Non si ferma il giro di vite del regime turco contro il dissenso: scontri e nuovi arresti a Istanbul e in altre città. Niente borse di studio per gli studenti ribelli e inviti alla delazione contro chi manifesta.
Nuovi scontri ieri pomeriggio nel centro di Istanbul. La polizia turca ha disperso con la violenza alcune centinaia di manifestanti, vicino a piazza Taksim, tornati ieri a protestare contro il pugno di ferro usato dalle forze di sicurezza contro le proteste antigovernative degli ultimi mesi. I parenti di Berkin Elvan, un ragazzino di 14 anni in coma da 47 giorni a causa di un lacrimogeno sparatogli in testa dalla polizia mentre andava a comprare il pane per la famiglia, avevano convocato una conferenza stampa nella piazza principale dei quartieri europei di Istanbul, per chiedere la punizione dei poliziotti colpevoli. Ma gli agenti l'hanno impedita e i manifestanti sono stati per l'ennesima volta bloccati dai reparti antisommossa che hanno fatto uso non solo dei manganelli ma anche dei cannoni ad acqua, dei gas lacrimogeni e delle pallottole di gomma. Ne sono seguiti scontri durati per alcune ore in Via Istiklal e nelle vie adiacenti.
Il giorno precedente invece la polizia turca aveva arrestato 17 persone durante l'ennesima protesta a Gezi Park. Fra i fermati anche l'attivista tedesco per i diritti umani Klaus Muller, ammanettato mentre cercava di impedire che la polizia rimuovesse dal parco le 'tombe' simboliche dei quattro giovani manifestanti uccisi (anche se un conteggio più verosimile raddoppia il numero delle vittime) dalle forze dell’ordine durante le proteste popolari degli ultimi mesi. Poche ore prima 9 attivisti di gruppi dell’opposizione di estrema sinistra erano stati arrestati dai reparti antiterrorismo durante un’operazione congiunta realizzata ad Ankara, Smirne, Samsun, Mersin e Tunceli. Come per le precedenti retate i capi di accusa contro gli arrestati sono molto gravi: “appartenenza ad organizzazione terroristica”, “danneggiamento di proprietà pubblica o privata”, “attentato alle istituzioni”.
Il governo liberal-islamista di Erdogan sembra voler imprimere un nuovo giro di vite nel paese, ed ha ordinato alla polizia di installare in tutti i quartieri delle apposite 'cassette' nelle quali i cittadini potranno depositare le proprie denunce dei 'comportamenti illeciti' dei vicini. Il progetto intende mobilitare i settori conservatori della popolazione turca, sensibili alle accuse lanciate nei confronti dei manifestanti, definiti da Erdogan e dal sindaco di Istanbul dei vandali, se non degli agenti stranieri implicati in un complotto contro le aspirazioni turche di divenire una importante potenza regionale. Il progetto della polizia dovrebbe permettere ad ogni cittadino di denunciare in forma anonima qualsiasi comportamento 'sospetto' creando così un clima di sospetto e di ulteriore caccia alle streghe. Naturalmente le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno duramente criticato il progetto. Il vicepresidente dell'organizzazione umanitaria Mazlum-der Arif Kocer ha detto al quotidiano Zaman che ''incitare la gente a rivelare quanto uno dice dell'altro è il primo passo verso uno stato di polizia''. ''E' una pessima iniziativa, che crea un nuovo meccanismo di pressione sui cittadini. Una persona rinuncerà a esigere i propri diritti per paura che questo venga interpretato negativamente e denunciato alle autorità'' ha denunciato invece il presidente della Associazione dei diritti umani (Ihd) Ozturk Turkdogan. Ergin Cinmen, un avvocato impegnato nella difesa dei diritti umani, ha ricordato che un meccanismo di delazione di questo tipo non era stato istituito in Turchia neanche durante le dittature militari dei decenni scorsi. La scorsa settimana lo stesso Erdogan ha invitato i simpatizzanti del suo partito – l’islamista Akp – a denunciare i vicini che partecipano alle proteste antigovernative come le 'caceroladas', quelle durante le quali si fa rumore sbattendo una pentola contro l'altra. Una anziana signora di Antalya, Sevim Uysal, 86 anni, ha ricevuto una multa di 88 lire turche, circa 35 euro, su denuncia di un agente di quartiere per avere partecipato a una protesta di questo tipo.
Notizia di ieri invece che il pugno di ferro del regime di Ankara si abbatterà anche contro gli studenti ‘ribelli’. L'ultimo segnale del giro di vite contro il dissenso è stato l'annuncio da parte del Kyk, l'ente pubblico incaricato di aiutare finanziariamente gli studenti meno abbienti, che per i giovani che scendono in piazza e contestano non ci saranno borse di studio. In una circolare resa pubblica questa settimana il Kyk ha precisato che chi si impegna in attività di ''resistenza, boicottaggi, occupazioni, scritte o dipinti (in spazi pubblici), canta slogan o cose analoghe'' ed ''è coinvolto in azioni di anarchia e terrorismo'' non potrà ottenere aiuti, perché queste azioni costituiscono una ''violazione del diritto all'educazione''. Un mese fa il premier Erdogan ha già annunciato che le guardie private finora usate per garantire la sicurezza nei campus universitari saranno presto sostituite dalla polizia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2013
Tunisia: tra manifestazioni antislamiste e attacchi di Al Qaeda
Nel paese continuano le manifestazioni contro gli islamisti di Ennahda al governo, che perde pezzi e apre ad un esecutivo di unità nazionale. Continuano anche gli attacchi delle milizie vicine ad Al Qaeda.
Ha rassegnato le dimissioni il ministro dell’Istruzione, Salem Labyedh, professore di sociologia e tecnocrate laico, che era entrato a far parte del governo tunisino nel marzo scorso. Labyedh ha dichiarato che la sua decisione è stata motivata dall’uccisione, una settimana fa, del deputato nazionalista di sinistra Mohamed Brahmi. L’opposizione, a cominciare dal Movimento popolare, partito laico di cui Brahmi era il leader, punta il dito contro gli islamisti di Ennahda al governo, accusati di essere i mandanti o comunque di coprire e tollerare le aggressioni e le scorribande dei commandos salafiti.
Da diversi giorni proteste di strada si svolgono nel paese del Nord Africa nelle ore serali, quando si interrompe il digiuno del ramadan: i manifestanti dell'opposizione chiedono le dimissioni dell’intero governo, la formazione di un esecutivo di unione nazionale e la dissoluzione dell’Assemblea nazionale costituente (Anc) con l’indizione d'immediate elezioni. Finora hanno sospeso le proprie attività in parlamento 73 deputati su un totale di 217, paralizzandone i lavori.
Nelle ultime ore, la direzione di Ennahda ha ammorbidito le proprie posizioni. Dopo aver respinto ogni possibile scioglimento del governo, alti esponenti del partito della Fratellanza Musulmana si sono detti “aperti a tutte le proposte per raggiungere un accordo sulla formazione di un gabinetto di unione o di salvezza nazionale” ha dichiarato Ameur Larayedh. Parole accolte come un segnale di apertura verso le rivendicazioni dell’opposizione ma anche di Ettakatol, uno dei tre partiti dell’attuale coalizione di governo. “Invece la dissoluzione dell’Anc è una linea rossa da non varcare” ha precisato il dirigente di Ennahda. Anche il ministro dell’Interno, Lofti Ben Jeddou, altro indipendente in carica da quattro mesi, si è detto “sul punto di rassegnare le dimissioni”, invitando tutte le parti a “superare i propri egoismi per far fronte alle sfide e combattere il terrorismo”.
Nuove manifestazioni si sono registrate nella notte in Tunisia. In piazza sono scesi migliaia di tunisini, sia i sostenitori del governo e del partito di maggioranza Ennahda che gli oppositori. I primi si sono radunati a Tunisi nella zona di piazza del Bardo, davanti alla sede dell'Assemblea nazionale costituente.
A Tunisi ieri sera migliaia di persone hanno commemorato gli otto soldati uccisi sul monte Chaambi per mano di un gruppo armato islamista. La gente è affluita in piccoli gruppi davanti al palazzo del Ministero della Difesa, alla Kasba, e molti portavano candele, oltre a bandiere nazionali. Alla manifestazione hanno preso parte giovani e giovanissimi e tante donne e molti non sono riusciti a trattenere le lacrime. La gente, quando la piazza si è riempita, ha recitato una fatiha, una preghiera in ricordo dei soldati assassinati. Dopo che la militante dei diritti dell'Uomo e avvocato Leila Ben Debba ha indirizzato un breve messaggio alla folla ed è stato osservato un minuto di silenzio, i manifestanti hanno cantato l'inno nazionale. Ma poi dalla folla si sono levati slogan contro il partito islamico Ennahda ed il suo leader Rached Gannouchi, bollato come assassino.
Il principale sindacato tunisino, l'Ugtt (Unione generale dei lavoratori tunisini), ha rinnovato il proprio appello per l'organizzazione di proteste ''pacifiche'' contro il ''terrorismo'' in tutto il Paese. Ma non sempre le proteste contro il governo sono pacifiche: un gruppo di manifestanti ha preso d'assalto gli uffici del partito tunisino al potere nella città di Ghardimaou, nel nordovest della Tunisia; per bloccare i dimostranti le forze di sicurezza sono intervenute duramente.
Oltre alla crisi politica causata dall’uccisione di Brahmi e prima ancora del leader comunista Chokri Belaid la Tunisia sta facendo i conti con i continui attacchi e attentati di gruppi armati islamisti legati alla rete di Al Qaeda. Nelle ultime ore nella regione del monte Chaambi (ovest), al confine con l’Algeria, la tensione è nuovamente cresciuta. Ieri nella zona sono state segnalate violente sparatorie tra truppe d'elite tunisine ed una formazione armata islamista. Quando l'eco delle sparatorie è giunta nei villaggi ai piedi del monte, decine di uomini, armati di bastoni, pugnali e coltelli sono corsi verso le zone degli scontri per schierarsi accanto ai soldati, e si sono udite anche delle detonazioni, provocate probabilmente dallo scoppio di mine. Potrebbe trattarsi di ordigni artigianali che i terroristi hanno disseminato nella zona e che hanno già fatto delle vittime tra i militari e feriti tra i civili. Una bomba controllata a distanza è esplosa stamattina all'alba al passaggio di una pattuglia della Guardia Nazionale tunisina nei pressi di Mamdhia, a sud di Tunisi, senza tuttavia provocare vittime.
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Ha rassegnato le dimissioni il ministro dell’Istruzione, Salem Labyedh, professore di sociologia e tecnocrate laico, che era entrato a far parte del governo tunisino nel marzo scorso. Labyedh ha dichiarato che la sua decisione è stata motivata dall’uccisione, una settimana fa, del deputato nazionalista di sinistra Mohamed Brahmi. L’opposizione, a cominciare dal Movimento popolare, partito laico di cui Brahmi era il leader, punta il dito contro gli islamisti di Ennahda al governo, accusati di essere i mandanti o comunque di coprire e tollerare le aggressioni e le scorribande dei commandos salafiti.
Da diversi giorni proteste di strada si svolgono nel paese del Nord Africa nelle ore serali, quando si interrompe il digiuno del ramadan: i manifestanti dell'opposizione chiedono le dimissioni dell’intero governo, la formazione di un esecutivo di unione nazionale e la dissoluzione dell’Assemblea nazionale costituente (Anc) con l’indizione d'immediate elezioni. Finora hanno sospeso le proprie attività in parlamento 73 deputati su un totale di 217, paralizzandone i lavori.
Nelle ultime ore, la direzione di Ennahda ha ammorbidito le proprie posizioni. Dopo aver respinto ogni possibile scioglimento del governo, alti esponenti del partito della Fratellanza Musulmana si sono detti “aperti a tutte le proposte per raggiungere un accordo sulla formazione di un gabinetto di unione o di salvezza nazionale” ha dichiarato Ameur Larayedh. Parole accolte come un segnale di apertura verso le rivendicazioni dell’opposizione ma anche di Ettakatol, uno dei tre partiti dell’attuale coalizione di governo. “Invece la dissoluzione dell’Anc è una linea rossa da non varcare” ha precisato il dirigente di Ennahda. Anche il ministro dell’Interno, Lofti Ben Jeddou, altro indipendente in carica da quattro mesi, si è detto “sul punto di rassegnare le dimissioni”, invitando tutte le parti a “superare i propri egoismi per far fronte alle sfide e combattere il terrorismo”.
Nuove manifestazioni si sono registrate nella notte in Tunisia. In piazza sono scesi migliaia di tunisini, sia i sostenitori del governo e del partito di maggioranza Ennahda che gli oppositori. I primi si sono radunati a Tunisi nella zona di piazza del Bardo, davanti alla sede dell'Assemblea nazionale costituente.
A Tunisi ieri sera migliaia di persone hanno commemorato gli otto soldati uccisi sul monte Chaambi per mano di un gruppo armato islamista. La gente è affluita in piccoli gruppi davanti al palazzo del Ministero della Difesa, alla Kasba, e molti portavano candele, oltre a bandiere nazionali. Alla manifestazione hanno preso parte giovani e giovanissimi e tante donne e molti non sono riusciti a trattenere le lacrime. La gente, quando la piazza si è riempita, ha recitato una fatiha, una preghiera in ricordo dei soldati assassinati. Dopo che la militante dei diritti dell'Uomo e avvocato Leila Ben Debba ha indirizzato un breve messaggio alla folla ed è stato osservato un minuto di silenzio, i manifestanti hanno cantato l'inno nazionale. Ma poi dalla folla si sono levati slogan contro il partito islamico Ennahda ed il suo leader Rached Gannouchi, bollato come assassino.
Il principale sindacato tunisino, l'Ugtt (Unione generale dei lavoratori tunisini), ha rinnovato il proprio appello per l'organizzazione di proteste ''pacifiche'' contro il ''terrorismo'' in tutto il Paese. Ma non sempre le proteste contro il governo sono pacifiche: un gruppo di manifestanti ha preso d'assalto gli uffici del partito tunisino al potere nella città di Ghardimaou, nel nordovest della Tunisia; per bloccare i dimostranti le forze di sicurezza sono intervenute duramente.
Oltre alla crisi politica causata dall’uccisione di Brahmi e prima ancora del leader comunista Chokri Belaid la Tunisia sta facendo i conti con i continui attacchi e attentati di gruppi armati islamisti legati alla rete di Al Qaeda. Nelle ultime ore nella regione del monte Chaambi (ovest), al confine con l’Algeria, la tensione è nuovamente cresciuta. Ieri nella zona sono state segnalate violente sparatorie tra truppe d'elite tunisine ed una formazione armata islamista. Quando l'eco delle sparatorie è giunta nei villaggi ai piedi del monte, decine di uomini, armati di bastoni, pugnali e coltelli sono corsi verso le zone degli scontri per schierarsi accanto ai soldati, e si sono udite anche delle detonazioni, provocate probabilmente dallo scoppio di mine. Potrebbe trattarsi di ordigni artigianali che i terroristi hanno disseminato nella zona e che hanno già fatto delle vittime tra i militari e feriti tra i civili. Una bomba controllata a distanza è esplosa stamattina all'alba al passaggio di una pattuglia della Guardia Nazionale tunisina nei pressi di Mamdhia, a sud di Tunisi, senza tuttavia provocare vittime.
