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Redazione - 9 settembre 2014
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“Non c’è vera vita quando si è oppressi”
(da Saluti dal califfato, a cura di Alhayad Med.Cent.)
(da Saluti dal califfato, a cura di Alhayad Med.Cent.)
“The words of the prophets are written on the subway walls/And tenement halls/And whispered in the sound of silence”
(TheSound of Silence, Simon & Garefunkel)
(TheSound of Silence, Simon & Garefunkel)
1. Immagine, antropologia e politica di Isis
Sembra
tutto vero, con una corrispondenza tra categorie e fenomeni che forma
una simmetria quasi geometrica, solo che un’analisi della morfologia
visuale dei prodotti Isis (foto, video e testi correlati all’immagine)
ci rivela ben altro fenomeno. Un fenomeno, nel quale, tra il tipo di
jihad di Isis e quella presente nelle culture sciite di oggi passa la
stessa differenza che c’è tra il sashimi e l’hosomaki. Due differenti
tipologie di sushi che oggi fanno entrambe parte della cultura globale
della cucina, come i differenti tipi di jihad fanno integralmente parte,
almeno dagli anni ’90, della cultura politica globalizzata. E sushi non
è più giapponese come la pizza non è più italiana. Entrambi sono
infatti da tempo fenomeni globali. Come non lo è, da tempo, la jihad o
la mobilitazione dei movimenti sui social media (scoperta con Seattle
’99). Certo, ci sono dinamiche locali che spiegano l’origine dei
fenomeni e dinamiche globali che ne definiscono la consistenza. Ma
l’antropologia politica di Isis non è tutta ripiegata all’interno della
cultura araba o del mondo islamico. È un prodotto del globale. Quindi
ancora più inquietante.
Non
si sta quindi giocando uno scontro tra civiltà ma una sorta di guerra
dei trent’anni di cui le torri gemelle sono sicuramente un lascito, che
deve ancora trovare la sua pace di Westfalia, entro la stessa cultura
globale. E questo vale per la politica istituzionale come per quella di
movimento. Entrambe, da prospettive peraltro diversissime, spiazzate
rispetto ad uno scenario che li terrorizza molto ma che capiscono poco. Eppure già da almeno un lustro un testo intelligente, che ratifica una
serie di dibattiti sul tema precedenti alle torri gemelle, come Islamic Radicalism and Global Jihad
(a cura di Springer-Regens-Edger,Georgetown University Press,
Washington 2009) parla di “universalismo soggiacente alla jihad
globale”. Perché il califfato, analizzato qui nelle versioni della
decade 2000, non è tanto localizzabile in un preciso territorio ma
ovunque, nel mondo globale, vi sia un musulmano. La pluralità delle
lingue evocate, ad esempio, nei promo di Isis dello Al-Hajat Media Center, uno dei nodi della Indymedia
della jihad, mostra come la localizzazione del califfato, versione Al
Baghdadi, non escluda anch’essa processi di universalismo simbolico e
quindi politico. Un universalismo differente da quello dei diritti
dell’uomo ma, oggi, cifra di una lingua globale. Non siamo di fronte
quindi al Terrorista premoderno, come da titolo dell’articolo di Zizek su Repubblica, ma davanti a qualcosa che fa opera di originale ricombinazione globale di elementi noti e conosciuti.
Uno
degli effetti di questo continuo corto circuito tra farsi immagine
della realtà e farsi realtà dell’immagine, tipico del dopo 11 settembre
secondo Mitchell, è il ritrarsi della vita privata della parte
maggioritaria della società occidentale nella paura degli eventi. Di
fronte, dice Mitchell, a questo genere di terrore il messaggio che passa
collettivamente nella realtà e nei media delle democrazie contemporanee
è: “non fare niente, vai a fare shopping e affidati alle autorità
costituite”. Affidandosi a percorsi protetti, come per i check-in
degli aeroporti, o agli esperti che “rassicurano” sul fatto che le
tempeste belliche e quelle finanziarie in corso saranno comunque
risolte. Perché uno dei risvolti dell’attuale guerra globale dei
trent’anni, di cui fa parte l’11 settembre, è che la popolazione
occidentale assiste attonita, annichilita dallo spettacolo del terrore
che si fa realtà tramite complesse e veloci rappresentazioni iconiche
dei fenomeni. E se la popolazione rimane attonita, rifugiandosi nello
shopping o nella contemplazione dello spettacolo della guerra, allo stesso tempo l’asse
globale del mediattivismo diffuso, quello in grado di mobilitare anche
le masse apparentemente silenziose si sposta dalla parte della guerra
santa: ecco un apple store alternativo dove si spiega come sbloccare
iphone e ipod. https://twitter.com/shamalmalahem/status/502679523997937665/photo/1
Tutto collegato a canali Youtube
che diffondono promo di Isis: la digitalizzazione, come per la
diffusione della stampa a caratteri mobili a suo tempo, se nasce ad
occidente si diffonde ovunque. E nell'attuale globalizzazione permette
una contaminazione di contenuti e pratiche, tra aree del pianeta,
impensabile anche pochissimi lustri fa.
Stiamo
quindi parlando di una audience globale nella quale si teorizza, da
parte dei sostenitori della guerra santa, l’implementazione di una
permanente resistenza islamica planetaria, come si capisce da testi come
The Global Islamic Resistance Call
di Abu Mus'ab As-Suri, scritta dopo la sconfitta del GIA algerino. L'integrazione di “global” e di “islamic” pone come irreversibile
l’appartenenza della jihad alla cultura mediale planetaria.
Capire
l’uso potente dell’immagine in questo genere di cultura globale, quella
legata alla jihad, aiuta, oltretutto, a tornare sulla recezione
occidentale dell’uso dell’immagine nel mondo islamico. Nell’edizione
commemorativa della raccolta di Titus Burckhardt Art of Islam: Language and Meaning
(World Wisdom Inc., 2009, Bloomington, Indiana) si esplicita
chiaramente la tesi che la recezione occidentale dell’arte islamica
percepisce l’immagine come prodotto esclusivamente decorativo a causa
della nota iconoclastia presente nel corano. Al contrario, seguendo
Titus Burckhardt, la proibizione della rappresentazione figurativa ed
umana nell’Islam non si applica proprio a quelle immagini viventi solo
apparentemente eseguite a scopo decorativo. Si tratta infatti di
immagini che in realtà sono in grado di introdurre, di per sé, non solo
ad una dimensione mistica ma anche di legarla a quella di un mondo
complesso, conflittuale e vivente. Mondo che è, secondo una logica
religiosa, una decorazione della divinità ma che esprime, proprio in
quanto tale, tutta la potenza espressiva della complessità mondana
dispiegata. Non c’è quindi da stupirsi se l’uso reiterato dell’immagine
vivente e del montaggio da parte di Isis, e anche delle didascalie e dei
simboli in arabo o di quelli presi dai nostri caratteri alfabetici,
parli un linguaggio globale che assorbe quello di Hollywood.
