Via dall’Afghanistan, ma non del tutto. Chi torna a casa sono 40.000 militari (32.000 statunitensi) della missione Isaf che conclude il suo ciclo di tredici anni di “guerra al terrore” dagli esiti disastrosi. Ufficialmente ha lasciato sul terreno 3.500 suoi uomini, ma ci sono anche i cadaveri non conteggiati di contractors impegnati in svariate occasioni soprattutto incursioni, rappresaglie, rapimenti. L’intervento ha seminato morte non solo sull’insorgenza talebana, che in alcune province del sud-est ha aumentato una presenza e un rapporto con le popolazioni locali proprio a seguito dei bombardamenti generalizzati responsabili di migliaia di vittime civili. Quante siano state dal dicembre 2001, data di avvio della “missione di pace” Enduring freedom, non è possibile calcolarlo per la difficoltà oggettiva nel raccogliere dati certi. Ufficialmente le statistiche menzionate dall’United Nations Assistance Mission of Afghanistan parlano di migliaia di morti (5.000 solo nel 2002, i dispacci Nato li definiscono “danni collaterali”) di poco inferiori a quelli provocati dai quattro sanguinosissimi anni (1992-96) di guerra civile interna. Le stragi del disonore, come quella di Shinwar compiuta nel marzo 2007 dalla 120a marines che mitragliava passanti sfogando la propria rabbia per un attentato subìto, si sono ripetute nel tempo.
La missione - che attivisti democratici afghani (Malalai Joya o alcuni membri di Hambastagi Party, da noi intervistati in varie occasioni) denunciano come “odiosa occupazione straniera” - proseguirà con medesimi scopi geostrategici. La presenza, prevalentemente americana, sarà denominata Resolute support e dislocherà ufficialmente 12.500 uomini nelle diverse basi aeree (Kabul, Bagram, Kandahar, Camp Marmal, Herat, Mazar-e-Sharif, Jalalabad, Khost) dove continueranno a partire Falcon e droni per azioni “antiterroristiche”. I militari Nato proseguiranno anche il ruolo di addestratori delle truppe dell’Afghan National Army che ammontano a 350.000 uomini. Soldati finora poco affidabili, infiltratissimi dai guerriglieri talebani capaci di realizzare attentati in caserme blindate della stessa Kabul. Nonostante i pericoli la divisa attira giovani reclute soprattutto per ragioni economiche: guadagnare 400-500 dollari mensili, seppure a rischio della vita, è nell’Afghanistan odierno un’opportunità cui ventenni senza speranze non rinunciano. L’alternativa è far parte delle milizie private dei Warlords, oppure aderire all’insorgenza dei gruppi talebani. Nel primo caso con un salario, nel secondo non sempre. Il panorama che la missione Isaf si lascia alle spalle è quello d’un Paese tutt’altro che normalizzato.
Non sul fronte della sicurezza, visto che solo negli ultimi dieci mesi ha dovuto contare la perdita di ben 4.600 uomini; attacchi e attentati si susseguono sin nel cuore dell’area proibita della capitale, teoricamente difesa da check point, muraglie, cavalli di frisia, pattugliamenti. Non sul versante economico, perché nell’infinità di miliardi di dollari spesi durante la missione (gli Usa hanno toccato picchi di 30 miliardi di dollari l’anno, l’Italia impegnata dal 2003 ha mantenuto fino a 4.300 militi con fondi che sfioravano il miliardo di euro, per una media annuale di 750 milioni) nulla è stato indirizzato verso una rinascita produttiva (agricola o d’allevamento) e ovviamente niente verso il terziario di servizi, rimasti sempre un sogno. Nessun lavoro legale, solo arte dell’arrangiarsi. La stessa attività estrattiva di minerali ricercatissimi (le famose terre rare) per l’industria dell’hi-tech, che fanno gola a potenze vecchie (Usa e Gran Bretagna) e nuove (Cina) e che i governi “democratici” di Karzai e ora Ghani continuano a concedere a imprese straniere, quasi mai utilizza manodopera locale. Così aiuti esterni, affarismo illecito legato al traffico della droga (nei 13 anni d’occupazione occidentale la produzione afghana d’eroina è schizzata in alto e oggi copre il 95% del mercato mondiale) costituiscono le uniche risorse, il 60% del Pil.
In questi affari hanno mani in pasta quei signori della guerra che come l’uzbeko Dostum è stato condotto alla vicepresidenza della Repubblica. Ovviamente non è il solo, altri compari rientrano negli accordi che vede l’attuale diarchia di Ghani-Abdullah essersi accordata per il rotto della cuffia, dopo un confronto elettorale irrisolto e zeppo di reciproci brogli, e dopo aver distribuito armi ai supporter in una sorta di preparativo di resa dei conti finale. John Kerry ha disinnescato lo scontro con un accordo che potesse continuare a fornire l’alibi di democraticità del sistema istituzionale, una maschera che da oltre un decennio ha condotto in Parlamento e inserito ai vertici dello Stato dei criminali di guerra di lungo corso. Eppure la quadratura del cerchio sembra non funzionare; dopo tre mesi Ghani non è riuscito a stilare una lista di ministri, probabilmente per i veti imposti dalle eminenze grigie che in compagnìa Abdullah si cova in seno. Ora che buona parte delle truppe Nato si ritira un enorme quantità di materiale bellico intrasportabile resterà sul posto. Il programma dei mesi scorsi indicava il rientro di 20.000 container e 24.000 macchine da guerra per una spesa complessiva di 7 miliardi di dollari. Si tratta di materiale bellico imponente e importante che per via aerea da Bagram passerà attraverso la Turchia, giungendo in Germania. E da Kandahar per il Qatar venendo poi caricato su navi Usa presenti in Bahrein. Verso quelle coste salperanno altri cargo dal porto pakistano di Karachi, Armi leggere “made in Usa” incrementeranno, invece, il mercato nero locale, al quale accederanno sicuramente Warlord e turbanti talebani contro ogni piano di sicurezza presente e futuro.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/12/2014
Atene: bocciato il presidente governativo. Sciolto il parlamento, si vota
Non ce l’ha fatta la maggioranza di governo a far eleggere dal parlamento di Atene il successore dell'attuale presidente della repubblica Karolos Papoulias il cui mandato scade a marzo.
Il candidato governativo Stavros Dimas, 73 anni, membro del partito di destra Nea Dimokratia, più volte ministro ed ex commissario europeo, ha ottenuto solo 168 voti rispetto ai 180 necessari per essere eletto alla terza e ultima votazione di questa mattina.
Per la coalizione governativa è andata anche peggio del previsto, visto che di fatto Samaras e Venizelos oggi hanno raccattato esattamente gli stessi voti della scorsa seduta, e non sono riusciti a convincere nessun altro deputato indipendente (per lo più transfughi dai partiti di governo, ma anche da Syriza e da Alba Dorata) a votare per il candidato alla presidenza della repubblica anche solo per evitare lo scioglimento anticipato dell’assemblea e quello che per l’establishment e la stampa ellenica e internazionale rappresenta una sorta di ‘salto nel buio’ del paese.
Al primo turno il 17 dicembre scorso Dimas aveva ottenuto 160 preferenze e 168 al secondo turno il 23 dicembre, esattamente gli stessi di oggi.
Il fallimento della maggioranza di governo – centrodestra più socialisti – porterà, impone la legge greca, allo scioglimento del parlamento entro dieci giorni e alla convocazione di nuove elezioni politiche tra poche settimane, probabilmente il 25 gennaio prossimo.
Di fatto la campagna per quello che si annuncia come uno scontro al vetriolo è già iniziata nei giorni scorsi, quando ormai appariva chiaro che le possibilità che il governo targato troika potesse evitare le elezioni anticipate erano assai remote.
Le elezioni in vista rappresentano a tutti gli effetti un vero e proprio referendum pro o contro la troika. Da una parte Nea Dimokratia, che si presenta come l'argine alla vittoria della sinistra radicale e al fallimento definitivo del paese, dall'altra Syriza – probabilmente in accordo con i socialdemocratici di Dimar – che chiede ai greci di votare compattamente per un'alternativa di governo che punti su un alleggerimento dell'austerity imposta dai creditori internazionali in cambio di centinaia di miliardi di euro di prestiti. Alexis Tsipras, il leader del partito di sinistra nato da una federazione tra gli ex comunisti del Synaspismos, gruppi marxisti ed eco-socialisti e transfughi dal Partito Socialista punta in particolare su una negoziazione e su una ristrutturazione del debito ellenico che permetta ad un eventuale governo progressista di investire ingenti risorse nella ricostruzione dello stato sociale distrutto in anni di politiche dettate dall’Ue e dal Fmi.
Ma non è affatto scontato che Syriza riuscirà a ottenere i voti – e i seggi – sufficienti a governare, e dalle legislative potrebbe uscire un parlamento di fatto ingovernabile. I sondaggi più recenti danno la sinistra in testa su Nea Dimokratia – 27,2% contro 24,7% secondo Kapa Research per To Vima, 28,3% contro 25% secondo Alko per Proto Thoma – ma con uno scarto in calo e comunque non sufficiente ad assegnare a Tsipras la maggioranza assoluta dei seggi. Scarsa è inoltre la possibilità per i socialdemocratici di Dimar e per i Verdi, i due possibili partner di un governo con Syriza, di oltrepassare la soglia di sbarramento.
Sulle preferenze degli elettori pesa sicuramente la campagna di terrorismo psicologico già iniziata dall’establishment ellenico e da quello europeo che descrive una possibile vittoria di Syriza come una ‘catastrofe’ che porterà la Grecia definitivamente a fondo. Basta vedere l’ennesimo tonfo della Borsa di Atene questa mattina – mentre scriviamo il listino è a meno 11% – che si trascina dietro quasi tutte le piazze europee, per capire da che parte sono schierati i mercati finanziari internazionali.
Ieri in un'intervista al quotidiano Bild, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble ha allertato sul fatto che "nuove elezioni non cambieranno il debito greco. Ogni nuovo governo dovrà comunque rispettare gli accordi presi dai suoi predecessori", ha precisato quello che molti considerano il vero capo dell’esecutivo di Berlino. Il governo tedesco e le istituzioni dell’Unione Europea stanno stringendo sulla Grecia un meccanismo di ricatto che potrebbe si far infuriare e radicalizzare la parte più attenta dell’opinione pubblica ellenica, riportando però all’ordine i settori popolari più timorosi.
Fonte
Il candidato governativo Stavros Dimas, 73 anni, membro del partito di destra Nea Dimokratia, più volte ministro ed ex commissario europeo, ha ottenuto solo 168 voti rispetto ai 180 necessari per essere eletto alla terza e ultima votazione di questa mattina.
Per la coalizione governativa è andata anche peggio del previsto, visto che di fatto Samaras e Venizelos oggi hanno raccattato esattamente gli stessi voti della scorsa seduta, e non sono riusciti a convincere nessun altro deputato indipendente (per lo più transfughi dai partiti di governo, ma anche da Syriza e da Alba Dorata) a votare per il candidato alla presidenza della repubblica anche solo per evitare lo scioglimento anticipato dell’assemblea e quello che per l’establishment e la stampa ellenica e internazionale rappresenta una sorta di ‘salto nel buio’ del paese.
Al primo turno il 17 dicembre scorso Dimas aveva ottenuto 160 preferenze e 168 al secondo turno il 23 dicembre, esattamente gli stessi di oggi.
Il fallimento della maggioranza di governo – centrodestra più socialisti – porterà, impone la legge greca, allo scioglimento del parlamento entro dieci giorni e alla convocazione di nuove elezioni politiche tra poche settimane, probabilmente il 25 gennaio prossimo.
Di fatto la campagna per quello che si annuncia come uno scontro al vetriolo è già iniziata nei giorni scorsi, quando ormai appariva chiaro che le possibilità che il governo targato troika potesse evitare le elezioni anticipate erano assai remote.
Le elezioni in vista rappresentano a tutti gli effetti un vero e proprio referendum pro o contro la troika. Da una parte Nea Dimokratia, che si presenta come l'argine alla vittoria della sinistra radicale e al fallimento definitivo del paese, dall'altra Syriza – probabilmente in accordo con i socialdemocratici di Dimar – che chiede ai greci di votare compattamente per un'alternativa di governo che punti su un alleggerimento dell'austerity imposta dai creditori internazionali in cambio di centinaia di miliardi di euro di prestiti. Alexis Tsipras, il leader del partito di sinistra nato da una federazione tra gli ex comunisti del Synaspismos, gruppi marxisti ed eco-socialisti e transfughi dal Partito Socialista punta in particolare su una negoziazione e su una ristrutturazione del debito ellenico che permetta ad un eventuale governo progressista di investire ingenti risorse nella ricostruzione dello stato sociale distrutto in anni di politiche dettate dall’Ue e dal Fmi.
Ma non è affatto scontato che Syriza riuscirà a ottenere i voti – e i seggi – sufficienti a governare, e dalle legislative potrebbe uscire un parlamento di fatto ingovernabile. I sondaggi più recenti danno la sinistra in testa su Nea Dimokratia – 27,2% contro 24,7% secondo Kapa Research per To Vima, 28,3% contro 25% secondo Alko per Proto Thoma – ma con uno scarto in calo e comunque non sufficiente ad assegnare a Tsipras la maggioranza assoluta dei seggi. Scarsa è inoltre la possibilità per i socialdemocratici di Dimar e per i Verdi, i due possibili partner di un governo con Syriza, di oltrepassare la soglia di sbarramento.
Sulle preferenze degli elettori pesa sicuramente la campagna di terrorismo psicologico già iniziata dall’establishment ellenico e da quello europeo che descrive una possibile vittoria di Syriza come una ‘catastrofe’ che porterà la Grecia definitivamente a fondo. Basta vedere l’ennesimo tonfo della Borsa di Atene questa mattina – mentre scriviamo il listino è a meno 11% – che si trascina dietro quasi tutte le piazze europee, per capire da che parte sono schierati i mercati finanziari internazionali.
Ieri in un'intervista al quotidiano Bild, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble ha allertato sul fatto che "nuove elezioni non cambieranno il debito greco. Ogni nuovo governo dovrà comunque rispettare gli accordi presi dai suoi predecessori", ha precisato quello che molti considerano il vero capo dell’esecutivo di Berlino. Il governo tedesco e le istituzioni dell’Unione Europea stanno stringendo sulla Grecia un meccanismo di ricatto che potrebbe si far infuriare e radicalizzare la parte più attenta dell’opinione pubblica ellenica, riportando però all’ordine i settori popolari più timorosi.