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Sentenza Mediaset, Berlusconi e Napolitano spingono per riformare la giustizia
Dopo la condanna definitiva per l'ex premier nell'ambito del processo sui diritti tv, Giorgio Napolitano auspica un'accelerazione per cambiare il sistema giudiziario. E' la stessa preoccupazione del Cavaliere, che nel suo videomessaggio esprime gli stessi concetti del Capo dello Stato. E Letta tira un sospiro di sollievo, perché solo il governo di larghe intese può avere i numeri per una riforma così impegnativa
E ora la riforma della Giustizia. Lo dice il Colle, lo ribadisce il Cavaliere (quasi a raccogliere un assist del capo dello Stato), lo ripete a perdifiato tutto il Popolo della Libertà nelle ore successive al giudizio di terzo grado che ha reso Silvio Berlusconi un pregiudicato. Ma su quali direttive lavorare per modificare il sistema giudiziario? La strada è tracciata, sempre dal Colle: la riforma deve seguire il modello predisposto da dieci saggi bipartisan scelti dal presidente Napolitano. Cosa prevedeva la bozza? Csm maggiormente controllato dalla politica nell’azione disciplinare contro i magistrati, limiti più stringenti alla durata delle indagini, limiti anche all’uso delle intercettazioni telefoniche. Insomma, temi e provvedimenti assai graditi dall’entourage berlusconiano. Non solo per i contenuti, ma anche per i tempi. Perché, dopo la sentenza che ha condannato definitivamente il leader del partito a 4 anni di reclusione per frode fiscale, è proprio lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a diramare un comunicato che, oltre a reclamare la stabilità del governo, auspica “che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso”.
Napolitano giustifica l’auspicio con il fatto che “attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all’attesa della sentenza il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti”. Un richiamo alla riforma della giustizia, insomma, proprio nel giorno in cui la giustizia colpisce duro il leader del Pdl. Che nel suo videomessaggio registrato dopo la condanna, dice esattamente la stessa cosa: “Diremo agli italiani di darci la maggioranza per modernizzare il Paese a partire dalla più indispensabile che è quella della giustizia per evitare che un cittadino sia privato della libertà”. Una sorta di comunione di intenti, quella tra Napolitano e Berlusconi, che non può che far piacere al premier Enrico Letta. Dopo l’iniziale preoccupazione (“Ora prevalgano gli interessi del Paese sugli interessi di parte” aveva detto il capo del governo subito dopo la sentenza), infatti, la convergenza sulla riforma della giustizia potrebbe allungare la vita dell’esecutivo. Perché, inutile nasconderlo, il governo delle larghe intese è l’unico in grado di avere i numeri per partorire un cambiamento così importante e impegnativo come quello del sistema giudiziario. L’altra faccia della medaglia, tuttavia, dice anche altro. I precedenti non mancano: quando si mette mano a una profonda revisione dei meccanismi penali, molte cose possono succedere e molte nuove norme possono essere introdotte. Senza dimenticare che, come è accaduto con il varo del nuovo codice di procedura penale del 1989, le grandi riforme della giustizia si accompagnano bene a un’amnistia.
Fonte
Nemmeno 24 ore fa scrivevo del potere contrattuale ancora in mano a Berlusconi ed ecco arrivare bel bello Napolitano ad auspicare la riforma della giustizia. Non saprei cos'altro potrebbero essere questi sono non chiari segnali d'inciucio aventi l'obiettivo di cementare alla guida del paese una classe dirigente ormai sempre più eversiva, altro che i No TAV terroristi.
E ora la riforma della Giustizia. Lo dice il Colle, lo ribadisce il Cavaliere (quasi a raccogliere un assist del capo dello Stato), lo ripete a perdifiato tutto il Popolo della Libertà nelle ore successive al giudizio di terzo grado che ha reso Silvio Berlusconi un pregiudicato. Ma su quali direttive lavorare per modificare il sistema giudiziario? La strada è tracciata, sempre dal Colle: la riforma deve seguire il modello predisposto da dieci saggi bipartisan scelti dal presidente Napolitano. Cosa prevedeva la bozza? Csm maggiormente controllato dalla politica nell’azione disciplinare contro i magistrati, limiti più stringenti alla durata delle indagini, limiti anche all’uso delle intercettazioni telefoniche. Insomma, temi e provvedimenti assai graditi dall’entourage berlusconiano. Non solo per i contenuti, ma anche per i tempi. Perché, dopo la sentenza che ha condannato definitivamente il leader del partito a 4 anni di reclusione per frode fiscale, è proprio lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a diramare un comunicato che, oltre a reclamare la stabilità del governo, auspica “che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso”.
