Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/08/2023
Tajani si fida degli israeliani, media l’incontro segreto con la Libia e cade nella trappola
Come se non bastassero l’indomabile instabilità libica (55 morti in scontri tra fazioni tripoline a cavallo di ferragosto) e la tragica questione dei migranti, il ministro degli esteri italiano Tajani ha favorito la scorsa settimana un incontro segreto a Roma tra il capo della diplomazia israeliana e la ministra libica Mangoush (data per «sospesa» e in «viaggio» verso la Turchia).
Gli israeliani sui media hanno fatto trapelare la notizia ed è scoppiato un putiferio in Libia: sono esplose le proteste popolari – anche manovrate ad arte – e soprattutto l’esecutivo di Daibaba, quello con cui tratta Roma, appare sempre più in difficoltà.
Insomma, l’Italia e il suo alleato libico sono caduti in una trappola assolutamente da evitare. Se gli Stati Uniti – che finalmente dopo oltre due anni di assenza hanno inviato un ambasciatore a Roma – intendono allargare il Patto di Abramo tra Israele e i Paesi arabi forse è il caso di lasciarlo fare a loro: a noi non ne viene in tasca nulla (anzi), se non una medaglietta per un governo che discetta di un fantomatico Piano Mattei per l’Africa senza neppure avere i soldi per varare una legge finanziaria decente.
Tajani deve essersi accorto di essere scivolato sulla classica buccia di banana visto che, intervistato in tv per delucidazioni sull’incontro, ha seccamente risposto: «Beh, questi sono rapporti tra due Paesi stranieri». Un po’ poco per essere il ministro degli esteri, parole così banali che rivelano tutto l’imbarazzo per la vicenda.
Al di là delle plausibili buone intenzioni di pacificazione tra stati e popoli e di voler giocare un ruolo nel Mediterraneo, l’Italia non può ignorare la questione palestinese per cui Israele vìola sistematicamente tutte le risoluzioni dell’Onu. Insomma ci siamo infilati in un ginepraio.
Ma in questo caso c’è dell’altro: la conduzione quasi dilettantesca di una manovra diplomatica che doveva restare segreta. Non si capisce come e perché il ministro si sia fidato così degli israeliani.
Altro che incontro “storico” come lo hanno descritto alcune testate italiane: questa vicenda si sta rivelando un imbroglio che intorbida ancora di più le acque insidiose della palude libica e in un certo senso avvantaggia la Cirenaica in mano al generale Khalifa Haftar.
In primo luogo ne fa le spese la ministra degli esteri, Najla el Mangoush, sospesa e forse in fuga. È noto che già non godeva di molte simpatie in una società dove la parità di diritti è assai poco praticata ed era poco gradita anche perché aveva vissuto all’estero e ricopriva un posto molto ambito.
Mangoush prima di diventare irrintracciabile aveva diffuso la sua versione dell’incontro definendolo «casuale» ma la stampa israeliana ha persino pubblicato l’agenda del colloquio.
Secondo alcune fonti avrebbe agito di sua iniziativa ma sembra più che altro una versione per mettere una toppa maldestra alla vicenda: secondo i media israeliani l’incontro era stato ampiamente programmato.
E qui veniamo alle conseguenze per lo stesso governo di Daibaba, la Libia e l’Italia. Sono circa due anni che l’Onu, gli Usa e gli europei tentano invano di fare andare i libici alle urne, riportare l’unità e stabilizzare il Paese ma la contrapposizione tra Tripolitania e Cirenaica finora ha reso impossibile questo traguardo.
Il primo ministro libico è apparso recentemente in grandi difficoltà per gli scontri tra le milizie salafite di Tripoli che teoricamente rispondono ai suoi ordini. In realtà sia l’Onu che soprattutto gli Stati Uniti lo potrebbero anche scaricare: la carta del negoziato con Israele, che si poteva giocare in vista di nuove elezioni, è stata bruciata e forse si terrà in sella perché ci sono ben poche alternative.
Una cosa è certa: la Tripolitania di Daibaba, alleata della Turchia, appare anche più fragile della Cirenaica di Haftar sostenuta da Egitto, Russia, Emirati e in buoni rapporti con la Francia.
Il giorno prima della morte di Prighozin era arrivato a Tobruk il viceministro della difesa russo Yunus-Bek Yevkurov, ex leader della repubblica di Inguscezia, a maggioranza musulmana, brevemente arrestato dai combattenti di Wagner nel quartier generale di Rostov durante la loro ribellione in giugno.
Così Haftar si è assicurato con il Cremlino la continuità della missione della Wagner in Libia 24 ore prima che il suo capo uscisse di scena per sempre. Una strana coincidenza.
Ormai nessuno può vendere come una coincidenza l’incontro di Roma tra la ministra libica e quello israeliano. Nelle intenzioni una brillante iniziativa diplomatica segreta che si è rivelata una trappola.
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La nuova Guerra Fredda nell’Indo Pacifico
Questo vertice è stato un passo importante nella strategia statunitense di rafforzare la propria posizione nell’Indo-Pacifico, contrastare la sempre maggiore assertività cinese su ciò che Pechino ritiene propri obiettivi strategici – Taiwan – e la potenza nucleare nord-coreana.
Dall’incontro è scaturita una partnership trilaterale che implica una ‘cooperazione rafforzata’ per ciò che concerne la sicurezza e impegna la leadership dei tre Paesi a consultazioni in caso di minaccia comune; il tutto sarà completato da manovre militari congiunte e da una condivisione più intensa dell’intelligence.
Si tratta di un indiscutibile successo diplomatico della Casa Bianca nel far sedere allo stesso tavolo Giappone e Corea del Sud nonostante i burrascosi pregressi, cogliendo l’orientamento dei due leader.
È un’intesa che potrebbe però avere vita breve, tenendo conto dei vari appuntamenti elettorali da qui al 2025, tra cui le elezioni presidenziali statunitensi che si svolgeranno il novembre del prossimo anno, dagli esiti più che mai incerti.
Questa partnership trilaterale è il terzo tassello fondamentale che Washington riesce ad aggiungere dopo la costituzione del Quod (USA, India, Giappone ed Australia) e l’accordo di difesa americano-britannico-australiano (Aukus).
Completano il quadro la partecipazione del Giappone al vertice NATO di Madrid della scorsa estate – cui è seguito l’accordo per aprire il primo ufficio di collegamento dell’Alleanza Atlantica sul territorio del Sol Levante – ed il maggior coinvolgimento militare statunitense in Corea del Sud, dopo la Washington Declaration dell’aprile scorso che prevede, tra l’altro, il dispiegamento di sommergibili statunitensi dotati di armi nucleari in Corea del Sud.
Per dovere di chiarezza è evidente che l’India di Modi – anch’essa alla vigilia delle elezioni presidenziali – gioca la sua partita in politica internazionale “a tutto campo”, senza subordinarsi ai desiderata di Washington e aspirando al ruolo di global player.
Dal Giappone alle Filippine gli alleati statunitensi sembrano da tempo spinti a serrare i ranghi.
Nel dicembre scorso il Giappone, nel quadro della «strategia di sicurezza», ha raddoppiato il suo budget militare e ora acquista missili statunitensi utilizzabili in maniera “preventiva”.
La sua Costituzione pacifista, di fatto, è stata “stravolta dall’interno” e non è detto che non venga formalmente cambiata.
Sul piano geostrategico Tokio partecipa attivamente al ridispiegamento delle forze statunitensi e dei loro alleati lungo la “ghirlanda” di arcipelaghi che va dalla Cina e da Hokkaido fino alle Filippine, passando per Taiwan.
Per dare un’idea di come le tensioni legate a Formosa interessino “da vicino” anche il Giappone e le Filippine, basta ricordare che l’isola giapponese di Yonaguni è a un centinaio di chilometri da Taiwan, mentre quella filippina di Itbayat è a 93 chilometri a sud.
Bisogna ricordare inoltre che il più importante contingente di soldati statunitensi al mondo è stanziato proprio in Giappone, e comprende 47mila soldati.
La Corea del Sud, in cui la presenza militare statunitense è ritornata all’attenzione dei media per le vicende legate al “disertore” Travis King, è al terzo posto.
Per ciò che concerne le Filippine, le due basi che erano state chiuse nel 1992 sotto la pressione popolare – Clark e Subic Bay – sono tornate ad essere nuovamente dei perni della strategia nord-americana nella regione.