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Rischio incendio sulle navi? Vigili del Fuoco: "La sicurezza non esiste più"
Sull'incendio che ha devastato la nave Norman Atlantic dicono la loro dei soggetti troppe volte inascoltati: i vigili del fuoco. Qui di seguito una nota emessa dalla Usb dei Vigili del Fuoco sulla vicenda:
"Sono anni che nel nostro paese assistiamo ad incidenti di navi o traghetti che transitano in una penisola dove il 90% è circondata da acque. Eppure ogni volta siamo sempre a partire dall’abecedario.
Come vigili del fuoco ci confrontiamo ogni giorno con problemi vecchi in materia di soccorso a mare, ogni incidente si parte sempre dall’inizio, si gestisce alla meno peggio il soccorso alle persone dopodiché tutto ricade nel dimenticatoio, nessuno che parla di prevenzione e soccorso a mare nel nostro paese.
Ma ce di più nel nostro paese circondato da acque e ricco di fiumi il governo ha pensato bene di ridurre le attività marittime dei vigili del fuoco chiudendo nuclei su nuclei dai sommozzatori ai portuali!
Perché il corpo nazionale non è interessato nei collaudi delle navi che traghettano persone e beni?
Perché non è il Dipartimento (?) che decide quali sono i sistemi antincendio sulle navi?
In Italia ci sono centinaia di enti che sono responsabili della sicurezza delle navi nessuno responsabile della sicurezza dei passeggeri e dei loro beni
Il Corpo Nazionale è di fatto messo in ginocchio dalla politica del risparmio che ha messo in piedi un progetto di abbandono da parte dei V.F. delle unità navali di grandi dimensioni e di stipula di convenzioni inerenti gli interventi in mare con le Capitanerie di Porto.
Ricordiamo che il personale VF imbarcato su mezzi navali di altri enti (CP o altro), in caso di necessità, non avranno garantita un'alimentazione idrica adeguata o un'erogazione sia dinamica che quantitativa di schiuma ora presente sulle grandi unità VF - in altura, le imbarcazioni traghettatrici non potranno far fronte alla ricarica degli autoprotettori o delle bombole SMZT garantendo il ripristino di tali dispositivi - nel caso di interventi antiaffondamento in altura, le dotazioni e le pompe di esaurimento dei mezzi traghettatori non riusciranno a garantire i volumi di aspirazione necessari - non sono presenti a bordo dei mezzi navali di altri enti gru o altri impianti di sollevamento per issare a bordo di una nave incidentata i materiali VF o per recuperare eventuali relitti.
E’ utile sottolineare che molto presto verrà chiuso definitivamente il nucleo sommozzatori di Brindisi la struttura portuale in una zona dove è altissimo il numero di traghetti in transito specie durante l’estate.
Come USB VVF ci chiediamo chi ha autorizzato dopo una certa data l’aumento di passeggeri o di mezzi imbarcati, chi ha effettuato il collaudo antincendio. Semplicemente perché se avesse funzionato l’impianto interno antincendio non avremmo assistito a quelle fiamme e quel fumo attaccato solo dall’esterno della nave, con quelle condizioni metereologiche, avremmo visto attenuarsi piano piano sia le fiamme che il fumo!"
Affermiamo con elementi certi e cognizione di causa che la tanto conclamata sicurezza della navigazione marittima dalle autorità italiane non esiste.
USB Vigili del Fuoco NazionaleFonte
Messico: esercito sotto accusa per la strage di Iguala
Anche l’esercito è finito sotto indagine in merito alla scomparsa, il 26 settembre scorso, di 43 studenti della Escuela Rural di Aytozitnapa a Iguala, nello stato meridionale di Guerrero: lo ha annunciato il presidente della Commissione nazionale per i diritti umani del Messico (Cndh), Luis Raúl González.
“Abbiamo chiesto informazioni alla Segreteria della Difesa Nazionale. Stiamo cercando di sapere tutto ciò che può emergere da azioni o omissioni” ha detto il difensore civico ai giornalisti dopo un incontro con i genitori dei giovani. Gli inquirenti ritengono che i ragazzi siano stati massacrati dopo l’uccisione di sei persone, inclusi alcuni adolescenti, da parte della polizia municipale e dei narcos di un cartello della droga. Solo di recente i resti di uno degli studenti scomparsi sono stati trovati e identificati.
L’indagine verte sulle azioni militari in corso nella zona della sospetta strage il 26 settembre: “È motivata da un’esigenza legittima dei genitori, che da quella sera… non ne sanno più nulla” ha precisato González.
La Cndh sta preparando anche una raccomandazione, ma a carattere non vincolante, per il presidente Enrique Peña Nieto, dopo settimane di proteste di massa e cortei – incluso il giorno di Natale – organizzati nel Guerrero, a Città del Messico e in altre località del paese. “Alla Cndh non spetta indagare sui crimini, ma sulle violazioni dei diritti umani da parte dei militari” ha insistito González, che è alla guida dell’organismo solo dal mese scorso.
Stando alla Procura generale, più volte accusata dai familiari degli scomparsi e dalle organizzazioni sociali di voler sminuire la portata dei fatti del 26 settembre e nascondere il coinvolgimento delle istituzioni federali messicane, i militari non sarebbero coinvolti nella sparatoria, in quanto non avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire. Tuttavia, alcuni studenti affermano di aver visto alcuni soldati e poliziotti federali sul luogo delle violenze, circostanza finora sempre negata dal governo centrale.
Fonte
“Abbiamo chiesto informazioni alla Segreteria della Difesa Nazionale. Stiamo cercando di sapere tutto ciò che può emergere da azioni o omissioni” ha detto il difensore civico ai giornalisti dopo un incontro con i genitori dei giovani. Gli inquirenti ritengono che i ragazzi siano stati massacrati dopo l’uccisione di sei persone, inclusi alcuni adolescenti, da parte della polizia municipale e dei narcos di un cartello della droga. Solo di recente i resti di uno degli studenti scomparsi sono stati trovati e identificati.
L’indagine verte sulle azioni militari in corso nella zona della sospetta strage il 26 settembre: “È motivata da un’esigenza legittima dei genitori, che da quella sera… non ne sanno più nulla” ha precisato González.
La Cndh sta preparando anche una raccomandazione, ma a carattere non vincolante, per il presidente Enrique Peña Nieto, dopo settimane di proteste di massa e cortei – incluso il giorno di Natale – organizzati nel Guerrero, a Città del Messico e in altre località del paese. “Alla Cndh non spetta indagare sui crimini, ma sulle violazioni dei diritti umani da parte dei militari” ha insistito González, che è alla guida dell’organismo solo dal mese scorso.
Stando alla Procura generale, più volte accusata dai familiari degli scomparsi e dalle organizzazioni sociali di voler sminuire la portata dei fatti del 26 settembre e nascondere il coinvolgimento delle istituzioni federali messicane, i militari non sarebbero coinvolti nella sparatoria, in quanto non avrebbero ricevuto l’ordine di intervenire. Tuttavia, alcuni studenti affermano di aver visto alcuni soldati e poliziotti federali sul luogo delle violenze, circostanza finora sempre negata dal governo centrale.
