di Guido Salerno Aletta
All'ONU si vive una situazione di grande incertezza: la questione della invasione dell'Ucraina da parte della Russia mette in seria difficoltà le relazioni tra Mosca e Pechino per il sovrapporsi della questione di Taiwan.
C'è un punto cruciale da cui occorre partire: la Russia sostiene di essere intervenuta in Ucraina con l'operazione militare speciale in corso a partire dal 24 febbraio per difendere i diritti umani delle popolazioni del Donbass che venivano violati da Kiev. Nessun seguito concreto era stato dato agli Accordi di Minsk, garantiti da Francia e Germania con il supporto dell'OSCE, sulla cui base dovevano essere garantite forme di autogoverno alle due autoproclamatesi Repubbliche del Donetsk e Lougansk, aree di confine popolate da una forte minoranza russofona e russofila.
Il referendum ora in corso in queste due autoproclamate Repubbliche ed in altre due regioni sottoposte al controllo militare di Mosca, finalizzato a determinare una loro integrazione politica nella Federazione Russa, rappresenta un vulnus al principio della integrità territoriale degli Stati e delle loro frontiere: solo un riconoscimento internazionale di questo processo, ora impensabile, potrebbe conferire il crisma della legalità ad uno stato di fatto.
È ben vero che il diritto internazionale e la sovranità degli Stati si basano sul principio di effettività, ma le istituzioni come l'ONU hanno definito criteri e strumenti di stabilizzazione rispetto al principio della mera forza.
C'è un primo punto delicatissimo: se la Cina sostenesse anche la sola legittimità dell'intervento militare della Russia in Ucraina, e dunque nel territorio di un altro Stato sovrano, per difendere i diritti umani della popolazione ivi residente, si metterebbe in una posizione assai scomoda per quanto riguarda la situazione di Taiwan: quest'isola, che fa parte integrante della Cina e che dunque non ha alcun riconoscimento come Stato indipendente e sovrano sul piano del diritto internazionale, ha tuttavia uno status peculiare che la stessa Cina indirettamente riconosce sulla base del principio "Un Paese, due Sistemi".
Se Pechino volesse ridurre in forma coattiva, anche solo sul piano economico se non addirittura con una occupazione militare, i margini di autonomia di cui Taiwan oggi beneficia potrebbe provocare una reazione di resistenza assai vigorosa da parte del governo e della popolazione dell'isola, che giustificherebbero un supporto da parte di Stati terzi. È ben noto che gli Usa forniscono da tempo armi a Taiwan per garantirne il diritto alla autodifesa e che considerano lo Stretto di Taiwan come mare internazionale in cui deve essere libera la navigazione al naviglio anche militare di altri Paesi.
C'è dunque una sorta di tutela internazionale degli Usa nei confronti di Taiwan, paragonabile a quella che la Russia ha inteso inizialmente esercitare a tutela delle popolazioni del Donbass e nelle altre aree limitrofe ai suoi confini.
Con l'annessione, il quadro si complica: la Russia andrebbe infatti al di là del Dovere di protezione dei diritti umani delle popolazioni del Donbass, che avrebbe giustificato il suo intervento, per invocare il principio della libera autodeterminazione dei popoli.
L'autodeterminazione dei popoli e la protezione dei diritti umani costituiscono i due principi fondamentali del diritto internazionale moderno, che hanno segnato l'evoluzione del Novecento.
Il principio dell'autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta dell'ONU, affonda le sue radici nella ideologia wilsoniana: per evitare i conflitti tra gli Imperi che avevano determinato la Prima guerra mondiale, le frontiere degli Stati andavano ricostruite sulla base delle diverse nazionalità che nel tempo erano state aggregate. Fu così che, dopo aver privato l'Impero di Germania delle sue colonie, vennero segmentati sia quello Austro-ungarico sia quello Ottomano.
L'Impero zarista, colpito a morte dalla Rivoluzione d'Ottobre, aveva assunto una fisionomia assai complessa, sia per la pace separata che era stato stipulata in fretta e furia con la Germania, sia per le aggregazioni che erano state successivamente determinate dalla contaminazione ad altre aree circostanti dei fermenti rivoluzionari: si formò così l'URSS, una entità politica più vasta e variegata dell'ex Impero russo.
Il processo di decolonizzazione avviato dopo la Seconda guerra mondiale, con la fine dell'Impero Britannico trasformato in Commonwealth già accettata con la sottoscrizione della carta Atlantica, è stato un processo irreversibile, ma l'ideale coincidenza tra Stati e Popoli ha trovato limiti insormontabili: soprattutto le frontiere degli Stati africani, che erano state arbitrariamente decise dalle Potenze coloniali nella Conferenza di Berlino del 1884, da una parte mettendo insieme senza alcun criterio popolazioni diverse e dall'altra dividendo aree economicamente interdipendenti, non potevano essere rimesse in discussione senza provocare conflitti ancora più feroci di quelli che hanno insanguinato il Continente.
Ci sono state delle eccezioni, come per l'Indocina francese che venne divisa tra Vietnam, Cambogia e Laos al fine di limitare il più possibile i conflitti. Lo stesso accadde per l'India: la guerra civile e religiosa scoppiata tra gli Indù ed i Musulmani dette luogo alla formazione del Pakistan, uno Stato popolato da questi ultimi e composto da due componenti territoriali distinte, situate all'estremità occidentale ed orientale del sub continente.
Per difendere le popolazioni che subiscono le violenze della guerra civile, soccombendo alle angherie della comunità etnicamente prevalente, l'ONU ha quindi elaborato il principio della Responsabilità di Proteggere: se uno Stato viene meno all'obbligo di rispettare i diritti umani dell'intera popolazione di cui è composto, la Comunità internazionale può intervenire anche con l'uso della forza.
L'ONU è intervenuto ripetutamente in Africa per evitare le prosecuzione delle violenze lesive dei diritti umani, l'ultima volta in Libia nel 2011 per evitare i massacri della popolazione civile.
In precedenza, la Nato si era assunta autonomamente il potere di intervenire nel Kosovo per difenderne la minoranza musulmana dalla repressione della Serbia di cui faceva parte. La Jugoslavia ha subito un processo disgregativo che ha dato vita a diversi Stati: Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord si sono rese indipendenti dalla Serbia e sono state riconosciute internazionalmente come sovrani. Non è accaduto così per il Kosovo, una regione della Serbia cui Belgrado si rifiuta di riconoscere l'indipendenza come invece hanno fatto 98 Paesi dell'Onu, sui 193 complessivamente aderenti.
A questo punto, c'è un'altra questione delicatissima dal punto di vista delle relazioni geopolitiche.
Mosca non può invocare il precedente del Kosovo, perché non ha mai riconosciuto quest'ultimo per via delle sue buone relazioni con Belgrado. Se volesse far applicare al Donbass il precedente del Kosovo, dovrebbe riconoscerlo come Repubblica sovrana perdendo l'alleanza strategica secolare che la lega alla Serbia.
Pechino, a sua volta, guarda al precedente del Kosovo con orrore: riconoscerlo significherebbe dare il viatico all'indipendenza di Taiwan.
Le relazioni internazionali sono sempre un groviglio inestricabile.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
27/09/2022
Sorpresa! Agli Usa Meloni va benissimo...