L’assunzione dell'universalità del linguaggio delle immagini, in una
cultura che respinge la raffigurazione di dio, avviene perché queste
immagini sono concepite come una decorazione complessa, sottomessa,
assieme al mondo qui rappresentato, al senso del divino. Ecco quindi
perché globale e islamico, ad esempio, si tengono benissimo in una
cultura che si rivela, in questo modo, iconoclasta nella
rappresentazione di dio ma iconica nella comunicazione nel mondo.
Comunicazione che riproduce immagini che si fanno terrore vero nel
momento in cui replicano incessantemente eventi come l’attentato alle
torri gemelle.
E
qui si entra, con naturalezza, su un piano dell’evoluzione delle
tecnologie di rappresentazione e produzione dell’immagine del mondo, che
ovviamente non riguarda solo il medio-oriente ma che oggi, tanto più,
investe la global culture. Piano che ha radici antropologiche
profonde e non certo solo medio-orientali, rintracciabili nel tema, che
oggi riemerge con forza, delle immagini viventi. Con forte differenza
rispetto al grande lascito deleuziano, dove l’immagine movimento del
cinema è, prima di tutto, raffigurazione dinamica dei processi cognitivi
di rappresentazione e percezione. Qui, nell’immagine vivente della
cultura islamica, la percezione è immediatamente correlata al primato
cognitivo della relazione mistica, sociale e politica tra corpo
collettivo e realtà. Ma, e gli storiografi dell’arte lo sanno benissimo,
questo primato non è solo presente nella cultura islamica. Dal punto di
vista delle fonti documentarie di varie epoche, dall’antichità pagana
all’età cristiana medievale e moderna, è infatti disponibile uno
sterminato materiale per analizzare il fenomeno antropologico
dell’immagine percepita come presenza “viva”, capace di muoversi,
parlare, interagire con gli uomini dando loro valori, senso e direzione
esistenziale. Un'immagine vivente, costruita dal bagaglio delle
tecniche della rappresentazione del passato, che nella cultura
occidentale come in quella orientale accompagna e governa la vita degli
uomini. Vista con gli occhi dell’oggi è la realizzazione del sogno di
ogni format mediale, naturalmente. Solo che il tutto fa già parte
del bagaglio storiografico che precede stessa la cultura globale. La
realizzazione quindi di un genere di immagini viventi che governa,
percettivamente ed esistenzialmente, l’individuo nel suo rapportarsi con
il terrore, il misticismo, la relazione sociale e politica. Tra l’uomo
immagine vivente nella cultura cristiana (si veda, dalla letteratura
cattolica militante, L’uomo immagine somigliante di dio di
Gautier Iamman-Giannarelli, Figlie di San Paolo, Milano, 1991) e
l’immagine vivente delle culture islamiche come recepito in Titus
Burckhardt, la differenze nell’elaborazione dei simbolismi e delle
immagini viventi, una volta messo tra parentesi il problema
dell’iconoclastia, tendono poi a ridursi a favore della possibile
influenza degli stili.
L’immagine
vivente, nella letteratura religiosa cristiana, rafforza poi il
rapporto tra dimensione del cognitivo, fedele, popolazione e rito
devozionale mentre, allo stesso tempo, genera, le tecniche del governo
dell’iconoclastia. Tecniche che riguardano direttamente il governo dei
viventi: tramite la distruzione o la regolazione della circolazione
delle immagini, infatti, si governano i rapporti sociali che quindi sono
immediatamente politici toccando la popolazione, il suo modo di
percepire il mondo. Si comprende quindi come l’Islam politico di Isis, e
non solo, guardi, senza pregiudizi, alla produzione globale di
immagini viventi, oggi su multipiattaforma, di origine culturale
cristiana oggi secolarizzata. Come ieri gli stili di produzione
dell’immagine vivente finivano per contaminarsi, e senza la
globalizzazione istantanea degli artefatti culturali, oggi c’è un deposito
sterminato di immagini secolarizzate da saccheggiare per comunicare
globalmente. Basta guardare a tutto questo come strumento da rielaborare
per governare l’individuo in modo religioso e direttamente politico,
devozionale e militante assieme. Strumento cognitivo per l’individuo, e
per la popolazione, e anche elemento per un suo governo della dimensione
esistenziale. E si comprende anche perché Isis possa trovare, dalle
culture di origine occidentale e cristiana, che hanno prodotto il mondo
mediale moderno, un deposito di stili, di idealtipi, di figure di
immagini viventi che, una volta rielaborate, alimentano le sue strategie
di comunicazione. Immagine vivente cristiana e islamica hanno infatti
due differenti modalità di messa tra parentesi della stessa questione:
l’iconoclastia. Le due culture possono quindi parlarsi, e contaminarsi,
proprio grazie a questa originaria capacità di messa a parentesi. Si
capisce quindi che, ai giorni nostri, ce le ritroviamo sinergiche a
pieno regime in quel rapporto di connessione tra immagine vivente,
individui, popolazione. Rapporto che appare così non elemento
costituente dell’islam radicale, o delle culture cristiane, ma della
cultura globale. Naturalmente nella globalizzazione originaria del
diciannovesimo secolo, le immagini viventi, grazie allo sviluppo delle
tecniche di poesia del primo ottocento, si diffondono tramite lo
strumento geopolitico per eccellenza della prima globalizzazione,
l’Inghilterra e grazie al medium globale della poesia (e qui si noti un
interessante Romantic Presences: Living Images from the Age of Wordsworth and Shelley di
Jeffrey Robinson del 1998). Ma oggi sono tra noi, immagini viventi
globalizzate, recepite sulle multipiattaforme mediali nell’effetto
terrore del radicalismo politico selvaggio dell’Isis e nei tg
secolarizzati di qualsiasi broadcasting network occidentale.
Origine cristiana e islamica dell’immagine vivente nel mondo globale
hanno finito per fare sinergia. Persino, una volta che si fa una seria
genealogia dell’immagine, nell’intimo della trama narrativa di un
videogioco.
Dal
cortocircuito tra immagini e realtà, alle teorie della jihad globale,
all’immagine vivente come terreno di meticciato comune tra culture
cristiane ed islamiche si delinea una antropologia politica. Un tessuto
profondo di relazioni politiche, in grado di superare la contingenza
sociale, tenuto assieme da una simbolica e da una genealogia delle
immagini oggi fortemente performativa nei dispositivi mediali. Simbolica
e dispositivi che hanno iscritta dentro di sé una gerarchia sociale e
di valore.
Veniamo così ad un importante testo che ha ormai mezzo secolo (AAVV, Political Anthropology, Aldine, Chicago, 1966 che altro non è che la pubblicazione di atti di uno storico convegno della American Anthropology Association
del 1964 ). Qui, nonostante gli stessi curatori si siano spaventati ad
usare il concetto di antropologia politica, troppo vasto e pieno di
conseguenze teoriche da dover governare, si definiscono comunque quattro
importanti dimensioni concettuali del politico. Dimensioni ricorrenti
sia nei fondamentali dell'antropologia politica che nella costituzione
delle società come nella loro evoluzione, elementi ineliminabili per il
presente e non evitabili nel futuro. Si tratta degli argomenti
affrontati nelle specifiche sezioni del testo e dello storico convegno
della American Anthropology Association: dimensioni del conflitto
nell’azione politica, dei codici di funzionamento delle autorità, del
rapporto tra politica e rituale, definizione del campo del politico e
dei suoi confini. L’irruzione, in questo testo della manchesterian school di
Victor Turner fissava così, in questo contesto teorico, elementi di
costruzione dell’oggetto “antropologia politica” validi anche per
l’oggi. Ad esempio di come la dimensione mistica, presente nel politico,
sia il completamento e la saldatura tra società misticizzata e una, ben
poco mistica, vasta rete di interessi. E come entrambe evolvano
continuamente. Anzi di come l’evoluzione, o la rinascita, del misticismo
nelle società sia da leggersi in rapporto alla dinamica della mutazione
degli interessi materiali.
Prima
di fenomeni come Isis o i vari tentativi di Jihad globale, ovvero i
primi anni ’90, il tema del misticismo in politica sembrava davvero
destinato a essere storicizzato o, al massimo, ad essere localizzato in
territori in via d’estinzione antropologica o politicamente irrilevanti.
La forte, terrorizzante e violenta simbolica dell’immagine vivente, e
mediale, del politico di fenomeni come Isis, che rimanda all’idea di
sacrificio umano non solo per terrorizzare l’avversario ma anche per
celebrare misticismo e divinità, attualizza la rilettura di queste
quattro dimensioni del politico. Per cui in Isis la dimensione del
conflitto si articola tra misticismo e interesse materiale, saldata
nell’immagine vivente del sacrificio umano, là dove il richiamo (anche
ferocemente) mistico delle immagini veicolate non serve solo per
terrorizzare il nemico. Ma anche come propaganda, per promuovere la
componente altruistica, di massa e gratuita della mobilitazione
mistico-religiosa collegata agli interessi materiali
dell’organizzazione; in questo modo i codici di funzionamento delle
autorità sono forti, rafforzati dall’accumulo spettacolare e materiale
di violenza, giustificata politicamente e religiosamente; il rapporto
tra politica e rituale è caldo, continuo, di massa e liminale (rompendo
violentemente ogni distanza tra soggetti, secondo la lettura di Turner,
portandosi qui sul piano di ebbrezza e legittimazione mistica); il campo
del politico è definito e governa corpi, anime, amministrazione secondo
i limiti fissati dal corano e dai linguaggi della comunicazione
globale. Siamo all’applicazione, in forma islamico-spettacolare dei
quattro campi antropologici del politico isolati dallo storico convegno
del 1964: dimensioni del conflitto nell’azione politica, dei codici di
funzionamento delle autorità, del rapporto tra politica e rituale,
definizione del campo del politico e dei suoi confini. E questi campi
valgono anche per l’occidente quando si immette nella cultura globale?
Non
che manchi, oggi, la mistica in occidente. Nella cultura globale di
origine occidentale questa mistica è immagine, immagine vivente
infinitamente riprodotta, depurata però di riferimenti direttamente
religiosi il che ne fa immagine solo vagamente metafisica. Come la merce
nel capitale di Marx, del resto l’immagine è anche merce: un qualcosa
con addosso quel residuo di epoche lontane come, ad esempio, è il
feticismo. Mentre in Isis religione, immagine, metafisica, ferocia e
politico, feticismo ed esibizione della morte si tengono, tutte assieme,
immediatamente. Politico in Isis è fusione di tutte le componenti
biopolitiche e metafisiche per la conquista violenta del potere, la sua
redistribuzione, assieme a quella delle risorse e dello status.
Poi c’è una piena corrispondenza sul piano dell’antropologia politica,
tra Isis e occidente, entro le quattro categorie prese in esame.
Prendiamo la cultura della governance democratica, quel misto di istituzioni elette e organismi determinati da stakeholder
che definisce la governabilità globale di origine occidentale. Ha una
dimensione del conflitto, regolata da una zona grigia che sta tra la
scivolosa dimensione del diritto internazionale e il deciso uso della
forza; dei codici di funzionamento delle autorità, definiti dal piano
mobile dei rappori tra democrazie elettive ed istituzioni delle
governance multilivello; un rapporto tra politica e rituale, scandito
dai ritmi della comunicazione globale dei media ufficiali; dei limiti
del politico dettati non dal corano ma dalla governance finanziaria
ufficiale e da quella dei mercati over-the-counter.
Dove quindi è lo scontro tra civiltà quando i tratti fondamentali antropologici del politico tendono a somigliarsi?
Non solo: in questi fondamentali antropologici si recupera lo stretto,
produttivo e ineliminabile rapporto, produzione delle immagini e
dimensione del politico che il francofortismo e il trontismo, specie
nella loro versione di malattie della teoria politica, hanno negato
persino come esistenti. Oggi però non dovrebbe essere difficile capire,
rileggendo genealogicamente il pensiero politico che tra Giovan Battista
Alberti, che nel De Pictura fissa una rappresentazione originaria della prospettiva pittorica che evolve sino a noi in immagine vivente 3D, e Il Principe
di Machiavelli non solo c’è quel tratto di continuità che si chiama
Firenze ma anche uno, più profondo, che si chiama antropologia politica.
L’immagine che, depurata delle dimensione religiosa è presente in
occidente e circola istantaneamente nel pianeta non è quindi solo
estetica. Il significato del taglio della testa è quindi lo spartiacque
tra l’immagine politica occidentale e quella Isis. Ma è uno spartiacque
che si gioca all’interno della cultura della comunicazione politica
globale (anche nel senso che la riproduzione di queste immagini circola
tra i due campi originari di oriente e occidente) e di un comune
sostrato di saperi che forma un solido terreno antropologico politico.
Sostrato su cui si gioca poi il piano di conflittualità presente tra
pretese di costituzione dello stato islamico e tentativo di esercizio
della propria concezione di legittimità da parte della governance
internazionale.