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Ue e Nato in guerra contro i pirati sino alla fine del 2016
Di pirati in Corno d’Africa se ne trovano sempre meno tuttavia il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di estendere l’operazione militare anti-pirateria “Atalanta” fino al 12 dicembre 2016. La proroga per altri due anni delle attività di perlustrazione aeronavale a largo delle coste della Somalia comporterà per l’Ue una spesa di 14,7 milioni di euro. “Il sistema economico della pirateria ha subito colpi pesanti ma non è finito”, ha dichiarato il Comando delle forze navali dell’Unione europea (EU Navfor). “Nonostante i significativi progressi conseguiti dall’operazione Atalanta, sono tutti concordi nel ritenere che la minaccia della pirateria resta viva”, spiega la rappresentante Ue per gli Affari esteri e le politiche di sicurezza, Federica Mogherini. “Dobbiamo continuare a mantenere la pressione sui pirati per dare sicurezza al Corno d’Africa. Questo è nel nostro comune interesse”.
In verità, le unità militari di “Atalanta” hanno registrato nel 2014 solo cinque “incidenti” ascrivibili ad atti di pirateria in acque somale, quatto dei quali classificati come “eventi sospetti” e solo uno, a febbraio, identificato come un vero e proprio “attacco”. “L’anno peggiore è stato il 2011 quando furono registrati 166 eventi sospetti, ridottisi a 73 nel 2012 e ad appena 20 lo scorso anno”, riporta EU Navfor. La drastica riduzione degli atti di pirateria in Corno d’Africa e nel mondo è confermata dall’International Maritime Bureau (IMB). L’agenzia internazionale ha registrato nei primi nove mesi di quest’anno 178 episodi (rispetto ai 352 dello stesso periodo del 2011), con 17 imbarcazioni assaltate, 124 abbordate e 10 incendiate. Una decina gli incidenti che hanno interessato le acque della Somalia, 13 la Nigeria (29 nel 2013) e 4 il Ghana (nessuno nel 2013). “Nel corso del 2014 si è registrato tuttavia un preoccupante aumento degli attacchi contro le piccole navi cisterna di cabotaggio nel sud-est asiatico”, allerta l’IMB.
Dallo scorso 6 agosto, il comando dell’operazione “Atalanta” è stato assunto dal contrammiraglio Guido Rando. La Marina miliare italiana guida per la terza volta le attività Ue anti-pirateria in Corno d’Africa da quando, nel dicembre 2008, ha preso il via “Atalanta”. Obiettivo principale “ufficiale” della missione militare a cui partecipano 21 Stati membri dell’Ue e due paesi non Ue è la scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia, oltre che la deterrenza, repressione e interruzione della pirateria marittima e la sorveglianza dell’attività della pesca al largo delle coste della Somalia. Recentemente il Consiglio Ue ha aggiunto alcuni “obiettivi secondari” al mandato di “Atalanta”: in particolare, “le unità aeronavali possono contribuire con i mezzi e le capacità esistenti, a un maggiore approccio complessivo dell’Ue alla Somalia, anche a supporto del Rappresentante speciale Ue per il Corno d’Africa”. Possono essere forniti altresì, supporto logistico, esperti e addestramento in mare per altri attori Ue, “in particolare le missioni di rafforzamento delle capacità marittime regionali (come EUCAP Nestor, la missione civile dell’Unione europea impegnata nelle attività di capacity building nell’area)”. L’operazione “Atalanta” può intervenire pure a sostegno dell’EU Training Mission (EUTM) Somalia (la missione europea di formazione delle forze di polizia e dell’esercito somalo), “al fine di contribuire alla creazione delle capacità necessarie agli stati rivieraschi dell’area per svolgere efficacemente il controllo delle acque d’interesse”. Il personale Ue può essere impiegato direttamente pure nelle attività di assistenza e addestramento delle forze navali, di polizia e delle guardie costiere della regione del Corno d’Africa.
La task force 465 di “Atalanta” è composta attualmente da una fregata belga, una olandese e una spagnola, da un’unità rifornitrice di squadra tedesca, da due velivoli ad ala fissa (uno tedesco e uno spagnolo) e da uno staff internazionale formato da 34 ufficiali e sottufficiali di Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna. Alle operazioni anti-pirateria la Marina militare italiana ha assegnato sino alla fine del gennaio 2015 la fregata lanciamissili “Andrea Doria”, con un equipaggio di 208 persone comprensivo dei team specialistici della Brigata Marina “San Marco”, del Gruppo Operativo Subacquei e della Sezione Elicotteri con un velivolo EH 101. Dallo scorso mese di settembre, il 32° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza ad Amendola (Foggia) ha messo a disposizione dell’Ue due velivoli a pilotaggio remoto Predator “A Plus” per la “sorveglianza e il riconoscimento di attività sospette riconducibili al fenomeno della pirateria”. I droni operano dall’aeroporto di Chabelley (Gibuti) e sono utilizzati pure in funzioni d’intelligence a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie islamico-radicali di Al Shabab.
“Dall’assunzione del mio incarico di force commander della forza navale europea per l’Operazione Atalanta, non si sono verificati attacchi o incidenti riconducibili al fenomeno della pirateria”, ha dichiarato il contrammiraglio Guido Rando in un’intervista al Velino, il 10 novembre 2014. “La significativa riduzione del fenomeno della pirateria a partire dalla fine del 2011 è dovuta ai successi conseguiti negli ultimi anni e ai concomitanti effetti di diversi fattori, tra i quali lo sforzo esercitato dalla Forza Navale Europea in coordinamento con gli altri dispositivi aeronavali di coalizione (Nato e Combined Maritime Force, la forza marittima congiunta guidata dagli Stati Uniti d’America) o dei cosiddetti Indipendent Deployers (Cina, India, Russia, Giappone, Corea del Sud) e la conseguente adozione delle Best Management Practices, le misure di autoprotezione delle navi, l’assunzione di rotte e velocità più sicure, nonché da un più efficace controllo del territorio e contrasto alle organizzazioni criminali da parte delle autorità somale”.
Secondo il contrammiraglio Rando, “Atalanta” ha consentito la consegna di oltre un milione di tonnellate di aiuti del WFP alla popolazione somala, mentre “sono stati arrestati dalle unità EU Navfor e successivamente riconosciuti colpevoli del reato pirateria dall’autorità giudiziaria 128 soggetti”. “Oltre all’azione di deterrenza esercitata con la presenza di navi e aerei militari nell’area - ha aggiunto Rando - un’altra importante attività di EU Navfor è stata finalizzata alla raccolta di informazioni utili alla comprensione del pattern of life, ossia le normali attività sociali ed economiche svolte dalle popolazioni costiere”.
Il 3 giugno 2014, anche i ministri della Difesa della Nato hanno deliberato l’estensione dell’operazione militare anti-pirateria “Ocean Shield” sino alla fine del 2016. La task force 508 di “Ocean Shild” ha preso il via nell’agosto 2008 e vede oggi le unità aeronavali della Nato pattugliare una vasta superficie marittima compresa tra il Golfo Arabico a nord, le Seychelles a sud, il Golfo di Aden ad ovest e le Maldive ad est. “Ocean Shield contribuisce a proteggere una delle rotte navali più importanti al mondo e dove i pirati continuano ad attaccare le unità navali”, afferma il Comando generale dell’Alleanza Atlantica. “Nel 2013, la Banca Mondiale ha stimato che annualmente la pirateria causa danni all’economia internazionale per 18 miliardi di dollari. Gli sforzi anti-pirateria della Nato aiutano a ridurre questo costo”.
