di Mattia Giampaolo
Nonostante la possibilità
di un intervento di terra da parte delle truppe egiziane in Yemen, il
nuovo regime non sembra per nulla intenzionato ad abbassare la guardia
sul fronte interno. Dopo la Conferenza Economica (Al-Mu’tamar
al-’Iqtisadi), tenutasi a Sharm al-Sheykh lo scorso mese, Al-Sisi sta
preparando il terreno per la riorganizzazione dell’opposizione.
Il primo passo, che proprio in questi giorni il governo sta affrontando, è la modifica (visto che il primo progetto è stato considerato incostituzionale) della nuova legge elettorale che regolerà le tanto attese elezioni parlamentari.
A proposito di ciò, visto l’assenza di un parlamento eletto e i
continui rinvii delle elezioni parlamentari, molti giornali delle
opposizioni, su tutti il portale di informazione Madamasr, si
stanno chiedendo se il nuovo regime abbia una reale volontà a costituire
un parlamento. Visti i numeri e l’importanza delle leggi redatte (si
parla di circa 310 leggi redatte nel 2014) sembra che il nuovo Raìs
stia preparando il campo per una svolta che agli egiziani, dopo solo
quattro anni dalla caduta di Mubarak, non è nuova.
Muhammad Abu Ghar (Partito Social Democratico) ha affermato in
un’intervista che “Il presidente non vuole che si costituisca il
parlamento. Il rinvio delle elezioni parlamentari è stata una scusa per
redigere leggi incostituzionali che limitano le libertà di dissenso e
che stanno trasformando l’Egitto in uno stato di polizia”.
Il primo segnale della svolta mubarakiana di Al-Sisi arriva proprio
dalla stesura della legge elettorale. Criticata dalla maggior parte dei
partiti politici, questo progetto di legge contiene alcuni punti che
lasciano intendere la volontà del regime di limitare il più possibile i partiti politici. Uno di questi punti è relativo al numero dei seggi riservati alle liste dei partiti e quelli per i candidati indipendenti.
Questo sistema era già stato usato durante l’era Mubarak e la
candidatura degli indipendenti (la maggior parte erano uomini d’affari)
risultò molto efficiente per il partito di Mubarak in termini di numeri;
molti di essi, infatti, andarono a far parte della già cospicua
maggioranza una volta seduti in parlamento.
Quello che la nuova legge elettorale prevede è un alto numero di seggi
riservati agli indipendenti (si parla di circa 442 seggi su 562) e
questo non fa nient’altro che indebolire la già tramortita opposizione.
Infatti dopo la messa al bando del Movimento dei Fratelli Musulmani,
l’opposizione che ne rimane non ha un’organizzazione interna che le
permetterebbe di sfidare i nuovi uomini del regime nascosti tra le fila
degli indipendenti.
La scelta di lasciare ‘ampio spazio’ alle candidature indipendenti è
giustificato inoltre dalla mancanza di una struttura politica (si
ricordi il PND di Mubarak) che consenta al regime di avere una super
maggioranza all’interno del parlamento e quindi, la ricostruzione del network clientelare tra regime e uomini d’affari potrebbe tornare di nuovo utile.
Al-Sisi potrebbe puntare, dunque, su potenti uomini del business che,
date le disponibilità economiche, si aggiudicherebbero un ampio numero
di voti. Tutto ciò non fa ben sperare per il futuro del nuovo Egitto
post- Mubarak (e Mursi!). Nonostante l’interim istituzionale non si sia
concluso, ciò che si scorge è che il regime di Al-Sisi è indirizzato
sempre più verso politiche che somigliano a quelle del regime di
Mubarak.
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