In Deleuzian Intersections (a
cura di Jensen e Rodje, Berghahn, New York, 2009) la decapitazione sui
social network e in tv “pone i limiti della rappresentazione mediale”,
non solo etici o legati alla sensibilità personale, ma anche quelli legati
al rapporto tra percezione ed evoluzione delle tecnologie della
rappresentazione. Ma una volta metabolizzata la decapitazione non è solo
problema di codec in grado di iper-rappresentarla, come in Deleuzian Intersections,
ma, come dicono gli autori del testo, anche di un evento che scatena
linee di fuga di immagini, adrenalina, effetti politici e concetti in
movimento. In un caso, quello di Isis, la decapitazione produce un
misticismo mortifero del politico che promuove mobilitazione e reti di
potere. Nell’altro quello della complessa governance militare
internazionale, e dei sensibili dispositivi mediali internazionale, la
decapitazione mediatizzata genera una reazione immediata alle immagini
prodotte che va dall’opinione pubblica, ai social network impazziti di
paura ai briefing degli analisti militari. Anche i video che parlando di
falso Foley, non senza argomenti, non mettono però in discussione la
comune provenienza, quella legata alla cultura globale, delle immagini
dal califfato.
Eppure
l’arena globale è la stessa, con le medesime immagini che circolano da
una barricata all’altra da un nodo della rete all’altro, e le categorie
fondamentali del politico scattano lo stesso: le dimensioni del
conflitto nell’azione politica (globali per il campo anti isis e per
quello Isis); i codici di funzionamento della autorità (in ultima
istanza pastorali per entrambi: con leader in giacca e cravatta per un
campo e con guide in abiti religiosi da un altro); il rapporto tra
politica e rituale (con l’immagine mediale, strategia per entrambi anche
in differente regime epistemologico di immagine vivente); definizione
del campo politico e dei suoi confini (campo globale per entrambi,
confini legati dalle leggi del mercato nero e da quelle della
geopolitica non ufficiale in Isis, dal diritto internazionale e dalle
leggi della geopolitica ufficiale dall’altro). La stessa versione “light”,
almeno rispetto ad altri clip presenti in rete, della decapitazione di
un soldato kurdo è fatta, nelle intenzioni, per essere distribuita in
tutte le tipologie di pubblico che registrano l’evento, tenendole
assieme con il violento gesto originario dell’esecuzione della pena
capitale.
Non
si tratta quindi di una guerra tra mondi reciprocamente alieni.
Sostenere il contrario è negare l’esistenza stessa della cultura
globale. A volte lo sostengono le stesse testate, o gli stessi autori,
che hanno eletto a Leviatano i mercati globali. Ma se il capitale è
globale esistono anche le culture globali.
Come Marx ci ricorda dal
1844.
2. Fonti di Isis. Commento
Se
facciamo analisi del materiale iconografico prodotto da Isis, o su
Isis, ci sono alcuni aspetti che balzano subito agli occhi. Molti, di
quelli importanti, non sono colti dalla ricezione spettacolare,
immediata delle immagini prodotte dallo stato islamico. Come nei Saluti dal califfato (Eid Greetings From The Land of Khilafa) un promo di propaganda del media center pro Isis Alhayad, dove non solo non scorre una goccia di sangue ma, nei titoli di coda si recita un Wish you were here. Come se chi è andato ad abitare nel califfato fosse un felice privilegiato bianco che manda cartoline o ascolta i Pink Floyd. Saluti dal califfato è
una testimonianza molto importante da Isis, ne recita i lineamenti
dell’incrocio che costruisce tra propaganda e pedagogia, di come devono
crescere i ragazzi nel califfato. E di come, nei giardini tra ragazzi e
ralenti che fanno tanto ricordo da mettere in memoria, i guerriglieri
provenienti da tutto il mondo recitano il racconto della loro serena,
felice adesione al nuovo stato. Adesione non più religiosa ma, nel
filmato, delicatamente e serenamente biopolitica. Si tratta della
fissazione dello strato di vita quotidiana a venire che sta sopra, nelle
intenzioni del filmato, ai quattro pilastri antropologico politici
costruiti dall’atto di violenza di Isis: dimensioni del conflitto,
codici di funzionamento dell’autorità, rituale politico, confini del
politico. Solo che, una volta istituiti, almeno simbolicamente, i
confini del politico, e quindi del califfato, è possibile rappresentare
una certa, inaspettata delicatezza regolativa della vita quotidiana.
Ecco quindi le cartoline dal califfato con una grafica ben attenta al
significato globale delle proprie composizioni semantiche: “vorrei foste
tutti qui, non si riesce a descrivere, per vedere come vivono assieme i
fratelli e le sorelle che sono venuti da tutto il pianeta”, recita un
intervistato nel video. Scompare persino, nel filmato, la durezza della
sharia per far posto alla libertà nell’interazione tra “fratelli”. È
l’altro grande filone di propaganda Isis: nel primo, quello conosciuto
tramite i tg, si vedono esecuzioni, la durezza della legge islamica, nel
secondo, che circola in rete e lì ha altrettanti follower
dell’altro, si vedono la felicità e la leggerezza, della vita
comunitaria islamica. Non importa quanto ci sia regia in tutto questo e
quanto sia invece convinzione. Importano i codici simbolici, che si
fanno immagine vivente e che veicolano. Che funzionano e attraggono
consenso da tutto il mondo. Come per Assad Uzzam, oggi
ricercato dalle polizie di tutto il mondo, conosciuto prima
dell’arruolamento in Isis per essere un grande fan di Michael Jackson e
della Kop del Liverpool. E capita quindi che a promo come Saluti dal califfato, che invitano a popolare lo stato islamico, si risponda con i mujatweets, i tweet dei guerriglieri islamici che contengono brevi interviste di chi, felice ha raggiunto il califfato. Come questo dove con una fotografia allegra ma discreta allo stesso tempo, e una grafica da filmati professionali del Financial Times si
raccoglie la testimonianza di chi è accorso dalla Francia per vivere
contento nello stato liberato. L’intelligenza della regia dei media
center di Isis sta nell’aver colto, probabilmente senza saperlo, una
grande lezione presente nella propaganda di Leni Riefenstahl specie nel Trionfo della Volontà.
Quanto più il messaggio politico è ideologico, rigido, feroce e diretto
tanto più la fotografia e l’estetica devono farsi veloci, fluide,
viventi e vivaci. In questo modo il messaggio rozzo e diretto prende
forma e vita. Come accade in questo mujatweet dove un
guerrigliero Isis tedesco, dai tratti caucasici e dall’accento non certo
da immigrato in Germania, reca visita una un commilitone ferito https://www.youtube.com/watch?v=UlETCsosM7U. “Eravamo oppressi” si recita nella parte finale di Saluti dal califfato:
il deturnamento islamico del successo delle rivoluzioni, e della lotta
di classe, è servito sul tavolo. La sharia non opprime qui, al
contrario, libera dall’oppressione. Accade quindi che questo
dispositivo antropologico-politico, tenuto assieme da una ottima
performatività delle tecnologie della comunicazione (oltre che da una
seria e spietata organizzazione militare), sia definito da Jason Burke
del Guardian
come “profondamente moderno”: Burke sostiene che Isis, con il suo
tentativo non tanto di fare guerriglia ma di costruire uno stato
islamico, è moderna perché permette ad una ideologia neotradizionale di
entrare a contatto con l’expertise tecnologico e amministrativo. Se Isis guarda a expertise
moderni di fatto lo sguardo mediale è già maturo vengono a mente le
molte sigle mediali, in una strategia da marketing virale avanzato, che
usa Isis come SHAMALMALAHEM MEDIA e tantissime altre. La stessa analisi dei social media usati da Isis
è fatta con categorie occidentali che si adattano benissimo al contesto.