Chi ha condotto la sua campagna elettorale snobbando i bisogni popolari e gridando al pericolo fascista – che è reale, ma è stato gonfiato proprio dall’ottusità conservatrice di Letta & co. – al presunto “sovranismo” che avrebbe isolato questo paese nella “comunità internazionale” (ormai ridotta ai soli “euroatlantici”), si ritrovano improvvisamente senza il loro unico argomento.
Il segretario di Stato USA, ossia il ministro degli esteri Antony Blinken, ha infatti dichiarato che “Siamo ansiosi di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi condivisi: sostenere un’Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani e costruire un futuro economico sostenibile. L’Italia è un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso“.
Non che sia una sorpresa. Già nei giorni scorsi un più anonimo funzionario dello stesso ministero, in sede Onu, aveva spiegato che, anche se Giorgia Meloni avesse vinto, alla Casa Bianca “pensiamo che questa narrativa da ‘fine del mondo’ sulle elezioni italiane non corrisponde con le nostre aspettative su cosa accadrà“.
Insomma: Meloni sarà pure una fascista (o post), ma gli Usa sono abituati a servirsene in tutte le salse (dalla strategia della tensione ai tentativi di golpe), e dunque “non c’è problema”. Anzi, in previsione di tempi turbolenti anche sul piano sociale (inflazione e razionamento dell’energia non rendono popolare nessun governo) possono risultare più funzionali di qualche “democratico”, per quanto sedicente.
Anche perché in quelle stesse ore veniva ospitato e pluripremiato Mario Draghi come “statista dell’anno”. E i più accorti tra gli osservatori potevano far notare come a Roma, da quando SuperMario era entrato a Palazzo Chigi, non c’era stato bisogno di nominare un nuovo ambasciatore da quello nel frattempo andato via. Gli interessi Usa, insomma, era già in buone mani.
Sarà un caso, ma tra le prime dichiarazioni “da governanti” dei vertici ex missini c’è quella di Guido Crosetto, che rassicurava sulla stesura urgente della legge di stabilità: “la scriveremo insieme a Draghi”.
Se teniamo presente che Fratelli d’Italia era l’unica opposizione ammessa al suo governo dobbiamo ammettere che Meloni & co. recitavano la parte, perché una opposizione in democrazia ci deve pur essere. Ma concordavano senza resistenze su gran parte dei provvedimenti presi dal governo con tutti dentro. E non solo sull’invio di armi agli ucraini.
Questa “benevola attenzione” statunitense con il probabile nuovo governo, e l’importanza data a Draghi da entrambe le sponde dell’Atlantico, lascia immaginare un assetto dei prossimi mesi caratterizzato da una “sorveglianza attenuata” da parte sia di Washington sia di Bruxelles.
Oltreoceano vogliono alleati obbedienti sul piano dell’iniziativa bellica, e su questo non possono nutrire dubbi. A Bruxelles, come sempre, si accontentano di tenere sotto controllo il percorso del PNRR e delle “riforme” lì indicate – e persino la tempistica – per erogare le varie tranche di prestiti.
Sarà un caso, ma le elezioni sono state indette in una data in cui la “rata” era già stata consegnata, mentre per la prossima c’è qualche mese di tempo. Quello necessario a strutturare un esecutivo che continui il lavoro senza mettere in discussione neanche una virgola. Al massimo, li si può accontentare sulle poltrone che dovranno essere sostituite in base allo spoil system. Tanto, chiunque vada ad occuparle ha un cronoprogramma vincolante già scritto e controfirmato.
Meloni sa certamente meglio di noi che dovrà camminare su un’asse liscia da cui è facilissimo cadere, ma non può far altro che camminarci sopra. Ogni sua mossa dovrà essere concordata, dunque è necessario che ci sia un “garante” internazionale credibile.
Blinken ha assicurato che gli Usa saranno “benevoli”. Per l’Unione Europea servirà qualcuno più addentro alle segrete alchimie che si realizzano a Bruxelles. Per quello non si trova più un allibratore che accetti scommesse sul prossimo inquilino al Quirinale.
Tutti danno per scontato che sarà SuperMario, pronto a realizzare nei fatti quel “presidenzialismo” che Giorgia Meloni vagheggia come riforma costituzionale “definitiva”.
Solo che con tutti quei poteri che ci sorvegliano da lontano e vicino, da sopra e da sotto, quel “presidente” sarà in pratica un vicerè di un impero che annaspa nella crisi.
La Storia non è finita. Sta solo correndo molto più veloce.
Fonte
Il segretario di Stato USA, ossia il ministro degli esteri Antony Blinken, ha infatti dichiarato che “Siamo ansiosi di lavorare con il governo italiano sui nostri obiettivi condivisi: sostenere un’Ucraina libera e indipendente, rispettare i diritti umani e costruire un futuro economico sostenibile. L’Italia è un alleato fondamentale, una democrazia forte e un partner prezioso“.
Non che sia una sorpresa. Già nei giorni scorsi un più anonimo funzionario dello stesso ministero, in sede Onu, aveva spiegato che, anche se Giorgia Meloni avesse vinto, alla Casa Bianca “pensiamo che questa narrativa da ‘fine del mondo’ sulle elezioni italiane non corrisponde con le nostre aspettative su cosa accadrà“.
Insomma: Meloni sarà pure una fascista (o post), ma gli Usa sono abituati a servirsene in tutte le salse (dalla strategia della tensione ai tentativi di golpe), e dunque “non c’è problema”. Anzi, in previsione di tempi turbolenti anche sul piano sociale (inflazione e razionamento dell’energia non rendono popolare nessun governo) possono risultare più funzionali di qualche “democratico”, per quanto sedicente.
Anche perché in quelle stesse ore veniva ospitato e pluripremiato Mario Draghi come “statista dell’anno”. E i più accorti tra gli osservatori potevano far notare come a Roma, da quando SuperMario era entrato a Palazzo Chigi, non c’era stato bisogno di nominare un nuovo ambasciatore da quello nel frattempo andato via. Gli interessi Usa, insomma, era già in buone mani.
Sarà un caso, ma tra le prime dichiarazioni “da governanti” dei vertici ex missini c’è quella di Guido Crosetto, che rassicurava sulla stesura urgente della legge di stabilità: “la scriveremo insieme a Draghi”.
Se teniamo presente che Fratelli d’Italia era l’unica opposizione ammessa al suo governo dobbiamo ammettere che Meloni & co. recitavano la parte, perché una opposizione in democrazia ci deve pur essere. Ma concordavano senza resistenze su gran parte dei provvedimenti presi dal governo con tutti dentro. E non solo sull’invio di armi agli ucraini.
Questa “benevola attenzione” statunitense con il probabile nuovo governo, e l’importanza data a Draghi da entrambe le sponde dell’Atlantico, lascia immaginare un assetto dei prossimi mesi caratterizzato da una “sorveglianza attenuata” da parte sia di Washington sia di Bruxelles.
Oltreoceano vogliono alleati obbedienti sul piano dell’iniziativa bellica, e su questo non possono nutrire dubbi. A Bruxelles, come sempre, si accontentano di tenere sotto controllo il percorso del PNRR e delle “riforme” lì indicate – e persino la tempistica – per erogare le varie tranche di prestiti.
