Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

28/06/2014

L'austerità Ue, un problema persino per la Ue

Due articoli, su due giornali specializzati in economia, che affrontano aspetti diversi dell'identica crisi europea e che smontano pezzo per pezzo tutta la retorica (e le “prescrizioni”) adottata dall'Unione Europea per farvi fronte.

Da un lato la negazione del luogo comune che la Germania sarebbe “più competitiva” a causa della sua maggiore “produttività”, un mix di elevato sviluppo tecnologico e bassi salari. È merito soltanto del secondo fattore, grazie soprattutto alla “riforma Hartz” che ha condannato milioni di giovani a una vita precaria, ma ora – preoccupati per la propria stagnazione – i governanti tedeschi stanno preparando delle “controriforme”: salario minimo a 8,5 euro, riduzione dell'età pensionabile e calmieramento degli affitti. L'esatto contrario di quanto va predicando per il resto del continente. L'analisi e le notizie vengono da Daniel Gros, che è stato uno dei teorici di punta della “deflazione salariale”, costretto ora ad assistere allo smantellamento delle proprie creature. Senza neanche lamentarsene, visto il disastro che hanno prodotto (non sul “piano sociale”, di cui non gliene può fregare di meno, ma su quello della “competitività”, appunto).

Dall'altro, la constatazione che l'Europa in deflazione è oggi “la zavorra globale”, la superpotenza economica che con le proprie scelte suicide sta mettendo in difficoltà anche Stati Uniti e paesi emergenti. Senza peraltro risolvere alcuno dei problemi – vedi il debito pubblico dei Piigs – per cui era stata pensata “l'austerità”. La rivelazione, in questo caso, rivela quel che già sapevamo: ovvero che senza aumentare il Pil (che significa più investimenti, anche in deficit, se necessario), non c'è alcuna possibilità di ridurre il debito pubblico. Perché ogni taglio di spesa produce una più che proporzionale compressione del Pil, secondo una spirale dell'assurdo per cui tagliando la spesa (in cifra assoluta) si aumenta il debito (in percentuale).

C'è molto di più, ovviamente. A partire dall'ammissione per cui un “buon funzionamento” capitalistico del mercato del lavoro è quello in cui “L'elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi”. Peccato che tutto ciò funzioni anche al contrario, contraendo la domanda interna, facendo sopravvivere “produzioni desuete” solo grazie ai salari bassi, decurtando le possibilità di maggiore produttività. Un modello mercantilista orientato alle esportazioni che però produce un rafforzamento abnorme della moneta unica, nonostante i tassi a zero (anzi, addirittura negativi per i depositi presso la Bce). Perché se hai una “bilancia dei pagamenti in attivo crescente” non c'è modo di convincere i capitali speculativi a cercarsi un'altra moneta in cui denominarsi.

Manca, naturalmente qualsiasi ragionamento più generale sulla natura della crisi, ma non si può pretendere che degli adepti quasi religiosi delle virtù del liberismo arrivino a concepire la “caduta tendenziale del saggio del profitto”. Ma nonostante questo se ne possono trarre informazioni e “relazioni concettuali” molto utili nella conduzione del conflitto politico-sociale. Certo, non servono a nulla se uno identifica la totalità del conflitto soltanto con le corse in piazza...

Sul piano politico, infine, la lezione da trarre è assolutamente semplice: è fuori bersaglio ogni mobilitazione che si concentri sull'"austerità" senza mirare al soggetto politico delle scelte continentali: ovvero l'Unione Europea (un'infratruttura politica costruita a colpi di trattati intergovernativi sottratti a qualsiasi vaglio "democratico"). Già ora, ma soprattutto nei prossimi mesi, tutti sono e saranno "contro l'austerità". Lo è oggi Confindustria, Renzi, Napolitano e naturalemnte tutto il centrodestra. Manca all'appello solo la Merkel, che continua a predicarla per ora agli altri paesi mentre all'interno sta "controriformando". Si aggiungerà presto anche lei e persino Schaeuble e Weidmann. La forza della crisi sposta le convinzioni ideologiche più radicate. Succederà anche nell'"ultrasinistra"? Ci stiamo lavorando. Oggi, in piazza, proviamo anche a farlo capire...