Dopo avere concesso l’accesso alle forze statunitensi a quattro nuove basi militari sul proprio territorio – oltre alle cinque di cui già disponevano – il presidente Ferdinand Marcos jr, nel corso della sua visita a Tokyo nel febbraio scorso, ha lanciato l’idea di un accordo tripartito tra il proprio paese, gli Stati Uniti ed il Giappone, che sarebbe di fatto speculare a quello siglato a Camp David ad agosto.
Il rafforzamento del dispositivo militare degli Stati Uniti e dei loro alleati di fronte alla Cina si inscrive in una strategia di lungo corso riadattata, per così dire, al contesto di “Nuova Guerra Fredda” contro la Cina e al revanscismo nei confronti della Corea del Nord.
È una strategia elaborata dopo la sconfitta militare statunitense in Vietnam nel 1975, e rafforzata dopo la fuga dall’Afghanistan dell’agosto 2021.
Dal 1975, dopo avere perso il proprio “ancoraggio” in Asia, gli Stati Uniti hanno ripiegato sui grandi arcipelaghi che costituiscono ora la propria linea di difesa nell'area. A questo fine, Corea del Sud, Giappone e Filippine sono storicamente servite da retroterra.
Bisogna ricordare che la Guerra Fredda in Asia non è stata caratterizzata da un sostanziale «equilibrio del terrore», grazie alla deterrenza atomica reciproca tra USA e URSS, come in Europa.
Ma la regione ha visto guerre guerreggiate – Corea (1950-1953) e Vietnam (1965-1975) – importanti azioni di destabilizzazione come il colpo di Stato in Indonesia a metà degli Anni Sessanta e la proxy war in Afghanistan per tutti gli Anni Ottanta.
Il “Metodo Giacarta”, nato con il genocidio dei comunisti in Indonesia, venne poi applicato in altri contesti – per esempio in America Latina – mentre il sostegno alla contro-rivoluzione jihadista impegnò le amministrazioni statunitensi, al pari dei tentativi di sovvertire la rivoluzione sandinista in Nicaragua per tutti gli Anni Ottanta.
Ora la penisola coreana e Taiwan sembrano essere tra le principali, ma non uniche, linee di faglia nel Pacifico.
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29/08/2023
Media e costruzione dell’identità nazionale cinese
di Gioacchino Toni
Gianluigi Negro, Le voci di Pechino. Come i media hanno costruito l’identità cinese, Luiss University Press, Roma, 2022, € 20,00 cartaceo, € 11,99 ebook
Nell’affrontare il ruolo dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese, Gianluigi Negro procede de-occidentalizzando lo studio storico della comunicazione così da restituire la specificità cinese caratterizzata da una peculiare opera di negoziazione tra politica, economia e società. Oltre a evidenziare come i vari media – stampa, cinema, televisione, internet – si influenzino reciprocamente, l’autore si preoccupa di mostrare la persistenza dei vecchi mezzi di comunicazione di massa nei nuovi ambienti mediali.
Negro sottolinea anche come il contesto cinese non consenta una totale sovrapposizione del concetto occidentale di medium o di strumenti tecnologici; la radio, ad esempio, in questo Paese vanta modalità di diffusione e ricezione diverse rispetto a quelle occidentali, visto che, a lungo, anziché ad apparecchiature domestiche si è fatto ricorso ad altoparlanti collocati in luoghi pubblici tanto nelle realtà rurali quanto in quelle urbane.
Lo stesso temine comunicazione ha, in tale Paese, una sua storia del tutto peculiare che ha conosciuto un cambiamento radicale a partire dalla formazione del Partito comunista con le sue specificità propagandistiche. Diversa, rispetto all’Occidente, è anche l’autonomia del sistema mediatico come industria o professione, visto che questo, anche in presenza di un sistema aperto all’economia di mercato, resta in buona parte assoggettato alla politica e all’ideologia pur all’interno di un complesso sistema di relazioni fra Partito e società e tra interno ed esterno del Paese. L’analisi del sistema mediale cinese deve poi fare i conti con un esercizio del potere che, storicamente, si è dispiegato come processo comunicativo costantemente segnato da una retorica nuovista.
Negro affronta dunque la rilevanza dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese prendendo in esame quattro fasi principali: stampa e radio (1949-1977), televisione e cinema (1978-2007), internet (2008-2014) e convergenza (2015-2022). Tali fasi sono individuate dallo studioso non tanto facendo riferimento all’evoluzione storica dei diversi media, quanto piuttosto al loro specifico contributo alla costruzione dell’identità nazionale.
Se cinema e televisione si sono rivelati mezzi di supporto fondamentali alla transizione verso un sistema indirizzato a dinamiche di mercato, alla formazione di una classe media e all’apertura a immaginari e capitali stranieri, internet e l’attuale sistema della convergenza si rivelano fondamentali nella costruzione identitaria di quella “nuova Cina” che, a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, si è posta l’obiettivo di divenire una “forte cyberpotenza”.
Nevralgica per il nuovo corso si è rivelata la riformulazione delle relazioni tra sistema mediatico e finalità ideologiche avvenuta nel corso degli anni Novanta del secolo scorso in un contesto di progressiva apertura alle logiche e agli immaginari di mercato. Tale trasformazione ha sancito, secondo Negro, il passaggio da una comunicazione politica esplicitamente propagandistica a una forma votata piuttosto a un’attività di analisi e persuasione dell’opinione pubblica. A tal proposito lo studioso individua alcuni programmi trasmessi dall’emittente di stato CCTV che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, hanno segnato importanti punti di svolta in tal senso.
La trasmissione satellitare su base planetaria – in cinese, spagnolo, francese e inglese – della prima Serata di Gala del Capodanno Cinese, a partire dal 1983, ha proiettato l’immagine del Paese – esposta come sintesi di tradizione e innovazione tecnologica – su scala internazionale raggiungendo, nel 2014, ben 900 milioni di telespettatori, ottenendo così il record mondiale di ascolti e di valore commerciale.
Il documentario televisivo in sei puntate Elegia del fiume (1988) prodotto e messo in onda dalla CCTV, con i suoi 200 milioni di telespettatori, si è rivelato un importante prodotto transmediale del periodo delle riforme.
La serie propone infatti una storia della Cina alternativa che mette in luce il carattere conservatore, oscurantista e poco incline al cambiamento della civiltà cinese attraverso una serie di metafore. In effetti, il documentario, anziché mettere in risalto i valori patriottici e socialisti, aveva come obiettivo la creazione di un dibattito intellettuale che riflettesse sulla capacità della nazione di abbracciare un processo di apertura al mondo e di globalizzazione di fatto già in atto in quegli anni (p. 93).
Un terzo evento che ha sancito un punto di svolta importante nel processo di transizione televisiva cinese è individuato dallo studioso nella serie televisiva in cinquanta puntate Speranze andata in onda un anno dopo le manifestazioni e la repressione del 1989 di piazza Tian’anmen. La serie sancisce un evidente cambio di rotta nella strategia statale di promozione dei valori socialisti scegliendo di non focalizzarsi su personaggi-modello ma di seguire le vicende di persone comuni alle prese con i loro problemi sentimentali e professionali in linea con i cambiamenti storici e sociali del paese negli ultimi decenni.
«Speranze può essere considerata a tutti gli effetti la prima soap opera cinese in grado di incarnare l’immaginario di una nazione»; con tale serie «la CCTV sospende il suo ruolo esclusivamente didattico caratterizzato da fini propagandistici per lasciare spazio ad un racconto più attento agli aspetti privati della popolazione». Speranze inaugura una nuova ritualità che vede milioni di telespettatori sintonizzarsi per assistere agli sviluppi delle vicende narrate generando discussioni, dibattiti e scambi di idee sulla quotidianità messa in scena sviluppando nuove forme di socialità, insomma, sostiene Negro, «l’avvento delle soap opera in Cina ha prodotto non solo un nuovo registro narrativo, ma ha anche contribuito alla nascita di nuove espressioni sociali» (p. 95).
Un quarto evento televisivo che ha avuto un ruolo importante nel dare immagine alla “nuova Cina” è ravvisabile nella trasmissione in diretta della formalizzazione del passaggio di Hong Kong da protettorato inglese a regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese il 1° luglio 1997. La portata simbolica dell’evento e il livello tecnologico-mediatico raggiunto, esibito con le 72 ore di trasmissione, si sono rivelati del tutto funzionali a celebrare la potenza cinese all’interno e all’esterno del paese.
Le coperture televisive di eventi come la cerimonia inaugurale della costruzione della diga delle tre gole nel 1997, l’apertura delle olimpiadi di Pechino nel 2008, il lancio della missione spaziale Shenzhou 13 nel 2021, hanno certamente contribuito al processo di costruzione dell’identità cinese.