Sarà un caso, ma le elezioni sono state indette in una data in cui la “rata” era già stata consegnata, mentre per la prossima c’è qualche mese di tempo. Quello necessario a strutturare un esecutivo che continui il lavoro senza mettere in discussione neanche una virgola. Al massimo, li si può accontentare sulle poltrone che dovranno essere sostituite in base allo spoil system. Tanto, chiunque vada ad occuparle ha un cronoprogramma vincolante già scritto e controfirmato.
Meloni sa certamente meglio di noi che dovrà camminare su un’asse liscia da cui è facilissimo cadere, ma non può far altro che camminarci sopra. Ogni sua mossa dovrà essere concordata, dunque è necessario che ci sia un “garante” internazionale credibile.
Blinken ha assicurato che gli Usa saranno “benevoli”. Per l’Unione Europea servirà qualcuno più addentro alle segrete alchimie che si realizzano a Bruxelles. Per quello non si trova più un allibratore che accetti scommesse sul prossimo inquilino al Quirinale.
Tutti danno per scontato che sarà SuperMario, pronto a realizzare nei fatti quel “presidenzialismo” che Giorgia Meloni vagheggia come riforma costituzionale “definitiva”.
Solo che con tutti quei poteri che ci sorvegliano da lontano e vicino, da sopra e da sotto, quel “presidente” sarà in pratica un vicerè di un impero che annaspa nella crisi.
La Storia non è finita. Sta solo correndo molto più veloce.
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Guerra in Ucraina - Medvedev ribadisce che la Russia non bluffa sulle armi nucleari
”Questo non è un bluff. La Russia ha il diritto di usare l’arma nucleare se lo riterrà necessario”. Non è certo andato per il sottile l’ex presidente ed ex primo ministro russo Dmitry Medvedev, ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia. ”La Russia utilizzerà armi nucleari se essa o i suoi alleati verranno attaccati utilizzando tali armi o se vi sarà una minaccia per l’esistenza della Russia”, ha scritto su Telegram.
Secondo Medvedev, Joe Biden e Liz Truss “chiedono che la Russia allontani la mano dal pulsante nucleare” mentre Truss è “assolutamente pronta ad iniziare immediatamente uno scambio di attacchi nucleari con il nostro paese”.
“Devo ricordarvelo ancora, per quei sordi che sentono solo se stessi” – ha affermato Medvedev – “La Russia ha il diritto di utilizzare armi nucleari se necessario, in casi predeterminati, in stretta conformità con i fondamenti della politica statale in materia di deterrenza nucleare. Se noi o i nostri alleati veniamo attaccati usando questo tipo di arma. O se l’aggressione con l’uso di armi convenzionali minaccia l’esistenza stessa del nostro stato”.
Nel suo messaggio, attentamente al vaglio delle cancellerie dei paesi Nato, Medvevdev ha chiarito che “Faremo di tutto per prevenire la comparsa di armi nucleari nei paesi a noi vicini e ostili. Ad esempio, nell’Ucraina nazista, che oggi è direttamente controllata dai paesi della Nato”.
Con un innalzamento dei toni che non promette nulla di buono il vicecapo del Consiglio di Sicurezza russo ha poi aggiunto che: “Se la minaccia per la Russia supera il limite di pericolo contemplato, dovremo rispondere. Senza chiedere il permesso a nessuno, senza bisogno di lunghe consultazioni. E non si tratta certo di un bluff. Immaginate che la Russia sia costretta a usare l’arma più formidabile contro il regime ucraino, che ha commesso un atto di aggressione su larga scala, pericoloso per l’esistenza stessa del nostro stato. Credo che la Nato non interverrà direttamente nel conflitto perfino in questa situazione. Dopotutto, la sicurezza di Washington, Londra e Bruxelles è molto più importante per l’Alleanza Nord atlantica del destino dell’Ucraina, di cui nessuno ha bisogno, anche se è abbondantemente rifornita di armi diverse”.
Nel giorno in cui si sono conclusi i referendum per l’annessione delle Repubbliche del Donbass ma anche di Zaporizhia e Kherson alla Federazione Russa (con una partecipazione che va dal 63,58 di Kherson al 91% di Donetsk), le dichiarazioni di Medvedev hanno alzato pesantemente l’asticella dell’escalation nella guerra in Ucraina, mettendo i paesi della Nato di fronte ad una alternativa del diavolo: andare a vedere se quello russo è un bluff e continuare a sobillare l’Ucraina nella prosecuzione della guerra oppure fermare il conflitto allo statu quo e avviare quella fase negoziale che andava aperta sei mesi fa evitando gli orrori di questi mesi e stoppando uno scenario da incubo.
Fonte
Secondo Medvedev, Joe Biden e Liz Truss “chiedono che la Russia allontani la mano dal pulsante nucleare” mentre Truss è “assolutamente pronta ad iniziare immediatamente uno scambio di attacchi nucleari con il nostro paese”.
“Devo ricordarvelo ancora, per quei sordi che sentono solo se stessi” – ha affermato Medvedev – “La Russia ha il diritto di utilizzare armi nucleari se necessario, in casi predeterminati, in stretta conformità con i fondamenti della politica statale in materia di deterrenza nucleare. Se noi o i nostri alleati veniamo attaccati usando questo tipo di arma. O se l’aggressione con l’uso di armi convenzionali minaccia l’esistenza stessa del nostro stato”.
Nel suo messaggio, attentamente al vaglio delle cancellerie dei paesi Nato, Medvevdev ha chiarito che “Faremo di tutto per prevenire la comparsa di armi nucleari nei paesi a noi vicini e ostili. Ad esempio, nell’Ucraina nazista, che oggi è direttamente controllata dai paesi della Nato”.
Con un innalzamento dei toni che non promette nulla di buono il vicecapo del Consiglio di Sicurezza russo ha poi aggiunto che: “Se la minaccia per la Russia supera il limite di pericolo contemplato, dovremo rispondere. Senza chiedere il permesso a nessuno, senza bisogno di lunghe consultazioni. E non si tratta certo di un bluff. Immaginate che la Russia sia costretta a usare l’arma più formidabile contro il regime ucraino, che ha commesso un atto di aggressione su larga scala, pericoloso per l’esistenza stessa del nostro stato. Credo che la Nato non interverrà direttamente nel conflitto perfino in questa situazione. Dopotutto, la sicurezza di Washington, Londra e Bruxelles è molto più importante per l’Alleanza Nord atlantica del destino dell’Ucraina, di cui nessuno ha bisogno, anche se è abbondantemente rifornita di armi diverse”.
Nel giorno in cui si sono conclusi i referendum per l’annessione delle Repubbliche del Donbass ma anche di Zaporizhia e Kherson alla Federazione Russa (con una partecipazione che va dal 63,58 di Kherson al 91% di Donetsk), le dichiarazioni di Medvedev hanno alzato pesantemente l’asticella dell’escalation nella guerra in Ucraina, mettendo i paesi della Nato di fronte ad una alternativa del diavolo: andare a vedere se quello russo è un bluff e continuare a sobillare l’Ucraina nella prosecuzione della guerra oppure fermare il conflitto allo statu quo e avviare quella fase negoziale che andava aperta sei mesi fa evitando gli orrori di questi mesi e stoppando uno scenario da incubo.
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Gran Bretagna nei guai per eccesso di liberismo
Diceva il saggio: “i reazionari sollevano una pietra per lasciarsela cascare sui piedi”.
La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.
L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.
La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.
I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.
Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.
I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.
Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.
La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.
A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.
La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).
Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.
Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.
A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.
Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).
Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.
Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.
Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.
