Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/06/2026
Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli
Nessun candidato ha raggiunto la metà dei voti necessari per evitare il secondo turno, ma le preferenze si sono suddivise in maniera molto netta tra l’avvocato penalista Abelardo de la Espriella (Defensores de la Patria), che ha ottenuto il 43,7% dei consensi (circa 10,3 milioni di voti) e il senatore Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), che ha raggiunto il 41,1% (9,6 milioni di voti).
L’affluenza complessiva è stata di quasi 24 milioni di elettori (su 40 milioni di aventi diritto), con un aumento di quasi due milioni e mezzo di votanti rispetto al 2022. La destra conservatrice neoliberale uribista (dall’ex presidente Álvaro Uribe Vélez) viene subito dopo, ma senza raggiungere il 7% dei voti: la partita è stata a due già al primo turno.
Abelardo de la Espriella, soprannominato “El Tigre” dai suoi sostenitori, nei sondaggi delle ultime tre settimane è passato dal giocarsi un posto al ballottaggio con l’uribista Paloma Valencia ad essere il favorito della competizione elettorale. Outsider della politica, con una retorica ultra-nazionalista e militarista ha fatto campagna soprattutto su temi di sicurezza nazionale.
I punti chiave del suo programma ricalcano i metodi della (fallimentare, è bene ricordarlo) presidenza di estrema destra di Nayib Bukele, in El Salvador: arresti di massa e sospensione temporanea di alcuni diritti civili per imporre l’ordine nei territori piagati da organizzazioni del narcotraffico, il tutto affiancato, ovviamente, dalla costruzione di carceri di massima sicurezza a gestione privata. Dal punto di vista economico, l’idea è quella di tagliare le spese pubbliche cancellando circa 700 mila impieghi pubblici.
Dall’altro lato della barricata c’è Iván Cepeda, figlio di un leader comunista assassinato anni fa da gruppi paramilitari. Cepeda incarna la continuità con l’agenda sociale di Gustavo Petro e difende il progetto della “Paz Total”, basato sulla negoziazione e la riconciliazione con tutte le formazioni armate attive nel paese. Cepeda insiste sulla necessità di preservare la sovranità nazionale e i diritti civili, opponendosi fermamente ai piani di militarizzazione totale e alle influenze statunitensi.
Proprio questi due sono stati elementi centrali nella campagna elettorale. Trump si è messo a capo di una “alleanza internazionale” di estrema destra attraverso cui porre un’ipoteca sulle esperienze progressiste delle Americhe. E de la Espriella è ben conosciuto tra i repubblicani stelle-e-strisce, dato che dal 2018 ha donato loro ben 95 milioni di dollari, mentre oggi si dice disposto ad offrire agli USA le ricchezze dell’Amazzonia colombiana.
Dall’argentino Milei all’ecuadoriano Noboa, passando anche per ingerenze sioniste, sono stati mossi soldi e forze armate per creare un clima di emergenza e insicurezza continua in Colombia, a cui è stata aggiunta una vergognosa campagna di disinformazione contro la figura di Cepeda. Il terreno adatto per far crescere i consensi intorno a de la Espriella.
Ma a quanto denuncia il Pacto Historico, l’attività destabilizzante dell’estrema destra colombiana e dei suoi legami internazionali non si sarebbe fermata fuori dalle urne. Sia Petro che lo stesso Cepeda hanno congelato il riconoscimento dei risultati, denunciando anomalie macroscopiche nel censimento elettorale gestito dalla società privata incaricata dei servizi tecnici, attendendo i dati ufficiali delle Corti di Giustizia.
“Il cosiddetto conteggio trasmesso non ha forza vincolante”, ha detto Petro. “Come presidente, non accetto i risultati del pre-conteggio della ditta privata dei fratelli Bautista (l’azienda che si occupa di stampare le carte di identità -ndR), perché gli algoritmi del software di conteggio nell’ultima settimana sono stati modificati in tre occasioni, aggiungendo 800.000 schede di persone che non si sono presentate nel censimento ufficiale”.
La risposta di de la Espriella non si è fatta attendere, facendo addirittura “un appello formale all’esercito affinché attivi i meccanismi costituzionali se il governo tenterà di ignorare il voto”. Un avvertimento verso il ballottaggio, che ora rappresenta il vero traguardo della vicenda elettorale colombiana.
Sebbene Paloma Valencia abbia immediatamente garantito l’appoggio a de la Espriella, bisogna ricordare che alla scorsa tornata elettorale ci furono addirittura più votanti che al primo turno, e ciò favorì il Pacto Historico che superò largamente gli 11 milioni di voti. La partita è aperta, ma la polarizzazione politica del paese assume sempre più toni guerreschi: c’è da mantenere alta l’attenzione.