In effetti, la sceneggiatura, la produzione ma soprattutto la trasmissione di una serie di programmi televisivi hanno contribuito a determinare sia alcuni cambiamenti sociali tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila che i cambiamenti a livello di abitudini nella fruizione degli stessi spettacoli televisivi […] In questo processo, emerge la capacità del nuovo sistema televisivo di sostenere, attraverso i prodotti televisivi qui citati, un particolare modello di modernità basato su un’altrettanta particolare versione di capitalismo capace di assecondare un insieme di valori statali orientati al profitto e alla prosperità tanto da riflettere a pieno la teoria costitutiva del “socialismo con caratteristiche cinesi” sostenuta dalla leadership di Deng Xiaoping (pp. 96-97).
Oltre a ricostruire le tappe che hanno scandito lo sviluppo di internet in Cina, tanto dal punto di vista infrastrutturale e tecnologico quanto da quello delle strategie politiche di controllo e indirizzo del dibattito sulle piattaforme digitali – si pensi ad esempio al sofisticato sistema di limitazioni tecnologiche “Great Firewall” (palese metafora di una moderna Grande Muraglia posta a difesa del Paese) e alle forme di autocensura messe in campo dagli stessi siti per non incorrere in pesanti sanzioni – Negro ne evidenzia la centralità nella modernizzazione dei sistemi produttivi, nella spinta al consumo e nel rafforzamento di un immaginario votato a un ruolo egemone della Cina a livello internazionale. Le conseguenze del “nazionalismo digitale” promosso dalla politica cinese ha risvegliato o consolidato valori identitari o nazionalisti, evidenziando il carattere transazionale di internet.
Celebrata con toni nazionalistici e rivolta a una narrazione interna, la creazione di una “forte cyberpotenza” cinese contribuisce da una parte a rinnovare la propria idea di Stato sviluppista continuando a forgiare una nuova identità nazionale, dall’altro a consolidare la relazione con il sistema economico globale attraverso le proprie connessioni transnazionali, i flussi di informazione globale, il capitale finanziario e umano (p. 118).
Negro si sofferma anche su come lo sviluppo di internet abbia comportato una difficile dialettica tra forme di “autoritarismo frammentato” e “autoritarismo centralizzato”, in tutti i modi votate al mantenimento della stabilità politica.
Se durante il periodo di transizione delle riforme economiche, con lo sviluppo del sistema televisivo e cinematografico, si è assistito a una funzione che affiancava l’idea di cittadini da formare ideologicamente a quella di audience da monitorare anche dal punto di vista commerciale e pubblicitario, in questa fase la situazione sfocia in una nuova funzione visto che anche i cittadini hanno la possibilità di creare contenuti mediali (p. 123).
La necessità di accentrare la supervisione dei contenuti online e la gestione degli aspetti normativi, amministrativi e tecnici, risponde alla necessità di alimentare attraverso i media una narrazione nazionale forte e credibile sia per i propri cittadini che sul piano internazionale.
Quanto sviluppato da internet è inevitabilmente confluito nell’attuale sistema della convergenza mediale che ha saputo non solo operare una sintesi contenutistica e tecnologica tra nuovi e vecchi media ma anche modernizzare il processo di nation building.
Gianluigi Negro si è insomma proposto di rendere la Repubblica popolare cinese più comprensibile agli occidentali attraverso lo studio dei suoi mass media, mostrando in particolare come, nel corso della sua storia, tale Paese abbia saputo sperimentato nuove tecnologie e forme di comunicazione con la ferrea intenzione di rafforzare un’identità nazionale in continua evoluzione all’interno di un complesso contesto in cui si intrecciano controllo della popolazione, necessità di mercato, valori socialisti, omologazione e spinte identitarie.
Guatemala - Golpe giudiziario contro il partito del neopresidente eletto Arevalo
Il neo presidente eletto del Guatemala Bernardo Arévalo, leader della formazione progressista “Semilla” ha definito illegale la sospensione temporanea del suo partito da parte del Tribunale supremo elettorale, disposta da un giudice su richiesta della pubblica accusa.
Il presidente Arevalo ha precisato che l’ordinanza del giudice è “assolutamente illegale” e che la risoluzione del Tribunale si è limitata a “rispettare” quest’ordinanza.
“È in atto un processo di persecuzione politica, che utilizza illegalmente gli strumenti della giustizia e le istituzioni giudiziarie contro il Movimento Semilla e la nostra candidatura”, ha affermato il neo presidente eletto del Guatemala.
“L’insediamento di Bernardo Arévalo è in pericolo”, ha denunciato una deputata vicina al presidente eletto nel ballottaggio di domenica scorsa in Guatemala.
Quello che sembra un allarme rosso è giustificato da una serie di fatti gravi e ricorrenti: le minacce di morte contro il vincitore delle elezioni; l’allarme lanciato dalle stesse Nazioni Unite sull’ovvia possibilità di un possibile assassinio; la mancata consacrazione formale delle elezioni da parte delle autorità elettorali senza alcun motivo apparente; il contrattacco dei procuratori contro il processo che ha portato alla vittoria di Arevalo; le campagne mediatiche della stampa egemone e, come se non bastasse, la denuncia di brogli da parte della candidata perdente, Sandra Torres, quando le urne hanno decretato uno schiacciante 60,9 contro 39,1 per cento.
Queste sono alcune delle circostanze che hanno creato un clima molto teso nel Paese centroamericano. Tutto questo, e le insistenti voci di rivolte militari, ipotecano il che Bernardo Arévalo non potrà entrare in carica come Presidente del Guatemala il prossimo 14 gennaio.
Lo stesso Arévalo ha dichiarato poche ore fa: “Sappiamo che c’è un patto corrotto che cercherà di far deragliare questo processo. Di fatto, stiamo subendo una persecuzione politica dei nostri leader e del nostro partito (Semilla) da parte di questo sistema giudiziario cooptato e corrotto. Ciò è successo già quando siamo arrivati al secondo turno, ma ora sta continuando. Non sono riusciti a fermarci perché sarebbe stata una palese irregolarità. Ma questo non ha impedito a settori della società di continuare a esercitare una forte pressione”.
La perdita del riconoscimento politico in seno al Congresso potrebbe avere gravi conseguenze per i deputati di Semilla, che verrebbero esclusi da organismi chiave dell’attività parlamentare.
Accettare la sospensione provvisoria del Movimiento Semilla lascerebbe i suoi attuali deputati nella condizione di “indipendenti” e potrebbe essere lo scenario ideale per escluderli dalla discussione tecnica sul bilancio del 2024, con cui la futura amministrazione governativa opererà nel suo primo anno.
“Le commissioni sono composte da rappresentanti dei gruppi parlamentari e, in assenza di un gruppo, il presidente del Congresso può interpretare la legge e rimuoverli dalle commissioni. La decisione relativa alla commissione in cui sarà inserito un deputato spetta al gruppo parlamentare, e dato che si tratta di fare la guerra a Semilla, possono interpretarla in questo modo”, ha avvertito l’ex presidente del Congresso Roberto Alejos.
Jorge Aguilar Wong, politologo indipendente, individua lo stesso rischio per il Movimento “Semilla”. “Si lascerebbero le mani praticamente legate al presidente per il primo anno, questo potrebbe complicare il lavoro del nuovo governo”.
Wong ha sottolineato che: “l’obiettivo non è uccidere l’ideologia di Semilla, l’obiettivo è uccidere il partito politico Semilla, soffocarlo, il che implica molte cose, sia per i deputati eletti che per l’analisi tecnica del bilancio”.
Il politologo ritiene che il disconoscimento del Movimento Semilla all’interno del Congresso sarebbe un duro colpo per il gruppo, perché anche se “non possono più fermare la nomina del signor Bernardo Arévalo come nuovo presidente, farebbero un grande danno al Congresso, perché i nuovi deputati filogovernativi rimarrebbero senza un partito e sarebbero di fatto impossibilitati a svolgere il proprio lavoro”.
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Palestina - La guerra di tutti i giorni nella Cisgiordania occupata
Fonti palestinesi riferiscono invece che le forze di occupazione israeliane hanno aperto il fuoco lunedì mattina contro quattro palestinesi seduti in un bar all’incrocio del villaggio di Yabad-Kfeiret, vicino a Jenin, ferendone gravemente uno, lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale palestinese WAFA.
La stazione radio Voice of Palestine ha riferito che le forze di occupazione israeliane hanno arrestato tre dei feriti, mentre il quarto è stato portato in ospedale. Il ministero della Sanità dell’Autorità nazionale palestinese ha affermato che l’uomo è in gravi condizioni.
Nel corso di diverse operazioni avvenute nella notte, i militari israeliani hanno arrestato 16 palestinesi ricercati in tutta la Cisgiordania, con scontri in alcune aree. La violenza è aumentata in tutta la Cisgiordania nell’ultimo anno e mezzo, con un incremento dei raid israeliani e dei coloni, oltre ad arresti quasi quotidiani da parte dei militari e un aumento degli attacchi di ritorsione dei palestinesi che hanno deciso di rispondere “colpo su colpo” alle azioni israeliane.
Diversi palestinesi sono rimasti feriti, domenica sera, in un attacco di coloni nella cittadina di Madama, a sud della città di Nablus, in Cisgiordania.
Il governatore ad interim del distretto di Nablus, Ghassan Daghlas, ha riferito che diversi cittadini palestinesi hanno avuto problemi respiratori dopo che i soldati israeliani hanno lanciato gas lacrimogeni contro le case per facilitare l’incursione dei coloni a Madama.
Daghlas ha aggiunto: “I soldati e i coloni hanno cercato di rompere le porte e le finestre delle case. Si tratta del secondo attacco che i coloni hanno lanciato contro il villaggio, questa sera”.
Domenica sera, le forze di occupazione israeliane hanno attaccato la moschea ash-Shibli dopo aver preso d’assalto la città vecchia di al-Khalil/Hebron ed hanno confiscato un bulldozer impegnato nella bonifica delle terre palestinesi a est di Qalqilya, con il pretesto che si trovava nell’Area C della Cisgiordania.
I villaggi e le città palestinesi in Cisgiordania, soprattutto nell’Area C, sotto il pieno controllo israeliano, sono soggetti ad attacchi quasi quotidiani da parte dei coloni, con la protezione dell’esercito di occupazione.
Fonte
[Contributo al dibattito] - La Guerra dei Trent’anni del XXI Secolo
Le similitudini tra la Guerra del Trent’anni e l’attuale scontro dal carattere strategico tra fronte imperialista in crisi e fronte antimperialista in ascesa
Premessa: sono le guerre (purtroppo) che mutano i paradigmi
In questi giorni si sta concretizzando un fatto evidente fin dall’inizio: il velleitarismo della tanto proclamata controffensiva ucraina di primavera. Alcuni osservatori stanno supponendo che si vada incontro ad una fase di negoziazione tra le parti, che sono Stati Uniti e Russia, non certamente l’Ucraina che è uno stato fantoccio, e tanto meno la NATO che è un’organizzazione che coordina le attività dell’esercito imperiale, attualmente quello americano, con le forze armate ausiliarie dei vassalli, come è sempre stato fin dai tempi antichi.
Ovviamente vi è la speranza che questi negoziati inizino presto, ma non è detto che ciò accada e non è detto neppure che il ritorno alla diplomazia chiuda lo stato di ostilità globale, anzi vi sono elementi che giocano in senso contrario come cercherò di spiegare nel presente articolo.
I conflitti militari sono importanti nella storia dell’Uomo perché, fino alla determinazione di nuovi modi di composizione dei conflitti tra le potenze, che indubbiamente l’introduzione dell’arma atomica sollecita, sono le guerre che stabiliscono chi siano i vincitori, i vinti e le regole del gioco a beneficio dei primi.
Quando la premier italiana Giorgia Meloni dichiara pomposamente davanti al Congresso americano il 27 luglio scorso che: “L’Occidente è unito e difende le regole”, intende quelle scaturite dalla Seconda Guerra mondiale, le ultime stabilite e vigenti. Ma di quali regole si parla? Nel 1945 i benefici dei vincitori si tradussero in norme ascrivibili al cosiddetto diritto internazionale il quale, non bisogna mai scordarlo, non ha nulla a che fare con il cosiddetto diritto delle genti (Ius gentium), e tantomeno con criteri di giustizia, che al contrario sono spesso contraddetti: il rapporto tra Stato d’Israele e palestinesi è più che sufficiente per dimostrare questo assunto.
Dagli accordi e dal diritto internazionale discendono poi le istituzioni che hanno il compito di applicare tali regole, sempre nell’esclusivo vantaggio dei vincitori: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO eccetera. Queste regole, però, hanno sempre una durata temporale definita, una sorta di “data di scadenza”, in quanto necessitano di essere riallineate con la realtà dei rapporti di forza tra le potenze, che sono invece mutevoli, in quanto risentono di fattori economici e finanziari.
Scrivere nuove regole perché aderenti alla realtà non è affatto un meccanismo automatico, può avvenire solo attraverso un nuovo conflitto armato per le due seguenti ragioni:
1) l’ultimo vincitore della guerra non ha nessuna intenzione di lasciare la sua posizione dominante in modo pacifico, perché è tale status che gli impedisce di sprofondare nella crisi da lui stesso creata;
2) le potenze che sono destinate a sostituire il dominus imperiale non possono esimersi dal farlo, anche se non lo desiderano ed anche se cercano di convincere la comunità internazionale della loro buona fede.
Nel XXI secolo chi non vuole e, sotto un certo punto di vista, non può lasciare il suo ruolo di potenza imperiale senza reagire sono gli Stati Uniti; chi è costretto suo malgrado ad emergere come nuova potenza mondiale è la Cina: tutti gli altri attori girano intorno a questo meccanismo centrale.
Vi sono poi dei conflitti armati che hanno segnato passaggi epocali perché portatori di cambiamenti irreversibili dei paradigmi religiosi, culturali, economici e sociali. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo non hanno solo chiuso la vicenda dell’Impero romano d’occidente, hanno pure sancito la fine dell’evo antico a causa del tramonto del paganesimo a favore del cristianesimo, del sistema schiavistico a favore di quello servile eccetera. Le numerose guerre dell’alto e basso medioevo sono state importanti ma non hanno mutato alcun paradigma, e neppure quelle rinascimentali. Bisogna aspettare l’epoca barocca, e precisamente il 1618, per assistere ad un conflitto che ha profondamente mutato i paradigmi avendo liberato le forze del capitalismo moderno che conosciamo oggi: la Guerra dei Trent’anni. Dopo questo terribile conflitto europeo vi sono stati altri momenti dove i paradigmi sono mutati: sostanzialmente le guerre napoleoniche che hanno sancito l’inizio della scalata della borghesia alla guida dello Stato e la Prima guerra mondiale che ha concluso tale processo. Sempre la Grande Guerra ha poi determinato la nascita di paradigmi alternativi a quelli borghesi, grazie alla miracolosa affermazione di uno stato socialista in Russia. La seconda guerra mondiale non ha mutato nessun paradigma, vi è stata la sostituzione di un centro imperiale, Londra, con un altro: Washington.
Oggi ci dobbiamo porre il seguente quesito: la guerra in Ucraina può mutare i paradigmi? In questo articolo cercherò di dimostrare che la risposta potrebbe essere affermativa.
Se si ammette che quella in corso in Ucraina è una guerra di cambiamento paradigmatico, a quale modello del passato si potrebbe avvicinare? Cercherò di dimostrare che il modello di riferimento è proprio la Guerra dei Trent’anni, non tanto per la durata, che dovrebbe essere inferiore a causa delle superiori capacità distruttive delle armi moderne e dei costi esorbitanti che possono rovinare velocemente uno Stato tributario, quanto per lo scontro tra due diversi sistemi paradigmatici tra loro alternativi ed inconciliabili, scontro che non può essere risolto dalla fine delle ostilità tra Kiev e Mosca. In altre parole, l’improvvida decisione degli USA di scatenare una guerra per procura in Ucraina ha scoperchiato il mitico vaso di pandora, dal quale stanno uscendo conseguenze del tutto inaspettate per gli strateghi di Washington e che li stanno convincendo di non potere più tornare indietro.
Dalla Guerra dei Trent’anni nasce il capitalismo moderno
In estrema e lacunosa sintesi, le istanze delle chiese riformate, è opportuno ricordarlo, erano state enunciate un secolo prima l’inizio della Guerra dei Trent’anni; la confessione augustana, detta anche luterana, venne espressa in maniera compiuta nel 1530 in occasione della Dieta di Augusta, ma Lutero aveva affisso le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg già nel 1517. Senza addentrarsi nei precetti teologici, da un punto di vista squisitamente politico la carica rivoluzionaria della riforma luterana risiedeva nella facoltà del cristiano di potere avere un rapporto immediato con Dio, attraverso la lettura e la meditazione delle sacre scritture, e non più mediato dall’ordinamento ecclesiastico che dal Papa discendeva fino ai parroci. Anche l’enorme letteratura teologica prodotta dai padri della chiesa della tarda antichità, dell’alto medioevo fino ad arrivare a San Tommaso d’Acquino veniva “rimandata al mittente”, ritenuta negativa perché tendeva a sostituirsi all’autentica parola di Dio custodita solo nella Bibbia e nei Vangeli. Il contenuto “eversivo” della riforma luterana venne immediatamente intuito da alcuni principi tedeschi, che vi poterono scorgere almeno due importanti opportunità: scrollarsi di dosso l’ingombrante potere dei vescovi cattolici in Germania, tre dei quali erano anche elettori del Sacro Romano Impero fin dai tempi della Bolla d’Oro: arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia; la possibilità di mettere le mani sull’immenso patrimonio che la Chiesa cattolica possedeva nei territori dell’Impero sia sotto forma di proprietà delle diocesi che degli ordini monastici.
