è una sorta di riscatto simbolico”.
Sulla eventuale disponibilità di Italia e Francia ad ascoltare le voci di persone che hanno partecipato alla lotta armata, Petrella non si fa illusioni: “Non ci stiamo dirigendo verso un’apertura dello spirito critico, un’evoluzione, andiamo verso una chiusura, fra liberalismo e autoritarismo, sia in Francia, sia in Italia”. In Francia, forse, un po’ di più, fra appelli di intellettuali e sostegno di fedelissimi: “Gruppi di intellettuali hanno cominciato a firmare degli appelli e altri ne arriveranno. Non sento un calo dei sostegni, piuttosto una difficoltà nell’esprimersi, una specie di autocensura che si impone sempre di più”.
Il tribunale di Parigi dovrà decidere se approvare o meno l’estradizione di ognuno degli imputati dopo i 7 arresti avvenuti in Francia lo scorso 28 aprile. Il 29 aprile poi si erano costituiti altri due rifugiati politici che il 28 aprile non erano stati fermati. Tra chi è comparso in tribunale non c’è Maurizio Di Marzio che per ora non ha accettato di costituirsi e per il quale i termini di prescrizione scadono il prossimo 10 maggio.
Il quotidiano francese Liberatiòn ha dedicato spazio all‘appello di un gruppo di intellettuali diretto al presidente Emmanuel Macron contro la concessione dell’estradizione per dieci rifugiati politici italiani. Nell’appello si ricorda la concessione dell’accoglienza durante la presidenza di Francois Mitterrand, negli anni Ottanta, la nuova vita in Francia degli ex militanti italiani che hanno rinunciato alle armi, le loro nuove famiglie. Viene invocata l’amnistia in Italia, un gesto che – secondo loro – consentirebbe al Parlamento di “voltare pagina e di guardare al futuro”. L’appello è stato firmato da una trentina di personalità, fra le quali i registi Costa-Gavras e Jean-Luc Godard, Agnes B., Charles Berling, Valeria Bruni-Tedeschi,
In un’altra pagina di Liberation viene però ospitato anche un intervento dell’ex magistrato ed ex presidente della Camera, Luciano Violante, che attacca l’appello e i suoi firmatari: “Insorgere contro l’arresto di ex militanti di estrema sinistra italiani che da 40 anni vivono in Francia, significa misconoscere i crimini terroristici di cui sono stati autori in passato” scrive Violante, forse uno degli esponenti più irragionevoli di quello che in Italia può essere definito come “Il Partito della vendetta”.
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L’INPS entra a gamba tesa nel mercato dell’Intelligenza Artificiale
Ciò, si legge nel comunicato (servizi2.inps.it), permetterà a tutte le amministrazioni dello Stato, così come a soggetti privati, di fare leva su questa base per sviluppare ulteriori applicazioni, senza dover riprogettare e investire risorse nella creazione ex novo di componenti essenziali per le applicazioni digitali.
Si tratta di un primo passo, dice il comunicato. Il programma è di proseguire attivamente e in modo trasparente in contributi nel Software Libero.
L’INPS, dice, ha deciso di puntare sul Software Libero, incardinandolo nel proprio piano strategico, allo scopo di far progredire il know-how digitale, e creare software più sicuro, e in generale facilitare una produzione di soluzioni digitali direttamente nel Paese, con maggiori tutele per le istituzioni e i cittadini.
Si tratta di un ingresso a gamba tesa di un gigante – il Gigante – in un settore tecnologico e di investimenti ben presidiato da colossi americani, colossi che – tutti, chi più chi meno, ultima IBM che ha acquisito RedHat – hanno usato la leva del Software Libero.
Questo salto ha un risvolto etico. Nel 2016, in un colloquio informale a Monza, Richard Stallman mi disse che in Italia ci sono molti bravi programmatori, ma pochi politici, ossia poche persone interessate all’aspetto politico del Software Libero. Adesso c’è l’INPS, c’è Tridico da Scala Coeli (Cosenza).
«L’Inps – dice Trdico – intende stimolare un meccanismo di condivisione e collaborazione in cui le Pubbliche Amministrazioni generano risorse non solo per sé stesse, ma per tutte le altre amministrazioni e i privati».