Come andrà a finire è intuibile...
Fonte
La premier conservatrice britannica, Liz Truss, sogna di se stessa come la nuova Margaret Thatcher e quindi come primo atto del suo nuovo governo ha tagliato drasticamente le tasse per i super-ricchi.
L’intento, come dicono sempre gli ultra-liberisti che non pensano, è quello di “rilanciare la crescita economica” annientata da due anni di Covid, dalla partecipazione alla guerra e da un’inflazione oltre il 10% e in ulteriore crescita.
La teoria di riferimento, una vera ideologia senza riscontri nella realtà, assicura che con quei soldi in più nelle tasche i super-ricchi faranno un sacco di investimenti e quindi l’economia in generale ne risentirà favorevolmente.
I primi a non crederci, però, sono proprio i mercati finanziari, che pure dovrebbero essere i maggiori beneficiari di questa liquidità in più, pronta a riversarsi nelle Borse e in altri strumenti.
Ieri le borse di tutto il mondo sono infatti andate in rosso (con la rivelatrice eccezione di Milano, che ha “festeggiato” a suo modo la vittoria dei fascisti di Giorgia Meloni), spaventate dal buco di bilancio che si apre così nei conti pubblici della Gran Bretagna. Quel che la teoria neoliberista mette sotto il tappeto – la riduzione delle tasse diminuisce le entrate dello Stato – è oggi un inciampo notevole per l’attività economica complessiva.
I mercati, infatti, non sono a corto di liquidità. Dopo un decennio di quantitative easing sulle due sponde dell’Atlantico l’unica cosa abbondante sono i soldi liquidi. Il problema è che non si sa dove metterli per renderli “produttivi” di nuovi profitti.
Le azioni sono quasi tutte molto sopravvalutate, i prodotti finanziari derivati sono molto rischiosi (una nuova “bolla” dovrebbe esplodere da un momento all’altro), i titoli di stato (di qualunque Stato) sono sotto pressione proprio perché i debiti pubblici sono tutti molto alti, l’economia reale si è fermata anche perché i consumi – essendo stati da decenni congelati i salari – non tirano.
La Gran Bretagna non fa eccezione, anzi per molti versi è più esposta di altri paesi, essendo rimasta a metà strada tra l’Europa e gli Stati Uniti.
A farne le spese, in queste ore, è non a caso la sterlina, che ha perso in 24 ore oltre il 10% rispetto al dollaro, crollando da 1,12 (alla data di presentazione del “piano” di Truss e del Cancelliere dello Scacchiere, Kwasi Kwarteng) all’1,03, il calo più rapido dal 1870.
La Banca d’Inghilterra (la banca centrale) ha lasciato trapelare l’intenzione di agire in difesa della moneta, alzando dunque i tassi di interesse. Il che ha ovviamente contribuito a risollevarne un poco il valore di scambio (a 1,07), al prezzo di gelare ancora di più le attese di una “ripresa” (se i tassi salgono l’attività rallenta).
Non proprio il massimo in un momento di recessione pressoché conclamata e soprattutto certa nei prossimi mesi.
Tutte queste reazioni negative hanno costretto il governo inglese a chiarire meglio le proprie intenzioni. Ma lo ha fatto in modo disastroso. Kwarteng ha infatti spiegato che quel taglio di tasse è “solo l’inizio”, promettendo che ce ne saranno altri nei prossimi mesi.
A quel punto il rendimento sui titoli di stato britannici (i gilt) sono saliti ad un livello “italiano” (sopra al 4%) e persino Wall Street ha alzato bandiera bianca, perdendo un altro 1% dopo una settimana di passione.
Miss Truss dimostra di essere una vera scheggia impazzita – aveva già preoccupato tutti la sua esternazione sulla disponibilità a schiacciare il “bottone nucleare” – che si muove sulla base dell’ideologia (in realtà, degli interessi di pochissimi super-ricchi).
Ma soprattutto dimostra di non capire nulla di Storia. Il “successo” della Thatcher, con mosse simili che lei ora imita, è avvenuto all’inizio del ciclo pluridecennale liberista, quando c’era da demolire “l’intervento pubblico nell’economia” e il potere contrattuale dei lavoratori.
Quelle mosse, insomma, venivano fatte su una ricchezza sociale ampia, piuttosto “distribuita” tra le varie figure sociali. La mannaia thatcheriana mirava a una quantità di “grasso” disponibile per una ben diversa ripartizione sociale.
Oggi siamo alla fine di quel ciclo. La società – le classi – sono piuttosto “magre” e la crisi in atto è il risultato obbligato di 40 anni di neoliberismo. Ma, come tutti i tossicodipendenti, Liz Truss pensa che la soluzione stia in una dose maggiore della stessa droga.
Come andrà a finire è intuibile...
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Don’t look up. Colpito e deviato un asteroide che non minacciava la Terra
Il mondo ha potuto assistere all’impatto con cui la sonda Dart della Nasa ha colpito l’asteroide Dimorphos per deviarne la traiettoria nell’ambito di un esperimento di difesa planetaria.
Il test è stato effettuato per valutare la capacità del sistema di difendere la Terra da asteroidi potenzialmente minacciosi.
L’impatto è avvenuto 10 mesi dopo che la sonda del Double Asteroid Redirection Test è decollata dalla California per effettuare il suo primo esperimento.
L’asteroide colpito, Dimorphos, orbitava intorno ad un altro chiamato Didymos, ma la coppia di asteroidi non rappresentava una minaccia per il nostro pianeta girando intorno al Sole e passando a circa sette milioni di miglia dalla Terra. Ma la Nasa ha ritenuto importante condurre l’esperimento “combat” contro una minaccia dallo spazio prima che queste diventino una reale necessità.
La Nasa ha così commentato: “La navicella spaziale Dart delle dimensioni di un distributore automatico si è scontrata con successo con l’asteroide Dimorphos, che ha le dimensioni di uno stadio di calcio e non rappresenta una minaccia per la Terra”.
Dimorphos aveva un diametro di circa 160 metri. “Stiamo intraprendendo una nuova era, un’era in cui abbiamo potenzialmente la capacità di proteggerci da qualcosa come l'impatto di un asteroide pericoloso”, ha affermato Lori Glaze, direttore della divisione di scienze planetarie della NASA.
Colpendo Dimorphos frontalmente, la Nasa spera di spingerlo in un’orbita più piccola, riducendo di 10 minuti il tempo necessario per compiere il ciclo Didymos, che attualmente è di 11 ore e 55 minuti, un cambiamento che sarà rilevato dai telescopi terrestri nei giorni o nelle settimane a venire. Pochissimi dei miliardi di asteroidi e comete in orbita nel nostro sistema solare vengono considerati potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta e nessuno è previsto come tale nei prossimi cento anni.
Un asteroide delle dimensioni di Dimorphos, avrebbe causato un impatto circoscritto, che avrebbe comunque sprigionato una forza superiore a qualsiasi bomba nucleare della storia.
Tra gli auspici di un “asteroide liberatore” dei mali dell’umanità e i film della serie “Disaster movie” come “Don’t look up” o “Armageddon”, la realtà si è presentata attraverso le immagini satellitari adesso riprese e studiate in tutto il mondo.
Inevitabile sottolineare come gli esperimenti scientifici spaziali come questo siano stati pensati anche per avere ricadute sul piano militare. Non è una novità che la gli USA e la Nato abbia definito e strutturato anche il quarto fronte dopo quelli terrestre, marittimo e aereo: quello spaziale.