I tempi per un cambio di paradigma erano diventati maturi e Paolo Sarpi, negli antefatti della sua Istoria del Concilio tridentino fa intendere che se Martin Lutero non avesse ottenuto la protezione di alcuni principi tedeschi, segnatamente il Duca di Sassonia Federico III, non si sarebbe potuto salvare da scomuniche e condanne di Leone X e di Carlo V, ed avrebbe fatto la medesima fine del suo precursore, Ian Hus, arso vivo a Costanza nel 1415.
Lutero aveva minato i fondamenti della tradizione politica medievale: il potere spirituale del Papa e quello temporale dell’Imperatore, la via era aperta ad altri cambiamenti come quelli descritti nella classica opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In questo importante testo si mette in rilievo la riforma di Giovanni Calvino, la quale ribalta la fondamentale visione anti economicista della tradizione cattolica. Il calvinista non chiede alcuna grazia a Dio, egli è invece devoto per la benevolenza già ricevuta ma a lui ancora sconosciuta; il cammino del credente nel corso della sua vita ha quindi lo scopo di capire, attraverso il successo del suo lavoro, delle sue iniziative, se Dio lo ha gratificato della sua grazia. Il successo, la ricchezza sono quindi segni della benevolenza divina già concessa, e per la quale la riconoscenza si manifesta in chiese sobrie, spoglie ed intime. Lo spirito d’iniziativa prende quindi slancio dalla ricerca della comprensione della grazia divina, e non è un caso che tale credo si sia affermato presso popoli dalle spiccate propensioni commerciali come quello olandese.
Tuttavia il XVI secolo non vede affatto il trionfo della Riforma nei confronti del Cattolicesimo, i protestanti non sono ancora in grado di emanciparsi dal potere di Papi ed Imperatori. Al contrario, la Controriforma fornisce un nuovo bagaglio ideologico al campo imperiale, il quale esercita una decisa stretta sulle “libertà di coscienza e parola” attraverso la tesi dell’infallibilità del Papa, e quindi del potere nelle sue articolazioni pubbliche e private, l’istituzione dell’Indice, dell’Inquisizione eccetera (non viene in mente nulla di attuale?).
L’impero degli Asburgo sul quale il sole non tramontava mai, diviso per ineludibili motivi di gestione tra i due rami della famiglia austriaca e spagnola, non poteva che nutrirsi del Concilio tridentino, e non poteva che cercare di cancellare quello che le chiese riformate avevano conquistato fino a quel momento. Le contraddizioni tra l’Imperatore che non voleva, ed anche non poteva, abbandonare imbelle il suo ruolo di guida del Sacro Romano Impero, ed i principi protestanti che si rendevano conto di non potere più accettare di tornare al passato, soprattutto a causa della volontà dei cattolici di essere risarciti dei beni già confiscati che sarebbe sfociato nell’Editto di restituzione, potevano essere risolti solo da una guerra, che è interessante per noi sotto alcuni aspetti.
Primo aspetto, lo abbiamo visto, scontro di due modi diversi di vedere politica ed economia: da un lato la tradizione medievale dell’Imperatore, del Papa, dei grandi feudatari, dell’economia sostanzialmente rurale dalla quale derivavano la vita da rentièr, grazie ad estese proprietà terriere, di nobili ed ecclesiastici. In questo sistema il vescovo siede al medesimo tavolo del principe e discute con lui di politica. Dall’altro lato, il mondo riformato fatto di principati, città stato e repubbliche liberate dal secolare giogo delle massime istituzioni medievali; in economia è il lavoro, il commercio, l’industria che determinano la conoscenza della grazia divina; la moneta merce acquista dignità morale, le attività finanziarie dei prestiti anche ad usura, l’affermarsi delle borse, delle banche si liberano del giudizio etico negativo che la teologia cattolica aveva dato loro e sotto un certo punto di vista Calvino avvicina Dio alla moneta. In questo sistema il pastore siede al tavolo della servitù ed è ignorato dal principe.
Il secondo aspetto risiede nell’evoluzione della guerra dei Trent’anni in diverse fasi, che vedono l’avvicendarsi di protagonisti diversi: fase boema (1618–1625), fase danese (1625–1629), fase svedese (1630–1635) ed infine fase francese (1635–1648). La Guerra dei Trent’anni è stata quindi un contenitore di diversi conflitti e non sempre senza soluzione di continuità.
Il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che insieme ai paradigmi anche la gerarchia delle potenze cambiò in conseguenza degli esiti del conflitto: gli stati che avevano sostenuto le chiese riformate assunsero progressivamente maggiore importanza nello scacchiere europeo e quindi mondiale come la Svezia, nonché le stesse Olanda ed Inghilterra anche se coinvolte marginalmente nel teatro tedesco. Le potenze che si erano legate al partito cattolico, al contrario, iniziarono la loro fase declinante sia pure con tempistiche diverse: immediatamente l’Italia, mediatamente Spagna ed Austria come colonne d’Ercole del dominio asburgico in Europa. Un capitolo a parte riguarda infine la Francia, vera potenza vincitrice della Guerra dei Trent’anni grazie al genio politico di Richelieu.
La Francia, autentico Giano bifronte, da un lato era un paese cattolico, per di più governata successivamente da due cardinali della Chiesa, Richelieu appunto e Mazzarino, dall’altro sostenne decisamente il campo dei protestanti contro gli Asburgo; questa particolare e vincente alchimia politica le diede un indiscusso ruolo preminente nel vecchio continente che durò fino alla battaglia di Waterloo del 1815.
In sintesi, del modello “Guerra dei Trent’anni” in relazione all’odierno conflitto in Ucraina ci interessa verificare se si possano individuare i seguenti elementi: diversi paradigmi che sottendono i due schieramenti; divisione in più fasi di un lungo conflitto; individuazione di una nuova gerarchia delle potenze in relazione ai paradigmi sostenuti.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo americano”
A mio avviso, volenti o nolenti, dopo Cristo siamo tutti cristiani e dopo Marx siamo tutti marxisti. In che senso? Il cristianesimo aveva sconfitto il paganesimo: un caleidoscopio di religioni dove gli Dèi erano sostanzialmente raffigurazioni umane, un sistema di credenze che politicamente generava un’eccessiva vicinanza tra uomini e Dèi, causando seri problemi di legittimità dei poteri regio ed imperiale. Una delle ragioni della crisi dell’impero romano risiedeva nella risibile volontà di uomini, spesso caratterizzati da molti vizi e poche virtù, di pretendere di essere elevati al rango divino solo perché eletti imperatori. Il merito del cristianesimo è stato quello, grazie alla sua teologia evoluta, di restituire a Dio la giusta distanza da tutti gli uomini, sovrani compresi, e di far discendere dalla volontà divina il potere dei monarchi, che cessavano di essere Dèi, ma diventavano “unti del Signore”, quindi legittimati a governare dalla grazia divina nonostante gli stessi numerosi vizi e le poche virtù dei predecessori romani. La religione aveva quindi un posto centrale nella vita politica delle nazioni e dei popoli, lo abbiamo visto nel capitolo precedente.
Dopo Marx siamo tutti marxisti nel senso che l’economia ha sostituito la religione quale elemento di legittimazione del potere. Il modo di produzione, il modo di distribuire la ricchezza tra le diverse classi sociali, la diversa visione del rapporto tra economia e politica sono oggi la “teologia” che giustifica il potere del “sovrano”, scalzando la religione da questo importante ruolo. Se nella Guerra dei Trent’anni il confronto era stato tra due visioni della religione cristiana, nel conflitto ucraino si stanno profilando altrettanti modi diversi di vedere l’economia.
Cominciamo a guardare il “campo imperiale”, che chiameremo propriamente il “campo americano”. Il centro sono gli Stati Uniti, gli stati vassalli sono quelli europei, il Giappone, la Corea del Sud, e grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, anche Australia e Nuova Zelanda. Quali sono i paradigmi difesi dagli “americani”? Innanzitutto la concezione della moneta come strumento di dominio e solo successivamente come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Le monete del “campo americano” non solo sono inconvertibili con l’oro e con qualsiasi altro metallo nobile, ma sono espressioni di paesi estremamente indebitati, quindi soggetti ad una smodata produzione di moneta nelle sue tre aggregazioni.
In questo campo, infatti, militano paesi tra i maggiori debitori del mondo, limitandosi ai soli conti pubblici: Stati Uniti d’America (32.555 miliardi di dollari), Giappone (13.537 miliardi); Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia raccolti in una forbice che va dai 2.556 miliardi ai 3.042 miliardi di dollari. I raffronti con il valore del PIL delle relative economie sono del tutto risibili in quanto non vi è nessuna volontà di restituire un solo dollaro, e tanto meno d’invertire il trend dell’indebitamento, vuoi per la crisi pandemica del biennio 2020-2021, vuoi per la guerra in Ucraina del successivo anno e mezzo. Se un paese non è in grado di restituire i debiti contratti dovrebbe essere in default, innanzitutto gli Stati Uniti, ma se quest’ultimi esercitano il controllo diretto sugli organismi internazionali di regolazione come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ecco che il problema non si pone più: il paese più indebitato è “padrone” delle istituzioni che “aiutano” gli Stati morosi. Non è solo questo: grazie alla smodata produzione della sua carta moneta, gli USA sono indirettamente in grado di finanziare i debiti di altri paesi che invece, loro sì, sono tenuti a restituire quanto prestato oppure di dichiarare bancarotta: stiamo parlando, ad esempio, del rapporto triangolare che lega Stati Uniti, FMI ed Argentina. Quando un paese finisce in questo “triangolo delle Bermude”, non solo viene saccheggiato dal punto di vista economico, ma viene anche privato della sua indipendenza, e la sua politica estera viene dettata da Washington, la quale, in una sorta di gioco beffardo, è a capo di una nazione ben più insolvente.
Un altro paradigma del “campo americano”, che discende dal primo, è rappresentato dalla totale finanziarizzazione della sua economia. L’elevata presenza di denaro disgiunto da logiche economiche ha determinato l’affermarsi di banche d’affari, Edge Found, società d’investimento private che dispongono di enormi capitali liquidi e che si pongono come intermediari anche nei rapporti politici dentro e fuori gli Stati. Seguendo l’esempio triangolare che abbiamo visto precedentemente, vediamo una nuova relazione tra Stati Uniti, società d’investimento private ed Ucraina, come ci riferisce Wall Street Italia del 20 giugno scorso: “BlackRock e JP Morgan a supporto della ricostruzione dell’Ucraina”. La forte interconnessione tra finanza privata ed amministrazioni USA, caratterizzata da un continuo travaso di personale apicale tra le due sponde in un clamoroso conflitto d’interessi che nessuno mette mai in adeguato rilievo, permette a queste società di sostituirsi anche alle istituzioni finanziarie nate dalla seconda guerra mondiale. Il paradigma occidentale di creare soldi dai soldi attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico, ha come contraltare la deindustrializzazione attraverso i classici meccanismi di prelievo di valore da parte delle proprietà finanziarizzate nei confronti dell’apparato produttivo: dirottamento di quote maggiori di ricavi a favore del mercato borsistico e speculativo; depotenziamento di ricerca e sviluppo dei prodotti; abbattimento dei costi a deterioramento della qualità della produzione; compressione di salari e stipendi; delocalizzazione delle attività in aree a minore costo complessivo. Il processo di finanziarizzazione e privatizzazione dell’economia non riguarda solo la produzione di beni, anche di primaria necessità, ma investe sempre maggiori settori dei servizi specialmente se di origine pubblica: autostrade, telecomunicazioni, sanità, servizi sociali. Le regole applicate sono le medesime sopra descritte e non ha nessuna importanza se si tratta di pagare un pedaggio per passare su un Ponte Morandi a pochi minuti dal suo crollo per incuria; oppure se pagare privatamente, solo chi se lo può permettere, una prestazione sanitaria urgente che altrimenti vede mesi di liste d’attesa; oppure ancora abbandonare le città alla speculazione edilizia ed alla bolla degli affitti in modo da espellere aliquote sempre maggiori di cittadini che non sono in grado di pagare pigioni salate oppure mutui dai tassi variabili proibitivi. Tutto questo non deriva dall’azione della misteriosa mano del mercato, come avrebbe detto il non compianto Cesare Romiti, ma è frutto di una precisa dottrina che è figlia di un’altrettanto pervasiva ideologia: il neoliberismo.
Nel “campo americano” i cosiddetti diritti personali, che sono quelli della borghesia, non debbono avere tendenzialmente limiti, e non possono trovare ostacoli nei diritti di una comunità. Il limite alla volontà del borghese di soddisfare il proprio bisogno e più spesso il proprio capriccio, deriva dalla sola capacità di spesa di colui che declina il desiderio in un diritto, anche quando si tratta di affittare oppure acquistare a titolo definitivo parti del corpo di altre persone che, secondo l’ideologia occidentale, debbono essere libere di potersi vendere sul mercato, e non ha nessuna importanza se tale libertà è solo un’ipocrita maschera che nasconde il puro bisogno di chi affitta oppure vende parti del proprio organismo: “Maternità surrogata, corsa delle coppie in Ucraina prima del “reato universale”, La Repubblica del 9 giugno scorso; oppure “Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti... La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”, Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2022.
In conclusione, i paradigmi del campo americano sono: polarizzazione economica tra i sempre più ricchi, ma in sempre in minor numero, ed i poveri in perenne aumento quantitativo e “qualitativo”; privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale; finanziarizzazione di tutte le attività economiche. Vi è poi da registrare un mutamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa che, al di là dei paradigmi enunciati, ha reso ancora più gerarchico il rapporto tra metropoli imperiale e provincie. La crisi strutturale del dollaro e di conseguenza degli USA spinge Washington a pretendere esosi e continui tributi da provincie imperiali sempre più impoverite. Tali tributi assumono poi diverse forme a seconda della causale sottesa: ad esempio maggiori acquisti di armi americane, che i membri europei della NATO sono tenuti a porre in essere per far fronte allo stato di guerra “per procura” contro la Russia; per poterle pagare, i membri UE devono ovviamente tagliare la spesa sociale e gli investimenti per fare spazio alla percentuale di PIL necessaria da devolvere al complesso militare industriale USA. Un’altra forma di tributo che Washington pretende è una conseguenza della dollarizzazione dell’economia europea, ed in questo caso l’aggio imperiale funziona in due modi: da un lato impone all’industria europea maggiori costi derivanti dai prezzi di materie prime ed energia dettati dai mercati controllati dal dollaro; dall’altro rende gli Stati Uniti appetibili per accogliere aziende europee che vogliono delocalizzare per arginare l’aumento dei costi determinati dagli USA stessi. La deindustrializzazione della zona Euro e le derivanti crisi economiche e sociali avranno delle conseguenze rilevanti per il futuro di queste nazioni, vediamole sotto forma di causa – effetto. L’aumento del disavanzo delle bilance commerciale e dei pagamenti rende i deficit sempre maggiori anche a causa dalla diminuzione tendenziale del gettito fiscale, dovuto al paradigma del “campo americano” che prevede di spostare il peso fiscale sempre di più sulle spalle degli strati poveri della popolazione, ad esempio inasprendo la tassazione indiretta oppure aumentando la platea di servizi pubblici sottoposti a ticket. I profitti, e spesso gli extra profitti delle Corporation, soprattutto se americane, godono invece di benefici fiscali dovuti, ad esempio, a sedi legali e fiscali diverse dal luogo dove si produce la ricchezza, a complessi meccanismi d’elusione grazie alla compiacenza della autorità nazionali e della UE e via di questo passo. I deficit annuali sempre più elevati aumenteranno il debito complessivo, consegnando gli stati europei nelle mani di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con funzioni di supervisione anche delle attività della BCE piuttosto che delle banche centrali nazionali, sul modello della Troika che si è palesata in occasione della crisi greca del 2015.