Il 29 aprile,Vincenzo Di Nicola, quasi sicuramente l’artefice di questo salto, pubblica sul suo blog (vincenzo.me), il resoconto dei suoi primi 100 giorni all’INPS.
Decenni fa, dice, l’INPS è stata veramente innovatrice nelle tecnologie. Negli anni ’60 non c’era l’Informatica, almeno non come la conosciamo oggi. Tutto era cartaceo, conservato in mega archivi. Negli anni ’80 l’INPS intraprese un enorme progetto di digitalizzazione delle informazioni, riversando nei propri database ogni dato cartaceo dei contribuenti.
Uno sforzo immane per i canoni di oggi – dice Di Nicola. Figuriamoci all’epoca. E di una lungimiranza come poche. Davvero tanta stima per questo progetto, che fu ideato e guidato da Gianni Billia.
“È grazie a questo sforzo” – dice Di Nicola – “che ho potuto visualizzare i contributi di mio padre come contadino negli anni ’60. Mentre invece l’INPDAP non fece nulla di tutto questo per i dipendenti pubblici: e infatti non posso vedere i contributi di mio padre quando divenne dipendente comunale“.
Non bisogna meravigliarsi se oggi, per implementare ogni piccola o grande manovra pubblica (Reddito di cittadinanza, Bonus Covid, Disoccupazione, Maternità, Malattia, Isee, Congedo parentale, Invalidità, etc) si scomoda l’INPS.
L’INPS non è lo Stato, ma senza l’INPS lo Stato crollerebbe sotto il suo peso.
Vincenzo Di Nicola oggi è Responsabile per l’Innovazione Tecnologica e la Trasformazione Digitale all’INPS. Ha studiato a Stanford, a San Diego California, a Bologna, e ha chiuso con un tirocinio a Yahoo!. È stato co-fondatore di GoPago e, soprattutto, di Conio, compagnia di punta in Italia per le cryptovalute, con 20 milioni di dollari di investimenti da parte di Poste Italiane, Banca Sella, Banca Generali, etc.
Tutte le cose messe in campo dall’INPS – l’elefantiaca banca dati, il software, la politica della FSF, la procedura di integrità dei dati garantiti dall’uso di criteri crittografici distribuiti – sono tecnologia, sono investimenti in tecnologia di altissima gamma, sono Intelligenza Artificiale messa a disposizione di tutta l’amministrazione pubblica e di chiunque voglia avvalersi di questo driver.
Non bisogna immaginare l’Intelligenza Artificiale come un Robot che parla, commina e fa il cameriere o gioca a scacchi. L’IA consiste di un processo di produzione umano ingegnerizzato e meccanizzato. Costruire una macchina capace di fare tortellini in autonomia è mettere in piedi intelligenza artificiale.
Non bisogna guardare con sospetto un istituto pensionistico che diventa promotore di un progetto di investimento pubblico in intelligenza artificiale. D’altronde, quel poco di tecnologia all’avanguardia che c’è oggi in Italia deriva perlopiù da Sip – Società Idroelettrica Piemontese, un’azienda che produceva energia con l’acqua corrente.
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Grandi opere e trasporto locale. Nel PNRR un altro passo verso il baratro
Uno sguardo più attento ai piani di spesa preparati dall’Italia – il più grande destinatario del denaro dell’UE – solleva però alcuni interrogativi sul come e su quanto sarà “green” il contributo di Roma.
L’UE in effetti ha posto dei vincoli abbastanza rigidi rispetto all’utilizzo dei fondi, richiedendo che la fetta più grande degli investimenti di ciascun paese – circa il 37% – venga destinato a progetti ecosostenibili che mirino a un’inversione di rotta soprattutto per quanto riguarda le energie rinnovabili e l’abbassamento delle emissioni di CO2.
Il documento presentato da Draghi stima 59 miliardi di euro di fondi europei sotto la voce “transizione ecologica”, da spendere nei sei anni previsti dal piano – circa 10 miliardi in meno rispetto alla bozza preparata dal suo predecessore Giuseppe Conte. Ciò equivale però soltanto al 31% contro il 37% richiesto dall’UE.
Draghi ha aggiunto che in realtà, i 9 miliardi di differenza dal piano precedente arriveranno da prestiti governativi separati, ma così facendo questo denaro non sarà soggetto al controllo di Bruxelles e potrà quindi essere facilmente revocato o dirottato in altri progetti.
A volerla dire tutta, sembra che il raggiungimento di questa soglia sia un problema tutto italiano e che molti altri paesi europei non debbano tirare troppo la coperta per destinare fino al 50% dell’investimento in progetti “green”.
Ma è guardandolo da vicino che si scopre che il piano di Draghi offre davvero poco per quanto riguarda inquinamento e smog che affliggono le nostre città.
Per ridurre le emissioni di gas serra provenienti dal settore dei trasporti, come previsto dai target europei vincolanti al 2030, occorre rendere competitive le modalità di spostamento a emissioni zero per le persone e per le merci, con specifiche politiche per le esigenze di ambito nazionale/internazionale e per quelle in ambito urbano.
La situazione da cui partiamo è particolarmente difficile, perché in Italia la modalità di spostamento prevalente è quella su gomma, che copre il 62,5% degli spostamenti giornalieri delle persone, e oltre l’86% di quello merci.
A fronte di un’auspicata “cura del ferro” che mirerebbe ad abbassare queste percentuali, troviamo solo un investimento totale di 5,45 miliardi, per il potenziamento delle linee ferroviarie regionali a fronte di 25 miliardi per l’alta velocità!
Il problema del trasporto ferroviario in Italia è quello per cui è fuori dalle direttrici principali dell’alta velocità che la situazione del servizio è peggiorata maggiormente, con meno treni in circolazione, e di conseguenza meno passeggeri.
Solo negli ultimi anni c’è stato un recupero dell’offerta di servizio Intercity – treni fondamentali nelle direttrici fuori dall’alta velocità in particolare al Sud e nei collegamenti con i centri capoluogo di Provincia – ma dal 2010 al 2017 la riduzione delle risorse, con proroghe del contratto tra il Ministero delle Infrastrutture e Trenitalia, ha portato ad una riduzione drastica dei collegamenti che emerge con chiarezza dal bilancio consolidato di Trenitalia.
Per i convogli a lunga percorrenza finanziati con il contributo pubblico, l’offerta in termini di treni per chilometro è scesa dal 2010 al 2019 del 16,7% e parallelamente sono calati i viaggiatori del 45,9%. Nel 2019 i dati sono in leggera ripresa (+0,8%) per quanto riguarda il numero di persone, ma siamo comunque lontani dai dati di dieci anni fa sia per l’offerta sia per la frequentazione.
Dulcis in fundo, tra le opere urgenti da finanziare troviamo niente di meno che il Tav Torino Lione, la grande opera bocciata ormai da chiunque, anche dall’Europa, in quanto obsoleta e dannosa per l’ambiente.
Il governo italiano chiede 1 miliardo e 79 milioni per la grande opera che produrrà oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 impossibili da riassorbire se non, forse, prima della fine del secolo quando il riscaldamento globale sarà ormai irreversibile.
Non va meglio sul fronte del trasporto pubblico urbano per cui nel piano si prevedono appena 240 km di nuove linee (sufficienti forse per una grande città), l’acquisto di 53 treni elettrici e 5.540 nuovi autobus (solo Roma ne ha oltre 2.000).
Insomma, ad eccezione di alcuni buoni quanto vaghi passaggi come “accumuli per rinnovabili e solare agrovoltaico”, su ambiente e clima il progetto italiano appare davvero deludente. Non è previsto infatti nessun intervento serio per l’agricoltura ecologica, nessuna vera priorità per le energie rinnovabili, una scarsa attenzione per la mobilità urbana sostenibile e per la cura della biodiversità. Inoltre, vi è una “porta spalancata per l’idrogeno blu di Eni, prodotto da gas usando tecniche rischiose e neppure convenienti”.
A tutto ciò si aggiunge il fatto che lo scorso mese il ministro della Transizione ecologica, ha firmato 7 decreti Via (Valutazione impatto ambientale) aventi ad oggetto altrettanti rinnovi di concessioni minerarie, progetti di messa in produzione di pozzi e di perforazione in diverse regioni d’Italia.