Fonte
Il test è stato effettuato per valutare la capacità del sistema di difendere la Terra da asteroidi potenzialmente minacciosi.
L’impatto è avvenuto 10 mesi dopo che la sonda del Double Asteroid Redirection Test è decollata dalla California per effettuare il suo primo esperimento.
L’asteroide colpito, Dimorphos, orbitava intorno ad un altro chiamato Didymos, ma la coppia di asteroidi non rappresentava una minaccia per il nostro pianeta girando intorno al Sole e passando a circa sette milioni di miglia dalla Terra. Ma la Nasa ha ritenuto importante condurre l’esperimento “combat” contro una minaccia dallo spazio prima che queste diventino una reale necessità.
La Nasa ha così commentato: “La navicella spaziale Dart delle dimensioni di un distributore automatico si è scontrata con successo con l’asteroide Dimorphos, che ha le dimensioni di uno stadio di calcio e non rappresenta una minaccia per la Terra”.
Dimorphos aveva un diametro di circa 160 metri. “Stiamo intraprendendo una nuova era, un’era in cui abbiamo potenzialmente la capacità di proteggerci da qualcosa come l'impatto di un asteroide pericoloso”, ha affermato Lori Glaze, direttore della divisione di scienze planetarie della NASA.
Colpendo Dimorphos frontalmente, la Nasa spera di spingerlo in un’orbita più piccola, riducendo di 10 minuti il tempo necessario per compiere il ciclo Didymos, che attualmente è di 11 ore e 55 minuti, un cambiamento che sarà rilevato dai telescopi terrestri nei giorni o nelle settimane a venire. Pochissimi dei miliardi di asteroidi e comete in orbita nel nostro sistema solare vengono considerati potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta e nessuno è previsto come tale nei prossimi cento anni.
Un asteroide delle dimensioni di Dimorphos, avrebbe causato un impatto circoscritto, che avrebbe comunque sprigionato una forza superiore a qualsiasi bomba nucleare della storia.
Tra gli auspici di un “asteroide liberatore” dei mali dell’umanità e i film della serie “Disaster movie” come “Don’t look up” o “Armageddon”, la realtà si è presentata attraverso le immagini satellitari adesso riprese e studiate in tutto il mondo.
Inevitabile sottolineare come gli esperimenti scientifici spaziali come questo siano stati pensati anche per avere ricadute sul piano militare. Non è una novità che la gli USA e la Nato abbia definito e strutturato anche il quarto fronte dopo quelli terrestre, marittimo e aereo: quello spaziale.
Fonte
26/09/2022
Bolle, ovvero l’eterno ritorno
Una quarantina di anni fa, nelle “stanze dei bottoni” delle società occidentali si affermò l’idea che per sradicare l’inflazione e favorire la stabilità del Pil e dell’occupazione occorresse smantellare l’apparato di regolazione pubblica e lasciare gli aggiustamenti macroeconomici a mercati finanziari deregolamentati. Quest’idea era destinata ad avere ripercussioni profonde sul funzionamento delle nostre società. Per comprenderne il motivo occorre qualche informazione sulla natura e il funzionamento dei mercati finanziari. I mercati finanziari sono i luoghi dove si negoziano i diritti sui redditi derivanti dalla produzione di merci che non esistono ancora, e poiché non possono esserci informazioni attendibili su ciò che ancora non è, gli operatori tendono a surrogare l’informazione di cui non dispongono con l’osservazione dei comportamenti altrui. Come ebbe a scrivere Keynes in uno dei suoi brani più noti, «sapendo che il nostro giudizio individuale non vale nulla, cerchiamo di ricorrere al giudizio del resto del mondo, che (forse) è meglio informato. Cioè cerchiamo di conformarci al comportamento della maggioranza o della media».[1]
Questa caratteristica propensione all’imitazione ha l’effetto di produrre “bolle”, ossia tendenze al movimento cumulativo dei prezzi alimentate esclusivamente dalle aspettative degli operatori e del tutto sganciate dai fondamentali economici delle attività sottostanti: un aumento dei prezzi delle attività viene interpretato come segnale della generalizzata fiducia in ulteriori aumenti futuri, e induce quindi una massa di nuovi operatori all’acquisto, rafforzando la tendenza all’aumento dei prezzi. Tuttavia, i rialzi non possono continuare all’infinito. Man mano che la bolla si gonfia, infatti, gli operatori diventano progressivamente più consapevoli della mancanza di basi oggettive del fenomeno, e quindi diventano via via più timorosi di una improvvisa inversione della tendenza. Non appena appare una nuova notizia ritenuta suscettibile di modificare in maniera significativa le aspettative (e quindi l’atteggiamento) della maggioranza degli operatori, essi tentano di anticipare la prossima inversione della tendenza, vendendo le attività in portafoglio in modo da evitare perdite. In tal modo, essi finiscono per innescare una caduta cumulativa dei prezzi, autorealizzando la “profezia” che ne ha orientato le decisioni.[2]
Durante il processo di caduta dei prezzi, gli operatori cercano di vendere le attività finanziarie in loro possesso e “stoccano” nei propri portafogli la moneta ricevuta in cambio. Non avrebbe infatti alcun senso reinvestirla in attività finanziarie, date le diffuse aspettative di ulteriori cadute dei prezzi. In breve tempo la moneta scompare, e senza moneta i mercati finanziari rischiano di collassare: infatti, chi si è indebitato per comprare attività contando sulla possibilità di rifinanziarsi sul mercato non riesce a far fronte ai propri debiti, e l’insolvenza di un operatore finisce per rovesciarsi a catena sugli altri. Le economie occidentali si sono trovate di fronte a questa situazione varie volte nell’ultimo trentennio: la crisi asiatica, il crollo dei titoli tecnologici, la crisi dei mutui subprime, la crisi del debito sovrano in Europa. Fenomeni apparentemente diversi, ma legati da questa matrice genetica comune.
Di fronte al rischio del collasso dei mercati finanziari, la soluzione adottata dalle autorità monetarie è stata sempre “stampare” nuova moneta e iniettarla nell’economia. Al di là della varietà delle denominazioni adottate nel linguaggio mediatico (Greenspan put, Quantitative Easing), la sostanza è identica: comprare le attività finanziarie che nessuno vuole più con moneta creata con un mero “tratto di penna”. Del resto, se si attribuisce ai mercati finanziari il potere di vita o di morte sull’economia, è giocoforza che i mercati finanziari vadano salvati ad ogni costo, anche al costo di creare moneta che non ha alcun riscontro nella ricchezza reale esistente.
Il problema è che quando si crea moneta che non ha riscontro nella ricchezza reale esistente, non si risolve il problema, ma semplicemente si prende tempo e si sposta la contraddizione su un altro punto del sistema. Gli operatori finanziari (in particolare grandi banche, istituzioni di credito immobiliare, hedge funds) immagazzinano la moneta creata dalle banche centrali e aspettano una nuova occasione propizia per investirla, e non appena si crea una nuova bolla utilizzano quella liquidità “stivata” nei loro forzieri per cavalcare l’onda.[3] La storia finanziaria degli ultimi venti anni è in gran parte fatta della reiterazione circolare di questo schema: ogni volta che le banche centrali (in particolare la Fed, dato il ruolo del dollaro nell’economia globale) hanno iniettato moneta nel sistema, quella moneta è rimasta “dormiente” per un po', fino a quando non si è materializzata una nuova opportunità speculativa da sfruttare: che si trattasse della bolla dei titoli tecnologici, della bolla immobiliare, del rastrellamento di terre coltivabili in Africa e Asia sud-orientale (land grabbing) o dell’acquisto di scorte di petrolio e gas non fa alcuna differenza per gli investitori, interessati soltanto ai guadagni realizzabili sfruttando il movimento cumulativo dei prezzi.
Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico una differenza c’è, ed è anche molto rilevante: fino a che la liquidità precedentemente stoccata viene impiegata su mercati in cui si negoziano titoli di proprietà di imprese o immobili, l’inflazione dei prezzi che ne risulta rimane a sua volta confinata dentro quel “recinto”; quando invece quella liquidità si riversa su mercati in cui si negoziano scorte di materie prime (o diritti sulla produzione futura di materie prime), gli aumenti dei prezzi che ne conseguono si “incorporano” nei prezzi delle merci la cui produzione richiede l’impiego di quelle materie prime. Questo è il motivo per cui la bolla dei tecnologici e la bolla degli immobili hanno prodotto fasi di espansione economica senza inflazione, mentre la bolla del gas sta determinando aumenti generalizzati dei prezzi dei beni di consumo.
La scommessa delle autorità di regolazione nel trentennio alle nostre spalle è stata che la liquidità creata per sostenere i mercati finanziari rimanesse sempre lontana dai mercati delle materie prime. Alla luce delle vicende recenti appare tuttavia evidente come l’esito di quella scommessa dipendesse crucialmente dall’assenza di tensioni geopolitiche significative. Non appena le tensioni geopolitiche hanno creato aspettative di future restrizioni dell’offerta di alcune materie prime cruciali per la produzione industriale, la liquidità rinchiusa nei forzieri delle banche si è riversata sui relativi mercati, alimentando una bolla di dimensioni significative.[4] L’inflazione dei prezzi che osserviamo in queste settimane non è dunque niente altro che il risultato della sovrapposizione dell’occasione speculativa creata delle tensioni geopolitiche e dell’abbondanza di liquidità derivante da venti anni di Greenspan Put e Quantitative Easing.[5]
Dovrebbe quindi apparire evidente – alla luce dell’attuale congiuntura geopolitica – che lo schema della regolazione macroeconomica andrebbe ripensato in maniera radicale. In assenza di significativi sforzi diplomatici in direzione di un raffreddamento delle tensioni internazionali, è infatti inevitabile che le aspettative si orientino nel senso di una crescita dei prezzi delle materie prime e che le tendenze conformistiche degli operatori finanziari ne accentuino la dinamica ben oltre i ritmi giustificati dai fondamentali. Pertanto, in questo contesto, piuttosto che frenare l’inflazione, i mercati finanziari deregolamentati finiscono per accentuarla.
Sembrano pertanto sussistere argomenti abbastanza seri in favore di una significativa restrizione del ruolo allocativo dei mercati finanziari. Purtroppo, pare che i governatori delle banche centrali abbiano in mente un modello diverso, che coniuga una rinnovata centralità dei mercati finanziari con un’intonazione restrittiva della politica monetaria. Un paio di settimane fa, nell’ormai tradizionale simposio di Jackson Hole promosso dalla Federal Reserve Bank di Kansas City, il presidente della Fed Jerome Powell ha esplicitamente indicato ai suoi colleghi la consueta ricetta per il contrasto all’inflazione basata su correlativi movimenti dei tassi di interesse.[6] La Banca centrale europea si è rapidamente adeguata a tali indicazioni, aumentando di uno 0,75% i principali tassi di rifinanziamento.[7]
Che si possa contrastare l’inflazione con la sola politica monetaria restrittiva è un’antica illusione dell’ortodossia. Le sue radici affondano nella proposizione nota come teoria quantitativa, idea che periodicamente si ripresenta nel dibattito sotto abiti sempre nuovi. L’evidenza empirica sull’argomento è tuttavia abbastanza concorde nel considerare le restrizioni monetarie sostanzialmente inefficaci allo scopo, soprattutto quando le tensioni inflazionistiche originano dalla lievitazione dei costi.[8] Le banche centrali possono comprimere la dinamica dei costi solo indirettamente, ossia provocando una recessione di intensità tale da restringere violentemente la domanda di risorse produttive. Inoltre, nel caso di specie l’efficacia di queste misure è resa ancora più aleatoria dalla dinamica caratteristicamente speculativa che è all’origine della lievitazione dei costi: finché gli speculatori rimangono convinti delle propensioni “belliciste” dei governi implicati a vario titolo nelle tensioni geopolitiche in corso, essi potrebbero continuare a credere nella tendenza al rialzo dei prezzi delle materie prime, e quindi ad alimentarne la crescita a dispetto delle restrizioni monetarie.
Per sortire effetti significativi, l’azione delle banche centrali dovrebbe quindi essere talmente energica da convincere gli speculatori della sua intenzione di frenare la crescita dei prezzi delle materie prime anche a costo di desertificare il paesaggio industriale. Una prospettiva decisamente inquietante, soprattutto per economie come quelle dell’Europa mediterranea, il cui tessuto produttivo è stato già messo a dura prova da un quindicennio particolarmente difficile.
Note
[1] Cfr. J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Quarterly Journal of Economics, 51 (2), Febbraio 1937, trad. it. in G. Lunghini (a cura di), La fine del laissez-faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 126.
[2] Sul processo di formazione delle aspettative sui prezzi delle attività finanziarie e sul modo in cui queste interagiscono con la dinamica dei prezzi effettivi, cfr. A. Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financiére, Éditions Rue d’Ulm, Paris, 2009.
[3] Secondo due autorevoli commentatori, nel ventennio della sua presidenza della Fed, Greenspan avrebbe sistematicamente «attenuato gli effetti di una bolla creandone una del tutto nuova». Cfr. N. Roubini e S. Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 93.
[4] Circa la natura “speculativa” dell’inflazione dei prezzi delle principali materie prime nell’ultimo semestre, si veda A. Fumagalli, La dittatura della finanza e il mercato del gas, Effimera, 3 settembre 2022, http://effimera.org/la-dittatura-della-finanza-e-il-mercato-del-gas-di-andrea-fumagalli/.
[5] In tal senso propendono alcune interpretazioni delle pur lievi tensioni inflazionistiche del primo decennio del nuovo millennio. Cfr. ad esempio M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, Roma, 2012, pp. 107-110.
[6] J.H. Powell, Monetary Policy and Price Stability, intervento al simposio “Reassessing Constraints on the Economy and Policy”, Federal Reserve Bank of Kansas City, Jackson Hole, Wyoming, 26 August 2022, https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20220826a.htm.
[7] Banca Centrale Europea, comunicato stampa dell’8 settembre 2022, consultabile al sito https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp220908~c1b6839378.it.html.