Ampissimo il mandato assegnato alle unità aeree e navali impiegate con “Ocean Shield”. “La flotta Nato può perseguire attivamente le navi pirata sospette per prevenire gli attacchi”, riporta il Comando della task force 508. “I Nato boarding teams possono abbordare una nave sospetta per verificare se i pirati sono a bordo di essa. Le unità possono usare la forza per fermare i pirati. Tutti i pirati arrestati sono trasferiti il più presto possibile alle agenzie nazionali responsabili dell’applicazione delle leggi. In aggiunta a queste attività e come parte dell’Operazione Ocean Shield, la Nato sta operando con altri corpi internazionali per aiutare a sviluppare la capacità dei paesi della regione a contrastare da sé la pirateria”. Alle operazioni marittime dell’Alleanza contribuiscono periodicamente le forze navali di paesi latinoamericani e asiatici.
A settembre e a novembre, si sono tenute nel Golfo di Aden una serie di esercitazioni congiunte tra le unità del Giappone e della Nato. Esse sono state condotte nel quadro dell’Individual Partnership and Co-operation Programme (IPCP), sottoscritto in primavera dal Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen e dal Primo ministro giapponese Shinzō Abe per “rafforzare il dialogo politico e la cooperazione militare, soprattutto nel campo della lotta alla pirateria e dell’assistenza in caso di disastri”.
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In verità, le unità militari di “Atalanta” hanno registrato nel 2014 solo cinque “incidenti” ascrivibili ad atti di pirateria in acque somale, quatto dei quali classificati come “eventi sospetti” e solo uno, a febbraio, identificato come un vero e proprio “attacco”. “L’anno peggiore è stato il 2011 quando furono registrati 166 eventi sospetti, ridottisi a 73 nel 2012 e ad appena 20 lo scorso anno”, riporta EU Navfor. La drastica riduzione degli atti di pirateria in Corno d’Africa e nel mondo è confermata dall’International Maritime Bureau (IMB). L’agenzia internazionale ha registrato nei primi nove mesi di quest’anno 178 episodi (rispetto ai 352 dello stesso periodo del 2011), con 17 imbarcazioni assaltate, 124 abbordate e 10 incendiate. Una decina gli incidenti che hanno interessato le acque della Somalia, 13 la Nigeria (29 nel 2013) e 4 il Ghana (nessuno nel 2013). “Nel corso del 2014 si è registrato tuttavia un preoccupante aumento degli attacchi contro le piccole navi cisterna di cabotaggio nel sud-est asiatico”, allerta l’IMB.
Dallo scorso 6 agosto, il comando dell’operazione “Atalanta” è stato assunto dal contrammiraglio Guido Rando. La Marina miliare italiana guida per la terza volta le attività Ue anti-pirateria in Corno d’Africa da quando, nel dicembre 2008, ha preso il via “Atalanta”. Obiettivo principale “ufficiale” della missione militare a cui partecipano 21 Stati membri dell’Ue e due paesi non Ue è la scorta alle navi mercantili del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (WFP), incaricate di consegnare aiuti alimentari in Somalia, oltre che la deterrenza, repressione e interruzione della pirateria marittima e la sorveglianza dell’attività della pesca al largo delle coste della Somalia. Recentemente il Consiglio Ue ha aggiunto alcuni “obiettivi secondari” al mandato di “Atalanta”: in particolare, “le unità aeronavali possono contribuire con i mezzi e le capacità esistenti, a un maggiore approccio complessivo dell’Ue alla Somalia, anche a supporto del Rappresentante speciale Ue per il Corno d’Africa”. Possono essere forniti altresì, supporto logistico, esperti e addestramento in mare per altri attori Ue, “in particolare le missioni di rafforzamento delle capacità marittime regionali (come EUCAP Nestor, la missione civile dell’Unione europea impegnata nelle attività di capacity building nell’area)”. L’operazione “Atalanta” può intervenire pure a sostegno dell’EU Training Mission (EUTM) Somalia (la missione europea di formazione delle forze di polizia e dell’esercito somalo), “al fine di contribuire alla creazione delle capacità necessarie agli stati rivieraschi dell’area per svolgere efficacemente il controllo delle acque d’interesse”. Il personale Ue può essere impiegato direttamente pure nelle attività di assistenza e addestramento delle forze navali, di polizia e delle guardie costiere della regione del Corno d’Africa.
La task force 465 di “Atalanta” è composta attualmente da una fregata belga, una olandese e una spagnola, da un’unità rifornitrice di squadra tedesca, da due velivoli ad ala fissa (uno tedesco e uno spagnolo) e da uno staff internazionale formato da 34 ufficiali e sottufficiali di Belgio, Croazia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lettonia, Olanda, Portogallo, Romania, Serbia e Spagna. Alle operazioni anti-pirateria la Marina militare italiana ha assegnato sino alla fine del gennaio 2015 la fregata lanciamissili “Andrea Doria”, con un equipaggio di 208 persone comprensivo dei team specialistici della Brigata Marina “San Marco”, del Gruppo Operativo Subacquei e della Sezione Elicotteri con un velivolo EH 101. Dallo scorso mese di settembre, il 32° Stormo dell’Aeronautica militare di stanza ad Amendola (Foggia) ha messo a disposizione dell’Ue due velivoli a pilotaggio remoto Predator “A Plus” per la “sorveglianza e il riconoscimento di attività sospette riconducibili al fenomeno della pirateria”. I droni operano dall’aeroporto di Chabelley (Gibuti) e sono utilizzati pure in funzioni d’intelligence a favore delle forze governative somale in lotta contro le milizie islamico-radicali di Al Shabab.
“Dall’assunzione del mio incarico di force commander della forza navale europea per l’Operazione Atalanta, non si sono verificati attacchi o incidenti riconducibili al fenomeno della pirateria”, ha dichiarato il contrammiraglio Guido Rando in un’intervista al Velino, il 10 novembre 2014. “La significativa riduzione del fenomeno della pirateria a partire dalla fine del 2011 è dovuta ai successi conseguiti negli ultimi anni e ai concomitanti effetti di diversi fattori, tra i quali lo sforzo esercitato dalla Forza Navale Europea in coordinamento con gli altri dispositivi aeronavali di coalizione (Nato e Combined Maritime Force, la forza marittima congiunta guidata dagli Stati Uniti d’America) o dei cosiddetti Indipendent Deployers (Cina, India, Russia, Giappone, Corea del Sud) e la conseguente adozione delle Best Management Practices, le misure di autoprotezione delle navi, l’assunzione di rotte e velocità più sicure, nonché da un più efficace controllo del territorio e contrasto alle organizzazioni criminali da parte delle autorità somale”.
Secondo il contrammiraglio Rando, “Atalanta” ha consentito la consegna di oltre un milione di tonnellate di aiuti del WFP alla popolazione somala, mentre “sono stati arrestati dalle unità EU Navfor e successivamente riconosciuti colpevoli del reato pirateria dall’autorità giudiziaria 128 soggetti”. “Oltre all’azione di deterrenza esercitata con la presenza di navi e aerei militari nell’area - ha aggiunto Rando - un’altra importante attività di EU Navfor è stata finalizzata alla raccolta di informazioni utili alla comprensione del pattern of life, ossia le normali attività sociali ed economiche svolte dalle popolazioni costiere”.