Isis, secondo questo articolo di Matteo Flora, è un produttore di
“corporate event” che alimenta “influencer”, e lo scrive con la soddisfazione di chi usa gli strumenti del marketing che si adattano
benissimo a capire i fenomeni di intelligence. Non proprio un gap
cognitivo tra mondi, insomma. È vero che il marketing non è
l’antropologia in Clastres, dove c’è sempre un gap cognitivo tra mondi
felicemente ineliminabile, ma quest’assenza di disagio nell’analisi dei
network comunicativi di Isis aiuta a capire che c’è quel facile
riconoscimento tra fenomeni che è tipico di una cultura globale che
riconosce sé stessa. Di fatto Isis è poi atteso dalla controparte come
se fosse una casa di videogiochi che ha azzeccato il marketing virale
della proprie release: “New ISIS battle video released”, dichiarano con
enfasi i telegiornali americani e parlano il linguaggio di clip di
riviste online dedicate alle novità dei videogiochi. Le polarità della
cultura globale sono infatti sinergiche. E spuntano i lavori della cultura popolare di oggi, quella fatta con mixaggi video e photoshop come la rilettura di Kraftwerk The Model in versione 2014 Islamic State Iraq Syria Remix. Il sistema della moda passa così da Barthes alla guerra santa. Certo, ci sono articoli, come sull’Independent, che invitano a non farsi prendere dal panico, come audience globale. Ma è possibile non ascoltare, non stare attenti a voci, come in Saluti dal califfato,
che letteralmente dello stato islamico dicono “hey, a big party is
going on”, come afferma un sudafricano in riferimento alla vita nello
stato islamico, e che c’è molta felicità?
Sembra
che si parli della festa che spacca, qui c’è qualcosa di condiviso, di
linguaggio comune per tutti. Come nelle convention aziendali della
Silicon Valley o nei party dopo il lancio di nuovi algoritmi per il
mercato dei derivati. Sono fenomeni simili a quelli dei decapitatori
inglesi di Isis che vengono chiamati The Beatles dai loro commilitoni e che il Sun, usando la grafica dei dischi dei Beatles, li definisce The Brutals: c’è
un immediato intreccio reciproco, di contenuti, di grafica, di
simboliche che non fa certo pensare a culture tanto diverse. Perché così
differenti non lo sono. Come non lo sono nella pratica del chiliasmo,
lo stato di ebbrezza culturale che anima i movimenti sociali del ‘900,
espressa dai movimenti in Ideologia e Utopia di Karl Mannheim.
Mentre in Mannheim alla radice dei movimenti politici radicali vi è una
insoddisfazione verso il presente, originata dal desiderio di vivere
l’ebbrezza nel mondo di provenienza religiosa, qui il chiliasmo è
presente come esplicitamente religioso e sfocia in un movimento
direttamente politico. La definizione di chiliasmo per Isis torna in
molti testi, è di origine cristiana, e viene espressa in video come questo
proprio come desiderio di leggerezza del mondo. Solo che non esprime
una genealogia religiosa del politico ma una tensione presente sia
religiosa che politica.
In un documentario prezioso, come quelli di Vice News, la prima vera intervista non Isis entro lo stato islamico si trovano scene da filmati no border,
dove si festeggia o si saluta l’abbattimento del confine coloniale,
voluto a suo tempo da Francia e Inghilterra, tra Siria e Iraq. Un
abbattimento dei confini entro un nuovo soggetto politico chiuso, ma
l’effetto liberazione dalle dogane, di fine del colonialismo nel
documentario è chiarissimo. Si parla di libertà di circolazione. Si
assumuno così, straniandole, tutte le parole d’ordine dei movimenti no border dell’ultimo ventennio. Entro i confini dello stato islamico, s’intende.
Certo, vi è la negazione del politeismo nella cultura globale nella prima apparizione di Al Baghdadi, qui registrata ma,
come si nega, si entra subito in profonda contraddizione con il
politeismo espressivo presente in ogni prodotto della fabbrica culturale
di Isis. Senza l’insegnamento degli apostati di Hollywood Al
Baghdadi sarebbe uno sconosciuto signore nel deserto animato di
bellicose intenzioni. E anche qui il paragone, emerso nel dibattito mainstream tedesco, tra Isis e Pol Pot non rende l’idea. Nel filmato di Vice News, oltre allo smartphone per i ragazzi, i guerriglieri della guerra santa rilasciano interviste con i Ray-Ban. Nell’esercito di liberazione della Kampuchea,
quello di Pol-Pot, vera negazione di ogni elemento occidentale, tutto
questo sarebbe stato impensabile. Politeismo e multiculturalismo sono
invece qui in sottofondo come elemento apparentemente decorativo ma
invece conflittualmente metabolizzato. Ed Husain, autoproclamatosi ex
militante radicale islamico ed oggi consigliere strategico di Tony
Blair, afferma che gli europei che finiscono in Isis non sono altro che
disadattati. Ma quando siamo di fronte a qualcuno che, distaccandosi
dall’Europa, continua a parlare il linguaggio continentale e globale è
chiaro che siamo di fronte ad un fenomeno più controverso e complesso.
Ma
da dove arrivano i fondi per Isis, il primo esperimento che deve
mettere assieme tecnologie, amministrazione e logistica contemporanee
per il farsi stato del radicalismo islamico? Secondo il canale
televisivo tedesco Ard, il capitale di partenza arriva da fondazioni religiose, qualcosa di simile dice il blog Sharia finance watch.
