Alla fine è successo quello che tutti
prevedevano, anche se molti avevano detto di volerlo evitare: la logica
dell’evento si è imposta su quella del processo, della costruzione,
dell’accumulazione e della condivisione di forza. Ora scoprire che i
media mainstream si comportano da media mainstream è
quanto meno fuori luogo. Ora il botta e risposta contabile sui costi di
Expo paragonati ai costi dei danneggiamenti lascia francamente il tempo
che trova. Ora risolvere tutto facendo appello alle ragioni della
spontaneità arrabbiata è quanto meno insufficiente. Ciò che è successo
non può essere risolto grazie a un’estetica del riot che non riesce a coprire i limiti collettivi di progettualità politica, anche perché la definizione corrente di riot
si avvicina sempre più pericolosamente a quella di una rivolta magari
intensa, ma istantanea e destinata a essere riassorbita senza
particolari problemi dall’oggettiva e dispotica supremazia militare e
simbolica dello Stato. Se il riot esiste solo nel giorno in cui avviene, a cosa serve il riot?
Sarebbe però limitativo
ricondurre i limiti di azione politica che si sono mostrati in piazza
solo a ciò che è successo in piazza. Forse vale la pena
ripensare l’intero discorso prodotto per l’occasione dell’Expo negli
ultimi mesi. A noi pare evidente che se, di fronte allo slogan «Nutrire
il pianeta», la risposta è il veganesimo coatto di certi centri sociali,
difficilmente si riesce a opporre un discorso globalmente efficace alle
chiacchiere edificanti che scorrono e scorreranno attorno all’Expo. Evidente è invece la difficoltà di produrre un discorso politico all’altezza dell’occasione.
Il movimento italiano sembra pagare un suo specifico e presuntuoso
provincialismo rispetto al quale non è riuscito a stabilire un
contrappeso significativo nemmeno la presenza attiva all’interno di reti
internazionali, come è stata per molti di noi l’esperienza di Blockupy
per la contestazione della Bce a Francoforte. Sarebbe necessario, infatti, cogliere l’occasione dell’Expo,
in modo da sollevare e far agire argomenti in grado di opporsi
pubblicamente alla celebrazione del cibo come merce globale. Invece non
siamo riusciti finora nemmeno a lasciar intravedere un punto di vista
precario, migrante e operaio oltre che sullo sfruttamento del lavoro
dentro all’Expo, anche su un tema che non riguarda solamente come si
mangia in Italia o in Europa, ma anche e soprattutto chi mangia, quanto e
quando in molte altre zone del mondo. Sarebbe letale prendere sul serio
i proclami altisonanti di Renzi, che vogliono a tutti i costi fare
dell’Expo una questione italiana. Abbiamo invece assistito a proposte e
dibattiti su come dovrebbe essere Milano in questi sei mesi, su come ci
si dovrebbe comportare nel cortile di casa, sulla dieta politicamente
più appropriata. Il tema della città è oggi certamente centrale, ma lo è
nella sua scala globale, non nel qui ed ora delle singole identità
cittadine. Il grande capitale multinazionale costruisce una vetrina
mondiale, coloratissima e frequentatissima, per dire che sì, c’è magari
qualche problema, ma che a breve darà da mangiare a tutti. Noi,
che non abbiamo nemmeno approssimato un discorso realistico sulla
questione globale della riproduzione materiale dell’esistenza di alcuni
miliardi di poveri, precari, migranti e operai, scambiamo quattro
vetrine del centro di Milano per le vetrine «simbolicamente» più
rilevanti. Che poi le vetrine prescelte e le azioni compiute
siano sempre le stesse da anni, la dice lunga sull’indifferenza per
un’occasione che dovrebbe invece essere colta, proprio per la sua
complessità e per il suo carattere immediatamente globale.
