Grave perché si è sottratta alla cittadinanza la fruizione di larga parte del centro storico: impedendo anche la circolazione pedonale (quella che a Napoli viene rassegnatamente chiamata “’a pedicolare”) si è di fatto negata al cittadino la forma più semplice con cui egli esercita il suo diritto, ossia la libertà di circolazione. E la si è sottratta non perché l’istituzione pubblica nella sua pretesa di terzietà rispetto agli interessi delle classi sociali la utilizzasse per celebrare o esercitare la sua potestà, ma perché l’istituzione pubblica affittasse parte del territorio della città al nemico di classe in cambio di una vera e propria elemosina, di cui francamente non sappiamo valutare la corrispondenza rispetto al danno.
Se avessimo avuto la volontà politica e la forza (ma, al momento, non abbiamo nessuna delle due) questa parte del centro storico sottratta alla cittadinanza sarebbe stata una zona rossa da violare, quanto quelle attaccate durante il periodo legato all’esperienza no-global.
Oltre che grave l’evento è significativo proprio perché conferma, sin dai nastri di partenza, il carattere illusorio di una parte importante della politica economica di Giggino, che noi della Rete dei Comunisti abbiamo spesso sottolineato. Si tratta della pretesa di potercela fare da soli, ossia di poter risolvere i problemi finanziari del Comune contando su una presunta sinergia tra pubblico locale e privato e senza affrontare il nodo dei finanziamenti e della spesa pubblica. Questa pretesa è al momento l’illusione di questa amministrazione.
Come è stato già detto nel Documento politico di Ross@ “I richiami alle esperienze progressiste estere di cui si è appena parlato, hanno portato, inoltre, De Magistris a sviluppare una sorta di ideologia delle autonomie in base alla quale Napoli potrebbe amministrarsi facendo leva sulle proprie risorse interne e autogestirsi da sola. Questo dato se da un lato è riflesso del suo isolamento politico e dà impulso al carattere di anomalia dell’esperienza amministrativa, dall’altro può rompere ogni dinamica di autonomismo forte (non devolviamo nulla allo stato centrale e facciamo tutto da soli) e dar luogo ad atti amministrativi innovativi, quali l’eccessivo ricorso al terzo settore per coprire la mancanza di fondi atti a garantire servizi pubblici sui quali, invece, va fatta la battaglia politica contro lo stato centrale e l’UE, anche a costo di sfondare i vincoli di bilancio, con tutti gli annessi e connessi che ciò comporta in termini di necessario incrudimento dello scontro”.
O si mantiene il carattere di rottura con le compatibilità europee, l’autonomia rispetto al quadro politico padronale, la priorità assoluta degli interessi popolari rispetto ai vincoli di bilancio, oppure si riprodurranno anche nell’esperienza napoletana, in scala più piccola e necessariamente più misera, tutte le contraddizioni che le istituzioni pubbliche a livello mondiale hanno scontato in relazione alla revanche del Capitale. Tertium non datur.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento