di Michele Giorgio – Il Manifesto
Donald Trump ha invitato Abu Mazen alla Casa Bianca.
Il leader palestinese ha ribadito la volontà di arrivare a un accordo
con Israele e ha ricordato al presidente americano gli impegni presi
dagli Usa in passato.
Sono questi i punti principali della conversazione telefonica
avvenuta ieri sera tra il presidente americano e quello palestinese. E’ il primo contatto tra la nuova amministrazione e Abu Mazen che può dire di aver segnato un punto a suo favore.
Per settimane ha tenuto a freno le frange più dure del suo partito,
Fatah, che premevano per lo scontro con un Trump che si proclama alleato
di ferro di Israele. Ha scelto la cautela, convinto che il presidente
americano presto o tardi avrebbe avviato i contatti con i palestinesi
visto che proclama di poter arrivare all’accordo di pace fallito dai
suoi predecessori. Tuttavia il colloquio con Trump non porta un gran beneficio al presidente palestinese.
La posizione di Abu Mazen resta precaria all’interno e all’esterno. In
Cisgiordania, così come a Gaza, la popolazione è indifferente agli
sviluppi “diplomatici”. Pochi palestinesi credono, anche nell’entourage
del presidente, che Trump possa persuadere il premier israeliano
Netanyahu ad accettare la condizione, il blocco delle attività di
insediamento, posta da Abu Mazen per tornare al tavolo delle trattative.
Certo l’amministrazione ha ammonito Israele dall’annettersi la
Cisgiordania ma allo stesso tempo lavora con il governo Netanyahu
intorno a un’intesa che, quasi certamente, vedrà gli Usa accettare la
crescita dei principali blocchi di insediamenti ebraici in cambio di un
congelamento non dichiarato delle costruzioni nelle colonie più isolate.
Netanyahu, peraltro, non può accettare freni alla colonizzazione, per motivi ideologici e politici.
“Casa ebraica”, il partito dei coloni, è in crescita costante nei
sondaggi e il suo leader, Naftali Bennett, sibillinamente si dice pronto
ad occupare la poltrona di primo ministro quando «sarà tramontata l’era
Netanyahu».
Per Abu Mazen non è migliore il quadro della situazione
all’esterno. Girano ancora voci di un’alleanza più solida tra i quattro
paesi del “Quartetto Arabo” o la “Nato araba – Arabia Saudita, Emirati,
Egitto e Giordania –, più aperti nei confronti di Israele e che certe
condizioni potrebbero rilanciare la vecchia idea di una confederazione
giordano-palestinese per la Cisgiordania.
Inoltre il presidente dell’Anp deve fare i conti con l’ostilità del
Cairo. L’Egitto vuole che il leader palestinese «perdoni» il suo rivale
Mohammed Dahlan – un ex capo dei servizi di sicurezza a Gaza che vanta
buoni rapporti con Israele, Usa e diversi leader arabi – per offrigli la
possibilità di candidarsi alla sua successione. Abu Mazen rifiuta e,
per ritorsione, il Cairo ha impedito l’ingresso nel Paese a Jibril
Rajoub, tra i leader di Fatah e nemico giurato di Dahlan.
Ieri sera fonti di Fatah spiegavano al manifesto
che a due settimane dall’inizio del vertice arabo ad Amman, Abu Mazen
non sa ancora se la questione palestinese sarà in testa all’agenda del
summit o se i “fratelli arabi” si limiteranno agli abituali proclami di appoggio destinati all’oblio.
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