Ma d’altronde la politica green di Draghi la stiamo vedendo all’opera proprio qui in Val Susa. Stiamo assistendo in questi giorni all’installazione del cantiere a San Didero per la realizzazione di un nuovo autoporto che ospiterà svariati TIR. Per farlo è stato raso al suolo l’intero boschetto adiacente, l’unico polmone verde della media valle, che sta iniziando a rifiatare dopo anni di abusi e inquinamento provenienti dell’acciaieria che si trova a pochi km di distanza.
Sinceramente in tutto questo non vediamo niente di verde e questa transizione ecologica sembra sempre meno convincente.
Al suo insediamento Draghi ha esordito dicendo: “vogliamo lasciare un pianeta sano, non solo una moneta sana” ma senza una spinta decisiva verso le energie rinnovabili, il trasporto elettrico o l’abbandono di vecchie chimere come le grandi opere inutili, il piano dell’Italia rischia di essere mero “greenwashing”, nell’interesse, ancora una volta, delle aziende statali e private che mirano a mantenere un sistema basato principalmente sui combustibili fossili e sullo sfruttamento intensivo delle risorse ormai risicate di questo pianeta.
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Israele - Netanyahu verso l’uscita?
Poco prima di incontrare il presidente Rivlin, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione piuttosto chiara circa le sue intenzioni. Il primo ministro ha infatti puntato il dito contro il suo ex capo di gabinetto e ora leader del partito di estrema destra Yamina, Naftali Bennett, accusandolo di essere il responsabile del fallimento dei negoziati di governo, perché rifiutatosi ripetutamente di scaricare gli altri leader dell’opposizione per salire sul carro del Likud e dei suoi alleati della destra religiosa.
Netanyahu, in definitiva, ha deciso di fare un passo indietro e aprire il fuoco contro i suoi rivali, facendo leva sulle profonde divisioni che caratterizzano le formazioni che stanno cercando di trovare un accordo alternativo di governo. D’altra parte, il fronte anti-Netanyahu appare in pratica concorde solo su una questione, vale a dire la liquidazione del primo ministro. Per il resto, lo spettro ideologico dei movimenti che dovrebbero dar luce a un possibile esecutivo va dalla destra estrema di Yamina, passando per il partito Nuova Speranza dell’ex ministro di Netanyahu, Gideon Saar, per Yesh Atid e di ciò che resta dei laburisti, fino alla sinistra di Meretz e, addirittura, ai partiti arabi.
L’intenzione di Netanyahu è così di associare Bennett, ma anche Saar, alla “sinistra”, in modo da screditare entrambi i rivali di destra. Il risultato sperato del premier è di convincere Bennett a rinunciare all’accordo con gli altri leader del fronte anti-Netanyahu e forzare il quinto voto anticipato in poco più di due anni. Alla luce degli scenari venutisi a creare, una nuova elezione appare al momento l’esito preferito di Netanyahu, interessato ormai esclusivamente al proprio futuro politico e non solo. Con un altro voto anticipato, Netanyahu conserverebbe la carica di primo ministro ad interim, evitando i guai legali che lo attendono. Inoltre, avrebbe a disposizione un’altra occasione per provare a vincere le elezioni e conquistare finalmente una maggioranza in Parlamento (“Knesset”), soprattutto in una sfida con i rivali di destra “macchiati” da un quasi-accordo con il centro-sinistra israeliano e i partiti arabi.
Nel concreto, la strategia di Netanyahu di spaccare l’opposizione, proprio mentre il presidente Rivlin ha assegnato un mandato esplorativo a Lapid, è emersa nelle scorse ore. Il Likud ha cioè presentato alcune proposte di legge che Bennett, così come un altro ex alleato di Netanyahu, l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman del partito Yisrael Beytenu, avevano promosso nel recente passato. Le bozze di legge sul tavolo hanno a che fare con temi cari all’ultra-destra israeliana, come la pena di morte per i “terroristi”, la limitazione dei poteri della Corte Suprema o questioni legate alla legalizzazione degli insediamenti nei territori palestinesi.
L’obiettivo è appunto quello di dividere la destra dal centro-sinistra e dalla sinistra, così da complicare i negoziati per un governo alternativo, e allo stesso tempo di intercettare gli elettori di Bennett, Saar e Lieberman, frustrati da un eventuale mancato appoggio da parte di questi ultimi alle proposte avanzate dal Likud.