Il
problema sta nel fatto che, nonostante lo sforzo di comprensione di
alcuni analisti, la questione della rete di finanziamento originaria di
Isis, delle coperture bancarie e della finanza è, come al solito, al
massimo dell’opacità. Si può ben dichiarare, come ha fatto Obama, che
Isis è un tumore da estirpare ma ci si bada bene da entrare nel problema
della dinamica finanziaria di questa metastasi. Guerra sul campo e
guerra finanziaria, oggi, difficilmente sono simmetriche. Anche perché
la presenza dei fondi sovrani dei paesi del Golfo in importanti
investimenti Usa, compreso l’acquisto di debito pubblico americano,
consiglia di non rendere particolamente simmetrica, in questo caso,
guerra finanziaria e guerra sul campo. Perché finanziare Isis non
significa per forza volere lo scontro mortale sul terreno o perché
combattere non significa necessariamente alimentare la guerra
finanziaria. Quando i flussi finanziari che alimentano le guerre, o si
alimentano a loro volta, fanno parte di reti – dove si intrecciano fondi
sovrani, hedge fund, shadow banking e, magari, banche
molto conosciute e molto discrete – che formano capitali ben più grandi
del Pil annuale di un continente, l’idea che una guerra regionale possa
scatenare un processo distruttivo a livelli finanziari di queste
dimensioni appare quanto meno bizzarra. Oggi solo il movimento autonomo
dei capitali ha il potere di distruggere le ricchezze finanziarie, il
resto è epifenomeno. Anche lo speciale della Handelsblatt,
dedicato all’economia Isis non fa che confermare queste impressioni:
anche se il Qatar ha respinto sdegnosamente le accuse di finanziare lo
stato islamico, provenienti proprio dalla Germania, il quotidiano
economico tedesco, direttamente e indirettamente (anzi, con intelligente
leggerezza), lancia un’ipotesi da mettere seriamente ad analisi.
All’interno di una vera e propria guerra fredda tra sciiti e sunniti, le
imprese e fondi che fanno capo a quest’ultimo mondo in qualche modo
hanno favorito lo stato islamico radicale sunnita. Emergono, senza
chiamarli direttamente in causa, i nomi di Saudi Aramco, un top player nell’estrazione del petrolo di proprietà saudita, Kingdom Holding, il più importante partner privato qatariota dei fondi sovrani dell’area, e le compagnie aree del golfo (Etihad, Emirates). Come emerge che si tratta di soggetti che, con la loro forza economica e finanziaria, sostengono significativametne il Dax di Francoforte e aziende come Siemens. I
confini dello stato istituito da Isis sono questi: stare in una zona di
conflitto tra interessi diversi, far parte dei flussi finanziari
globali, non entrare in quella zona franosa che mette in difficoltà gli
interessi dei grandi finanziatori. Siccome i grandi finanziatori
sembrano essere di natura non dissimile perlomeno rispetto chi finanzia Usa e Germania, la partita è complessa. Sbaglia chi pensa ad un grande
burattinaio finanziario di tutti questi processi, chi entra invece nella
complessa dissimetria tra guerra sul campo e guerra finanziaria riesce a
concettualizzare quello che sta accadendo.
Eppure nell’interessante, e informato, 9 miti su Isis si
spiega chiaramente che a) Isis non è battibile con uno schiocco di dita
o con un semplice atto di volontà da parte delle maggiori potenze b)
Isis è battibile ma con un lavoro lungo, articolato e complesso sia sul
terreno che sul piano militare, tecnologico e finanziario. Basti
ricordare, come afferma la nota dei 9 miti su Isis, che l’entità
dei fondi a disposizione dello stato islamico è impressionante se lo si
considera come organizzazione terroristica ma insufficiente se lo si
vede dal punto di vista di uno stato che deve provvedere al futuro
proprio o della popolazione.
Antropologicamente
parlando, la moneta non è, prima di tutto, un mezzo di transazione o
un’unità di calcolo. Niente, nel mondo numerico, è solo calcolo ma la
moneta è, a maggior ragione, qualcosa d’altro. È il fenomeno, in ultima
istanza, di regolazione dei rapporti sociali. Quando tutti i
rapporti sociali, politici, giuridici saltano resta infatti il potere
regolatore della moneta. Nel momento in cui Isis si lega, a modo suo,
con i circuiti della finanza globale questo potere regolatore, specie
quello tipico della moneta merce, rimane. La guerra e Allah si fanno da
parte quando i confini dello stato islamico sono delimitati dalla
circolazione dei flussi finanziari. Quindi lo stato islamico non fa
parte solo della cultura globale ma anche della finanza globale.
Possiamo ancora dire che Isis è un anacronismo, un fossile della storia
tornato reale come in Jurassik Park? Da una parte la presenza
trascendentale, metafisica, ubiqua di Allah nella vita quotidiana dello
stato islamico, dall’altra quella della moneta globale. Né più né meno
il codice genetico di Isis è questo, al netto della spettacolarità delle
decapitazioni.
Quindi, se si legge che la struttura di comando di Isis non è chiara la
questione non riguarda solo la capacità dell’intelligence di capire chi
comanda davvero nello stato islamico. Ma anche la difficoltà sistemica
di strutturare uno stato che sappia tenere il radicamento di Allah e la
finanza deterritorializzata, che sappia importare popolazione e
mantenersi comunintario, che stia, allo stesso tempo, entro e ai limiti
dei confini del mondo globale. I naturali conflitti che stanno
all’interno di ogni catena di comando ce la rendono sempre già un
fenomeno difficile da leggere. Con questa sovrapposizione di complessità
la struttura di comando di Isis non può che essere mutevole e sotto
stress: militare, religioso, globale, locale, tecnologico,
amministrativo, spettacolare. Molti sono i piani che vanno regolati per
poter funzionare e conflitti interni e difficoltà di funzionamento
dell’organizzazione sono fenomeni tutti dietro l’angolo. Sicuramente si
tratta di piani molto più articolati e complessi di quelli intravisti
dall’immancabile cospirazionismo che vede tutto, come sempre, come
semplice emazione di Usa e Israele. Del resto lo ha detto la stessa
Hillary Clinton: “Isis ci è sfuggita di mano”. Tutto sfugge di mano nel
mondo globalizzato, da un algoritmo che fa saltare un hedge fund a un gruppo della guerra santa, niente funziona come ai tempi della polizia politica dello zar e persino la NSA, che secondo il Washington Post
controlla metà dei dati di comunicazione tra Siria e Iraq, deve fare i
conti col problema di localizzare la catena di comando Isis. Eppure il
cospirazionismo, persino in un’epoca dove fonti fino a pochi anni fa
inarrivabili possono essere consultate in pochi secondi, non arretra
nelle sue modalità di spiegazione dei fenomeni, figuriamoci su Isis.
Anzi, tanto più la teoria della cospirazione è vecchia quanto la
politica che si affaccia nell’Europa del diciassettesimo secolo (si veda
Conspiracies and Conspiracy Theory in Early Modern Europe a cura
di Coward e Swann edizioni Ahsgate, Aldershot, 2004 con l’immacabile
parte su cospirazionismo e rivoluzione francese) tanto più la si ritrova
in vesti rinnovate in piena cultura globale.