[8] Al riguardo, si rinvia al ben noto dibattito sugli effetti degli esperimenti monetaristi degli anni ’70. Si tratta di una letteratura sterminata, di cui è quindi impossibile rendere conto in maniera esaustiva. Solo a titolo indicativo, si segnalano N. Kaldor, The Scourge of Monetarism, Oxford University Press, 1982; R. Dornbusch, Sound Currency and Full Employment, in J. Shields (ed.), Conquering Unemployment: The Case for Economic Growth, Palgrave Macmillan, London, 1989; A. Glyn, Capitalismo scatenato, Brioschi, Milano, pp. 53-62. Per una rassegna ragionata del dibattito, cfr. N.M. Healey, L’esperimento monetarista del 1979-1982 nel Regno Unito: perchè gli economisti continuano a non essere d’accordo, Moneta e Credito, 41, 1988.
di Salvatore D'Acunto - Università della Campania “L. Vanvitelli”. Desidero ringraziare Emiliano Brancaccio per gli utili suggerimenti ad una versione preliminare di questo scritto.
Fonte
Questa caratteristica propensione all’imitazione ha l’effetto di produrre “bolle”, ossia tendenze al movimento cumulativo dei prezzi alimentate esclusivamente dalle aspettative degli operatori e del tutto sganciate dai fondamentali economici delle attività sottostanti: un aumento dei prezzi delle attività viene interpretato come segnale della generalizzata fiducia in ulteriori aumenti futuri, e induce quindi una massa di nuovi operatori all’acquisto, rafforzando la tendenza all’aumento dei prezzi. Tuttavia, i rialzi non possono continuare all’infinito. Man mano che la bolla si gonfia, infatti, gli operatori diventano progressivamente più consapevoli della mancanza di basi oggettive del fenomeno, e quindi diventano via via più timorosi di una improvvisa inversione della tendenza. Non appena appare una nuova notizia ritenuta suscettibile di modificare in maniera significativa le aspettative (e quindi l’atteggiamento) della maggioranza degli operatori, essi tentano di anticipare la prossima inversione della tendenza, vendendo le attività in portafoglio in modo da evitare perdite. In tal modo, essi finiscono per innescare una caduta cumulativa dei prezzi, autorealizzando la “profezia” che ne ha orientato le decisioni.[2]
Durante il processo di caduta dei prezzi, gli operatori cercano di vendere le attività finanziarie in loro possesso e “stoccano” nei propri portafogli la moneta ricevuta in cambio. Non avrebbe infatti alcun senso reinvestirla in attività finanziarie, date le diffuse aspettative di ulteriori cadute dei prezzi. In breve tempo la moneta scompare, e senza moneta i mercati finanziari rischiano di collassare: infatti, chi si è indebitato per comprare attività contando sulla possibilità di rifinanziarsi sul mercato non riesce a far fronte ai propri debiti, e l’insolvenza di un operatore finisce per rovesciarsi a catena sugli altri. Le economie occidentali si sono trovate di fronte a questa situazione varie volte nell’ultimo trentennio: la crisi asiatica, il crollo dei titoli tecnologici, la crisi dei mutui subprime, la crisi del debito sovrano in Europa. Fenomeni apparentemente diversi, ma legati da questa matrice genetica comune.
Di fronte al rischio del collasso dei mercati finanziari, la soluzione adottata dalle autorità monetarie è stata sempre “stampare” nuova moneta e iniettarla nell’economia. Al di là della varietà delle denominazioni adottate nel linguaggio mediatico (Greenspan put, Quantitative Easing), la sostanza è identica: comprare le attività finanziarie che nessuno vuole più con moneta creata con un mero “tratto di penna”. Del resto, se si attribuisce ai mercati finanziari il potere di vita o di morte sull’economia, è giocoforza che i mercati finanziari vadano salvati ad ogni costo, anche al costo di creare moneta che non ha alcun riscontro nella ricchezza reale esistente.
Il problema è che quando si crea moneta che non ha riscontro nella ricchezza reale esistente, non si risolve il problema, ma semplicemente si prende tempo e si sposta la contraddizione su un altro punto del sistema. Gli operatori finanziari (in particolare grandi banche, istituzioni di credito immobiliare, hedge funds) immagazzinano la moneta creata dalle banche centrali e aspettano una nuova occasione propizia per investirla, e non appena si crea una nuova bolla utilizzano quella liquidità “stivata” nei loro forzieri per cavalcare l’onda.[3] La storia finanziaria degli ultimi venti anni è in gran parte fatta della reiterazione circolare di questo schema: ogni volta che le banche centrali (in particolare la Fed, dato il ruolo del dollaro nell’economia globale) hanno iniettato moneta nel sistema, quella moneta è rimasta “dormiente” per un po', fino a quando non si è materializzata una nuova opportunità speculativa da sfruttare: che si trattasse della bolla dei titoli tecnologici, della bolla immobiliare, del rastrellamento di terre coltivabili in Africa e Asia sud-orientale (land grabbing) o dell’acquisto di scorte di petrolio e gas non fa alcuna differenza per gli investitori, interessati soltanto ai guadagni realizzabili sfruttando il movimento cumulativo dei prezzi.
Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico una differenza c’è, ed è anche molto rilevante: fino a che la liquidità precedentemente stoccata viene impiegata su mercati in cui si negoziano titoli di proprietà di imprese o immobili, l’inflazione dei prezzi che ne risulta rimane a sua volta confinata dentro quel “recinto”; quando invece quella liquidità si riversa su mercati in cui si negoziano scorte di materie prime (o diritti sulla produzione futura di materie prime), gli aumenti dei prezzi che ne conseguono si “incorporano” nei prezzi delle merci la cui produzione richiede l’impiego di quelle materie prime. Questo è il motivo per cui la bolla dei tecnologici e la bolla degli immobili hanno prodotto fasi di espansione economica senza inflazione, mentre la bolla del gas sta determinando aumenti generalizzati dei prezzi dei beni di consumo.
La scommessa delle autorità di regolazione nel trentennio alle nostre spalle è stata che la liquidità creata per sostenere i mercati finanziari rimanesse sempre lontana dai mercati delle materie prime. Alla luce delle vicende recenti appare tuttavia evidente come l’esito di quella scommessa dipendesse crucialmente dall’assenza di tensioni geopolitiche significative. Non appena le tensioni geopolitiche hanno creato aspettative di future restrizioni dell’offerta di alcune materie prime cruciali per la produzione industriale, la liquidità rinchiusa nei forzieri delle banche si è riversata sui relativi mercati, alimentando una bolla di dimensioni significative.[4] L’inflazione dei prezzi che osserviamo in queste settimane non è dunque niente altro che il risultato della sovrapposizione dell’occasione speculativa creata delle tensioni geopolitiche e dell’abbondanza di liquidità derivante da venti anni di Greenspan Put e Quantitative Easing.[5]
Dovrebbe quindi apparire evidente – alla luce dell’attuale congiuntura geopolitica – che lo schema della regolazione macroeconomica andrebbe ripensato in maniera radicale. In assenza di significativi sforzi diplomatici in direzione di un raffreddamento delle tensioni internazionali, è infatti inevitabile che le aspettative si orientino nel senso di una crescita dei prezzi delle materie prime e che le tendenze conformistiche degli operatori finanziari ne accentuino la dinamica ben oltre i ritmi giustificati dai fondamentali. Pertanto, in questo contesto, piuttosto che frenare l’inflazione, i mercati finanziari deregolamentati finiscono per accentuarla.
