di Fabrizio Poggi
L'opposizione moldava si sta disfacendo, scriveva ieri Pravda.ru: le reazioni alla risoluzione adottata dal Forum civile hanno mostrato le profonde divergenze tra i leader delle proteste. Dopo le manifestazioni del 20 gennaio scorso, susseguenti alla proclamazione a primo ministro del rappresentante del Partito Democratico, Pavel Filip, il 29 gennaio le varie correnti di opposizione – da quelle di centro-sinistra dei socialisti e dei filo-russi del Partito Nostro, a quelle di centro-destra filo-occidentali e favorevoli all'unione con la Romania di DA – si erano accordate per l'adozione di un documento comune, quantomeno sul principale obiettivo: caduta del governo e indizione di elezioni parlamentari. Già il fatto che la sola adozione del documento abbia richiesto una settimana di discussioni, scrive Pravda.ru, testimonia dell'abisso esistente tra le varie forze: si va dall'inasprimento della pressione sul governo, alla pausa nelle proteste, alla richiesta di aiuto da lanciare a UE e USA. Pare che l'unico punto d'accordo sia stato trovato sulla questione del carattere pacifico delle proteste, perché non si ripetano le scene del 2009 allorché, dopo la vittoria elettorale del Partito Comunista, i “democratici” pro-UE assalirono e incendiarono il parlamento e la residenza presidenziale, issandovi poi le bandiere di UE e Romania. “All'epoca, USA e UE appoggiarono le proteste”, ha dichiarato a Pravda.ru il leader del Partito Socialista Igor Dodon; “ma ora non c'è una “majdan” riconosciuta dall'Occidente, imponendo al potere di scendere a patti con essa. Al contrario, il governo ha ricevuto carta bianca dall'Occidente all'uso della forza”. Nella risoluzione adottata si insiste sulla “necessità di sciogliere il parlamento non appena si siano create le condizioni per un voto libero e democratico”.
Dopo le grosse manifestazioni di fine estate 2015, le proteste nella capitale moldava Kišinëv si erano nuovamente infiammate lo scorso 21 gennaio, all'indomani del voto di fiducia accordato in fretta e furia al nuovo gabinetto guidato da Pavel Filip: l'opposizione chiedeva l'annullamento del voto, lo scioglimento dell'assemblea legislativa e l'indizione di elezioni anticipate.
Particolare pesantezza avevano assunto le proteste da parte di gruppi di manifestanti dell'opposizione di centro-destra DA-“Demnitate si adevar“ (“Dignità e verità”, spalleggiata dagli ambienti del fondo "Soros" e dell'ambasciata USA) favorevole all'unione alla Romania, che avevano dato l'assalto all'edifico del Parlamento. Più contenute quelle del Partito Socialista e del Partito Nostro-Patria, guidati dai leader Igor Dodon e Renato Usatij.
L'appello a manifestare di fronte al parlamento era stato lanciato dalle opposizioni in vista del voto sul nuovo esecutivo e le proteste si erano accese in coincidenza con la formazione del governo, votato da 57 dei 68 deputati presenti in aula (su 101 parlamentari). Il precedente 14 gennaio, il Partito Democratico, a nome della maggioranza parlamentare composta da PD, Liberali e liberal-democratici, aveva presentato la candidatura a primo ministro del magnate Vladimir Plakhotnjuk, ripiegando poi su quella di Filip, secondo l'agenzia nnr.su da tempo affiliato al clan oligarchico di Plakhotnjuk stesso. La Moldavia era priva di governo dal 29 ottobre 2015, quando il premier Valerij Strelets aveva rassegnato le dimissioni, in seguito alle manifestazioni del settembre precedente. Le proteste contro i clan oligarchici moldavi erano partire a fine estate, guidate sia dall'opposizione di centro-destra, che dai partiti di sinistra e di centro-sinistra. In ottobre, il leader filo-russo del Partito Nostro, Renato Usatij, era stato arrestato per alcuni giorni, con l'accusa di violazione della privacy, per aver reso pubbliche registrazioni telefoniche intercettate tra l'ex primo ministro, il magnate leader del Partito Liberal-democartico Vlad Filat e un altro oligarca, Ilan Šor. Usatyj aveva dichiarato di essere in possesso anche delle registrazioni di colloqui tra il premier Streleț e il magnate del petrolio Vladimir Plakhotnjuk.
In ogni caso, nonostante gli slogan di DA e partiti di centro-sinistra in gran parte coincidano – “Abbasso la mafia”, “Abbasso il governo”, “Elezioni” – e diverso sia l'orientamento o filo-UE oppure pro Unione doganale (Russia e altre repubbliche ex sovietiche), senz'altro opposte sono la richiesta o il rifiuto di adesione alla Nato, per cui anche le strade e gli appoggi esterni appaiono diversi.
Ricordando sia la comune accusa lanciata al governo dalle opposizioni, di aver sottratto 1 miliardo di $ dalle casse statali – 1/6 del bilancio statale – sia le loro contrapposte visioni sull'accordo di associazione alla UE, l'agenzia Novorossija riferiva nelle settimane scorse del rapporto segreto dello speaker del Parlamento, Adrian Kandu, circa il passaggio in mani private di gran parte del capitale azionario di tre grandi banche. L'agenzia nnr.su ricordava anche come DA proponesse a capo del governo l'ex Ministro dell'istruzione Maja Sandu, laureata dell'Istituto di affari statali di Harvard, protégé del fondo "Soros" e dell'ambasciata USA e dal 2010 al 2012 consigliera del Direttore esecutivo della Banca Mondiale, per cui sorgeva la domanda: “Chi e per cosa è sceso in piazza in Moldavia?”.