Ma
più che la provenienza dei fondi, o le immancabili teorie della
cospirazione, i media occidentali sembrano preoccupati di formazione
Isis fatta al computer e in tutta Europa. Una sorta di pedagogia
autoformata che si nutre di attimi del martirio e della gioventu’
come questo.
Ed
è naturale perché in tutto il mondo Isis è la Spagna ’36 del
radicalismo islamico e del suo nuovo linguaggio globale. Non stupisce
così che, secondo questo sondaggio,
un francese su sei supporti Isis. Del resto l’Europa è, da decenni, un
continente dove la presenza musulmana è di massa. Permeando magari
consenso oltre questa presenza e non solo attraverso il politicamente
corretto ma tramite miriadi di interazioni quotidiane. Non stupisce
nemmeno che la jihad leghi i propri clip sulla guerra santa ai cartoni animati su Maometto:
l’autoformazione, la pedagogia islamica del sé o per famiglie passa non
solo attraverso l’orrire animato ma anche il cartone animato. Oppure
attraverso il merchandising,
classica possibilità sia di raccolta fondi che di fidelizzazione, che
dà la possibilità di acquistare tazze, cuscini e portachiavi Isis.
Feticismo delle merci, degli oggetti e pulsione di morte si legano così
spontaneamente, senza essere teorizzati. La decapitazione spettacolare
serve anche da promo di una linea di oggettistica. Del resto
morte, pubblico e spettacolo stanno in ogni storia delle esecuzioni,
come governo dell’attenzione e della popolazione, l’opportunità di poter
lanciare il proprio merchandising con lo spettacolo morboso della morte per Isis è praticamente unica.
E così quando un media center a supporto di Isis fa uscire il veloce e ferocissimo “Islamic State BRIGADE 93 Attack” si capisce che l’autoformazione lascia il passo all’uso di massa della twitter revolution,
diffondere a sciame l’atto di forza dell’uccisione reale e
dell’umiliazione simbolica dell’avversario, e poi a quella che possiamo
chiamare whatsapp execution visto che l’impressionante capacità di moltiplicazione dei messaggi e delle immagini di questa app
rende la simbolica dell’esecuzione un processo capillare ed efficace
nel messaggio. La forza originaria, vero e proprio potere costituente di
Isis, sta quindi nel rapporto stretto tra violenza e spettacolo. E nel
ritorno a temi, già aperti in modo illuminante da Foucault, di
spettacolarizzazione della pena (ripresa dallo smartphone e subito
diffusa nel mondo). Qualcosa quindi di molto diverso dalla separazione
tra pena e spettacolo avvenuta da tempo in occidente e che serve come
spartiacque da Isis. Ma anche qualcosa di diverso dai testi di Paul
Veyne, dove nell’antichità la forza non può essere che selezionata in
specifiche arene per diventare spettacolo, e anche dalle democrazie
complesse dove lo spettacolo diviene amplificazione della forza legale
ma anche omissione dei suoi atti di ferocia. Qui ferocia, violenza,
spettacolo, potere costituente e carismatico si tengono assieme ma non
per costituire, come sostiene una edizione domenicale della Frankfurter Allgemeine,
uno stato del terrore. Quanto per costruire lo stato, e la vita
quotidiana che lo accompagna, attraverso il terrore, e la sua
spettacolarizzazione. E non a caso, per spiegare Isis, è riemerso
Eisenstadt con le sue teorie sul rapporto tra giacobinismo e islamismo
radicale. Rapporto comunque problematico anche se bisogna tener conto
che tra terrore giacobino, istuitito per preservare la rivoluzione dal
ritorno della tradizione conservatorice e della monarchia, e terrore
dell’Isis, istituito per favorire ciò che si considera ritorno della
tradizione assieme ad una monarchia assoluta, le differenze sono
ineludibili e radicali. Da tener conto in caso di futuri improbabili
paragoni di fenomeni storici ben conosciuti con Isis. Come quello, già
citato, con Pol Pot o con Sendero Luminoso che negano, con molta più
forza, il rapporto con la civilizzazione occidendale di quanto Isis,
nonostante gli anatemi, ne pratichi l’integrazione. Immaginereste Pol
Pot o il comandante Gonzalo che permettono un uso dello smartphone a
Raqqa nello stesso modo che a Vancouver?
Il
fenomeno del feticismo ha origine premoderna anche in occidente,
aspetto ben rilevato in Marx, ma oggi unisce, come si vede, la cultura
globale. E visto che siamo nell’epoca google, quella immersa nelle
tecniche di marketing per farsi notare, il feticismo delle strategie
dell’attenzione (su sé e sul proprio prodotto) si rivela così un nodo
fondamentale della comunicazione Isis: le decapitazioni su youtube, su twitter
sono un morboso, e richiesto, prodotto di punta della strategia
dell’attenzione di Isis nella affollata infosfera globale. La morte, la
sua esibizione come il suo controllo o il suo esorcismo, è sempre
presente in qualsiasi feticcio. Chi taglia le teste, tanto più se ha
strategie di marketing globale, o lo sa o lo percepisce. E scala le
classifiche dell’attenzione fino ad arrivare alla vetta.
Poi
c’è l’altro filone di propaganda Isis, ben diverso da quello delle
uccisioni. Quello della rappresentazione del fluire della vita come
quando Raqqah somiglia alla realizzazione del paradiso sulla terra, una
comunità di pacifica convivenza islamica, a metà tra il riposo del
guerriero e la concretizzazione dell’utopia, nonostante lo stretto
controllo della vita quotidiana, anche personale che proibisce le
immagini nei negozi e indirizza quelle su youtube.
Qual'è quindi il regime di verità presente nelle immagini viventi prodotte da Isis?
È un regime che poggia la propria costruzione del vero su una entità
politicamente costituita (lo stato islamico), che si dispiega su due
piani: l’adrenalina da guerra, o da esecuzione, il chiliasmo che si
fonde nell’utopia fatta realtà del califfato. Un regime di verità,
basato sull’accumulazione originaria di immagini, impensabile senza
rapporti con Hollywood. E impensabile senza il precedente dell’occidente
che si è costituito come tale già durante la prima globalizzazione
(dalla mappa, alla fotografia, alla cartolina, ai primissimi film il
regime di verità delle immagini che si impone sul mondo, e che si fa
mondo, è un portato della prima globalizzazione 1870-1914).
Isis
è dunque la banalità del male? È un tema fatto di vecchio pallore
occidentale, per un filosofo sopravvalutato come Hannah Arendt: qui il
male non è banale, è stratificato è complesso, istantaneo e globale.
Come definire, ad esempio, banale la storia di Philip Bergner che è uno
dei tedeschi individuati dalla Frankfurter Allgemeine volontari dell’Isis assieme ai 20 soldati della Bundeswehr censiti oggi come quadri militari dello stato istlamico? Stato islamico che recluta, secondo Der Spiegel in modo facilmente riscontrabile su youtube, con appelli continui in tedesco per arruolare non solo militari ma
tecnici e ingegneri. E ci sono già, secondo fonti dei servizi tedeschi,
400 combattenti Isis con passaporto della repubblica federale di Germania.