Non stupisce dunque che ora, dopo la
Mayday, ci troviamo a cercare il giusto equilibrio tra conflitto e
consenso, in un modo che però rischia implicitamente di separarli. Ci
sono alcuni che praticano il conflitto, per una rabbia più profonda o
per una maggiore intensità politica, e altri che non lo fanno. Non si
capisce bene se questi ultimi si trovino in una sorta di anticamera
della lotta, dalla quale possono imparare come ci si dovrebbe
comportare, o se invece sono ridotti semplicemente alla platea che
dovrebbe approvare i comportamenti altrui. Parlare di consenso e
conflitto ha senso nella misura in cui si sovrappongono quotidianamente
e non vengono evocati solamente quando riguardano i comportamenti di
piazza. Riservare il conflitto allo scontro con la polizia, con
le vetrine e con le macchine non restituisce nemmeno lontanamente il
livello di violenza e i sordi livelli di conflitto che si dispiegano
quotidianamente nei luoghi di lavoro, sulle vie delle migrazioni e nei
quartieri. Una violenza e un conflitto che non sono solo subiti
passivamente, ma anche praticati con intelligenza e continuità. L’idea
che un po’ di violenza di piazza possa servire da innesco a chissà quale
presa di coscienza collettiva, così come quella che l’insorgenza di
piazza sia l’unica forma possibile di espressione collettiva per le
esperienze esistenti, è semplicemente infantile. Il conflitto nelle
piazze non può essere la rappresentazione esemplare di una
conflittualità che si considera altrimenti assente o insufficiente. In
questo caso saremmo di fronte all’espropriazione della
possibilità di azione di massa e anche all’impossibilità pratica di
costruire forme di conflittualità condivise.
D’altra parte anche sostenere che chi
rompe tutto lo fa per una spontanea e incontrollabile rabbia, senza la
pretesa di rappresentare nessuno, non si accorge che una simile
individualizzazione dei comportamenti finisce per essere il rovescio,
l’opposto simmetrico, dei comportamenti assolutamente individuali che il
neoliberalismo pretende da ognuno di noi. Non è forse il caso
di rompere con la condizione quotidiana di isolamento, invece di
rappresentarla fedelmente anche durante le manifestazioni collettive? Ma
già ragionare a partire da questa spontanea individualizzazione non
coglie tutta la portata del problema. Qualche mese fa, prima
dell’assedio e dei blocchi di Francoforte, è uscito un documento che
annunciava il fallimento del movimento no-global e l’inutilità di ogni
tentativo di costruire reti organizzative transnazionali, declassate
direttamente a «reti solidali», così come chiunque provava a
organizzarle era bollato come burocrate e con il marchio d’infamia di
voler essere «ceto politico di movimento».
Ecco, secondo noi la differenza sta
esattamente qui. Ed è a partire da questa differenza che ognuno deve
assumersi le proprie responsabilità politiche. Qui non si tratta
di dividere i buoni dai cattivi e nemmeno gli arrabbiati dai pavidi.
Qui si tratta di evidenziare, e in caso discutere, una specifica
differenza di prospettiva politica. Qui si tratta di dire
chiaramente che c’è chi pensa che sia necessario costruire
quotidianamente connessioni dentro le lotte e le molteplici figure che
in esse si esprimono, anziché replicare attivamente
l’individualizzazione altrimenti imposta. Qui si tratta di stabilire
collegamenti non tra la propria singolare quotidianità e il riot
di un giorno, ma tra le molteplici e disomogenee singolarità che ogni
giorno sono costrette dentro e contro il lavoro precario operaio e
migrante. Qui si tratta di ribadire che tutto questo non è possibile su
un piano locale e che la dimensione europea è il suo minimo piano di sviluppo.
Qui non si tratta dell’espressione immediata di un’identità sovversiva,
ma dell’assenza di ogni identità consolidata e della difficoltà
quotidiana per trovare forme collettive di espressione. Qui non si
tratta di far esprimere qualcosa che già c’è, ma di costruire lo spazio
per qualcosa che ancora non c’è, proprio perché ancora non riesce a
trovare una forma collettiva di espressione. Noi pensiamo che
questo sforzo verso il collettivo sia il primo punto all’ordine del
giorno. Altri non lo pensano e si comportano di conseguenza.
Sarebbe perciò il caso di smetterla con la facile critica dei giornali,
con gli opinionisti occasionali che sono bravi quando ti danno ragione e
canaglie quando ti danno torto, con il gioco incrociato delle
citazioni. Sarebbe il caso di parlare seriamente delle
prospettive politiche che si vogliono perseguire. Tutto il resto rischia
di essere poco interessante e persino indifferente per i moltissimi che
condividono la nostra condizione.
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