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Israele pratica la guerra totale in Libano. Beaufort un simbolo da cancellare
Nella guerra totale scatenata contro il Libano truppe israeliane hanno distrutto e conquistato il castello di Beaufort, e la cresta strategica che lo circonda nel sud del paese. È un aspetto dell’invasione israeliana del Libano dal forte sapore simbolico.
La conquista di un castello medievale dei crociati da un lato vuole marcare l’impronta israeliana nel paese ben oltre la zona di demarcazione nota come la “Linea Gialla” stabilita in aprile dopo il cessate il fuoco. Dall’altra ha inteso distruggere l’icona di una sconfitta israeliana nell’invasione israeliana del 1982 nel quadro dell’operazione “Pace in Galilea”. In quel castello e su quella cresta, i combattenti palestinesi diedero tanto, tantissimo filo da torcere alle truppe israeliane da diventare un simbolo.
Il Castello di Beaufort, conosciuto in arabo come Qalaat al-Shaqif, è un punto strategico che domina vaste parti del sud del Libano e del nord di Israele. Si trova a circa 5 km dalla principale città del Libano meridionale di Nabatieh.
Le truppe israeliane avevano già conquistato a caro prezzo il castello nel 1982 e lo avevano mantenuto fino al loro ritiro dal Libano nel 2000.
Quel simbolo andava cancellato con una modalità che ricorda molto l’esperienza distruttiva della abbazia di Monte Cassino nella Seconda Guerra Mondiale. Anche in questa occasione a Beaufort ci sono stati giorni di intensi combattimenti e attacchi aerei israeliani contro i combattenti di Hezbollah nell’area.
Il ministro della Difesa israeliano Katz ha annunciato che le truppe israeliane sarebbero rimaste nel castello come parte della “zona di sicurezza” israeliana in Libano.
Domenica pomeriggio, l’esercito israeliano ha effettuato i suoi attacchi aerei più intensi sull’antica città costiera di Sour, nota anche come Tiro e che ha quasi duecentomila abitanti.
I bombardamenti ha distrutto diversi edifici nel centro città, causando numerose vittime, secondo i media locali. Le riprese hanno mostrato distruzioni diffuse mentre squadre di soccorso e emergenza si precipitavano nell’area. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica di aver ordinato alle truppe di avanzare ulteriormente in Libano.
L’esercito israeliano ha emesso un nuovo ordine di espulsione di massa degli abitanti in tutte le aree a sud del fiume Zahrani ma a nord del fiume Litani, estendendosi per circa 40 km dal confine. In pratica si sta operando una pulizia etnica degli abitanti libanesi riducendo le aree conquistate a terre di nessuno sotto controllo israeliano.
In queste ore almeno 16 persone sono state uccise e 34 ferite negli attacchi israeliani, portando il bilancio delle vittime in Libano a 3.371 e quello dei feriti a 10.129 dall’inizio della guerra il 2 marzo, secondo il ministero della salute libanese. In una dichiarazione, il ministero ha dichiarato che l’attacco alla città di Deir Zahrani, nel distretto di Nabatieh, ha lasciato altri 19 feriti, tra cui cinque bambini e sei donne.
L'emittente israeliana Canale 14 ha riferito che Netanyahu e Katz “sono inclini ad approvare grandi attacchi in tutto il Libano, inclusi gli avvisi di evacuazione che riguardano centinaia di migliaia di libanesi”.
È ormai evidente come Israele stia giocando pesantemente la carta della guerra in Libano per condizionare i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Tel Aviv ha bisogno della guerra come l’aria e teme una tregua – o peggio ancora la pace – come un ostacolo da rimuovere a tutti i costi nella sua strategia di espansione regionale.
Hezbollah ha lanciato molteplici attacchi contro il nord di Israele durante il fine settimana e si è scontrato con soldati israeliani che occupavano il sud del Libano. Il movimento di resistenza libanese ha dichiarato che sta affrontando le forze israeliane ai margini delle città di Zawtar al-Sharqiyah, Yohmor al-Shaqif e Dibbine, aggiungendo che le truppe “non erano ancora riuscite a prendere il controllo delle città”.
Allo stesso tempo, secondo il Comando del Fronte Interno israeliano, sono suonate sirene d’allarme nelle città settentrionali di Karmiel e Safad. Domenica risultava che un soldato israeliano è stato ucciso il giorno precedente da un attacco con droni esplosivi di Hezbollah, portando a 25 il numero di soldati israeliani uccisi in Libano dall’inizio di marzo. Secondo un report dell’emittente pubblica israeliana Kan, le capacità dei droni di Hezbollah stanno limitando l’80 percento degli attacchi israeliani nel sud del Libano.