Il 3 giugno 2014, anche i ministri della Difesa della Nato hanno deliberato l’estensione dell’operazione militare anti-pirateria “Ocean Shield” sino alla fine del 2016. La task force 508 di “Ocean Shild” ha preso il via nell’agosto 2008 e vede oggi le unità aeronavali della Nato pattugliare una vasta superficie marittima compresa tra il Golfo Arabico a nord, le Seychelles a sud, il Golfo di Aden ad ovest e le Maldive ad est. “Ocean Shield contribuisce a proteggere una delle rotte navali più importanti al mondo e dove i pirati continuano ad attaccare le unità navali”, afferma il Comando generale dell’Alleanza Atlantica. “Nel 2013, la Banca Mondiale ha stimato che annualmente la pirateria causa danni all’economia internazionale per 18 miliardi di dollari. Gli sforzi anti-pirateria della Nato aiutano a ridurre questo costo”.
Ampissimo il mandato assegnato alle unità aeree e navali impiegate con “Ocean Shield”. “La flotta Nato può perseguire attivamente le navi pirata sospette per prevenire gli attacchi”, riporta il Comando della task force 508. “I Nato boarding teams possono abbordare una nave sospetta per verificare se i pirati sono a bordo di essa. Le unità possono usare la forza per fermare i pirati. Tutti i pirati arrestati sono trasferiti il più presto possibile alle agenzie nazionali responsabili dell’applicazione delle leggi. In aggiunta a queste attività e come parte dell’Operazione Ocean Shield, la Nato sta operando con altri corpi internazionali per aiutare a sviluppare la capacità dei paesi della regione a contrastare da sé la pirateria”. Alle operazioni marittime dell’Alleanza contribuiscono periodicamente le forze navali di paesi latinoamericani e asiatici.
A settembre e a novembre, si sono tenute nel Golfo di Aden una serie di esercitazioni congiunte tra le unità del Giappone e della Nato. Esse sono state condotte nel quadro dell’Individual Partnership and Co-operation Programme (IPCP), sottoscritto in primavera dal Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen e dal Primo ministro giapponese Shinzō Abe per “rafforzare il dialogo politico e la cooperazione militare, soprattutto nel campo della lotta alla pirateria e dell’assistenza in caso di disastri”.
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Licenziare gli statali? Renzi lo vorrebbe...
Rilanciare l'occupazione licenziando tutti. Non è una barzelletta per dementi, ma il programma di questo governo. Difficile non cogliere la vera sostanza del jobs act (facilitare i licenziamenti, non le assunzioni) quando si assiste al litigio in diretta tra ministri, sottosegretari, consulenti, aficionados sulla "interpretazione autentica" da dare al testo uscito dal consiglio dei ministri e pubblicato sul sito del governo (e anche su Contropiano).
Ha aperto le danze Pietro Ichino, giuslavorista passato dalla Cgil alla corte di Mario Monti, che ha protestato perché - a suo dire - la possibilità di licenziare gli statali esattamente come i lavoratori dipendenti del settore privato era compresa nel testo approvato dal Cdm il 24 dicembre: «Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nel pubblico impiego erano presenti anche Poletti e Madia». Ovvero i due ministri che avevano immediatamente "precisato" l'esclusione degli statali dal campo di applicabilità dell'nuova disciplina sui licenziamenti.
Polemiche governative a parte - un'oscena gara a chi è più crudele nei confronti dei lavoratori dipendenti di ogni ordine e grado - ci sembra evidente che nessuno si attende dal jobs act una miracolosa ripresa dell'attività produttiva e quindi anche dell'occupazione. L'unico obiettivo - ormai esplicito - è quello di dar mano libera ai licenziamenti, senza più l'impiccio del ricorso al giudice del lavoro che poteva decidere la "reintegra".
La licenziabilità immediata e generalizzata non possiede del resto alcun senso economico, se non quello di seppellire la conflittualità sindacale su norme, salari, ritmi e sicurezza nel lavoro, con la minaccia esplicita dell'espulsione dal luogo di lavoro.
Ma per quale motivo gli statali dovrebbero essere esclusi da questa tagliola? Il ragionamento di Ichino sarebbe logico se fosse supportato da una qualche consapevolezza giuridica (anche negli specialisti del settore, insomma, alcune nozioni possono andare smarrite sotto l'ossessione "licenzista"). Sono le stesse furbizie criminali del jobs act a portare a questo risultato. Per rendere facile il licenziamento, infatti, viene allargato all'infinito il campo dei "motivi economici e di ristrutturazione". E va da sé che lo Stato non può accampare "motivi economici" per licenziare il personale se non dopo aver dichiarato fallimento.
L'altro elemento "chiarificatore" è arrivato dallo stesso Renzi, che ha provato a tirarsi fuori dal litigio rimettendo la questione alla discussione in Parlamento. Per uno che usa la questione di fiducia un giorno sì e l'altro pure non c'è male, come battuta... Sembra chiaro, quindi che Renzi intenda far sua la posizione di Ichino, contando sull'entusiastico apporto di berlusconiani nuovi e vecchi, residui montiani e paccottiglia varia.
Mentre in giro ancora vanno cianciando quelli che, a forza di politica "di riduzione del danno", hanno costantemente contribuito ad abbassare le tutele dei lavoratori. Ora che non ci sono più, insistono ancora...
Nel pomeriggio Renzi ha smentito confermando, nel suo stile gesuitico e strafottente: "in Consiglio dei ministri ho proposto io di togliere la norma" sui dipendenti pubblici "perché non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro. Il Jobs act non si occupa di disciplinare i rapporti del pubblico impiego. Le regole del lavoro pubblico le riprenderemo nel ddl Madia. La mia idea è che chi sbaglia nel Pubblico paghi. Per chi non lavora bene perché non è messo in condizione di farlo, la responsabilità va attribuita ai dirigenti. Ma per i cosiddetti fannulloni va messa la condizione di mandarli a casa. Ma questo argomento prenderà corpo a febbraio o marzo".
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Ha aperto le danze Pietro Ichino, giuslavorista passato dalla Cgil alla corte di Mario Monti, che ha protestato perché - a suo dire - la possibilità di licenziare gli statali esattamente come i lavoratori dipendenti del settore privato era compresa nel testo approvato dal Cdm il 24 dicembre: «Quando il governo ha deciso di non escludere dal campo di applicazione i nuovi assunti nel pubblico impiego erano presenti anche Poletti e Madia». Ovvero i due ministri che avevano immediatamente "precisato" l'esclusione degli statali dal campo di applicabilità dell'nuova disciplina sui licenziamenti.
Polemiche governative a parte - un'oscena gara a chi è più crudele nei confronti dei lavoratori dipendenti di ogni ordine e grado - ci sembra evidente che nessuno si attende dal jobs act una miracolosa ripresa dell'attività produttiva e quindi anche dell'occupazione. L'unico obiettivo - ormai esplicito - è quello di dar mano libera ai licenziamenti, senza più l'impiccio del ricorso al giudice del lavoro che poteva decidere la "reintegra".
La licenziabilità immediata e generalizzata non possiede del resto alcun senso economico, se non quello di seppellire la conflittualità sindacale su norme, salari, ritmi e sicurezza nel lavoro, con la minaccia esplicita dell'espulsione dal luogo di lavoro.
Ma per quale motivo gli statali dovrebbero essere esclusi da questa tagliola? Il ragionamento di Ichino sarebbe logico se fosse supportato da una qualche consapevolezza giuridica (anche negli specialisti del settore, insomma, alcune nozioni possono andare smarrite sotto l'ossessione "licenzista"). Sono le stesse furbizie criminali del jobs act a portare a questo risultato. Per rendere facile il licenziamento, infatti, viene allargato all'infinito il campo dei "motivi economici e di ristrutturazione". E va da sé che lo Stato non può accampare "motivi economici" per licenziare il personale se non dopo aver dichiarato fallimento.
