Una fonte della sicurezza libanese ha detto che ieri i
siriani Hussein al-Fliti e Abdullah al-Breidi di Ersal, città a confine
con la Siria e i cui residenti sostengono per lo più l’opposizione
siriana, sono stati rapiti dalla famiglia del soldato Ali al-Masri. I
rapitori, Mohammad e Hussein al-Masri, sarebbero stati arrestati, ma poi
in seguito rilasciati.
“I familiari del soldato chiedono agli abitanti di
Ersal di fare pressione sui rapitori jihadisti affinché venga rilasciato
il proprio caro e ripetono che non rilasceranno nessuno finché i
soldati (rapiti) non saranno liberi” ha dichiarato una fonte vicina ai
al-Masri.
Secondo le autorità libanesi altri rapimenti
per rappresaglia sarebbero avvenuti ieri in varie parti della valle
della Bekaa. Fonti di sicurezza locali sostengono che le famiglie dei
soldati catturati dall’Isil non hanno alcun legame con le sparizione dei
cittadini siriani. “Alcune bande stanno approfittando del
clima settario, delle tensioni del Paese e del caos che regna nella
valle della Bekaa per compiere sequestri di persona a scopo di
estorsione” ha detto una fonte al quotidiano locale “The Daily Star”.
Gli eventi drammatici degli ultimi giorni hanno
ancora di più infiammato una situazione già tesissima. Nel piccolo
stato libanese sono presenti più di 1.1 milione di rifugiati siriani. La
loro massiccia presenza ha alimentato le tensioni con la popolazione
locale che vede nel “siriano” una minaccia e un pericolo oltre ad un
grosso peso economico che grava sul bilancio statale.
Il rapimento dei soldati libanesi negli scontri di agosto ad Ersal (i più duri da quando è iniziata la guerra in Siria nel 2011) ha reso ancora più insostenibile la convivenza tra le due comunità.
In diverse parti del paese le tende dei campi informali sono state date
alle fiamme e molti siriani sono scappati impauriti nella valle della
Bekaa temendo (non a torto) ritorsioni nei loro confronti. La notizia di
sabato della decapitazione del soldato ha spinto molti libanesi a
bloccare le strade e a bruciare i pneumatici per protesta. Secondo
l’agenzia di stampa nazionale ad alcuni rifugiati è stato chiesto di
evacuare le loro tende. Nel sud del Paese vicino a Tiro ai siriani
ospitati in 100 tende sono state “concesse” 48 per lasciare la zona.
“Non vogliamo avere cellule terroristiche nei campi” ha detto all’AFP il
sindaco di Burj al-Shimali, Ali Deeb.
Episodi di vero e proprio fascismo si segnalano anche a Beirut.
Sempre all’AFP un testimone oculare che ha preferito restare anonimo ha
detto che un gruppo di cinque libanesi ha circondato e picchiato un
giovane quando ha scoperto la sua provenienza siriana.
Di fronte al crescente razzismo, le autorità libanesi provano a smorzare i toni invitando alla calma.
“I rifugiati siriani sono la nostra famiglia, hanno chiesto il nostro
aiuto e noi li abbiamo assistiti” ha detto in un discorso televisivo il
premier Tammam Salam. Il primo ministro ha espresso “sentimenti di
tristezza e dolore” per la morte dei soldati. Tuttavia ha aggiunto che
“quello che sta accadendo nelle strade danneggia la memoria dei martiri
spingendo il Paese in un baratro pericoloso”.
Una situazione denunciata anche dalla ricercatrice di Human Rights Watch, Lama Fakih. “Siamo assistendo – dice Fakih – a misure di ritorsione contro i siriani compiute da individui e dalle municipalità. E questo sta accadendo ovunque nel Paese”.
Il Paese dei Cedri, intanto, ha incassato ieri la solidarietà della Lega araba “per la sua battaglia contro il terrorismo”. Nel vertice dei ministri degli Esteri arabi si è sottolineata la necessità di sostenere le forze armate libanesi nella loro lotta contro “il terrorismo e le organizzazioni jihadiste come l’Isis e il qaedista Fronte al-Nusra”. Il consiglio della Lega ha applaudito il miliardo di dollari donato da Riyad per comprare armi per l’esercito libanese “perché esso è la base per la sicurezza, stabilità e la sovranità su tutto il suo territorio”.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento