Se non è l’inizio di una guerra civile, poco ci manca. Ieri
le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) che fanno
capo al generale Khalifa Haftar hanno compiuto diversi raid aerei
nell’area meridionale della capitale libica Tripoli e sono avanzate
verso il centro della città. L’esercito, che sostiene il
governo parallelo di Tobruk nell’est del Paese, ha lanciato la scorsa
settimana la sua operazione contro il governo riconosciuto
internazionalmente di al-Sarraj e ha fatto in pochi giorni importanti
progressi militari: venerdì gli uomini di Haftar avevano raggiunto la
periferia della capitale e annunciato di aver preso il controllo l’ex
aeroporto internazionale (notizia che però il governo di Tripoli
smentisce).
Il raid di ieri è stato confermato da Ahmed Mismari, il portavoce del Lna.
Mismari ha parlato di “operazione ben riuscita per rendere sicura la
strada che dall’aeroporto porta al centro della città”. Secondo un
residente intervistato dalla Reuters, i soldati di Haftar si sarebbero
mossi nel distretto di Khalat Furgan (11 chilometri dal centro della
capitale) mentre le forze di Tripoli si sarebbero ritirate. Al momento
sono almeno 11 le vittime (23 i feriti) degli scontri che sono avvenuti
nell’area secondo quanto ha riferito ieri sera alla stampa il ministro
della salute del Governo di Accordo nazionale (Gna) sostenuto dall’Onu. A
questo dato va poi anche aggiunto quello delle 35 persone (tra cui
anche civili) che hanno perso la vita da quando Haftar ha dato inizio
alla sua offensiva.
La situazione è tesissima. In una nota, la missione Onu nel
Paese (Unsmil) ha chiesto ieri una tregua di due ore nel sud di Tripoli
per evacuare i civili e i feriti. Ma l’appello è caduto nel vuoto perché
i combattimenti non si sono fermati. Preoccupazione per
l’inizio di un conflitto ad alta intensità è stata espressa anche dagli
Emirati Arabi Uniti che, insieme ad Egitto e Russia, sostengono
apertamente il leader del Lna. Che la tensione sia molto alta è
confermata anche dal fatto che il contingente del Commando Africa degli
Stati Uniti è stato evacuato per “motivi di sicurezza”. Ieri il
Segretario di stato americano Mike Pompeo ha chiesto ad Haftar di
fermare immediatamente l’avanzata del suo esercito verso Tripoli.
In un comunicato, Pompeo ha anche detto di essere “profondamente
preoccupato” per gli scontri che stanno avendo luogo vicino alla
capitale. “Questa campagna militare unilaterale contro la capitale sta
mettendo in pericolo i civili e minando le prospettive di un futuro
migliore per tutti i libici”. “Tutte le parti [del conflitto] – ha poi
aggiunto – si devono assumere la responsabilità di ridurre le tensioni”
perché “non c’è soluzione militare al conflitto libico in quanto l’unica
strada è quella dei negoziati”.
Una strada al momento non percorribile. Le forze alleate al
governo di Tripoli, infatti, hanno dato inizio all’operazione “Vulcano
di rabbia” con l’obiettivo di difendere la capitale. Alcuni
gruppi armati legati al governo al-Sarraj hanno mosso ieri diversi
pick-up dotati di mitragliatrici da Misurata alla capitale nel tentativo
di contrastare l’offensiva di Haftar. Il premier di Tripoli ha accusato
il suo rivale di aver violato l’accordo in vigore tra i due e ha
parlato di “una guerra vicina in cui non ci sarà alcun vincitore”. “Il suo attacco – ha spiegato nel corso di un’intervista televisiva –
è una dichiarazione di guerra alle nostre città e alla capitale, una
coltellata alla schiena, l’annuncio di un golpe contro l’intesa
politica”. I due si erano incontrati diverse volte nell’ultimo
anno. Nel recente incontro di febbraio ad Abu Dhabi, avevano persino
concordato sulla formazione di un governo di unità nazionale e sulla
necessità di indire le elezioni entro la fine dell’anno.
Per al-Sarraj la Conferenza nazionale prevista per metà
aprile costituisce la strada per la formazione di uno stato “civile e
democratico”. Haftar, ha affermato, è mosso “da desideri
personali e da fervore individuale” e agisce “per minare il processo
politico e far annegare il Paese in un ciclo di violenza e di una guerra
distruttiva”. Dal canto suo l’Onu con il suo inviato speciale
Ghassan Salamé ha confermato la Conferenza nazionale di Ghadames (14-16
aprile) almeno che “circostanze di causa maggiore non ci impongano di
non tenerla”. Nelle intenzioni di Salamé il vertice dovrebbe
creare una “road map” che porti il Paese fuori dal caos politico figlio
dei bombardamenti della Nato del 2011 che hanno fatto cadere il rais
Gheddafi.
Alla Libia guardano con particolare attenzione i principali attori internazionali. Sabato pomeriggio il
presidente francese Macron ha discusso della questione libica con il
segretario dell’Onu Guterres. All’alto funzionario delle Nazioni Unite,
il leader transalpino ha ribadito il sostegno di Parigi per la sua
mediazione politica. Rivelatasi, però, finora fallimentare
nonostante gli incontri che ha avuto con al-Sarraj (a Tripoli) e Haftar
(a Bengasi). Del caos libico si è parlato anche al vertice dei ministri
degli esteri del G7 di Dinard, nord ovest della Francia. Se il ministro
degli esteri francesi Le Drian ha osservato che “la soluzione può essere
solo politica”, il suo pari italiano Milanese ha sottolineato come
nessuno sia pronto ad accettare “il fatto militare compiuto”. Sulla
crisi libica è intervenuto anche il ministro degli esteri russo Lavrov
che dal Cairo ha espresso la sua speranza che “i libici possano decidere
del loro futuro e iniziare un dialogo senza finte date imposte
dall’esterno, né pressioni che accelerino il processo contro la loro
volontà”.
Il peggioramento della situazione in Libia sta avendo effetti
estremamente negativi anche per i migranti rinchiusi nei centri di
detenzione della capitale. Intervistati ieri dall’emittente
panaraba al-Jazeera, alcuni “ospiti” hanno denunciato di essere senza
cibo e acqua. Uno di loro ha anche riferito che due militari del centro
di Qasr bin Ghashir avrebbero detto loro che sarebbero stati trasferiti
in un posto più sicuro, ma che i migranti temono che possano essere
rapiti e torturati per motivi di riscatto. “Qui le persone stanno
impazzendo. Siamo in una situazione cattiva ora, ma non sappiamo dove
andare” ha detto l’intervistato che ha preferito restare anonimo per
motivi di sicurezza. “Tutti vogliono andare via da qui, siamo stressati e
abbiamo perso la speranza”. Paure condivise anche dall’agenzia Onu per i
rifugiati (Unhcr) che ieri si è detta “molto preoccupata” per quanto
accade nelle aree di Ain Zara e Qasr bin Ghashir dove stanno avendo
luogo i combattimenti. “Sentiamo i rumori dei fucili ora – ha detto un
altro migrante ad al-Jazeera – abbiamo molti bambini e donne. Dobbiamo
essere evacuati, non vogliamo morire qui”.
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