L’imbroglio dei negoziati a Washington
Mentre le truppe israeliane continuano le operazioni militari, le delegazioni di Libano e Israele hanno proseguito i colloqui a Washington nei negoziati mediati dagli Stati Uniti previsti anche per questa settimana ma di cui è evidente la totale inutilità di fronte alle operazioni sul campo.
Sul reale significato dei negoziati è illuminante quanto afferma oggi sulle pagine de Il Fatto lo storico israeliano Lee Mordechai: “Viene proclamato il cessate il fuoco, ma è una tregua in cui una parte è tenuta a fermare le ostilità e l’altra no. Nei media questo raramente viene presentato come una violazione. Le parole stanno perdendo il loro significato”.
Il Primo Ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato che l’esito delle trattative “non è garantito”, ma le ha definite “la strada meno costosa per il nostro paese e il nostro popolo”. Funzionari statunitensi hanno presentato una proposta per la graduale de-escalation delle ostilità in Libano. Secondo la roadmap proposta dagli USA, Hezbollah fermerebbe gli attacchi contro Israele in cambio dell’astensione di un’ulteriore escalation a Beirut.
Secondo quanto riporta The Cradle, circola l’ipotesi della creazione di una “unità speciale” per procedere al disarmo dei combattenti di Hezbollah. Questa sarebbe di fatto una unità militare separata dalla catena di comando ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF) e legata invece alla sala operativa del “meccanismo” che supervisionerebbe gli accordi di cessate il fuoco nel Sud del Libano. Il pericolo di questa proposta non risiede solo nella missione assegnata a tale forza, ma nella natura stessa del suo comando.
Stando alle fonti raccolte de The Cradle, l’autorità dell’unità sarebbe di fatto legata ai comandi statunitensi, piuttosto che al comando delle Forze Armate Libanese. Ciò equivarrebbe alla creazione di un organismo militare eccezionale, più simile a un esercito nell’esercito che a una normale unità militare libanese.
Israele ha coordinato l’espansione delle sue operazioni militari in Libano con l’amministrazione statunitense, riferisce la tv israeliana Canale 15, sottolineando il coinvolgimento di Washington mentre Israele approfondisce la sua offensiva sul territorio libanese. Citando fonti informate, l’emittente ha affermato che i funzionari israeliani si sono consultati strettamente con i loro omologhi statunitensi prima di ampliare le operazioni militari nel sud del Libano.
Ma secondo quanto riferito dalla televisione israeliana Canale 13, Israele sta valutando una significativa espansione della sua campagna militare in Libano, inclusa la possibilità di prendere di mira la stessa Beirut.
La Francia ha richiesto una sessione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Libano mentre si intensificano gli attacchi israeliani.
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Recessione industriale in Germania, bassi salari in Italia
Quella della Germania è soprattutto una crisi del sistema produttivo e lo si comprende meglio guardando il dato della produzione industriale che negli ultimi quattro anni è scesa costantemente, con un calo che nel 2024 è stato addirittura del 4,5 per cento.
La crisi dell’industria tedesca vede colpiti i settori – dall’automotive alla meccanica – che per anni ne avevano definito la forza e la filosofia mercantilista tutta orientata all’export, anche a discapito del mercato interno. Una filosofia che ha pesantemente ispirato, condizionato e portato a sbattere l’intera Unione Europea ma in modo particolare l’Italia, che della subfornitura alle imprese tedesche aveva fatto uno dei suoi punti di forza industriali.
Il calo della domanda internazionale ha comportato una perdita rilevante di posti di lavoro in Germania: dalla fine del 2019 l’industria ha perso circa 341.500 occupati, più del 6 per cento del totale. Il settore più colpito è quello dell’automotive che ha visto circa 125.800 licenziamenti di cui 32mila solo nel 2025. A dicembre, per la prima volta nella sua storia, Volkswagen ha sospeso la produzione in uno dei suoi impianti, quello di Dresda, uno dei più importanti.
Tra le cause vi è indubbiamente l’esplosione dei costi dell’energia prima acquistata a prezzi vantaggiosi dalla Russia e oggi vaporizzata dalle sanzioni e dal sabotaggio del gasdotto North Stream. Infine c’è la concorrenza cinese nel settore dell’automotive che vede arrivare sui mercati europei auto ad alta tecnologia ma con una gamma di prezzi più accessibile alle fasce sociali anche con redditi più bassi. Al contrario, le rigidità introdotte dall’Unione Europea hanno indebolito le esportazioni in Cina che – diversamente dall’Europa – ha invece puntato molto proprio allo sviluppo del mercato interno.
Il Post ha consultato l’economista tedesco Daniel Gros, dell’Institute for European Policymaking della Bocconi, secondo il quale la Germania “sta soprattutto pagando un’eccessiva dipendenza della sua produzione da due comparti chiave: automotive e meccanica”.
Il problema è che questi sono i settori sui quali è più forte l’interscambio commerciale con l’Italia. L’industria italiana, come è noto, è la seconda in Europa per valore economico della produzione e ha da sempre rapporti e legami rilevanti sul piano industriale e commerciale con quella tedesca, soprattutto nella sub fornitura della componentistica.
La Germania è il primo mercato delle esportazioni italiane e il primo paese fornitore dell’Italia. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi.
I principali beni italiani venduti in Germania sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (tra questi rientra anche la componentistica auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi. A seguire ci sono poi mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. Dalla Germania l’Italia importa soprattutto mezzi di trasporto, macchinari, chimica, metalli e apparecchi elettrici.
La catena del valore vede le imprese italiane vendere alla Germania beni finali e intermedi, componenti e macchinari e acquistare tecnologie, sistemi e parti che entrano nelle nostre produzioni.
La recessione industriale in Germania, dunque, non può che avere riflessi pesantissimi su alcune filiere italiane. Se scarseggiano le commesse dall’industria tedesca nei settori più in crisi, in particolare per tutto il Nord Est industriale italiano diventano guai seri.
Al momento però si getta acqua sul fuoco. Secondo l’Anfia, l’associazione che rappresenta le imprese della filiera automobilistica citata da Il Post, tra il 2020 e il 2025 l’export italiano di componenti auto in Germania è passato da circa 4 miliardi a quasi 5. La voce più importante è quella delle parti meccaniche – quindi componenti per freni, sospensioni, trasmissioni e altri sistemi – che da sola vale 3,6 miliardi di euro e che negli ultimi cinque anni è aumentata del 18 per cento.
Stando ai dati dell’Anfia, la crisi tedesca dell’automobile sta producendo effetti non lineari: una parte della filiera italiana ha sofferto il rallentamento dei volumi, ma un’altra ha sostituito fornitori tedeschi in difficoltà, soprattutto nelle componenti con un tasso di innovazione tecnologica elevato.
Anche nel settore della meccanica, stando ai dati di ANIMA, l’organizzazione di Confindustria che raggruppa le imprese del settore, il rallentamento tedesco ha sicuramente avuto nel complesso un effetto negativo. Le esportazioni del settore verso la Germania erano arrivate vicino ai 4 miliardi di euro nel 2023, e sono scese a 3,7 miliardi nel 2025 con un rimescolamento nei vari prodotti: c’è chi ha diminuito le esportazioni e c’è chi le ha aumentate, anche se alla fine il saldo risulta in negativo.
A “salvare” l’industria italiana potrebbe essere la spinta delle imprese tedesche ad accorciare le filiere di produzione e fornitura rispetto a quelle asiatiche. Il problema però è quello di come tenere il costo del lavoro basso, come o simile a quello asiatico.
E qui riemergono tutti i dolori e la maledizione dei bassi salari in Italia. Erano bassi, in modo indecente, e dovranno rimanere tali se saranno costretti a essere “competitivi” con quelli delle filiere asiatiche. Paradossalmente, per mantenere le commesse o ottenerne di nuove dalle imprese tedesche, i padroni agiranno, come sempre, solo sul contenimento dei salari in nome della competitività con i salari asiatici delle filiere precedenti. Un brutto scenario. Da mandare a monte.
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Nel dubbio sul che fare, Trump bombarda
È quasi una regola automatica. Se si cambiano le carte in tavola, ossia le richieste “imprescindibili”, durante una trattativa è scontato che seguirà una qualche forma di attacco militare teso a “convincere” la controparte.
Trump aveva riscritto la parte di accordo “concordata” dai suoi stessi mediatori relativa al “nucleare iraniano” (il solito Witkoff, che ormai ovunque vada viene accolto con sorrisi di compatimento), e nella notte successiva l‘aviazione statunitense ha attaccato postazioni radar e siti di droni iraniani nella città di Goruk e sull’isola di Qeshm, in pieno Stretto di Hormuz.
Teheran aveva più volte avvertito che “restava con il dito sul grilletto”, vista l’inaffidabilità statunitense (ogni volta che aprono una trattativa finiscono per sparare e farla saltare), e ha dimostrato che era vero, colpendo con droni una base Usa in Kuwait, utilizzata per attaccar un’altra isola, quella di Sirik. In precedenza era stato abbattuto – come riconosciuto anche dal Pentagono – un drone MQ1, usato per le missioni di “informazione e spionaggio”.