Con l’incarico di trovare una maggioranza in tasca, Lapid proverà a dare seguito alle promesse fatte nelle scorse settimane a praticamente tutto il panorama politico israeliano. Lapid, il cui partito aveva ottenuto il numero più alto di seggi dopo il Likud nelle elezioni di marzo, ha già offerto a Bennet di ricoprire per primo la carica di primo ministro nel quadro di un accordo che prevede l’avvicendamento alla guida del governo.
La fine dell’era Netanyahu non è però ancora visibile all’orizzonte. Gli ostacoli a una coalizione di governo così multiforme restano enormi e, infatti, i malumori dentro i partiti di destra stanno venendo alla luce. Mercoledì, uno dei sette neo-deputati del partito Yamina ha annunciato di non essere disposto ad appoggiare un governo che includa Yesh Atid e la sinistra, perché questa opzione era stata esclusa da Bennett in campagna elettorale. Bennett, in ogni caso, aveva già comunicato alla delegazione del suo partito alla Knesset che chiunque dovesse opporsi a un governo di questo genere verrà espulso e sarà privato del proprio seggio.
Sullo sfondo delle trattative di governo resta il processo in corso contro Netanyahu per corruzione, proseguito questa settimana con la deposizione di alcuni testimoni. Come già accennato, Netanyahu intende conservare in tutti i modi il suo incarico per evitare di finire in carcere in caso di condanna o, se fosse in grado di costruire una nuova maggioranza e guidare un nuovo gabinetto, per approvare una legge che garantisca l’immunità al primo ministro.
Mentre regna l’incertezza politica, infine, non è da escludere un evento che faccia precipitare la situazione e permetta a Netanyahu di dichiarare lo stato di emergenza, in modo da prolungare la sua permanenza al potere. Il governo israeliano continua infatti a opporsi fermamente al rilancio dell’accordo sul nucleare iraniano e, oltre a fare pressioni su Washington, è nel pieno di una campagna di provocazioni contro la Repubblica Islamica e i suoi alleati nella regione, verosimilmente per provocare una reazione e beneficiare del caos che ne seguirebbe.
In parte in questo quadro va inserita la notizia circolata mercoledì mattina di un nuovo gravissimo attacco missilistico condotto da Israele in Siria, dove Tel Aviv si auto-attribuisce il diritto di colpire obiettivi “iraniani”. La pericolosità dell’ultima iniziativa israeliana è testimoniata dal fatto che i missili sarebbero caduti non lontani da una base russa, nei pressi delle località costiere di Latakia e Tartus. Secondo la stampa siriana, l’ennesimo blitz di Israele avrebbe distrutto un “deposito civile di materie plastiche” e causato la morte di almeno un civile.
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PNRR - Azzerata la Ricerca Pubblica, investimenti solo sulle imprese
Qualsiasi misura è rivolta a favorire lo sviluppo tecnologico e l’innovazione nell’impresa. Le stesse istituzioni pubbliche della ricerca, atenei ed EPR, vengono messe totalmente al servizio della ricerca privata. Siamo di fronte al progetto di totale estinzione della ricerca pubblica rivolta al miglioramento della qualità della vita dei cittadini.
Non è bastata l’esperienza della pandemia che stiamo pagando carissimo, prima di tutto per una sanità tagliata, privatizzata e regionalizzata, e poi perché ostaggio delle industrie farmaceutiche e dei loro brevetti su vaccini realizzati peraltro con l’importante sostegno di fondi pubblici.
Esempio chiarissimo di come la ricerca privata non abbia mai ricadute positive per la popolazione. Si insiste sulla strada che ci ha portato allo stato attuale. Si insiste, così come nel caso della PA, nell’identificare la Ricerca come strumento per aumentare competitività e profitti per l’impresa.
Solo 1,8 mld sembrerebbero destinati alla ricerca (PRIN e giovani ricercatori) ma sono talmente limitati nel tempo che danno la misura dell’assenza di prospettiva della missione 4 sulla ricerca del PNRR.
Ancora una volta la miopia del profitto prevale sulla prospettiva del progresso.