L'altro elemento "chiarificatore" è arrivato dallo stesso Renzi, che ha provato a tirarsi fuori dal litigio rimettendo la questione alla discussione in Parlamento. Per uno che usa la questione di fiducia un giorno sì e l'altro pure non c'è male, come battuta... Sembra chiaro, quindi che Renzi intenda far sua la posizione di Ichino, contando sull'entusiastico apporto di berlusconiani nuovi e vecchi, residui montiani e paccottiglia varia.
Mentre in giro ancora vanno cianciando quelli che, a forza di politica "di riduzione del danno", hanno costantemente contribuito ad abbassare le tutele dei lavoratori. Ora che non ci sono più, insistono ancora...
Nel pomeriggio Renzi ha smentito confermando, nel suo stile gesuitico e strafottente: "in Consiglio dei ministri ho proposto io di togliere la norma" sui dipendenti pubblici "perché non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro. Il Jobs act non si occupa di disciplinare i rapporti del pubblico impiego. Le regole del lavoro pubblico le riprenderemo nel ddl Madia. La mia idea è che chi sbaglia nel Pubblico paghi. Per chi non lavora bene perché non è messo in condizione di farlo, la responsabilità va attribuita ai dirigenti. Ma per i cosiddetti fannulloni va messa la condizione di mandarli a casa. Ma questo argomento prenderà corpo a febbraio o marzo".
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Soros soffia sulla guerra tra Unione Europea e Russia
Che uno speculatore finanziario abbia a cuore beneficenza e democrazia è un sanguinoso ossimoro. L’intervento di George Soros pubblicato su La Stampa ne è la conferma. Il noto finanziere, spesso deus ex machina di interventi e ingerenze pesanti nella vita politica di molti paesi, rompe gli indugi sull’Ucraina. Dieci anni fa aveva finanziato la rivolta arancione nel paese, oggi spinge affinché l’intervento risolutore sia realizzato dalla potenza militare della Nato e dai soldi dell’Unione Europea. Ed è proprio a quest’ultima che Soros si rivolge chiedendogli di dissanguarsi prima con le sanzioni verso la Russia poi finanziando l’Ucraina come garante presso il Fondo Monetario Internazionale. Il rischio? Un conflitto con la Russia ma è proprio questo che Soros auspica. Un apprendista stregone patentato e che di scheletri e danni vomitevoli ne ha già parecchi nel suo armadio. Vediamo cosa sostiene Soros.
In primo luogo l’Unione Europea deve rompere gli indugi. Secondo Soros “Invadendo l’Ucraina nel 2014, la Russia ha sferrato una sfida epocale ai valori e ai principi dell’Ue e al sistema di regole che ha mantenuto la pace in Europa dal 1945. Né i leader né i cittadini europei sono pienamente consapevoli della portata di questa sfida, tanto meno sanno come affrontarla”.
Il riarmo dell’Ucraina è decisivo secondo Soros: “L’Occidente, purtroppo, ha fornito all’Ucraina sotto attacco un supporto solo di facciata. Altrettanto preoccupante è apparsa la continua riluttanza dei leader internazionali a fornire nuovi impegni finanziari per l’Ucraina. Di conseguenza, la semplice minaccia di un’azione militare può essere sufficiente a provocare il collasso economico dell’Ucraina”
Soros, come molti guerrafondai statunitensi, teme che Obama accetti un accordo con la Russia: “Putin sembra tenere in serbo la prospettiva di un grande patto, la Russia fa la sua parte nella lotta contro lo Stato islamico – per esempio, non fornendo i missili S300 alla Siria (preservando così il dominio aereo statunitense) – in cambio gli Usa lasciano alla Russia il controllo sul suo cosiddetto «estero dietro casa». Qualora Obama dovesse accettare un tale accordo, l’intera struttura delle relazioni internazionali sarebbe pericolosamente alterata a favore dell’uso della forza. Sarebbe un tragico errore”
Gli Stati aderenti all’Unione Europea, secondo Soros, hanno l’occasione di indicare un nemico, anzi “il nemico”, capace di fargli mettere da parte i contrasti interni sul rigore di bilancio. E’ l’occasione d’oro per risolvere le divergenze e concentrare gli sforzi contro il nemico comune - la Russia - anche rischiando di mandare in rosso i bilanci e le politiche di asuterity fin qui adottate dalla Ue. “La minaccia per la coesione politica della Ue è anche più grave del rischio militare. La crisi dell’euro ha trasformato un’unione sempre più stretta di Stati sovrani uguali in un’associazione di Paesi creditori e debitori, con i debitori che lottano per soddisfare le condizioni poste dai creditori. È questa debolezza interna ad aver permesso alla Russia di emergere come una potente rivale dell’Ue. L’attacco della Russia all’Ucraina è indirettamente un attacco alla Ue e ai suoi principi. E non è opportuno per un Paese, o per un’associazione di Paesi, farsi la guerra per perseguire l’austerità fiscale, come continua a fare l’Unione europea. Tutte le risorse disponibili dovrebbero essere dedicate all’impresa comune, anche se questo dovesse significare chiudere i bilanci in passivo”.
Particolare interessante nell’analisi di Soros, è che la politica della Merkel e della Germania sull’austerità corre il rischio di ostacolare questa operazione di concentrazione del fuoco sul nemico. Dice Soros che “La fortuna dell’Europa è che il cancelliere tedesco Angela Merkel si sia comportata come una vera europea riguardo alla minaccia rappresentata dalla Russia. Prima sostenitrice delle sanzioni, si è dimostrata la più disponibile a sfidare per questo l’opinione pubblica tedesca e gli interessi commerciali. Ma la Germania è anche il Paese che più di ogni altro sostiene la necessità dell’austerità fiscale, e la Merkel deve capire la contraddittorietà di queste posizioni”.
Non solo, ma la guerra contro la Russia – anche se viene evocata attraverso la formula del “sostegno all’Ucraina” – avrebbe, secondo Soros, un effetto benefico sull’economia dell’Unione Europea: “Le sanzioni contro la Russia sono necessarie, ma non sono senza conseguenze: l’impatto depressivo delle sanzioni aggrava le forze recessive e deflazionistiche già in atto. Al contrario, aiutare l’Ucraina a difendersi contro l’aggressione russa avrebbe un effetto di stimolo sull’Ucraina e sull’Europa”.
Per questo motivo, secondo il noto speculatore finanziario, l’Unione Europea dovrebbe aprire il portafoglio che oggi tiene chiuso: “L’Ucraina ha bisogno di un’iniezione di liquidità immediata, diciamo 20 miliardi di euro, con la promessa di averne di più in caso di necessità, così da scongiurare il collasso finanziario. Il Fondo monetario internazionale potrebbe fornire questi fondi, se la Ue promettesse di versare il suo contributo. Le spese reali rimarrebbero sotto il controllo del Fmi e subordinate alla realizzazione di profonde riforme strutturali”.
Infine c’è la missione finale che l’Unione Europea dovrebbe impugnare: “La «nuova Ucraina» è risolutamente pro-europea e pronta a difendere l’Europa difendendo se stessa. Ma i suoi nemici – non solo la Russia putiniana, ma anche la sua burocrazia e la sua oligarchia finanziaria – sono incredibilmente forti, e non può farcela da sola. Sostenere nel 2015 la nuova Ucraina è di gran lunga l’investimento più redditizio che l’Ue possa fare. Potrebbe anche aiutare la Ue a ritrovare lo spirito di unità e di prosperità condivisa che ha portato alla sua creazione. Salvando l’Ucraina, l’Ue potrebbe anche salvare se stessa”.