A questo punto il gioco è fatto: paesi deindustrializzati, indebitati, agitati da tensioni sociali anche violente vengono privati di ogni residuo di sovranità, pronti per essere lanciati in uno scenario di Terza guerra mondiale, dovendo cercare di recuperare in oriente quello che gli Stati Uniti tolgono loro in occidente. L’Italia è già arrivata a questo punto ma non basta; la volontà di guerra alla Russia di paesi come Polonia e Repubbliche baltiche non sono ancora sufficienti; occorre che paesi importanti come Germania e Francia giungano al medesimo punto di crisi in modo da formare una coalizione ampia e militarmente valida per attaccare la Russia, considerando poi che gli USA terrebbero un profilo simile a quello attuale rispetto all’Ucraina, mandando al massacro le provincie europee contro la Russia, e magari quelle asiatiche contro la Cina nelle fasi successive della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo dei BRICS”
Abbiamo visto gli imperiali, ovvero gli americani ed i loro vassalli, vediamo ora i paradigmi dei protestanti, ovvero del “campo dei BRICS”. Va premesso che far coincidere i “protestanti” con i BRICS è una semplificazione che va presa con la massima cautela, fatta con evidenti scopi didascalici ma ben consci dei suoi limiti. Il comune denominatore di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è l’interesse nazionale che propende maggiormente nel perseguire e sviluppare la cooperazione BRICS rispetto ad un rapporto con gli Stati Uniti; questi paesi possiedono inoltre un grado di sovranità, sia pure in diversa misura, sufficiente per perseguire una politica estera in grado di “protestare” contro il potere imperiale americano. Vi sono poi paesi che possono essere ascritti al “campo BRICS”, pur non facendone formalmente parte, sempre per le due ragioni sopra evidenziate.
A differenza del “campo americano”, dove il rapporto tra i membri è quello classico che si instaura tra una metropoli imperiale e le sue provincie, quello dei BRICS è un’associazione di nazioni tra loro indipendenti e con un grado diverso di impermeabilità alla potente influenza di Washington. Vi sono membri impermeabili come Cina e Russia, vi sono componenti parzialmente permeabili come Brasile ed India, e vi è infine il Sud Africa che, oltre alla permeabilità all’influenza americana che non sembra irresistibile, deve gestire quella maggiore della Gran Bretagna a causa della presenza delle due importanti minoranze bianche di origine inglese ed olandese ed i loro legami culturali e d’interesse con l’Occidente. Inoltre Pretoria deve destreggiarsi nei rapporti interni al Commonwealth of Nations in misura maggiore rispetto all’India che invece non ha nessuna minoranza bianca sulla quale Londra possa fare leva. Come accennato, vi sono poi altri paesi che militerebbero volentieri nel “campo BRICS”, e che a volte lo fanno intendere, come ad esempio: Iran, Turchia ed Arabia Saudita.
Ma quali sono i paradigmi dei “BRICS” così differenti da rendere necessario un lungo confronto anche militare? Partiamo sempre dal cuore del problema e dalla madre di tutti i conflitti: la crisi del dollaro inconvertibile. Nel “campo dei BRICS” sta maturando l’idea di non utilizzare più il biglietto verde per le transazioni commerciali, ma di usare le valute nazionali a seconda dei paesi con i quali si debbono regolare i conti della Bilancia commerciale: siamo già nel campo del “casus belli” per gli Stati Uniti. Ma non è finita qui: per regolare i conti più complessi della Bilancia dei pagamenti i BRICS stanno realizzando proprie istituzioni finanziarie internazionali indipendenti da FMI e Banca Mondiale, come la Nuova Banca di Sviluppo presieduta dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff e per gli americani è ancora peggio. Le brutte notizie per Washington proseguono: i paesi euroasiatici e BRICS stanno facendo incetta di oro come ci informa, ad esempio, The Post del 10 gennaio 2023: “BRICS undermine dollar hegemony with gold purchases”. Per un motivo opposto a quello degli Stati Uniti, anche i BRICS possono usare la moneta come arma, la quale, a differenza del dollaro che ha bisogno della minaccia militare per essere accettata, è sufficiente che esista per causare danni incalcolabili al biglietto verde ed alla economia del “campo imperiale”. Se i BRICS decidessero, come sembra vogliano fare, di creare una moneta comune convertibile in oro, tornando ad una sorta di Gold Exchange Standard, è assai probabile che il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione a doppia cifra simile, se non peggiore, a quella che colpì il Papier Mark tedesco nel 1923. Da un punto di vista paradigmatico, i BRICS riconducono la moneta alle sue funzioni tradizionali: mezzo di scambio per acquisto di beni e servizi, unità di conto per attribuire prezzi, riserva di valore per il risparmio. Ricondurre la belva moneta nel suo recinto vuol dire che le economie dei BRICS non sono propense alla finanziarizzazione per le caratteristiche di grandi paesi produttori di materie prime e dotati di un comparto manifatturiero sviluppato.
Nel campo dei BRICS le attività di banca commerciale e di banca d’affari sono decisamente divise, al contrario del campo americano dove le seconde sfruttano parassitariamente le prime. La presenza di uno Stato comunista a tutti gli effetti, la Cina, e di un altro che è stato il primo paese socialista nella storia dell’umanità, la Russia, possono velocemente orientare l’organizzazione dei BRICS in forma di “Capitalismo di Stato”, anche sviluppato. In Cina il Piano Quinquennale è una realtà avente forza di legge ed è in grado di coordinare a sé altre forme di organizzazioni economiche tendenzialmente pianificate; in Russia la cultura del Piano viene da lontano, dal 1928 quando fu adottato per la prima volta, e questo strumento di programmazione è stato usato per i successivi sessant’anni. Le economie in via di sviluppo degli altri componenti del “campo BRICS”, possono essere diretti verso forme di Capitalismo di Stato ed organizzazione pianificata in forma evoluta. Essere portatori di questi paradigmi significa, però, che la politica prevale sull’economia, che gli interessi collettivi condizionano quelli individuali. Nel “campo BRICS” anche e soprattutto per il notevole numero di abitanti, il diritto della comunità prevale rispetto a quello del singolo, e questo comporta che il diritto ad un lavoro dignitoso, all’accesso universale alla sanità, all’istruzione, alla politica della casa deve riguardare tutta la popolazione rientrando quindi nella sfera di responsabilità e di azione dello Stato. L’economista americano Michael Hudson parla di “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” e lo descrive nel seguente modo: “Certo, ci sarà un’economia mista. Naturalmente ci sarà l’impresa privata. Naturalmente ci sarà la proprietà individuale, ma sarà soggetta a vincoli sociali in modo che le fortune che vengono fatte da qualche privato non saranno ottenute a spese del resto della società... È necessario coordinare i settori pubblico e privato. Invece come in America e in Europa, dove l’obiettivo del settore privato è quello di prendere il controllo del governo per privatizzare e svendere il dominio pubblico... Bisogna evitare la ricerca di rendita economica, la ricerca di rendita immobiliare e la ricerca di rendita monopolistica. Quei settori della finanza, della proprietà terriera, della ricerca e sviluppo, della salute pubblica, appartengono al dominio pubblico, non privatizzati”.
Le similitudini con la crisi attuale: la guerra a fasi
Il leninismo, ancora di più del marxismo, porta in sé la terribile regola di guardare in faccia alla realtà senza cessioni ai propri desideri, alle proprie speranze, alle proprie convinzioni. Solo una chiara ed obiettiva capacità d’analisi può far comprendere gli avvenimenti attuali e cercare di prevedere con un margine d’errore accettabile le tendenze future; in altre parole il leninismo è esattamente il contrario della propaganda. Se applichiamo i princìpi leninisti a quanto ci siamo detti fino ad ora ne derivano le seguenti conclusioni:
- i paradigmi dei due campi sono tra loro inconciliabili;
- gli Stati Uniti si trovano ampiamente in uno stato di “casus belli” a causa del rischio sempre più concreto che il dollaro venga utilizzato sempre di meno;
- il minor utilizzo del biglietto verde ne causa il rischio di evaporazione in una incontrollata iper inflazione;
- l’élite americana si sta orientando verso la decisione di disfarsi del dollaro, considerato ormai una moneta zombi, cioè moneta morta ma ancora vivente;
- l’unico modo pensato per disfarsi del dollaro è attraverso una guerra mondiale anche nucleare;
- la necessità americana di un conflitto su larghissima scala è però contrastato dal “campo BRICS”, che è composto da nazioni militarmente in grado di tenere testa agli USA ed ai suoi vassalli.
L’élite americana sta quindi valutando se il costo in termini di possibile devastazione degli Stati Uniti è compatibile con la prosecuzione del suo attuale potere, oppure se vi sia il rischio di un’implosione economica, sociale e politica tale da disgregare l’Unione in uno scenario simile a quello della guerra di secessione del 1861. Per ora la valutazione è ancora negativa, quindi gli Stati Uniti sono propensi ad adottare una strategia di guerra prolungata a più fasi, simile a quella della guerra dei Trent’anni, appunto.