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Lezione tedesca sul costo lavoro

Daniel Gros

Negli ultimi dieci anni l'economia europea ha visto svariati rovesciamenti di fronte: la Germania, ad esempio, da malato d'Europa ne è diventato il modello. Ma lo è veramente? Le riforme di Schröder, e ancor più le "controriforme" di oggi, non vanno verso l'aumento della produttività, come invece sembrano fare le riforme intraprese - anche se imposte - da alcuni paesi della periferia.
Il modello tedesco:
le riforme e le controriforme
Nel 2003, la Germania aveva un deficit di bilancio pari a quasi il 4% del pil, una percentuale non elevata per gli standard odierni, ma che allora superava la media Ue. Oggi i conti pubblici tedeschi sono in pareggio, mentre la maggior parte degli altri paesi dell'eurozona registra disavanzi superiori a quello tedesco di dieci anni fa. La Germania ha risanato i propri conti principalmente tagliando le spese: la spesa pubblica - che nel 2003 era pari a quasi il 46% del Pil, e quindi superiore alla media dell'eurozona - è stata ridotta di cinque punti percentuali del pil nei successivi cinque anni. Nel 2008, quindi, mentre il mondo scivolava nella "grande recessione", la Germania aveva un'incidenza della spesa sul Pil fra le più basse d'Europa.
Il governo tuttavia non poté fare molto per migliorare la bassa produttività tedesca, il grande problema della Germania dell'epoca. Anche se oggi ci può apparire strano, nei primi anni dopo l'adozione dell'euro la Germania era considerata un paese poco competitivo per effetto dell'elevato livello dei suoi costi salariali. E molti temevano che con la moneta unica il Paese avrebbe perso, insieme alla possibilità di manovrare i cambi, anche quella di risolvere il problema. Invece, come sappiamo, la Germania è tornata a essere competitiva al punto che oggi le si rimprovera di esserlo anche troppo, grazie a un mix tra moderazione salariale e riforme strutturali tese ad aumentare la produttività. Un'analisi più approfondita dei dati, tuttavia, evidenzia come questo risultato sia ascrivibile più alla prima misura (la moderazione salariale) che alla seconda. La moderazione salariale è stata dunque il fattore determinante: ma non è una misura che può essere imposta dal governo ed è stata piuttosto il risultato del buon funzionamento del mercato del lavoro tedesco. L'elevato tasso di disoccupazione tra il 2000 e il 2008 ha costretto i lavoratori ad accettare salari più bassi e orari di lavoro più lunghi, mentre nei paesi alla periferia dell'area i salari crescevano al ritmo del 2-3% annuo. È questo quindi il fattore che fino al 2008 ha spinto al ribasso il costo del lavoro per unità di prodotto tedesco rispetto a quelli del resto dell'eurozona.
Per quanto riguarda la produttività, è vero che diverse importanti riforme del mercato del lavoro sono state effettivamente varate dieci anni fa, ma il loro impatto sulla produttività sembra essere stato trascurabile. Tutti i dati disponibili indicano una crescita del tasso di produttività molto bassa per l'economia tedesca negli ultimi dieci anni. Ciò non sorprende se si considera che le riforme non hanno minimamente interessato il settore dei servizi, generalmente considerato troppo regolamentato e protetto. I tassi di produttività sono cresciuti di più nel settore manifatturiero, in ragione della sua esposizione all'intensa concorrenza internazionale. Eppure, anche in Germania il settore dei servizi è pari al doppio di quello manifatturiero.
Vediamo ora quali sono le tre proposte economiche su cui si incardina il programma del nuovo governo tedesco, la Grosse Koalition: salario minimo, riduzione dell'età pensionabile e controllo degli affitti. Tutti e tre gli elementi di controriforma tedeschi hanno un impatto economico molto significativo.
Salario minimo. È prevista un'ampia copertura (si prevede di escludere solo i giovani e i disoccupati di lunga durata) e livelli elevati (si parla di 8,5 euro all'ora). La ricerca empirica sugli effetti dei salari minimi (basata principalmente sull'esperienza degli Stati Uniti) indica che tale misura non ha in genere un effetto importante sull'occupazione.
Riduzione dell'età pensionabile. Un'importante riforma del governo socialdemocratico di Schröder aveva collegato l'età pensionabile a variabili demografiche oggettive, producendo un aumento graduale della normale età di pensionamento fino a 67 anni (con generose eccezioni per le occupazioni fisicamente più impegnative). Oggi è in atto una parziale retromarcia che consente ad alcuni lavoratori, entrati nel mercato del lavoro in età molto giovane, di ritirarsi con una pensione piena a 63 anni.
Calmieramento degli affitti. Il basso livello dei tassi di interesse ha avuto come risultato una ripresa della crescita dei prezzi delle case, dopo decenni di stagnazione. L'andamento dei prezzi immobiliari ha un impatto sui canoni di locazione, che sono quindi aumentati. In Germania, a differenza di quanto avviene nella maggior parte degli altri paesi Ue, la stragrande maggioranza delle famiglie vive in affitto: quindi, anche se l'aumento degli affitti è stato modesto e concentrato nelle zone più ricercate, il suo effetto è stato di creare una domanda di calmieramento che avrà ovviamente un effetto distorsivo sul mercato nel lungo periodo. Nel breve periodo, i controlli sugli affitti potranno incentivare il settore edilizio, dato che essi non si applicano alle abitazioni di nuova costruzione. Nel lungo periodo, produrranno un aumento della percentuale di proprietari di case, in linea con quanto accade nell'Europa meridionale, dove decenni di politiche di calmieramento degli affitti (fino agli anni Novanta) hanno prodotto tassi molto elevati di case abitate dai proprietari.
Uscire dalla crisi più competitivi.
La conclusione generale è che alcuni elementi del "modello tedesco" potrebbero essere proficuamente adottati dalle travagliate economie periferiche dell'area dell'euro. Un duraturo risanamento dei conti pubblici impone il contenimento della spesa, e le riforme del mercato del lavoro possono, nel tempo, consentire l'ingresso di nuovi occupati nel mondo del lavoro. Tuttavia, la sfida più importante per paesi come l'Italia o la Spagna resta la competitività. La periferia dell'Europa può tornare a crescere solo se riesce a esportare di più. L'elevato livello dei tassi di disoccupazione sta già imponendo un calo dei salari, ma questa è la via di uscita dalla crisi più dolorosa e genera un'aspra opposizione. Meglio sarebbe riuscire a ridurre il costo del lavoro aumentando la produttività: e da questo punto di vista, purtroppo, la Germania non costituisce un modello.
L'autore è direttore del Centre for European Policy Studies, a Bruxelles