Questa chiusura contiene in se l’essenza della questione. Secondo uno dei maggiori speculatori finanziari del mondo, le contraddizioni interne dell’Unione Europea trarrebbero beneficio dal conflitto con la Russia, un conflitto ovviamente sempre declinato come “aiuto all’Ucraina”, ma è palese anche ad occhio nudo che un piano di aiuti all’Ucraina non avrebbe il peso e i ritorni positivi sufficienti come contropartita ai danni della sanzioni alla Russia e dei finanziamenti in uscita. All’Unione Europea servirebbe quindi qualcosa di più consistente per “salvare se stessa”, un bersaglio grosso, un nemico... un conflitto.
Si capisce da queste argomentazioni che quelli come Soros e i leader europei che ne seguono le indicazioni, vanno fermati, prima possibile e con ogni iniziativa necessaria.
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Soros dipinge e fomenta con disinvoltura criminale la terza guerra mondiale.
Terzo “incidente misterioso” per aereo della Malaysia. I morti sono saliti a 699
La notizia e le coincidenze si stanno facendo pesanti, decisamente troppo pesanti. Un terzo aereo passeggeri malese è infatti rimasto coinvolto in un misterioso incidente in soli nove mesi di quest'anno. E’ accaduto ieri. Si tratta di un Airbus A320 della compagnia aerea low cost AirAsia, sparito dai radar nelle prime ore del mattino di domenica 28 dicembre con 162 persone a bordo mentre era in volo fra l'Indonesia a Singapore. Il centro di controllo aereo di Jakarta ha perso il contatto con il volo AirAsia nell'area fra Surabaya e Singapore alle 7.55 ora locale (l'1.55 in Italia). L'aereo trasportava a bordo sette membri d'equipaggio e 155 passeggeri.
Si tratta del terzo caso nel 2014, con la perdita di due aerei della compagnia nazionale Malaysia Airlines ed ora con l'aereo della AirAsia “scomparso” fra l'Indonesia e Singapore con 162 persone a bordo. Con questo si arriva ad un totale di 699 persone morte nei tre incidenti aerei di compagnie aeree della Malaysia.
L’8 marzo scorso era stato il volo MH370 di Malaysia Airlines a scomparire poco dopo il decollo da Kuala Lumpur (Malaysia). Il Boeing 777 era diretto a Pechino con 239 persone a bordo. La sua sparizione resta ancora oggi un mistero. Il velivolo dovrebbe essersi inabissato nel sud dell'Oceano Indiano, finito il carburante. L'aereo non è mai stato trovato e non ci sono spiegazioni sul perché sia finito lì. Le ricerche sono ancora in corso. Ma in questi mesi, ed anche più recentemente, sono state avanzate ipotesi scomode che fanno parlare di un abbattimento. Prima, ad ottobre, era stato il presidente di Emirates Tim Clark a manifestare pubblicamente i suoi dubbi sulla scomparsa del volo malese Malaysia Airlines, arrivando ad affermare che il Boeing 777 potrebbe essere stato abbattuto dal personale militare americano, che temeva un attentato stile 11 settembre sulla base navale americana di Diego Garcia.
La stessa ipotesi è stata poi avanzata dall'ex presidente della Prometeus Airlines, Marc Dugain, in una intervista al settimanale francese Paris Match. Secondo Dugain l'aereo malese è precipitato in nell'Oceano indiano, ma lascia intendere che i computer di bordo dell'aereo potrebbero essere stati hackerati da un attacco remoto, che ne avrebbe dirottato il volo per farlo schiantare sulla base militare di Diego Garcia. Quest'ultimo è un territorio inglese ma è usato come base militare americana e di rifornimento dalla fine degli anni '70. Al momento ospita circa 1700 militari e oltre 1500 civili statunitensi. Il governo Usa ha sempre negato che l'areo sia mai arrivato vicino a quel territorio, che è 3600km est dalla costa africana e 4700km nord-ovest di quella dell'Australia.
A sostegno della sua tesi, Dugain ha citato la testimonianza dei residenti delle Maldive, che hanno dichiarato di aver visto un aereo indirizzarsi verso Diego Garcia l'8 marzo scorso, ma le loro affermazioni non sono mai state prese in considerazione. Dugain sostiene che un pescatore sull'isola di Kudahuvadhoo gli ha detto che “un grande aereo... con strisce rosse e blu” stava volando quel giorno ad un'alta altitudine. L'ex capo della compagnia aerea ha sostenuto poi di aver visto delle immagini di uno strano oggetto che si era depositato su una spiaggia della vicina isola Baraah. Secondo Dugain, due esperti di aviazione e un ufficiale militare ritenevano che l'oggetto era un vuoto estintore Boeing, ma l'oggetto del mistero è stato successivamente sequestrato dai militari delle Maldive. Nella storia denunciata a Paris Match, Dugain ha respinto le prove fornite dalla società britannica Inmarsat, sostenendo come queste organizzazioni sono “molto vicini alle agenzie di intelligence".
Il 17 luglio scorso era toccato invece ad un Boeing 777 della Malaysia Airlines, il volo MH17 partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, esploso in volo sopra l'Ucraina dell'est, dove è in corso la guerra civile fra le repubbliche secessioniste e l'esercito del regime di Kiev. Le vittime in questo caso sono state 298. Le ipotesi sull’abbattimento sono ormai materia di manipolazione nel quadro della “guerra a bassa intensità” scatenata da Stati Uniti ed Unione Europea contro la Russia. Grande risalto è stato dato in occidente all’ipotesi dei servizi segreti tedeschi secondo cui l’areo malese è stato abbattuto dai guerriglieri delle repubbliche secessioniste. Al contrario la Russia ha presentato ufficialmente a luglio, in una conferenza stampa, un lungo elenco di risultati delle osservazioni radar e delle immagini satellitari che smentiscono totalmente la tesi tedesca.
Secondo gli esperti russi l'esercito ucraino aveva tre o quattro battaglioni di difesa aerea dotati di sistemi di missili Buk-M1 SAM schierati in prossimità di Donetsk il giorno dell'incidente. Questi missili erano in grado di colpire l'aereo civile. Altri missili terra-aria non ne avevano la stessa possibilità, data l'altezza e la posizione dell'aereo.
Inoltre risulta esserci stato un caccia dell'esercito ucraino in volo a 3 km dal Boeing nel momento dell'abbattimento nel video della torre di controllo. Questo caccia - modello Su-25 - si muove verso l'alto in direzione del Boeing-777. La distanza tra i velivoli era di 3-5 km. Il Su-25 è armato con missili aria-aria R-60, in grado di agganciare un bersaglio a una distanza di 12 km, e distruggerlo definitivamente ad una distanza di 5 km. Gli esperti russi insistono nel chiedere per quale motivo il velivolo da combattimento ucraino, si trovasse su rotte destinate ai voli civili.
Infine c’è il volo QZ8501 della compagnia aerea low cost malese AirAsia scomparso ieri mentre volava fra Surabaya in Indonesia con destinazione Singapore.
Chi grida al complotto, di solito viene ridicolizzato, ma anche credere ad una terribile e casuale coincidenza o affidarsi ad una maledizione diventa piuttosto difficile.
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