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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/02/2016

Il gioco del monopoli di borsa è giunto al vicolo cieco

Tutto va nel migliore dei modi, la ripresa è iniziata e presto la crisi sarà un ricordo. Questo il messaggio che viene da Palazzo Chigi, e chiaramente sono palle.

Appena più serie alcune istituzioni continentali, che vedono i problemi ma ritengono di poterli affrontare predisponendo strumenti schizofrenici: piani di allentamento monetario e raccomandazioni di severità sui conti pubblici. Ovvero denaro a costo zero (anche meno, all'atto pratico) per le banche private e tagli omicidi a quella parte di spesa che allevia le condizioni di vita delle popolazioni, come se la situazione catastrofica della maggior parte dei paesi europei non fosse causata anche dalle scelte d'austerità, quindi dalla compressione violenta della domanda.

Eppure il 2016 è iniziato in modo tragico per le piazze finanziarie internazionali, che anche oggi oscillano tra il crollo sostanziale (le piazze asiatiche, a cominciare da Tokyo, sotto del 3,2%) e le famose “perdite contenute” intorno all'1% (con forte tendenza al -2). Ma se si guarda alle quotazioni del 2 gennaio il passo indietro è da panico: il Dow Jones ha perso il 7,3%, il Nasdaq , l'8,7, Parigi il 7,8, Francoforte l'11,3, Londra il 5,2 e Milano addirittura il 16,8 (sotto il peso devastante della pressione sui titoli bancari, che rappresentano oltre il 40% di Piazza Affari).

Un andamento perfettamente corrispondente a quello dei prezzi petroliferi, calati negli ultimi due giorni del 10%, contrariamente a quanto avvenuto sempre, nelle crisi precedenti. Quando il petrolio saliva le borse scendevano, e viceversa. Perché se l'energia costa meno si può produrre di più e i profitti possono crescere.

E in effetti abbiamo ripetuto spesso che in questa crisi tutto sembra funzionare al contrario, a partire dal dato più clamoroso: il denaro prestato in perdita o a tasso zero, oppure parcheggiato (con perdita) presso le banche centrali. Come se nel capitalismo non funzionasse più la regola fisiologica che il capitale va remunerato, in qualche modo. Detto altrimenti: come se il capitalismo non funzionasse più.

Se ne stanno accorgendo in molti, peraltro, che vanno segnalando “anomalie” inspiegabili con le categorie in uso tra gli analisti mainstream. Per esempio, Vito Lops, bravo giornalista de IlSole24Ore, arriva a una conclusione sconsolata: “Le basse prospettive di inflazione confermano che i paesi occidentali – ed ora anche al Cina – fanno fatica a trovare la cura per la crisi attuale, perché è una crisi da domanda. Continuare ad affrontarla solo dal lato dell'offerta (aumentando la moneta con svariate manovre espansive delle banche centrali) si sta rivelando nettamente insufficiente”. In pratica, i consumatori non hanno abbastanza reddito da poter comprare quel che viene prodotto (merci e servizi), quindi il ciclo si ferma al massimo alla pura sostituzione, senza crescita.

Ma i “consumatori” sono tali solo quando si presentano alla cassa per pagare. Prima sono lavoratori (con qualsiasi contratto) o pensionati, o disoccupati. Se i loro redditi sono stati compressi (deflazione salariale, blocco delle pensioni, riduzione delle coperture welfaristiche, ecc.) per favorire l'abbassamento competitivo dei prezzi (una classica “politica dell'offerta”), inevitabilmente ridurranno le loro spese. Ed è quello che è avvenuto negli ultimi otto anni in in tutti i paesi avanzati (in qualcuno più, in altri molto meno).

Del resto l'economia funziona come un sistema di vasi comunicanti; se strozzi uno dei vasi, da quello fluirà qualcosa di meno, riducendo la circolazione complessiva, svuotando altri vasi. E l'avido produttore che pretende magari di far lavorare gratis o quasi i lavoratori scopre, al momento di indossare il cappello da “venditore”, che così facendo ha ucciso i potenziali clienti.

Fin qui il collasso è stato tamponato dalle politiche monetarie espansive delle maggiori banche centrali, creando al contempo bolle speculative che prima o poi dovranno scoppiare. La semplice interruzione – da parte della Federal Reserve statunitense – della politica di “tassi zero”, con l'aumento di appena lo 0,25% del tasso base, a metà dicembre, è stato sufficiente a far capire “ai mercati” che quel confortevole mondo della liquidità infinita e a costo zero stava per finire. E hanno cominciato a “fuggire dal rischio”, ossia dalle borse di ogni genere. Ma le borse riflettono – più spesso anticipano – l'andamento dell'economia reale.

Proprio per questo l'unica prospettiva realistica per tirare a campare e rinviare i conti veri con la crisi sistemica sembra un rapido dietrofront della Fed, che dovrebbe – secondo gli auspici degli "operatori"– riallinearsi a Bce e Bank of Japan (che pochi giorni fa ha portato i territorio negativo i tassi sui depositi, ovvero fa pagare un prezzo alle banche che lasciano i soldi parcheggiati sui suoi conti). La contemporanea brusca frenata dell'economia Usa, oltre al crollo delle piazze finanziarie, sembra un buon argomento per convincere il presidente della Fed, Janet Yellen, quantomeno a rinviare sine die qualsiasi nuovo rialzo del tassi. Incoraggiandola semmai a prendere la direzione opposta.

Del resto, segnala Walter Riolfi su IlSole24Ore, “Un'analisi di Deutsche Bank … suggerisce che la probabilità di recessione nel 2016 è del 45%, per ora”. Di sicuro niente ripresa, insomma. Per il resto meglio incrociare le dita e sperare che i banchieri centrali capiscano i segnali...

La somma di queste indicazioni è relativamente semplice: il sistema economico globale, lasciato alle sue dinamiche spontanee, si va fermando di nuovo. E in misura gravissima. Occorrerebbero “politiche della domanda”, classicamente keynesiane (investimenti, welfare, salari in rialzo, ecc.) per rilanciare i consumi e di conseguenza dare sbocco alla capacità produttiva potenziale. E forse – certamente, diciamo noi – neanche questo sarebbe sufficiente (potrebbe solo spostare più in là i tempi dell'esplosione). Ma questo, specie nell'Unione Europea, è proibito persino pensarlo. Dunque l'unica medicina possibile resta quello dell'allentamento monetario perenne, che si è rivelato “nettamente insufficiente”, ma resta insostituibile nello schema mentale dei centri decisionali.

Si chiama contraddizione in termini. Peccato che non si stia parlando di parole, ma di strutture economiche globali. Gli effetti sono certamente molto diversi...

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