Il cammino verso la firma dell’accordo definitivo sul nucleare iraniano appare sempre più insidioso. Non bastavano gli aut-aut di
Teheran, che appena siglato – con grande difficoltà – l’accordo quadro
del 2 aprile scorso ha puntato i piedi sul congelamento “immediato di
tutte le sanzioni o niente intesa” e nemmeno la battaglia che si sta
consumando nel Congresso Usa per una legislazione che “supervisioni” il
negoziato in corso: ora sarebbero spuntate delle “minacce militari”
all’Iran da parte statunitense, che rischiano di rovinare il percorso
fatto finora.
Ne ha fatto menzione la Guida Suprema della Repubblica islamica in
persona, annunciando che Teheran non parteciperà ad alcun negoziato
sotto minaccia di eventuali azioni militari. L’ayatollah Ali Khamenei,
che ha l’ultima parola su tutte le questioni di Stato, ha dichiarato ai
microfoni dell’emittente Press Tv che due funzionari Usa
avrebbero minacciato l’Iran di rappresaglie militari se l’accordo non
fosse stato firmato. “Tenere colloqui sul nucleare – ha detto Khamenei –
con le grandi potenze sotto l’ombra di una minaccia è inaccettabile per
l’Iran e non aiuterà il negoziato”.
Guardandosi bene dal dare ulteriori dettagli, l’Ayatollah ha
poi espresso un timido sostegno al negoziato in corso, con un monito al
rispetto, da parte sia dei funzionari iraniani che delle potenze del 5+1
(Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia + Germania), delle “linee
rosse” di Teheran: “I nostri negoziatori dovrebbero continuare i
colloqui rispettando le nostre linee rosse, senza accettare qualsiasi
imposizione, umiliazione o minaccia”. Parole che complicano
ulteriormente il raggiungimento di un’intesa definitiva entro il
prossimo 30 giugno, dato che le linee rosse corrispondono ai nodi finora insormontabili del negoziato:
sollevamento delle sanzioni (per Teheran tutto e subito, per il 5+1
gradualmente e con riserva di nuova imposizione) e modalità di sviluppo
dell’energia atomica (la disputa è sul numero e tipo di centrali da
mantenere e sulla sorte delle scorte di uranio altamente arricchito
prima dei colloqui).
A rincarare la dose, poi, ci sta pensando il Congresso Usa con il famigerato Iran Nuclear Agreement Review Act of 2015, diventato
quasi un’epopea legislativa al pari della riforma sulla sanità
dell’amministrazione Obama. Dopo settimane di rimpalli al Senato con
vari emendamenti, la bozza di legge preparata dal senatore repubblicano
Bob Corker e dal suo omologo democratico Robert Menendez per una
“legittima supervisione” da parte del Congresso Usa del negoziato con
Teheran arriva ora a un punto di svolta: domani si terrà infatti il
“voto di prova” sul disegno di legge in Senato, deciso dal leader della
maggioranza Mitch McConnell per mettere fine allo stallo in cui si trova
la norma.
Stallo in gran parte attribuibile ai senatori repubblicani Marco Rubio della Florida e Tom Cotton dell’Arkansas,
che con una serie di emendamenti hanno cercato di modificare la bozza
originale che, dopo minacce e polemiche, era riuscita a incassare il
benestare della Casa Bianca. Il candidato presidente Rubio, ad
esempio, insiste sul fatto che la leadership iraniana debba riconoscere
pubblicamente il diritto di Israele a esistere: un punto di cui
non hanno discusso neanche i negoziatori del 5+1, che sembra più
materia di relazioni diplomatiche bilaterali che di legislazione interna
di uno stato terzo. Non scherza neanche il senatore Cotton,
fautore di un emendamento secondo cui prima di sollevare le sanzioni,
il presidente Obama “certifichi che l’Iran non stia architettando atti
di terrorismo contro l’America o gli Americani”.
La supervisione di cui vanterebbe il Congresso con l’approvazione
della norma riguarda sostanzialmente le sanzioni: bloccherebbe infatti
un eventuale decreto del presidente Obama per il sollevamento delle
misure punitive imposte dal Congresso a Teheran per almeno 30 giorni, in
modo che nel frattempo i legislatori possano far pressione sull’accordo
finale del 5+1 con l’Iran. Si prevede anche che, se i senatori
dovessero disapprovare l’accordo, Obama perderebbe l’autorità che ha di
sollevare alcune sanzioni economiche che il Congresso ha imposto
all’Iran.
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