Non serve essere addetti ai lavori per comprendere come nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non emerga alcuna idea di come rilanciare, riorganizzare, ristrutturare la Ricerca, ma solo quella di distribuire fondi all’impresa.
Riteniamo che questo piano, e lo diciamo in questo caso da lavoratori della Ricerca Pubblica, non serva pressoché a niente per la ricerca e ribadiamo che la sola maniera di rilanciarla è quella di aumentare gli stanziamenti, in particolare sul finanziamento ordinario degli EPR, dotare il settore ricerca ed università di un comparto di contrattazione che li renda attrattivi riconoscendogli le indiscutibili peculiarità, abolire l’agenzia nazionale per creare una vera governance presso la presidenza del consiglio e incentivare la ricerca di base, per uno sviluppo del sapere.
Questo serve alla Ricerca e al Paese, questo è quello che manca totalmente nel PNRR. (Una critica simile arriva anche dall’Accademia dei Lincei).
USB continuerà e rilancerà l’iniziativa per difendere la Ricerca Pubblica, quella che guarda alla committenza sociale. Quella che non considera normali centinaia di morti al giorno. Quella ricerca che non sta in questo PNRR.
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Tassi negativi, profitti positivi
Da qualche mese a questa parte, la lettura di un estratto conto o dei documenti che periodicamente riceviamo dalle banche dove teniamo i nostri esigui risparmi può riservare sorprese poco piacevoli, con un aumento generalizzato di balzelli e tariffe vari. Per capire che cosa sta succedendo, è necessario allargare la prospettiva.
Come le persone hanno un conto corrente presso le banche commerciali, così le banche commerciali hanno un conto corrente presso la Banca centrale europea (BCE), dove detengono le loro riserve di liquidità. Dal 2014, il tasso su questi fondi è negativo, cioè una banca che deposita un euro presso la BCE deve pagare un prezzo per poterlo fare. Inoltre, i tassi di rifinanziamento delle banche, cioè il tasso a cui le varie banche possono prendere in prestito liquidità dalla banca centrale, sono stati fissati dalla BCE a zero dal 2016. Lo scopo di questa manovra è quello di abbassare, a cascata, i tassi praticati dalle banche sui prestiti che esse concedono, principalmente alle imprese e al sistema produttivo, e fornire al sistema finanziario la liquidità per rimanere a galla nel pieno della crisi. Questo, da un lato, dovrebbe contribuire a garantire la tenuta del sistema finanziario; dall’altro, nel mondo ideale immaginato dalla teoria economica dominante, dovrebbe fornire uno stimolo agli investimenti privati e dunque contribuire al rilancio dell’economia reale. Una politica di tassi d’interesse bassi può, in linea di principio, risultare positiva per il prestito alle famiglie, comportando tassi sui mutui vantaggiosi. Al contempo, può rappresentare un problema per le banche, le quali si trovano così a dover sostenere delle perdite sulle riserve di liquidità – accumulate nei loro conti presso la BCE – di cui fanno incetta per tappare i molti buchi, tra fallimenti di imprese e debitori che smettono di rimborsare i prestiti, che ogni giorno la crisi economica apre. Se, in tempi ‘normali’, la BCE remunererebbe questi eccessi di liquidità con tassi positivi, una politica di tassi negativi implica esattamente il contrario.
Mentre le banche tedesche e di altri paesi europei hanno cominciato a imporre a loro volta tassi negativi sui depositi della clientela per rifarsi, in altri paesi, tra cui l’Italia, si è optato per un aumento del costo di gestione dei depositi. In Germania, però, i tassi negativi sono applicati solamente ai depositi oltre i 100.000 euro, anche in virtù di una forte componente pubblica nel comparto bancario, che contribuisce verosimilmente ad una maggiore capacità del sistema finanziario tedesco di assorbire l’impatto dei tassi negativi praticati dalla BCE. In Italia l’aumento dei costi di gestione riguarda invece tutti i depositanti! Com’è facile prevedere, l’opzione scelta dalle banche italiane è anche peggiore di quella delle banche tedesche, essendo l’aumento dei costi regressivo: in parole povere, in proporzione, colpisce più i depositanti di piccole somme rispetto a quelli di grosse somme.
In un sistema capitalista, purtroppo, non stupisce che ogni settore produttivo cerchi di difendere il proprio profitto a scapito degli altri, facendo ricadere le perdite su altre categorie. E sappiamo bene che le banche sono tra le componenti più predatorie e spregiudicate del capitale. C’è però un altro attore coinvolto nella questione, un attore che, nonostante le apparenze, sta giocando un ruolo attivo. Gestire i costi della crisi e le conseguenze di manovre di politica monetaria ad opera della Banca centrale è compito dello Stato, che può scegliere di intervenire oppure può scegliere di lasciare che le banche si rifacciano e scarichino i costi su correntisti e risparmiatori. In maniera non sorprendente, il Governo italiano ha optato decisamente per questa seconda possibilità.
Negli ultimi anni ha preso piede nel dibattito pubblico una narrazione, mendace e senza alcun fondamento, che ci racconta di una BCE baluardo solitario contro la recessione economica e unico argine al tracollo delle economie dell’area euro. Una narrazione che, disgraziatamente, ha una sua declinazione anche, diciamo così, di centro-sinistra: l’austerità vincola i Governi dei Paesi membri, impedendo loro di mettere in campo i necessari interventi di massiccia spesa pubblica. Ciò depotenzia, prosegue la narrazione, anche il meritevole intervento della BCE.
Insomma, una dicotomia che vedrebbe l’austerità brutta e cattiva da un lato e la BCE come qualcosa d’altro, di esterno al progetto politico dell’austerità. Grattando la patina della propaganda, tuttavia, non è difficile mettere a fuoco il vero ruolo giocato dalla BCE come guardiano ultimo del dogma dell’austerità, un ruolo giocato in maniera spregiudicata a colpi di spread e di paesi gettati in pasto alla speculazione finanziaria a scopo disciplinante. La natura di classe dell’operato della BCE è evidente ed esplicito e la storia che abbiamo provato a raccontare qui ne rappresenta un tassello ulteriore. Una politica di tassi negativi serve a garantire credito a buon mercato alle imprese e liquidità a un sistema finanziario che traballa. Non deve però poter servire al piccolo risparmiatore, che deve pagare un tasso di interesse positivo pensato appositamente per lui e determinato dai costi di gestione, fissati dalle banche in totale libertà per difendere i loro margini di profitto sulle spalle di lavoratrici e lavoratori.
Oggi morto un altro operaio. A quando il reato di omicidio sul lavoro?
Ieri in una ditta tessile di Leffe (Bergamo), la Warmor, un operaio di 41 anni, nativo della Romania e residente a Fiorano, è rimasto ferito gravemente. Un braccio gli è rimasto incastrato in un rullo.
Solo sei giorni fa, il 29 aprile, in un solo giorno in poche ore una trave aveva ceduto nel deposito Amazon di Alessandria, investendo sei persone e causando un morto e cinque feriti. Nelle stesse ore nel porto di Taranto aveva perso la vita un gruista di 49 anni, precipitato sulla banchina mentre a Montebelluna (Treviso) un operaio di 23 anni era stato investito da un’impalcatura, morendo sul colpo. Tre operai morti in un solo giorno.
Nella zona industriale dove l’altro ieri è morta Luana, giovane operaia, a febbraio Sabri Jaballah un operaio di 22 anni era morto in un’azienda tessile di Montale schiacciato da una pressa. Il giovane operaio di origine tunisina, era residente a Prato.
Secondo l’Inail le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’istituto entro il mese di marzo di quest’anno sono state 185, 19 in più rispetto alle 166 registrate nel primo trimestre del 2020 (+11,4%). In sostanza due operai ogni giorno muoiono mentre fanno il loro lavoro.
Nella legislazione e nel codice penale italiano in questi anni sono state introdotte aggravanti nel caso di morti per cause non naturali. Adesso è stato introdotto l’omicidio stradale, ci sono le aggravanti sulla base della razza e del sesso, ma se si parla di introdurre il reato di omicidio sul lavoro si alzano barriere silenziose ma complici e finora insormontabili, quasi che di fronte alla strage di lavoratori sui luoghi di lavoro questa possa essere concepita come normalità.
C’è bisogno di dare uno scossone, forte.
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