Attacco Usa e risposta iraniana sono comunque di intensità al di sotto della soglia che comporterebbe una ripresa generalizzata delle ostilità. Il quadro strategico non è del resto cambiato. L’interesse Usa è chiudere una partita ormai persa senza dare l’impressione di una fuga disordinata, stile Kabul, magari vantando una qualche “vittoria” minore.
Quello iraniano è tornare alla vita normale, visto che ha di fatto ottenuto una vittoria importante soltanto resistendo. Di più non poteva pretendere e l’ottusità Usa ha conferito ora a Teheran una capacità egemonica sul Golfo che prima di certo non aveva.
“Merito” dell’altro ottuso genocida che comanda a Tel Aviv e vede una qualsiasi pace come una sconfitta epocale o divina. L’azione di Israele su Gaza e la Cisgiordania (dove non c’è neanche la scusa di Hamas), nonché l’aggressione quasi identica contro il Libano, ha costretto persino le monarchie del Golfo a frenare sui cosiddetti “accordi di Abramo” e la normalizzazione dei rapporti con l’entità sionista.
Anche da lontano, insomma, i ripensamenti di Trump sugli obbiettivi della trattativa (e, prima ancora, la decisioni di aprire la guerra) sono giustificabili solo come una “finestra di opportunità” lasciata ad Israele per “completare il lavoro”, annettendo più territori possibile in barba a qualsiasi equilibrio internazionale.
Ma proprio questo risulta di fatto indigeribile anche per stomaci abituati a tutto come quelli degli sceicchi. Le scene messe in atto dai coloni israeliani che hanno invaso la moschea di Al Aqsa – terzo luogo sacro dell’Islam – ha costretto addirittura gli Emirati Arabi Uniti (la più anti-iraniana delle monarchie petrolifere) a condannare duramente quella che a tutti gli effetti è una “provocazione”.
Altrettanto ha dovuto fare il cautissimo Qatar e finanche l’Egitto, abituato a nascondersi per non esser preso di mira dallo scomodissimo vicino sionista.
Persino i derelitti europei, di fronte all’insulto della bandiera sionista piantata sul castello di Beaufort – ricordo dei crociati e più recentemente del protettorato francese sul Paese dei cedri – hanno dovuto pigolare espressioni di dissenso esplicito.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che “nulla giustifica” la grave escalation in corso in Libano, dando ordine al suo ministro degli Esteri di richiedere una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (dove è uno dei cinque paesi con diritto di veto).
La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha chiesto a Israele di interrompere le sue attività militari in Libano, affermando che l’escalation ha “ridotto lo spazio per la diplomazia” (si possono continuare a dire sciocchezze anche quando si è obbligati a mostrarsi “critici” contro la propria volontà).
Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha affermato che l’avanzata di Israele è “motivo di seria preoccupazione”, coprendosi subito dopo di ridicolo con l’invito “a tutte le parti di cessare le ostilità”.
Francia, Gran Bretagna e Germania sono peraltro i paesi che fin qui hanno sostenuto Israele senza alcuna critica, e i più duri nella repressione dei movimenti di solidarietà con i palestinesi, fino a vietare quasi tutte le manifestazioni – anche solo verbali – contro le politiche genocide di Tel Aviv.
Il bilancio per gli Stati Uniti, insomma, non potrebbe essere più negativo.
Colin Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center, ha provato a sintetizzare il disastro in un’intervista ad Al Jazeera dicendo
«Non credo che l’amministrazione [Trump] abbia una reale comprensione di quanto sia grave la situazione per gli Stati Uniti.Trump non ha una via d’uscita indolore. Qualsiasi cosa faccia risulta perciò un autogol.
Abbiamo sostituito la Guida Suprema iraniana con un prodotto delle Guardie Rivoluzionarie, molto più giovane e intransigente. Lo Stretto di Hormuz è ancora di fatto chiuso. E gli Stati Uniti hanno esaurito il loro arsenale missilistico, il che limiterà la nostra capacità di agire in qualsiasi altra parte del mondo.
Abbiamo sempre snobbato gli europei, non li abbiamo consultati, li abbiamo derisi e poi abbiamo detto: “Perché non venite qui a procurarvi il vostro petrolio e ad aprire lo stretto?”
Si è trattato di una grave negligenza in politica estera, che sta lasciando gli Stati Uniti in una posizione ben peggiore rispetto a quella in cui ci trovavamo anche solo uno o due anni fa».
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L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene
Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come non funziona più l’informazione occidentale.
Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.
Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev ha rilevato che “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale”.
I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.
I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.
Colpire una centrale nucleare è militarmente facile, ma da pazzi scatenati per le possibili conseguenze, tanto più su un impianto collocati quasi sul fronte che divide truppe russe e ucraine. L’eventuale fall out di un’esplosione di materiale nucleare potrebbe infatti andare in qualsiasi direzione, a seconda dal vento che spira in quel momento.
Sarebbe anche un “crimine di guerra” secondo il diritto internazionale, ma ormai i sedicenti “liberali” si sono sbarazzati di questo concetto, ricordandosene al massimo quando possono o vogliono accusare qualcun altro...
Anche il responsabile pro tempre dell’Aiea (l’agenzia internazionale incaricata di vigilare), Raphael Grossi, si è esibito nello stesso numero circense, denunciando che “si gioca con il fuoco”, ma astenendosi dall’indicare il colpevole.
Riassumendo, secondo i “nostri” media, un drone non deviabile – quindi con proprio quell’obbiettivo – è caduto su una centrale nucleare, ma non si può sapere con certezza chi lo abbia sparato. Il tutto col tono neutro con cui si danno anche le previsioni del tempo...
Facciamo uno schemino logico semplice, alla portata anche di un “giornalista professionista” a contratto per la Rai o il Corriere.
Chi può esser stato?
La centrale di Zaporizhzhia, nella località di Energodar, è controllata fin dai primi giorni della guerra (24 febbraio 2022) dalle truppe russe. Ne consegue che, come in tutte le guerre, possa essere eventualmente un obbiettivo soltanto per le forze “nemiche”, anche se ovviamente farlo è una pazzia che si è però ripetuta diverse volte in questi quattro anni.
Dal punto di vista “informativo” va notato un lieve miglioramento. Fino a pochi mesi fa un drone o una cannonata sulla centrale di Zaporizhzhia era attribuito di default ad un “attacco russo”, stabilendo che le truppe di Mosca siano composte da deficienti che si bombardano da soli, per di più colpendo un impianto nucleare che spargerebbe radioattività su se stessi e magari anche qualcun altro. Oggi si lascia il lettore o l’ascoltatore nel dubbio, ma ammiccando – grazie a Zelenskij – sulla possibile paternità russa...
Un “giornalista professionista” sa che esistono, in tutte le guerre, operazioni chiamate “falsa bandiera”, ossia fatte apposta per far credere che l’autore sia diverso da quello autentico. Sono riconoscibili dal fatto che il danno è in genere molto limitato, o addirittura solo “evocativo”, come il drone (“russo”, ovviamente) che cade in Romania o in Lettonia o in Polonia. Ma sufficiente ad agitare la propaganda per qualche giorno.
Il caso della centrale di Zaporizhzhia è chiaramente opposto. Che il danno sia fortunatamente circoscritto è in questo frangente... un caso fortuito.
Riconoscere la paternità ucraina del drone, insomma, sarebbe abbastanza semplice, anche se in contraddizione con l’immagine patinata che si vuol dare in genere alle azioni Kiev. E dire che non mancherebbero certo i trucchi semantici per rendere possibile edulcorare anche l’attribuzione di un attacco fuori di cranio (“in una guerra può capitare”, ecc.).
Ancora più facile dovrebbe essere la descrizione della “direzione ideologica” dominante al vertice di Kiev. Anche chi non ha mai preso sul serio, infatti, la pretesa russa di voler “denazificare” l’Ucraina dovrebbe essersi accorto che i paesi confinanti – dal lato occidentale, peraltro – restano come minimo diffidenti.
Qualcuno, insomma, avrebbe anche potuto dare la notizia che il presidente polacco Karol Nawrocki – nazionalista sicuramente non “filo-russo” – nel motivare la sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, ha accusato Kiev di “glorificare banditi e assassini”.
E non si tratta di un’accusa “generica”, ma a contorno della risepoltura in patria, con tutti gli onori immaginabili di una “figura centrale”, Andri Melnik, storico leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), collaborazionista delle SS nella Seconda guerra mondiale, poi rifugiatosi in Canada.
“Purtroppo – ha denunciato Nawrocki – il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dimostrato che l’Ucraina ha una mentalità che glorifica i banditi e gli assassini dell’esercito insurrezionale ucraino (ala militare dell’Oun, ndr) e non è pronta a far parte della famiglia europea”, concludendo che “non c’è posto nella famiglia europea per banditi e assassini che hanno ucciso donne e bambini, che hanno assassinato polacchi”.
Qui nei “paesi fondatori” della UE si preferisce argomentare con ragioni economiche la non praticabilità dell’adesione rapida dell’Ucraina, come se fossero più “nobili” e neutre di quelle storiche.
Ma comunque la si giri, la “protezione” dell’attuale Ucraina è un disastro senza limiti. Lasciatoci in eredità dagli Stati Uniti, ma coltivato con poco invidiabile ottusità europea. Ma vaglielo a spiegare, ai dattilografi pagati come giornalisti nelle redazioni che contano...
Per il PD e simili, invece, nessuna spiegazione è possibile. Incatenati a vita al “partito della guerra” statunitense, riescono spesso nel compito quasi impossibile di criticare il governo Meloni… da destra, perché “poco bellicoso”.
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Cina, socialismo e IA contro Occidente
di Pino Arlacchi
Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.
Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.
Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’URSS: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione.
“Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato, è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.
Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze. La grande obiezione liberale alla pianificazione, formulata da Von Mises e affilata da Hayek negli anni Trenta, era in fondo un’obiezione basata sull’informazione: nessuna autorità centrale, sostenevano gli esponenti della scuola austriaca, potrà mai raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi fra milioni di individui che il sistema dei prezzi, il mercato, aggrega automaticamente. Il socialismo era, perciò, semplicemente impossibile.
Era un argomento formidabile nell’epoca della carta e del calcolo manuale. Non lo è più nell’epoca dell’Intelligenza artificiale.
Fu Oskar Lange, l’economista marxista che ad Hayek aveva risposto colpo su colpo, a intuirlo. Poco prima di morire, nel 1967, affermò che se avesse dovuto riscrivere la sua polemica si sarebbe limitato a dire ad Hayek “mettiamo le equazioni su domanda e offerta in un computer e avremo la soluzione in meno di un secondo”. Era un concetto visionario allora. È realtà oggi.
La Cina sta costruendo precisamente l’apparato che dà ragione a Lange. Il 15° piano quinquennale, varato quest’anno, è il documento di programmazione economica più centrato sull’Intelligenza artificiale mai prodotto da uno Stato: l’obiettivo dichiarato è integrarla nel 90% dell’economia entro il 2030.
La capacità di calcolo viene concepita come una “nuova forza produttiva”. Già oggi una parte crescente della vita associata – traffico, energia, logistica, servizi – è governata da sistemi algoritmici che coordinano in tempo reale ciò che nessuna Mano invisibile potrebbe coordinare meglio. È il sogno della pianificazione cibernetica, attuato su scala continentale.
Ma il punto più dirompente riguarda il futuro più immediato. Proiettando tali trend nel prossimo decennio, intravediamo la sagoma di un sistema finora solo vagheggiato: un’economia largamente automatizzata in cui i due grandi istituti della modernità capitalistica, il mercato e il capitale, sono diventati superflui.
Non è fantascienza. La densità robotica cinese è passata da 49 robot ogni 10mila lavoratori nel 2015 a oltre 400 nel 2025, superando la Germania, e la Cina installa da qualche anno più robot del resto del mondo messo insieme. Le “fabbriche al buio”, interamente automatizzate e senza operai, che non hanno perciò bisogno d’illuminazione, non sono più un esperimento: lo stabilimento Xiaomi di Pechino produce uno smartphone al secondo senza un solo uomo in linea d’assemblaggio.
La forza lavoro manifatturiera è scesa da 115 a meno di 85 milioni di addetti in un decennio mentre la produzione cresceva e, dato decisivo, senza che quel calo si traducesse in disoccupazione di massa, perché i programmi statali di riqualificazione hanno assorbito l’impatto, ricollocando i lavoratori in servizi e nuove industrie ad alta tecnologia.
Il mercato svolge due funzioni: rivela ciò che la gente desidera e decide dove occorre investire. Entrambi i compiti sono già oggi svolti dall’Intelligenza artificiale e, ironia suprema, svolti soprattutto all’interno delle maggiori corporation Usa che del libero mercato si proclamano campioni.
L’apparato di rilevazione della domanda più sofisticato della storia non è stato costruito nella Cina socialista, ma da Amazon e Google: Amazon sa cosa vorrai comprare prima che tu lo sappia, e pre-posiziona la merce in deposito sulla base di previsioni algoritmiche. Walmart e Amazon sono strutturate come delle economie pianificate più vaste di quanto l’URSS sia mai stata.
E la decisione d’investire? Era la roccaforte ultima del capitalismo. Keynes l’aveva consacrata nella sua Teoria generale: poiché il futuro è inconoscibile e nessun calcolo può prevederlo, l’investimento nasce dagli “spiriti animali del capitalismo”, dall’impulso dell’imprenditore a tuffarsi nell’ignoto assumendosene il rischio. E il profitto del capitalista è la ricompensa per quell’atto di coraggio.
Ma anche gli spiriti animali, in fondo, erano la soluzione a un problema d’informazione: secondo Keynes colmavano col fiuto (o la fortuna) dell’imprenditore il vuoto lasciato dall’incertezza. Ed è proprio quello che l’Intelligenza artificiale sta riempiendo, calcolando opportunità e rischi d’investimento su milioni di scenari con una freddezza sconosciuta agli umani.
