Nel 1949, nell’ambito della prima edizione completa dei Quaderni del carcere, Einaudi pubblica uno dei testi più famosi e importanti di Antonio Gramsci: Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno. Come noto, i Quaderni determineranno
il pensiero e la politica del Pci nel secondo dopoguerra. Molte delle
riflessioni contenute sono preziose tutt’oggi: ad esempio,
l’atteggiamento comunista nei confronti del populismo. Per tale ragione,
riproponiamo qui un breve passo contenuto nel Machiavelli, che quasi novant’anni dopo (i Quaderni furono
scritti tra il 1929 e il 1935) ancora chiarisce il rapporto dialettico
tra movimento comunista e quei soggetti politici populisti che di volta
in volta acquisiscono consensi popolari più delle loro reali capacità di
rappresentarli:
“Si potrebbe fare una ricerca sui giudizi emessi a mano a mano
che si sviluppavano certi movimenti politici, prendendo come tipo il
movimento boulangista (dal 1886 al 1890 circa)[…] Di fronte a questi
eventi, l’economismo si pone la domanda: a chi giova immediatamente
l’iniziativa in quistione? E risponde con un ragionamento tanto
semplicistico quanto paralogistico. Giova immediatamente a una certa
frazione del gruppo dominante e per non sbagliare questa scelta cade su
quella frazione che evidentemente ha una funzione progressiva e di
controllo sull’insieme delle forze economiche. Si può essere sicuri di
non sbagliare, perché necessariamente, se il movimento preso in esame
andrà al potere, prima o poi la frazione progressiva del gruppo
dominante finirà col controllare il nuovo governo e col farsene uno
strumento per rivolgere a proprio benefizio l’apparato statale”.
Gramsci prende ad esempio il movimento boulangista sviluppatosi in Francia alla fine del XIX secolo, un movimento populista ante litteram e sui generis, ma che nelle sue caratteristiche salienti può servire adeguatamente come sintesi di un ragionamento volto a sviscerare il come va
analizzato un movimento del genere. L’”economismo”, che dovremmo
intendere qui come economicismo, si pone, dal punto di vista di Gramsci,
la domanda sbagliata: a chi giova quel movimento? Una domanda sbagliata
perché contiene in sé una risposta ovvia e consolante: giova immediatamente ai
gruppi dominanti. “Si può essere sicuri di non sbagliare” dando questa
risposta, dice Gramsci, perché è nell’essenza stessa dei movimenti
populisti quello di non avere soluzioni praticabili una volta giunti al
potere. L’assenza di soluzioni riconduce la politica dei movimenti
populisti sotto l’alveo dei gruppi economici dominanti, come ovvio che
sia. Ma l’atteggiamento comunista, inteso come rapporto dialettico tra
organizzazione comunista e movimenti populisti, non può limitarsi a
questa domanda falsata dal presupposto economicista di partenza,
riportando tutta la contraddizione dialettica entro la sfera di un
determinismo economico oggettivo ma incapace di cogliere il nodo
decisivo che porta al sorgere di tali movimenti:
“Si tratta dunque di
un’infallibilità a buon mercato e che non solo non ha significato
teorico, ma ha scarsissima portata politica ed efficacia pratica: in generale non produce altro che prediche moralistiche e quistioni personali interminabili. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, l’analisi dovrebbe realisticamente essere condotta secondo questa linea: 1) contenuto sociale della massa che aderisce al movimento; 2) questa
massa che funzione aveva nell’equilibrio di forze, che va
trasformandosi come il nuovo movimento dimostra col suo stesso nascere?
3) le rivendicazioni che i dirigenti presentano e che trovano consenso
quale significato hanno politicamente e socialmente? A quali esigenze
effettive corrispondono? 4) esame della conformità del mezzi al fine
proposto; 5) solo in ultima
analisi, e presentata in forma politica e non moralistica, si prospetta
l’ipotesi che tale movimento necessariamente verrà snaturato e servirà a
ben altri fini da quelli che le moltitudini seguaci se ne attendono.
Invece questa ipotesi viene affermata preventivamente quando nessun
elemento concreto (che cioè appaia tale con l’evidenza del senso comune e
non per una analisi “scientifica” esoterica) esiste ancora per
suffragarla, così che essa appare come una accusa moralistica di
doppiezza e di malafede o di poca furberia, di stupidaggine (per i
seguaci)”.
L’approccio materialistico promosso da Gramsci ribalta i termini della questione: non “a chi giova immediatamente”
questo o quel movimento populista, ma quali contraddizioni sociali sono
alla radice del suo rafforzamento, quali “masse” esso aggrega, che tipo
di rapporto queste hanno con lo sviluppo economico dominante, quali
esigenze sociali stanno alla base del rafforzamento populista? E’ solo
rispondendo a queste domande che potrà darsi una lettura adeguata del
fenomeno populista. E solamente costringendo alla completa coerenza del
suo messaggio dal punto di vista di quelle stesse masse, che
successivamente (successivamente alla sua presa del potere) potranno
indagarsi le ragioni del suo fallimento. Non prima. Non a prescindere.
La riflessione gramsciana prosegue analizzando le tare di un pensiero
economicista incapace di cogliere il senso degli eventi politici nella
sua contraddittoria complessità. Ci bastano però questi due rapidi
passaggi per ricollegarci all’oggi e alle interpretazioni possibili
della forza dei populismi. Chi ne critica a prescindere le posizioni
riducendo tutta la complessità a questa o quella istanza ambigua o
reazionaria, in base a moralismi o facili determinismi economici, si sta
ponendo la domanda sbagliata: “a chi giova immediatamente”; e, di conseguenza, trova la risposta sbagliata: “alla borghesia”, tout court; cancellando le contraddizioni reali e il movimento reale che hanno determinato la forza del populismo nei nostri tempi.
Non si comprenderà adeguatamente la forza dei movimenti populisti se
non si coglie la natura dell’attuale modello produttivo liberista; se
non si lega l’attuale composizione sociale alla crisi economica; se non
si individuano le ragioni alla base del processo di impoverimento di
massa che stanno subendo le società occidentali. Aggirando tali
questioni, si cadrà sempre nel tranello moralistico per cui chi aderisce
ai movimenti populisti è “razzista”, “reazionario”, “sovranista”,
ignorando la realtà dei fatti e procedendo per “analisi esoteriche” di
una surrealtà virtuale. Non si comprenderanno mai adeguatamente i
movimenti populisti se non nell’ambito di un’analisi critica dello
spogliamento della sovranità economica degli Stati nazionali, frutto del
processo di globalizzazione che ha dileguato il controllo della
politica sui processi economici generali. Il populismo risponde a questa
esigenza di recupero e resistenza nei confronti di
queste dinamiche alienanti, e non potrà mai colmarsi il divario tra
“popolo” e sinistra se questa non riprende in mano gli strumenti di
questa resistenza ai processi della globalizzazione economica, che è,
prima di ogni altra cosa, una resistenza popolare e di classe, e solo successivamente una
resistenza che accomuna temporaneamente (e in forma mistificata) le
ragioni dei lavoratori con quelle di una piccola e media imprenditoria
stritolata dal grande capitale transnazionale.
Solamente da un’analisi di classe è possibile interpretare il
fenomeno populista. Fuori da questa tensione dialettica, c’è l’approccio
moralistico (i populismi sono razzismi); complottistico (il populismo è
operazione della borghesia al potere per “confondere le acque”);
elitario (il populismo come “volgarità” popolare contrapposta alle élite
culturali del paese); o direttamente borghese, che vede nel populismo
unicamente una reazione alla modernità economica. Questi approcci informano l’attuale dibattito a sinistra sui temi del populismo.
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