Napolitano giustifica l’auspicio con il fatto che “attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all’attesa della sentenza il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti”. Un richiamo alla riforma della giustizia, insomma, proprio nel giorno in cui la giustizia colpisce duro il leader del Pdl. Che nel suo videomessaggio registrato dopo la condanna, dice esattamente la stessa cosa: “Diremo agli italiani di darci la maggioranza per modernizzare il Paese a partire dalla più indispensabile che è quella della giustizia per evitare che un cittadino sia privato della libertà”. Una sorta di comunione di intenti, quella tra Napolitano e Berlusconi, che non può che far piacere al premier Enrico Letta. Dopo l’iniziale preoccupazione (“Ora prevalgano gli interessi del Paese sugli interessi di parte” aveva detto il capo del governo subito dopo la sentenza), infatti, la convergenza sulla riforma della giustizia potrebbe allungare la vita dell’esecutivo. Perché, inutile nasconderlo, il governo delle larghe intese è l’unico in grado di avere i numeri per partorire un cambiamento così importante e impegnativo come quello del sistema giudiziario. L’altra faccia della medaglia, tuttavia, dice anche altro. I precedenti non mancano: quando si mette mano a una profonda revisione dei meccanismi penali, molte cose possono succedere e molte nuove norme possono essere introdotte. Senza dimenticare che, come è accaduto con il varo del nuovo codice di procedura penale del 1989, le grandi riforme della giustizia si accompagnano bene a un’amnistia.
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Nemmeno 24 ore fa scrivevo del potere contrattuale ancora in mano a Berlusconi ed ecco arrivare bel bello Napolitano ad auspicare la riforma della giustizia. Non saprei cos'altro potrebbero essere questi sono non chiari segnali d'inciucio aventi l'obiettivo di cementare alla guida del paese una classe dirigente ormai sempre più eversiva, altro che i No TAV terroristi.
L’Egitto sull’orlo della guerra civile
di Michele Paris
La nuova durissima ondata di repressione messa in atto dai militari in Egitto nei giorni scorsi sta provocando forti inquietudini tra i governi europei e quello degli Stati Uniti, preoccupati per una possibile totale destabilizzazione del paese nordafricano e della regione mediorientale in seguito all’aggravarsi degli scontri tra i sostenitori del deposto presidente islamista Mohamed Mursi e il regime golpista.
Dopo le violenze del fine settimana, nella giornata di lunedì il capo della diplomazia UE, Catherine Ashton, è giunta al Cairo ufficialmente per promuovere un piano di riconciliazione e, soprattutto, provare a convincere i vertici dei Fratelli Musulmani ad appoggiare la “transizione” politica in corso entrando a fare parte del governo provvisorio.
Nella capitale egiziana la Ashton ha incontrato il numero uno delle Forze Armate, generale Abdel Fattah al-Sisi, il presidente ad interim, Adly Mansour, il suo vice, Mohamed El Baradei, e i dirigenti rimasti in libertà del partito Libertà e Giustizia, cioè il braccio politico dei Fratelli Musulmani. Secondo un comunicato ufficiale rilasciato dall’ufficio della responsabile della politica estera di Bruxelles, lo scopo della visita sarebbe quello di fare pressione per mettere in moto “un processo di transizione che includa tutte le forze politiche, compresi i Fratelli Musulmani”.
Chiaramente, l’obiettivo dell’Occidente è quello di mettere fine alle manifestazioni di piazza e al confronto tra sostenitori e oppositori di Mursi, così da dare una qualche stabilità all’Egitto e conferire una parvenza di legittimità al regime installato dopo il colpo di stato del 3 luglio scorso.
Dagli Stati Uniti, inoltre, sono giunti in questi giorni moderati appelli al rispetto delle proteste pacifiche e a porre fine alle violenze contro coloro che chiedono il reinsediamento di Mursi. Gli inviti ai militari da parte dell’amministrazione Obama, tuttavia, continuano ovviamente ad essere molto più cauti rispetto, ad esempio, alle minacce esplicite lanciate in questi ultimi due anni ai regimi di Libia o Siria.
I membri del governo americano, dopo avere dato con ogni probabilità il via libera al golpe contro i Fratelli Musulmani, continuano infatti a rimanere in contatto con i leader militari e del governo provvisorio. Il segretario di Stato, John Kerry, e quello della Difesa, Chuck Hagel, già nella giornata di sabato avevano parlato al telefono rispettivamente con il ministro degli Esteri, Nabil Fahmy, e con lo stesso generale al-Sisi, secondo i media ufficiali per esprimere la loro apprensione in merito alle violenze in corso nel paese.
Hagel, in particolare, avrebbe detto all’attuale uomo forte al Cairo che la repressione ai danni dei Fratelli Musulmani rischia di spingere nuovamente il movimento islamista nella clandestinità, con la minaccia di innescare un sanguinoso e protratto conflitto armato contro il regime.
Dopo
avere approvato l’intervento dei militari per rimuovere un governo
eletto profondamente impopolare e obiettivo di manifestazioni di
protesta oceaniche, gli Stati Uniti avevano senza dubbio messo in
preventivo un certo livello di violenza in seguito alla repressione che
sarebbe seguita all’estromissione di Mursi dal potere. Washington,
tuttavia, si ritrova ora a sostenere un regime militare che ha già fatto
centinaia di vittime in poco meno di un mese e che rischia di perdere
la legittimità assicuratagli dalla collaborazione delle formazioni
politiche secolari e pseudo-democratiche che erano all’opposizione
durante il breve governo dell’ex presidente Mursi.
Se la marcia andata in scena venerdì scorso in risposta all’appello del generale al-Sisi - il quale aveva chiesto una sorta di “mandato popolare” per reprimere la violenza e il “terrorismo” - ha visto la partecipazione di milioni di egiziani, molti di questi ultimi potrebbero finire ben presto per perdere ogni fiducia nei militari, una volta manifestatasi pienamente la natura reazionaria del loro progetto.
Le prime proteste contro il nuovo regime da parte di alcune formazioni politiche che avevano mobilitato la popolazione contro Mursi sono così giunte in questi giorni in seguito non solo all’inasprirsi della repressione ma anche alla decisione presa domenica dal governo di consentire alle forze armate di arrestare civili. Secondo alcuni osservatori, in caso di un ulteriore aggravamento dello scontro, questo provvedimento potrebbe essere il preludio all’imposizione dello “stato di emergenza”, strumento con il quale per decenni Mubarak aveva represso il dissenso interno.
Una prospettiva di questo genere, con il ricorso anche formale da parte dei militari ai metodi dittatoriali del regime travolto dalla mobilitazione popolare nel 2011, smaschererebbe definitivamente i reali scrupoli per i principi democratici sia degli Stati Uniti che degli stessi partiti secolari egiziani, entrambi responsabili di avere fornito la copertura politica necessaria per la messa in atto del colpo di stato anti-Mursi e della successiva sanguinosa repressione.
Gli Stati Uniti e i loro alleati, in ogni caso, sembrano essersi messi in moto per riportare i Fratelli Musulmani all’interno del quadro politico emerso dopo il golpe del 3 luglio. Secondo quanto riportato lunedì dal Wall Street Journal, il governo di Washington, anche attraverso “emissari” del Qatar - la cui casa regnante era il principale sostenitore del governo Mursi - avrebbe fatto pervenire messaggi distensivi ai vertici dei Fratelli Musulmani, assicurandoli che nonostante la rimozione dell’ormai ex presidente esisterebbe ancora la possibilità per loro di avere un futuro politico in Egitto.