Se la macchina alloca il capitale meglio dell’imprenditore – e i mercati finanziari, ormai dominati dagli algoritmi, lo dimostrano ogni giorno – l’intera giustificazione dell’imprenditore capitalista come assuntore del carico dell’incertezza si dissolve.
Mettete insieme le due cose: il mercato è in fondo una tecnologia dell’informazione primitiva e dispendiosa, che una tecnologia superiore può rendere obsoleta. Fu Lenin, in Stato e rivoluzione, a vederlo con un secolo d’anticipo, quando immaginò l’intera società trasformata in “un solo ufficio e una sola fabbrica”.
L’intuizione era che il capitalismo, attraverso la pianificazione interna presente nei grandi trust, stesse creando le precondizioni materiali del socialismo. Amazon e Google sono proprio quelle “fabbriche-uffici uniche” che hanno interiorizzato il mercato sostituendolo col coordinamento cosciente. Ma è un’operazione volta al profitto privato anziché al bisogno collettivo.
Il compito che la Storia ci pone è quello indicato da Lenin: impadronirci di quell’apparato e volgerlo al servizio di tutti.
Ed è su tale terreno che si gioca la partita del secolo. La stessa tecnologia produce, sotto opposti rapporti di produzione, esiti di segno opposto. In Occidente l’automazione, prigioniera del capitale privato, genera disoccupazione di massa, concentrazione oscena della ricchezza, devastazione delle regioni deindustrializzate.
In Cina, dentro la cornice della pianificazione socialista, gli stessi robot possono socializzare il dividendo della produttività, ridurre l’orario di lavoro, espandere il benessere comune. L’una promette ricchezza patrimoniale a pochi azionisti; l’altra la liberazione dalla fatica per molti. È la differenza tra valore di scambio e valore d’uso che torna a comandare la storia.
Non è detto che la Cina percorra fino in fondo tale strada: la persistenza del mercato e del capitale privato al suo interno potrebbe frenarla. Ma le precondizioni tecniche e istituzionali si stanno consolidando, e la direzione di marcia è netta. La “fabbrica unica” di Lenin, l’economia come una scatola chiusa al servizio della collettività, diventano per la prima volta una possibilità tecnologica concreta. E ciò sta accadendo nell’Oriente socialista, non nell’Occidente capitalista.
L’Occidente continua a raccontarsi la favola del mercato eterno, ma il futuro che riteneva impossibile si sta materializzando, bit dopo bit, dall’altra parte del mondo.
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Croazia - Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti
La Croazia è entrata nell’euro da pochi mesi e da subito i cittadini si sono trovati difronte alla dura realtà dell’integrazione monetaria europea, fatta di aumento generale dei prezzi e conseguente svalutazione dei salari, in mancanza di un meccanismo automatico di adeguamento.
È notizia di questi giorni che, nel pieno della crisi internazionale, la Croazia si trova ad affrontare un’inflazione del 5,4%, una delle più alte nell’Unione Europea.
In risposta, il ministro delle Finanze Tomislav Čorić ha annunciato un “pacchetto anti-inflazione” che colpisce aziende e proprietà immobiliare: una tassa del 50% sui “superprofitti” delle aziende e un aumento delle tasse per gli affitti a breve termine.
La tassa del 50% sarebbe applicata agli utili che superano la media triennale di oltre il 15% e riguarderà le grandi e medie imprese.
Questa misura ha già suscitato ampie polemiche da parte dell’opposizione, che accusa il governo di scaricare la responsabilità della propria politica economica fallimentare sulle imprese.
Anche il settore turistico è entrato nelle mire del governo. Sono state infatti annunciate modifiche al sistema di tassazione fissa nel settore, che prevedono un aumento della tassa fissa per i proprietari privati del 150%.
Questa misura riguarderebbe i circa 130 mila proprietari presenti nel Paese, con il lascito di malcontento che questo si porta dietro, soprattutto considerando che l’anno scorso le tasse erano già state aumentate di cinque volte.
D’altra parte, le organizzazioni sindacali e il Servizio sanitario nazionale hanno sostenuto queste misure, in particolare la tassa sui profitti in eccesso delle aziende.
Allo stesso tempo hanno anche lanciato un monito circa l’onere finale su cui andrebbe a cadere l’inflazione.
Il pericolo all’orizzonte infatti è lo scarico dell’aumento dei prezzi sui lavoratori e le lavoratrici per mezzo del congelamento dei salari sia nel settore pubblico che privato, già duramente colpiti dall’adozione dell’euro nel Paese.
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