da IlSole24Ore


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Da Milano Finanza: "Europa zavorra globale"
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Iraq, battaglia furiosa a Tikrit, islamisti a un passo da Baghdad

I miliziani dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante (Isis o Isil), continuano la loro avanzata e si sono attestati nelle ultime ore a Mansuriya, nella regione orientale di Diyala nel nord-est del Paese. Le avanguardie del gruppo legato ad Al Qaeda sarebbero ormai a neanche un'ora di marcia dalla capitale irachena.

L’esercito iracheno, sostenuto dall’aviazione militare, è impegnato nelle ultime ore in un’operazione di terra nel tentativo di riprendere il controllo di Tikrit, il capoluogo della provincia settentrionale di Salaheddine caduto lo scorso 11 giugno nelle mani degli estremisti sunniti. Le forze regolari sono entrate nell’Università di Tikrit, 160 km a nord di Baghdad, facendone l’avamposto per lanciare un assalto sul centro città. Gli aspri combattimenti hanno però obbligato migliaia di civili ad abbandonare la propria casa, non solo a Tikrit.
Nell’altra regione passata sotto il dominio del gruppo armato, la provincia di Ninive e il suo capoluogo Mosul, l’Agenzia Onu per i Rifugiati ha riferito della fuga di più di 10.000 persone, in maggioranza delle comunità cristiane, dalla località settentrionale di Qara Qosh, dirette verso la capitale del Kurdistan iracheno, Erbil. A spingere la popolazione del centro situato alle porte di Mosul e di tutta la zona di Hamdaniyah, sono stati alcuni colpi di mortaio sparati sulle abitazioni.
Sfollati che si sommano ad almeno un milione di profughi che hanno abbandonato negli ultimi mesi le loro case per sfuggire alle violenze degli jihadisti che si danno a massacri, esecuzioni sommarie ed angherie.
Secondo le Nazioni Unite, sarebbero stati finora almeno 1.700 i soldati governativi giustiziati sommariamente dai fanatici sunniti e ieri da Tikrit è giunta la notizia che tra l’11 e il 14 giugno i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante avrebbero ucciso più di 150 prigionieri.
Nel tentativo di indebolire gli alleati del governo di Baghdad gli islamisti hanno colpito mercoledì il Duroy Hotel di Beirut, attaccando la comunità sciita libanese e sfidando Hezbollah, ed hanno intensificato gli attacchi anche alla frontiera con l’Iran. Da parte sua Teheran ha informato di aver inviato nuovi consiglieri militari in Iraq guidati dal generale Qassim Suleimani, capo delle milizie Quds, unità di élite delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.
Anche la Russia aumenta il suo sostegno all’asse tra Teheran-Baghdad-Damasco. Ieri il governo iracheno ha annunciato la firma di un contratto con Mosca per l’acquisto di caccia che arriveranno nel paese già nei prossimi due giorni.
A Baghdad invece sono entrati in azione nelle ultime ore alcuni droni armati statunitensi che hanno sorvolato i cieli della capitale senza però intervenire mentre Washington sembra puntare al rafforzamento dei ribelli siriani cosiddetti moderati, ai quali ieri è stato concesso un nuovo finanziamento di 500 milioni di dollari, nel tentativo di controbilanciare il rafforzamento delle milizie vicine ad Al Qaeda attive sia in Iraq sia in Siria.
Gli Stati Uniti avrebbero deciso anche di accelerare le spedizioni di 800 missili Hellfire in Iraq per fornire una maggiore potenza di fuoco alle forze armate di Baghdad senza esporsi direttamente nel conflitto. La tabella di marcia, confermata dal portavoce del Pentagono John Kirby, prevede un primo invio da 200 missili nelle prossime settimane e i restanti 600 entro la fine di luglio. Oltre ai missili Hellfire, Washington dovrebbe fornire all’esercito iracheno anche due caccia F-16 (ma solo il prossimo autunno), come parte di un accordo che prevede la consegna di 36 di questi esemplari nei prossimi anni.
In questo quadro è stata annunciata per il 1° luglio la prima sessione del Parlamento, eletto lo scorso aprile. Entro 30 giorni i deputati dovranno scegliere un presidente della Repubblica che, a sua volta, avrà due settimane di tempo per riconfermare l’incarico al primo ministro uscente, lo sciita Nouri Al Maliki, la cui formazione ha vinto le legislative ottenendo però una minoranza di seggi.

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Gaza - Nuovi attacchi aerei e lanci di razzi


La scorsa notte l’aviazione israeliana ha di nuovo colpito la Striscia di Gaza. Stando alle informazioni diffuse dalla difesa civile di Gaza gli attacchi non hanno causato feriti. Poco prima miliziani palestinesi avevano lanciato cinque razzi in direzione del territorio israeliano senza provocare danni o vittime. Un portavoce dell’esercito israeliano ha precisato che due razzi sono stati intercettati e distrutti in volo dal sistema di difesa antimissile “Iron Dome”.

Ieri due presunti militanti dei Comitati di Resistenza Popolare, Muhammad al-Fasih e Osama al-Hassumi, erano stati fatti a pezzi da un missile sganciato da un aereo israeliano contro l’automobile sulla quale viaggiavano. L’attacco è avvenuto nel campo profughi di Shate, alla periferia di Gaza city, a breve distanza dalla residenza dell’ex capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh. Le foto circolate ieri in rete mostravano i corpi smembrati dei due uccisi che, secondo il portavoce militare israeliano, avevano lanciato razzi qualche giorno fa in direzione di Ashqelon. I palestinesi non confermano. Qualche ora prima, lungo la linea di demarcazione fra Israele e Gaza, un ordigno era esploso al passaggio di una pattuglia israeliana senza causare danni ai soldati che hanno reagito sparando con i carri armati e ferendo cinque palestinesi, tra i quali un bambino di 11 anni.

In Cisgiordania continuano le operazioni militari scattate dopo la scomparsa il 12 giugno di tre ragazzi ebrei che, secondo il governo Netanyahu, sono stati rapiti da una cellula di Hamas. Una dozzina di palestinesi sono stati arrestati nelle ultime 48 ore, portando il totale a oltre 500 (Israele parla di 500 arresti). Almeno cinque palestinesi sono stati uccisi nelle ultime due settimane durante incursioni israeliane in villaggi e campi profughi. Due anziani sono morti per infarto nel corso delle perquisizioni  notturne effettuate nelle loro abitazioni.

Giovedì sera i servizi segreti israeliani avevano reso noto i nomi di due membri del movimento islamico, Marwan Qawasma e Amr Abu Eisha, che ritengono coinvolti nel rapimento ed ora sono ricercati.

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L’Ue si prende Ucraina, Georgia e Moldova. Gelo con Mosca

Il rifiuto, in extremis, di firmare il patto di associazione con l’Unione Europea era costato caro, carissimo all’ex presidente ucraino Yanukovich, destituito da un colpo di stato sostenuto e fomentato da Bruxelles e, per motivi diversi, da Washington.