Sembrano pertanto sussistere argomenti abbastanza seri in favore di una significativa restrizione del ruolo allocativo dei mercati finanziari. Purtroppo, pare che i governatori delle banche centrali abbiano in mente un modello diverso, che coniuga una rinnovata centralità dei mercati finanziari con un’intonazione restrittiva della politica monetaria. Un paio di settimane fa, nell’ormai tradizionale simposio di Jackson Hole promosso dalla Federal Reserve Bank di Kansas City, il presidente della Fed Jerome Powell ha esplicitamente indicato ai suoi colleghi la consueta ricetta per il contrasto all’inflazione basata su correlativi movimenti dei tassi di interesse.[6] La Banca centrale europea si è rapidamente adeguata a tali indicazioni, aumentando di uno 0,75% i principali tassi di rifinanziamento.[7]
Che si possa contrastare l’inflazione con la sola politica monetaria restrittiva è un’antica illusione dell’ortodossia. Le sue radici affondano nella proposizione nota come teoria quantitativa, idea che periodicamente si ripresenta nel dibattito sotto abiti sempre nuovi. L’evidenza empirica sull’argomento è tuttavia abbastanza concorde nel considerare le restrizioni monetarie sostanzialmente inefficaci allo scopo, soprattutto quando le tensioni inflazionistiche originano dalla lievitazione dei costi.[8] Le banche centrali possono comprimere la dinamica dei costi solo indirettamente, ossia provocando una recessione di intensità tale da restringere violentemente la domanda di risorse produttive. Inoltre, nel caso di specie l’efficacia di queste misure è resa ancora più aleatoria dalla dinamica caratteristicamente speculativa che è all’origine della lievitazione dei costi: finché gli speculatori rimangono convinti delle propensioni “belliciste” dei governi implicati a vario titolo nelle tensioni geopolitiche in corso, essi potrebbero continuare a credere nella tendenza al rialzo dei prezzi delle materie prime, e quindi ad alimentarne la crescita a dispetto delle restrizioni monetarie.
Per sortire effetti significativi, l’azione delle banche centrali dovrebbe quindi essere talmente energica da convincere gli speculatori della sua intenzione di frenare la crescita dei prezzi delle materie prime anche a costo di desertificare il paesaggio industriale. Una prospettiva decisamente inquietante, soprattutto per economie come quelle dell’Europa mediterranea, il cui tessuto produttivo è stato già messo a dura prova da un quindicennio particolarmente difficile.
Note
[1] Cfr. J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Quarterly Journal of Economics, 51 (2), Febbraio 1937, trad. it. in G. Lunghini (a cura di), La fine del laissez-faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, p. 126.
[2] Sul processo di formazione delle aspettative sui prezzi delle attività finanziarie e sul modo in cui queste interagiscono con la dinamica dei prezzi effettivi, cfr. A. Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financiére, Éditions Rue d’Ulm, Paris, 2009.
[3] Secondo due autorevoli commentatori, nel ventennio della sua presidenza della Fed, Greenspan avrebbe sistematicamente «attenuato gli effetti di una bolla creandone una del tutto nuova». Cfr. N. Roubini e S. Mihm, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 93.
[4] Circa la natura “speculativa” dell’inflazione dei prezzi delle principali materie prime nell’ultimo semestre, si veda A. Fumagalli, La dittatura della finanza e il mercato del gas, Effimera, 3 settembre 2022, http://effimera.org/la-dittatura-della-finanza-e-il-mercato-del-gas-di-andrea-fumagalli/.
[5] In tal senso propendono alcune interpretazioni delle pur lievi tensioni inflazionistiche del primo decennio del nuovo millennio. Cfr. ad esempio M. Amato, L. Fantacci, Come salvare il mercato dal capitalismo, Donzelli, Roma, 2012, pp. 107-110.
[6] J.H. Powell, Monetary Policy and Price Stability, intervento al simposio “Reassessing Constraints on the Economy and Policy”, Federal Reserve Bank of Kansas City, Jackson Hole, Wyoming, 26 August 2022, https://www.federalreserve.gov/newsevents/speech/powell20220826a.htm.
[7] Banca Centrale Europea, comunicato stampa dell’8 settembre 2022, consultabile al sito https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp220908~c1b6839378.it.html.
[8] Al riguardo, si rinvia al ben noto dibattito sugli effetti degli esperimenti monetaristi degli anni ’70. Si tratta di una letteratura sterminata, di cui è quindi impossibile rendere conto in maniera esaustiva. Solo a titolo indicativo, si segnalano N. Kaldor, The Scourge of Monetarism, Oxford University Press, 1982; R. Dornbusch, Sound Currency and Full Employment, in J. Shields (ed.), Conquering Unemployment: The Case for Economic Growth, Palgrave Macmillan, London, 1989; A. Glyn, Capitalismo scatenato, Brioschi, Milano, pp. 53-62. Per una rassegna ragionata del dibattito, cfr. N.M. Healey, L’esperimento monetarista del 1979-1982 nel Regno Unito: perchè gli economisti continuano a non essere d’accordo, Moneta e Credito, 41, 1988.
di Salvatore D'Acunto - Università della Campania “L. Vanvitelli”. Desidero ringraziare Emiliano Brancaccio per gli utili suggerimenti ad una versione preliminare di questo scritto.
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L’Ocse vede nero per l’economia italiana e per “il mondo a parte”
La crescita economica dell’Italia nel 2023 scenderà allo 0,4 per cento, dopo il 3,4 per cento rilevato quest’anno. Il dato, piuttosto pesante per le situazione con cui dovrà fare i conti il nuovo governo, emerge dalle stime dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Il dato ha subito una riduzione dello 0,8 per cento rispetto a quello che era stato annunciato a giugno scorso cioè solo tre mesi fa.
Non consola, ma la previsione al ribasso riguarda la crescita in tutta l’eurozona dove l’Ocse stima che sarà solamente dello 0,3 per cento, contro l’1,6 per cento stimato in precedenza.
Infine l’Ocse ha abbassato le previsioni di crescita mondiale per il 2023: il Pil globale dovrebbe crescere del 2,2 per cento, una revisione al ribasso rispetto al 2,8 per cento annunciato a giugno. Ma è bene ricordare che l’Ocse ragiona come se il mondo fosse solo quello rappresentato nella propria organizzazione cioè i paesi capitalisti occidentali o legati all’occidente.
Oggi l’OCSE è costituita da 37 Paesi membri: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Colombia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica di Corea, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria.
Dalle analisi e dalle previsioni dell’Ocse mancano dunque economie come Russia, Cina, India, Iran, Brasile, Sudafrica, in pratica i BRICS.
Fonte
Non consola, ma la previsione al ribasso riguarda la crescita in tutta l’eurozona dove l’Ocse stima che sarà solamente dello 0,3 per cento, contro l’1,6 per cento stimato in precedenza.
Infine l’Ocse ha abbassato le previsioni di crescita mondiale per il 2023: il Pil globale dovrebbe crescere del 2,2 per cento, una revisione al ribasso rispetto al 2,8 per cento annunciato a giugno. Ma è bene ricordare che l’Ocse ragiona come se il mondo fosse solo quello rappresentato nella propria organizzazione cioè i paesi capitalisti occidentali o legati all’occidente.
Oggi l’OCSE è costituita da 37 Paesi membri: Australia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Colombia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Islanda, Israele, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica di Corea, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Turchia, Ungheria.
Dalle analisi e dalle previsioni dell’Ocse mancano dunque economie come Russia, Cina, India, Iran, Brasile, Sudafrica, in pratica i BRICS.
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