di Michele Giorgio – Il Manifesto
Barack Obama getta la spugna. Prima dell’incontro che avrà la prossima settimana alla Casa Bianca con il premier israeliano Netanyahu, ha
fatto sapere, attraverso i suoi collaboratori, che un accordo
israelo-palestinese non sarà a portata di mano negli ultimi mesi del
suo mandato. Il presidente, hanno spiegato fonti della Amministrazione Usa, ha elaborato «una valutazione realistica»
della situazione in Medio Oriente. È l’ammissione di una sconfitta
dopo i tentativi inutili dell’Amministrazione di avvicinare
Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen. L’ultimo, tra il
2013 e l’anno scorso, ha avuto come protagonista il Segretario di
Stato John Kerry. Di fatto è l’annuncio che da oggi fino all’elezione
del nuovo presidente, gli Stati Uniti non metteranno in campo altre
iniziative per portare israeliani e palestinesi al tavolo delle
trattative.
Più di tutto però è il riconoscimento di un fallimento, del
quale è responsabile in prima persona lo stesso Obama che, pur
avendone le possibilità, non ha voluto andare oltre la “sacralità”
dell’alleanza con Israele, sempre e comunque, anche quando le
politiche di occupazione, la negazione del diritto dei
palestinesi ad essere liberi e la linea del pugno di ferro degli
ultimi tre governi israeliani guidati da Netanyahu danneggiano gli
interessi americani. Ha scelto di non andare oltre il
conflitto personale, in alcuni periodi molto acceso, avuto in questi
anni con il premier israeliano al quale non ha imposto il rispetto
delle leggi internazionali, specie sulla questione della
colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. Obama
non ha reagito neppure quando Netanyahu, lo scorso 3 marzo, lo aveva
umilato intervenendo davanti al Congresso Usa contro l’accordo sul
nucleare iraniano che l’Amministrazione Usa si accingeva a siglare
con Tehran.
A conti fatti la voce grossa Obama ha saputo farla solo con
i palestinesi, in più di un’occasione, smentendo il contenuto del
suo discorso all’Università del Cairo che aveva lasciato immaginare
non uno stravolgimento ma almeno un cambiamento parziale della
politica statunitense nella regione. Giunto all’ultimo
scorcio del suo secondo mandato, il presidente Usa sembra
interessato solo a uscire dalla Casa Bianca certo di non aver rotto
neppure un bicchiere quando si è dovuto occupare di Medio Oriente. Il
suo incontro con Netanyahu, lunedì alla Casa Bianca, ricorda quello
di un padre che chiede di comportarsi bene al figlio ben sapendo che
le sue raccomandazioni cadranno nel vuoto. Il consigliere
per la sicurezza nazionale Usa, Ben Rhodes, ha spiegato che al
premier israeliano sarà chiesto di rinnovare l’impegno per la
“soluzione dei due Stati”, ossia per l’indipendenza palestinese.
«È nostra convinzione – ha detto Rhodes – che la soluzione dei sue
stati sia l’unica via per risolvere il conflitto israelo-palestinese.
Per raggiungere una pace e una sicurezza che durino nel tempo, dando
ai popoli israeliano e palestinese quella dignità che meritano». Le
solite frasi scontate che mai risolveranno la questione
palestinese che, invece, richiede solo l’applicazione del diritto
internazionale.
Da parte sua Netanyahu a Washington darà qualche vaga
assicurazione – sul terreno comunque il suo governo procede in
un’altra direzione – e Obama lo ricompenserà rassicurandolo su
Siria e Iran. Il presidente Usa prenderà in
considerazione anche la richiesta israeliana per un pacchetto di
aiuti militari statunitensi prolungato nel tempo per cinque
miliardi di dollari l’anno, quasi il doppio di quello abituale.
E Obama, per dimostrare a fine mandato che la sua politica non è mai
stata anti-israeliana, come lo accusano i Repubblicani e una parte
delle forze politiche in Israele, potrebbe dare il suo pieno appoggio
all’approvazione del Congresso, peraltro scontata, per un aumento
dell’aiuto annuale.
Netanyahu in ogni caso festeggia. Obama tra un
anno sarà fuori gioco e al suo posto potrebbe ritrovare una grande
amica di Israele, la democratica Hillary Clinton. Ancora meglio
andrebbero le cose, se a vincere le presidenziali Usa sarà uno dei
candidati repubblicani che fanno a gara nel dichiararsi alleati
fedeli di Israele. Uno dei favoriti a vincere le primarie, Donald
Trump, un paio di giorni fa, lanciando un’offensiva senza precedenti
in campagna elettorale, ha assicurato che in politica estera
«Proteggerà Israele e taglierà la testa all’Isis».
Sull’incontro alla Casa Bianca non peseranno le affermazioni fatte su Facebook da Ran
Baratz, in attesa di diventare responsabile per conto del governo
Netanyahu delle relazioni con i media, che descrivono Obama come un
antisemita e insultano John Kerry. «Quelle frasi sono
totalmente inaccettabili e non riflettono le mie posizioni o le
politiche del governo di Israele», ha assicurato Netanyahu.
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