Ora, a pochi mesi dal golpe e in piena guerra civile, l’oligarca stramiliardario Poroshenko ha suggellato ieri il patto che porta ufficialmente Kiev nell’orbita economica, politica e militare dell’Unione Europea e l’avvicina alla Nato.
Poroshenko, al suo arrivo al vertice Ue dove ha firmato la seconda e ultima parte del pacchetto dell'Accordo di associazione con Bruxelles, dopo che quella politica era stata già siglata a marzo dal primo ministro Arseni Yatseniuk, ha definito quello di ieri «un giorno storico per il mio Paese, il più importante dall'indipendenza». In realtà i nazionalisti che si sono impossessati del potere a Kiev hanno già consegnato l’Ucraina alla Banca Centrale e al Fondo Monetario Internazionale, che hanno concesso una prima tranche di aiuti in cambio di un draconiano piano di tagli ai salari e alle pensioni, di aumenti della bolletta energetica e del gas per le famiglie, di riduzione dei sussidi a poveri e disoccupati, di riduzione del numero di dipendenti pubblici. Parlare in questo contesto come fa la nuova classe dirigente golpista di “indipendenza ritrovata” suona come un vero paradosso.
Oltretutto, la strada tutta teorica di avvicinamento di Kiev all’Unione Europea è tutta in salita, e innumerevoli sono i sacrifici che il popolo ucraino sarà obbligato a compiere per rispondere ai requisiti che di volta in volta Bruxelles fisserà. La sottoscrizione di accordi di associazione (AA) e di cooperazione economica (DCFTA) da parte degli oligarchi ucraini non spalanca affatto le porte di Bruxelles.
E accentua lo scontro con Mosca che ieri ha reagito molto duramente alla firma del trattato di associazione, definita “illegittima” da Sergei Glazyev, influente consigliere del presidente Putin, che poi ha etichettato Poroshenko come un «nazista»; da parte sua il viceministro degli esteri russo Grigory Karasin ha minacciato «gravi conseguenze» per Kiev perché «la conclusione di un tale accordo» ha spiegato, «impatta significativamente sul concetto di sovranità». Mosca, che è stata già colpita da pesanti sanzioni e da un repentino isolamento da parte occidentale, potrebbe rispondere all’ingresso dell'Ucraina nello spazio economico europeo con l’imposizione di notevoli restrizioni alle esportazioni di Kiev verso la Russia – già preannunciate ieri dal responsabile degli esteri – mettendo in ulteriore difficoltà un’economia già allo stremo e che regge solo grazie agli aiuti occidentali.
Ieri, insieme all’oligarca Poroshenko, a firmare il patto di associazione con Bruxelles erano presenti anche i leader della Georgia e della Moldova. Il presidente del Consiglio Herman Van Rompuy non è voluto mancare all’appuntamento ed ha parlato di "un grande giorno" per l'Europa, la quale oggi sarà "al fianco" dei paesi neo-associati "più che mai". Dichiarazioni che suonano come un'annessione nella sfera d'influenza europea di paesi che hanno fatto parte dell'Unione sovietica e che il presidente russo Vladimir Putin avrebbe voluto vedere come partner del polo euroasiatico di cui è promotore. Un colpaccio per l’Unione Europea che però a questo punto dovrà fare i conti con un clima di tensione con Mosca senza precedenti.
Tensione che in tutti e tre i paesi si è già trasformata in scontro diretto tra una parte della popolazione desiderosa di avvicinarsi a Bruxelles e alla Nato e una parte decisamente 'filorussa' e indisponibile alla cooptazione nell'Unione Europea; se in Ucraina la guerra civile è iniziata a causa del golpe di febbraio e delle persecuzioni delle popolazioni dell'est del paese da parte del nuovo regime e delle forze di estrema destra, la crisi ha assunto aspetti bellici sia in Georgia sia in Moldova ormai da anni, con intere regioni di fatto dichiaratesi indipendenti dall'autorità centrali.

Oltretutto l’isolamento nei confronti di Mosca potrebbe costare caro non solo all’economia russa, ma anche a quella della locomotiva europea. Le imprese esportatrici tedesche hanno finora subìto mancati introiti per oltre 2 miliardi di euro a causa delle sanzioni decise nei confronti della Russia ed anche per la situazione di grave crisi economico e militare scatenata in Ucraina dal golpe sostenuto dall’esecutivo Merkel. L'ha reso noto nei giorni scorsi Eckhard Cordes, presidente del comitato per i paesi dell'Est delle Federazioni economiche tedesche. Tra gennaio e aprile le esportazioni tedesche destinate all'Ucraina, a causa del conflitto, sono crollate del 31 per cento su base annua. Verso la Russia del 14 per cento. In valori assoluti, l'export verso l'Ucraina ha perso 500 milioni di euro, quello verso la Russia di 1,7 miliardi di euro.

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Gli F35 prendono fuoco da soli. Stop ai voli

Una sòla più immonda non ci poteva essere... Al di là delle sacrosante considerazioni politiche e morali sul fatto che un paese in crisi nera - l'Italia - "debba" spendere decine di miliardi per acquistare dei velivoli da guerra costruiti dagli americani, ci sono pur sempre le considerazioni di "efficienza" e "meritocrazia" che dovrebbero esser fatte valere...