Abbiamo sotto gli occhi la “fase ucraina” che sta volgendo al suo termine. In questo stadio gli attori sul campo sono stati solo Russia ed Ucraina, mentre gli altri componenti dei due campi si sono mossi alle spalle dei contendenti. Nella fase boema della guerra dei Trent’anni, il campo imperiale era già organizzato e, ad esempio, in occasione della battaglia della Montagna Bianca del 1620, la Lega Cattolica (la NATO di allora), fu in grado di mobilitare tutte le sue forze, mentre il campo protestante era rappresentato solo da boemi e dal Palatinato, assenti gli altri principi protestanti. Nel febbraio 2022 la NATO era già schierata compatta a sostegno del proprio delegato sul campo di battaglia, l’Ucraina, mentre la Russia, gravata dall’onere di dover iniziare formalmente l’azione militare, per potere radunare il proprio campo intorno a sé, ha avuto bisogno di tutto l’anno. Tuttavia nel 2022 il campo dei protestanti si è organizzato ed ha conseguito una prima vittoria non militare: le due strategie americane tese a far collassare l’economia russa ed a provocare l’isolamento diplomatico di Mosca, necessario per provocare la caduta di Vladimir Putin, sono entrambe fallite. È rimasta la sola opzione militare di cui abbiamo parlato in premessa, ma è ormai ammesso anche dagli americani che le possibilità per Kiev di vincere la guerra sono assai ridotte: “Leaked Pentagon documents suggest US is pessimistic Ukraine can quickly end war against Russia” afferma la CNN del 12 aprile scorso, e come dice il proverbio “a buon intenditore poche parole”.
La progressiva coscienza della probabile sconfitta del regime di Kiev induce gli americani a chiudere la fase ucraina del conflitto ed aprirne una nuova con attori diversi che verrebbero ad affiancare prima e rimpiazzare poi l’esausto esercito ucraino: potrebbe essere la fase polacca con l’aiuto di una Coalition of the willing, rigorosamente fuori dall’ambito NATO. La consistenza della coalizione dei volenterosi dipenderebbe poi dal potere coercitivo degli USA nei confronti dei singoli volontari: bulgari, rumeni, slovacchi sembrano i predestinati dell’est europeo, l’Italia la più votata in quello ovest. Ma sulla predizione di fasi future è opportuno fermarsi subito per non scadere nella cabala. Invece va indagato un dato preoccupante sulla durata del conflitto, che forse non è così distante da un concetto pluridecennale.
Il punto è individuare il teatro del confronto e se possibile circoscriverlo. La Guerra dei Trent’anni si svolse soprattutto in Germania e nei territori ereditari della Casa d’Austria perché erano i luoghi dove si fronteggiavano i cattolici coi protestanti. Se il conflitto odierno dovesse seguire le medesime regole dovrebbe estendersi nell’area dove si confrontano neo-liberismo e socialismo dalle caratteristiche euroasiatiche, ovviamente semplificando concetti più complessi. Teoricamente si parla del continente euro-asiatico, non solo la Russia ma anche la Cina, caratterizzati da fronti apribili da parte degli Stati Uniti in Europa orientale, Medio Oriente, Mar della Cina. Tuttavia nei BRICS vi è anche il Brasile, quindi l’America Latina potrebbe essere un teatro di guerra futuro, ed in Africa vi è il Sud Africa, causa di un altro possibile teatro. Tra l’altro, il continente nero sta rispondendo in modo positivo alle sollecitazioni che vengono da Mosca in occasione del vertice tra Russia ed Africa tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio: “Vladimir Putin promette grano gratis all’Africa e accusa l’Occidente... La Russia è pronta a sostituire il grano ucraino in Africa, soprattutto sullo sfondo di raccolti record», ha spiegato Putin, secondo cui «la quota della Russia nel mercato mondiale del grano è del 20%, quella dell’Ucraina è inferiore al 5%. Ciò significa che è la Russia che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare globale... I Paesi occidentali ostacolano la fornitura di cereali e fertilizzanti e accusano ipocritamente la Federazione Russa della crisi alimentare globale».”, Il Tempo del 27 luglio.
Gli scenari possibili sono vasti, ed il tempo necessario per portarli ad uno stadio operativo sono tutt’altro che rapidi, questa considerazione potrebbe aggiungersi a quelle precedenti a supporto della tesi di un lungo conflitto diviso in fasi successive.
Similitudini con la crisi attuale: la nuova gerarchia delle nazioni
Abbiamo accennato che alla fine della Guerra dei Trent’anni le nazioni che si erano legate alle chiese riformate iniziarono la loro fase ascendente, mentre quelle che erano rimaste fedeli alla chiesa cattolica la loro fase discendente. Il tremendo conflitto in Germania, occorre ribadirlo, permise di riscrivere le regole politiche che riallineavano i rapporti internazionali alla realtà economica e finanziaria già esistente nel vecchio continente, questa riscrittura fu la pace di Westfalia. Nello scenario attuale Michael Hudson parla correttamente, per il campo dei “protestanti”, di economia mista, di proprietà private che si debbono rapportare al pubblico in via subordinata, realtà economiche già presenti, seppur in diverso grado, in tutti i paesi BRICS. Quello che Hudson definisce “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” tuttavia oggi è distinguibile solo in Cina, e solo un esito positivo della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo potrebbe estenderlo a tutto il campo dei “protestanti” in un processo in divenire. Al contrario, nel campo americano il neo-liberismo è già affermato in tutti i suoi componenti, avendo espresso la sua attrattività negli anni Novanta dello scorso secolo, all’interno dell’euforia della Fine della Storia, a seguito del crollo del Muro di Berlino. Oggi il neo-liberismo esprime solo tendenze regressive ed è pervaso da una sinistra forma di nichilismo causata dall’inarrestabile processo di concentrazione di enormi ricchezze fittizie in pochissime mani. Da questo particolare nichilismo dei signori di Wall Street e della City di Londra potrebbe scaturire la decisione di precipitare il pianeta nell’olocausto nucleare, anche perché sono consci che il mutamento della gerarchia delle nazioni è già in atto. Non giungono notizie di paesi che smaniano di entrare nel G7, al contrario sono gli occidentali che invitano indiani e brasiliani all’ultimo summit in Giappone nella speranza di esercitare pressioni utili ad incrinare i rapporti interni ai BRICS, sperando di sfruttare quella permeabilità della quale si accennava prima; al contrario, ci sono 19 gli stati che formalmente oppure informalmente hanno chiesto di entrare a far parte dei BRICS.
Queste considerazioni, e ben altre con dovizia d’informazioni al massimo livello, vengono fatte in tutte le cancellerie, anche quelle soggette al giogo americano come la francese e la tedesca ma che hanno comunque ben chiaro che l’interesse nazionale stia andando in senso contrario alla politica estera espressa dai vari Macron e Scholz (l’Italia sembra non pervenuta, persa ormai nel suo delirio di servilismo).
A mio avviso Parigi e Berlino si rendono perfettamente conto di trovarsi di fronte ad una scelta: accettare la sollecitazione americana d’intraprendere una guerra convenzionale contro la Russia, e magari contro suoi nuovi alleati (Bielorussia, Iran?), tentare l’avventura di riguadagnare in quei paesi quello che gli americani esigono come tributo in occidente; oppure cambiare di campo tra una fase e l’altra del conflitto come fece la Sassonia nella Guerra dei Trent’anni, complice disordini dinastici di quello stato. Quello che invece sembra non più possibile è rimanere nell’attuale stallo: tributari dell’esosa metropoli imperiale e vittime della perdita dei grandi spazi commerciali cinese e russo.
Resta un’ultima considerazione che per ora non ha riscontro, ma che potrebbe averlo. Abbiamo detto che alla fine il grande vincitore della Guerra dei Trent’anni fu la Francia, la quale beneficiò dell’essere essere rimasta uno stato cattolico, ma di aver saputo lucrare sull’affermazione dei paesi protestanti ai danni di Vienna. Chi potrebbe essere la Francia di oggi? Quale paese occupa una posizione di guida della NATO, primo alleato degli USA, e contemporaneamente siede nel Commonwealth con India e Sud Africa? Suggerirei di osservare la Gran Bretagna sotto quest’ottica perché potrebbe essere la strategia che risolleva Londra dalle difficoltà del dopo Brexit.
La contraddizione tra realtà economica e finanziaria del mondo e le sue regole scritte nel 1945 è giunta ad un grado d’intensità difficilmente gestibile, vedremo se il modello “Guerra dei Trent’anni”, ovviamente non l’unica possibile, sarà quella probabile.
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