E questo ripetuto appello all’arruolamento rivolto ai tedeschi, quando
basterebbero appelli “interni” in arabo o nelle lingue di paesi non
occidentali qualche riflessione la impone. Dando per scontato che Isis ha arruolato centinaia di cittadini britannici non certo tutti di origine araba.
Siamo
sicuri che nella nostra parte di società gobale corrosa dal
liberalismo, dalle privatizzazioni, priva di risorse grazie alle
politiche di bilancio questi fenomeni lascino indifferenti o provochino
solo reazioni di rigetto e quindi di legittimazione dell’intervento
militare contro lo stato islamico? Il terrore generato dalle
decapitazioni di Isis, che nutre l’audience di ogni media occidentale,
sarà l’unico modo con il quale a occidente si percepirà Isis? I volti
dietro i filmati di propaganda di Isis, piccoli gioielli nel loro genere,
dedicati alla vita comunitaria nello stato islamico sono destinati a
rimanere repertorio di nicchia?
Il
giovane canadese benestante che è scappato dalla vita dei boschi delle
sue terre è attratto solo dalla possibilità di operare, in prima persona
croficissioni o di sperimentare una vita comunitaria differente da
quando vissuto fino a quel momento?
È in questo contesto simbolico di inclusione degli occidentali nella guerra santa che si producono video come Let’s go for Jihad, dove la canzone che invoca la Jihad è, anche qui, in tedesco con sottotitolazione intelligente in inglese e assenza di lingua araba. Video che sembra una rilettura in scenario più ampio, versione guerra santa ed esecuzioni di infedeli, della scena di Baader Meinhof Complex dove i membri della Raf sparano correndo in macchina, mentre scorrono le note di My Generation degli Who. E che questo richiamo tocchi anche gli europei e i bianchi lo notiamo anche nella corrispondenza da Makhmur di Infoaut dove si ricorda che il Pkk, nella resistenza a Isis, ha trovato cadaveri sul campo, non solo originari dei paesi tradizionalmente fornitori di guerriglieri jihadisti, ma anche “europei e americani”.
Viene quindi da immaginare, specie scorrendo le immagini di Saluti dal Califfato, se il testo di Simon & Garefunkel in Sound of Silence sulle parole dei profeti che anticipano la rivoluzione, scritte silenziosamente sui muri o nei corridoi dei condomini, non siano oggi rilette in altro modo specie alla voce “profeta”. E come ci sono lontane le scene, rappresentate dal pur non eccelso Baader Meinhof Complex, di discussione tra Raf e palestinesi, in un campo di addestramento militare in medio oriente, sul diritto delle donne a dormire con chi preferiscono e non secondo i criteri stabiliti dal corano. Si rafforza piuttosto l’impressione che qualcuno abbia in qualche modo raccolto Spagna ’36, e il simbolico della solidarietà internazionale, per rieborarlo nel format della nascita del califfato. Tutto secondo una vecchia e scontata regola della politica: quando si lasciano spazi vuoti qualcuno li riempie. Una cosa è chiara: per ottenere i diritti il linguaggio dei diritti non basta proprio più. Nell’audience globale si chiede qualcosa di più forte e profondamente antropologico, ad esempio, dei tentativi di sperimentazione di linguaggi di tendenza da parte di qualche ex Occupy spagnolo. Nella crisi permanente la comunicazione politica non la fa il linguaggio da movida. L’audience globale vuole molto di più: sinistramente, Isis qualcosa dovrebbe insegnarla. Basta capirlo senza imitare.
Si potrebbe dire, con una vecchia canzone degli Smith, Barbarism begins at home ma qui non è barbarie. Qui siamo tra simili. Non solo perché la ferocia comunitaristica di Isis, che uccide e sfigura tutti i diversi, risulta perfino artigianale rispetto a quella che le tecnologie liberali della morte possono scatenare. E non solo perché Isis riproduce, facendole proprie in senso sadico, razionalità e valori inclusi nelle tecnologie di origine occidentale (agire comunicativo, social, diffuso). Ma soprattutto perché Isis non risponde a nessuno dei criteri, individuati per definire i barbari nel testo curato da Ivano Dionigi. Se i barbari sono tali perché bisbigliano, ora si comprende che Isis si fa capire benissimo; se i barbari sono tali perché amano la schiavitù, secondo la lettura di Aristotele, allora sarà meglio rileggere, nel profondo, le categorie di libertà e di assoggettamento perché Isis si costituisce in nome di ciò che concepisce come lotta all’oppressione; se i barbari sono coloro che, avendo conosciuto la civiltà, tradiscono i valori della civilizzazione non c’è niente che travisino della civiltà attualmente in vigore: comunicazione globale, gestione di flussi finanziari, corporate event, finanza su tutti i livelli, solidarietà social e cognitiva ed uso della forza (a cui i paesi democratici hanno abituato tutti benissimo e ad un livello di violenza che rende Isis una start-up aggressiva e innovativa nel settore ma composta ancora da dilettanti).
Chi è sul campo, in Iraq ha parlato di possibile rottura dell’allenza esistente tra Isis e diverse realtà locali sunnite. C’è chi parla di diserzioni. Ma è, seppur importante, contingenza. C’è una scena in Reds di Warren Beatty che va ricordata. Quella che, al momento della campagna per la sovietizzazione dell’Asia centrale, in cui John Reed e Kamenev discutono dell’uso, fatto ai comizi bolscevichi in quei territori, del concetto di “guerra santa” invece che di rivoluzione. Una scena che ci ricorda la difficoltà, già presente nel primo ‘900, a sradicare il rapporto tra religione e politica che, oggi, si è fatto talmente forte da azzerare il discorso di sinistra a livello globale.
C’è qualcosa quindi che si deve profondamente capire. Come è avvenuto per il viaggio di Malcom X alla Mecca: esiste la necessità di leggere un mondo senza timore nonostante i drammi che quel mondo porta con sé. Ad esempio si capisce che, con una lettura infantilmente iconoclasta, genere dei movimenti Occupy che si concentrano sull’autenticità della piazza contro colonizzazione del mediale, si è politicamente fuori dal mondo di oggi e di domani. Chi vince la battaglia dello spettacolo, e Isis lo fa in modo tragico ma anche low cost, entra di forza ad essere un soggetto politico. Il resto è memoria, destinata a svanire negli anni. Mentre chi ha capito la lezione, persino cominciando drammaticamente a darla, restaura rammemorazioni arcaiche, pretese di legittimazione politica che sembravano eclissate nel feroce silenzio dei secoli.
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