Da questo punto di vista il discorso non sta in piedi. Anzi, gli F35 sembra possano far tutto meno che volare.

Molte sedute di addestramento sono state annullate dopo un principio di incendio durante il decollo dalla base di Eglin, in Florida. Il Washington Post, nel dare la notizia dell'ennesimo inspiegabile incdente occorso a queste macchine divora-soldi-pubblici, ha spiegato soltanto che non si è fatto male nessuno e che l'incendio si è verificato nella parte posteriore dell'aereo.

Alcune settimane fa, ma lo si viene a sapere soltanto ora, era stata scoperta una perdita d'olio durante il volo, su un altro esemplare, naturalmente. Conseguenza: tutti gli esemplari erano dovuti rimanere a terra per gli inevitabili controlli.
Cattiveria del destino vuole che queste notizie escano mente il ministro della difesa italiano, Roberta Pinotti, è in visita ufficiale negli Usa. Ma si è ben guardata dal chiedre spiegazioni ai colleghi del Pentagono sull'infinita serie di problemi che affliggono gli F35 fin dalla progettazione (memorabile, in questo senso, il rischio di esplodere in volo quando piove...). E dire che ha avuto l'onore di parlare per ben 45 minuti con il  capo del Pentagono Chuck Hagel. "Abbiamo discusso solo del Libro Bianco del nostro governo - ha spiegato Pinotti - ed è da lì che discenderanno le decisioni da prendere sulla base dei rischi sul fronte della sicurezza e delle spese". Quindi anche le decisioni "sui sistemi d'arma di cui si ha bisogno".

Il consiglio di qualsiasi meccanico, anche non aeronautico, sarebbe immediato e semplice: "non compri quelle macchine, signora, sono soldi buttati". Ma siccome sono i nostri, li spenderà lo stesso...

E dire che di recente la stessa Pinotti aveva spiegato al Parlamento che il programma di acquisto degli F-35 resta sospeso in attesa della fine del lavoro sul "piano-difesa" del governo. Ma a tutti, anche in Parlamento, era apparso un modo alquanto banale di prendere tempo in attesa che le notizie sulle pessime performace degli F35 finissero nel dimenticatoio. Purtroppo per lei - e per Giorgio Napolitano, che ha di fatto avocato al Consiglio di Difesa da lui presieduto ogni decisione in merito - gli F35 non deludono mai i cacciatori di sorprese...

Perciò, se le parole pronunciate allora hanno ancora un senso, l'Italia dovrebbe per ora mantenere gli impegni d'acquisto soltanto per sei aerei, i cui contratti definitivi sono stati "purtroppo" già firmati. Ma lo stesso ministro, nello stesso discorso, aveva illustrato le proprie "preoccupazioni" per lo stabilimento di Cameri (Novara), dove vengono costruite alcune aprti degli F35, nel caso in cui l'ordine completo - 9 aerei - non fosse stato rispettato. Diciamo che con quello che si dovrebbe spendere per comparli tutti si potrebbero creare alcune decine di migliaia di nuovi posti di lavoro, dando quindi prospettive migliori anche alle poche centinaia di addetti allo stabilimento di Cameri...

Da Washington, comunque, non sono intenzionati a fare sconti, né a vendere meno aerei del previsto. Lo stesso Hagel ha ricordato uno dei tormentoni preferiti del presidente Obama quando veste i panni del guerriero: "Anche gli Stati Uniti, come tutte le democrazie, sono in crisi. Ma la democrazia costa e dobbiamo difenderci".
Insomma: state zitti e pagateci tutti i bidoni che vi manderemo...

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I feel you


27/06/2014

Argentina, la regola dell'avvoltoio

di Carlo Musilli

I fondi avvoltoi americani vincono contro Buenos Aires e la presidenta argentina, Cristina Kirchner, accusa gli speculatori a stelle e strisce di “estorsione”. L’ultimo tassello di un effetto domino iniziato nel 2001 è caduto lunedì, quando la Corte suprema degli Stati Uniti ha respinto l’appello del Paese sudamericano, costringendolo a pagare 1,33 miliardi di dollari (circa 980 milioni di euro) agli hedge fund che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito argentino dopo il default di 13 anni fa. 

Non solo: finché non pagherà i creditori ribelli, l’Argentina non potrà nemmeno rimborsare il debito ristrutturato e rischierà quindi una nuova bancarotta, perché il 30 giugno dovrà pagare 900 milioni di dollari ai titolari dei nuovi bond con scadenza 2033 e il governo ha già fatto sapere che non sarà possibile pagare allo stesso tempo anche i vecchi creditori.