Quindi, di fronte alla possibilità di vittoria delle opposizioni, la voce del padrone, affidata anche qui come a Kiev a Victoria-fuck the UE-Nuland, facendosi sentire non a caso da Bucarest, aveva espresso la “necessità” della formazione di un nuovo governo ed era apparso dunque oltremodo tempestivo l'incarico affidato a Filip, uomo di Plakhotnjuk, uno dei più convinti fautori dell'unione alla Romania. La telefonata di Nuland ad Adrian Kandu, per la conferma del nuovo gabinetto senza discussione in aula, era poi stata la scintilla delle proteste dell'opposizione: “l'urgenza” del voto sarebbe stata suggerita (ma no?!) dall'ambasciatore yankee James Pettit, che il 20 gennaio pare avesse ripetuto “l'invito” della Nuland: “Gli USA non sostengono un candidato concreto; è un affare interno (?!) della Moldavia, in cui non abbiamo diritto (ah, ah!) di intrometterci. Ma vogliamo (!!) che sia formato un governo, perché nel paese c'è bisogno di riforme e di stabilità”.
“E' una sfacciata ingerenza nelle nostre questioni interne” aveva gridato Usatij; “Stanno preparando l'eliminazione della statualità moldava. Promettono l'adesione della Moldavia alla UE solo passando per l'unione alla Romania. Nelle prossime settimane deve essere avviato un “piano Marshall”, secondo cui compagnie rumene dovranno privatizzare le maggiori imprese moldave, a partire dalle ferrovie”. L'agenzia Novorossija non esclude, in caso di accelerazione sulla strada disegnata da Platokhnjuk, di associazione a UE e Nato e unione alla Romania, uno scenario di conflitto armato, in cui ai socialisti e alle altre forze di opposizione di sinistra vengano in aiuto Transdnestria e Gagauzia. In caso di vittoria dei socialisti, lo “scenario jemenita” potrebbe venir tratteggiato dall'intervento rumeno con l'appoggio occidentale. Mancherebbe quindi poi solo la parola di Mosca.
Già nei giorni precedenti il voto sul nuovo esecutivo, il leader comunista del partito “La nostra casa Moldavia-Blocco Rosso”, Grigorij Petrenko (membro onorario dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; in carcere dall'inizio delle manifestazioni del settembre scorso, insieme ad altri dirigenti di primo piano dell'organizzazione) tramite il proprio avvocato aveva espresso la posizione sua e del “Blocco Rosso” – la formazione staccatasi dal PC ufficiale, accusato in passato di connivenza con la maggioranza governativa – circa l'eventuale candidatura di Plakhotnjuk o di Filip, dichiarando che questa sarebbe comunque stata una sfida alla società moldava e che “il marcio che cova all'interno, farà cadere presto il frutto dall'albero, nonostante l'appoggio di questa o quella forza esterna”.
Da parte sua, l'osservatore di Sputnik-Moldavia, Rostislav Iščenko scriveva lo scorso 4 febbraio che la caratteristica delle “rivoluzioni colorate” nelle ex repubbliche sovietiche, consisteva nel fatto che le autorità non erano in grado di soffocare le proteste, alimentate da un forte sostegno politico, diplomatico e di risorse dall'estero. Di conseguenza, i manifestanti consideravano proprio obiettivo non “la cattura di ponti, poste, telegrafo", ma la “conquista dell'attenzione del mondo". In Moldavia no. I media e i politici occidentali ignorano le proteste a Kišinëv. In tali condizioni, il potere ha un grande vantaggio”, scrive Iščenko. Inoltre, “gli USA non hanno mai sostenuto la pressione esercitata su un potere che ha perso il sostegno popolare; ma non ne hanno nemmeno ostacolato i complotti per sovvertire quel potere, o costituzionalmente, o con la forza. Esattamente come ora in Moldavia: Washington e l'insieme dell'Occidente, osservano a latere il corso della lotta, pronti ad accogliere qualunque suo esito. La ragione è evidente: in ogni caso, il potere o rimane nelle mani dei politici filo-occidentali, o passa in quelle di altri politici filo-occidentali. Le sottigliezze nelle differenze ideologiche locali non interessano a nessuno in Occidente. L'intervento attivo degli USA e dei loro alleati nella situazione avrebbe luogo solo nel caso in cui il regime filo-occidentale potesse esser sostituito da uno anti-occidentale. L'opposizione di destra” conclude Iščenko “critica l'attuale governo per le sue linee non abbastanza occidentali. L'opposizione di sinistra, per l'eccessivo occidentalismo: brusco deterioramento delle relazioni economiche e commerciali con la Russia, approfondimento dei problemi dell'economia moldava. Ma nessuno mette in discussione le tendenze “eurointegrazioniste” della Moldavia. Cioè: le differenze sono tattiche, non strategiche”.
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