Secondo due precedenti sentenze della giustizia americana che la Corte suprema ha confermato, se Buenos Aires si rifiutasse di pagare i vecchi creditori esistenti e onorasse invece il nuovo debito, violerebbe la cosiddetta "clausola dell’eguale trattamento" degli investitori.

Non è d’accordo la Kirchner, che in un messaggio tv trasmesso a reti unificate ha rassicurato gli argentini su un punto in particolare: il Paese non finirà in bancarotta anche sul debito ristrutturato. Con questo aggettivo si fa riferimento alla sostituzione dei vecchi titoli di Stato in default con nuovi titoli a rendimenti inferiori e a scadenza più lunga. Un'operazione a cui in due riprese, nel 2005 e nel 2010, aderì complessivamente il 93% di chi aveva in portafoglio i Tango bond.

In seguito Buenos Aires decise di risarcire solo i creditori che avevano accettato lo scambio, e non quelli che avevano preteso il pagamento intero, affermando che non poteva riservare ai creditori ribelli un trattamento di preferenza. Peccato che in quel 7% ci fossero anche i famosi hedge avvoltoi, che scelsero di fare causa, chiedendo il rimborso dell’intero valore nominale dei titoli (da loro acquistati a prezzi di saldo), più interessi e penali. Come se il default non ci fosse mai stato.

"La nostra volontà di negoziare è ampiamente dimostrata - ha continuato la Presidenta -. Il governo porterà avanti tutte le strategie necessarie affinché chi ha avuto fiducia nel Paese riceva i propri soldi", tuttavia, quello che l’Argentina affronta oggi "non è un problema finanziario o giuridico: si tratta di convalidare un modello di business su scala globale che potrebbe portare a tragedie inimmaginabili. Vogliamo onorare i debiti, ma non vogliamo essere complici di questo modo di fare affari. Quello che non posso fare in quanto presidente è sottomettere il Paese a una simile estorsione".

E' possibile che entro la fine del mese si trovi un accordo per evitare il nuovo crack, ma non è scontato. Ad oggi, l'unica certezza è che la Corte Suprema americana ha creato un precedente giuridico che in futuro permetterà ai fondi avvoltoi di sferrare attacchi speculativi ancora più efficaci contro i debiti sovrani, azzoppando sul nascere ogni processo di ristrutturazione.

Fra gli hedge fund coinvolti nel caso argentino figura anche Nml, controllato dalla Elliot Management, che a sua volta fa riferimento al miliardario statunitense Paul Singer, conosciuto come il pioniere dell'attività di avvoltoio finanziario e specializzato proprio nella speculazione a danno dei debiti sovrani. Il suo capolavoro risale agli anni Novanta, quando mise con le spalle al muro il Perù.

Nel 1996 investì 11,4 milioni di dollari per comprare titoli di Stato peruviani in default dal valore nominale di 20 milioni (come da prassi, gli avvoltoi acquistano sul mercato secondario in un momento di crisi, quando i titoli valgono molto meno rispetto al momento della loro emissione), poi minacciò di mandare in bancarotta il Paese se non gli fosse stato restituito l'intero valore nominale dei bond, con tanto d'interessi. Alla fine della causa il governo di Lima pagò qualcosa come 58 milioni di dollari, oltre cinque volte il valore dell'investimento iniziale.

Con numeri diversi, ma il meccanismo è lo stesso che il finanziere americano sta cercando di far scattare in Argentina. Gente come Singer sa bene cosa fare per andare sul sicuro: puntare la pistola carica di dollari alla testa di milioni di persone. Così si fa per vincere. E' la regola dell'avvoltoio.

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Ciro, e i media rovesciano le parti

Ormai era una regola. Prima l'omicidio. Poi la speranza di avere anche un mezzo sospetto sull'omicida per darlo in pasto all'opinione pubblica. Al suo irrefrenabile desiderio di vendetta. Era una regola.

Finora era andata sempre così. Dell'omicida, anche se solo indiziato, anche di striscio, in un minuto veniva rivelato tutto. Foto in tutte le pose. In spiaggia, coi figli, con la madre. Figure intere di lui da piccolo vicino l'albero di Natale. In vacanza con le sue tre ex fidanzate e per ognuna tanto di foto, meglio se in costume. Dopo le foto seguiva il resto. Interviste ai professori che aveva avuto fino all'ora x, dall'asilo alle superiori. Particolari rivelati dai suo amici di sempre, dai vicini di casa. Storia e dettagli del suo vissuto visti da mille angolazioni diverse. Sembrava impossibile che andasse diversamente.

Finora è così che ce li avevano dati in pasto i sospettati dell'omicidio. C'è anche da dire che nella prassi era prevista anche una certa tutela della vittima. Qualcosa anche di quest'ultima veniva rivelato, ma meno. Come se persino un meccanismo così oleato di sciacallaggio mediatico, volesse dimostrare un barlume di pudore. La vittima no! Di lei non vi diciamo. Oppure vi diciamo, ma fino a un certo punto.

E invece con Ciro Esposito è andata da subito diversamente. Nel caso del ragazzo di Napoli tutto ha funzionato al contrario. Lui era la vittima, eppure gli è stato riservato il trattamento che di solito si da al carnefice. Di lui abbiamo visto foto, conosciamo i parenti, sappiamo dove abitava, chi era la sua ragazza, ci hanno detto che avrebbe voluto sposarla. Poi conosciamo cosa faceva per lavoro, i sui soprannomi, il credo religioso della madre. Abbiamo da subito conosciuto anche le patologie riscontrate dopo il ferimento e ci hanno (in verità poco), aggiornato (quando non potevano farne a meno diciamo), sulla sua cartella clinica. Insomma, tutto! Il trattamento che di solito è riservato al carnefice nel caso di Ciro è stato riservato alla vittima.

E dire che il sospettato c'era in questo caso! Anzi, più che il sospettato c'era proprio lui. Il probabile esecutore materiale del ferimento mortale. L'assassino insomma. Daniele De Santis, detto Gastone, punto.

Già, punto; perché in questo caso tutti i racconti intorno all'omicida iniziano e finiscono qua. Di lui non ci hanno detto niente. Non ci hanno detto come mai è ancora in ospedale, per esempio. Ci hanno detto che è stato pestato dagli amici di Ciro dopo che lo aveva ferito per ucciderlo, ma niente di più. D'accordo, pestato, ma dopo un mese e passa è ancora in ospedale? Cosa gli è stato riscontrato? Perché non ce lo avete detto? Non fosse altro per giustificare il fatto che continuasse a trovarsi lì, anziché nei luoghi dove solitamente portano gli indiziati di omicidio presi in flagranza di reato! E poi chi è? Nemmeno un approfondimento storico?

Si è vero, avevate iniziato a dirci che era stato sempre lui a sospendere il derby Roma Lazio nel 2004, ma lo avete solo accennato. Siete stati molto vaghi, per usare un eufemismo, d'altronde anche nel 2004, non è che abbiate molto approfondito quegli eventi. "Frequenta ambienti di estrema destra", si è detto sempre vagamente. Ma quali sono questi ambienti di estrema destra? Dove stanno? Chi sono i suoi amici di sempre? Suo padre? Sua madre? Le sue eventuali ragazze? La Sciarelli? Non si è appassionata? Perché non ci avete detto che si è presentato alle elezioni? Si, con il "popolo della vita" per Alemanno. Fa ridere? Non lo avete detto perché è grottesco il nome "popolo della vita" da associare a un probabile assassino?

Eh sì, fa ridere, ma mica tanto! E' inquietante piuttosto, e magari è utile per capire... per capire con chi era lì per esempio! Ha dichiarato qualcosa al momento dell'arresto? E nei giorni seguenti? Perché lo avete avvolto fin dall'inizio in una sorta di protezione? La stessa che di solito si da ai capi di Stato? Non venite a dirmi che lo avete fatto perché si temevano rappresaglie contro di lui. Ma come? Lui e altri che probabilmente erano con lui e ancora sono in giro per Roma hanno dimostrato concretamente una volontà omicida e voi vi preoccupate per qualcosa che è completamente campato in aria? Parole di vendetta espresse in libertà un po' qui e un po' la e che dovrebbero arrivare da Napoli?

Ancora un ragionamento al contrario? Ancora le vittime che vengono fatte passare come potenziali carnefici? E allora per Ciro? Per la madre? Loro non rischiavano? Perché avete voluto salvaguardare, questa volta, l'onorabilità del carnefice invece di quella della vittima?

Non era questa la regola. Per quanto, a pensarci bene, potrebbe esserci una regola anche in questo caso da dover rispettare. Quella che di solito si segue, quando ci si preoccupa di quello che il carnefice potrebbe rivelare. Solo in quel caso lo si protegge contro ogni evidenza e decenza. In quel caso, è vero, si procede al contrario.

Ecco sì, è così che dev'essere andato per il camerata Daniele De Santis. Ops, mi è scappato... volevo scrivere, per Gastone.

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