Questa prospettiva - alquanto improbabile visto il livello delle tensioni di queste settimane - potrebbe concretizzarsi se l’organizzazione islamista decidesse di abbandonare lo scontro di piazza e partecipare al processo di “riconciliazione” con i militari e le formazioni secolari. I Fratelli Musulmani, d’altra parte, durante i dodici mesi al potere avevano mostrato una certa disponibilità ad assecondare gli interessi strategici occidentali e quelli degli ambienti finanziari internazionali.
Gli
alti ufficiali egiziani continuano comunque a mantenere un
atteggiamento tutt’altro che di apertura verso i Fratelli Musulmani.
Anche per le violenze e le almeno 80 vittime degli scontri del fine
settimana, il regime ha infatti assegnato la responsabilità alle
provocazioni dei manifestanti islamisti, nonostante, ad esempio, la
presenza riscontrata su molti corpi di segni di vere e proprie
esecuzioni commesse dai servizi di sicurezza. Allo stesso modo,
esponenti dei Fratelli Musulmani e di altri partiti islamisti moderati
vengono arrestati senza sosta con l’accusa di avere incitato le violenze
di questi giorni.
Gli Stati Uniti, da parte loro, malgrado gli appelli pubblici alla moderazione proseguono nel propagandare il colpo di stato come un “processo di transizione verso la democrazia”, avallando perciò di fatto la repressione dei militari. A parte gli inviti ad evitare gli eccessi di violenza, l’unico reale provvedimento che l’amministrazione Obama ha preso finora per “punire” le Forze Armate egiziane sarebbe la sospensione annunciata la settimana scorsa della fornitura di 4 aerei da guerra F-16.
Come è noto, il governo statunitense ha invece deliberatamente aggirato una propria legge che impone lo stop a qualsiasi aiuto finanziario ad un regime golpista semplicemente evitando di bollare la rimozione di Mursi come un colpo di stato. In questo modo, Washington continuerà ad elargire il miliardo e mezzo di dollari all’anno con cui ricompensa la classe dirigente egiziana - a cominciare dai militari - per i servizi resi agli interessi americani nella regione.
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La nuova durissima ondata di repressione messa in atto dai militari in Egitto nei giorni scorsi sta provocando forti inquietudini tra i governi europei e quello degli Stati Uniti, preoccupati per una possibile totale destabilizzazione del paese nordafricano e della regione mediorientale in seguito all’aggravarsi degli scontri tra i sostenitori del deposto presidente islamista Mohamed Mursi e il regime golpista.
Dopo le violenze del fine settimana, nella giornata di lunedì il capo della diplomazia UE, Catherine Ashton, è giunta al Cairo ufficialmente per promuovere un piano di riconciliazione e, soprattutto, provare a convincere i vertici dei Fratelli Musulmani ad appoggiare la “transizione” politica in corso entrando a fare parte del governo provvisorio.
Nella capitale egiziana la Ashton ha incontrato il numero uno delle Forze Armate, generale Abdel Fattah al-Sisi, il presidente ad interim, Adly Mansour, il suo vice, Mohamed El Baradei, e i dirigenti rimasti in libertà del partito Libertà e Giustizia, cioè il braccio politico dei Fratelli Musulmani. Secondo un comunicato ufficiale rilasciato dall’ufficio della responsabile della politica estera di Bruxelles, lo scopo della visita sarebbe quello di fare pressione per mettere in moto “un processo di transizione che includa tutte le forze politiche, compresi i Fratelli Musulmani”.
Chiaramente, l’obiettivo dell’Occidente è quello di mettere fine alle manifestazioni di piazza e al confronto tra sostenitori e oppositori di Mursi, così da dare una qualche stabilità all’Egitto e conferire una parvenza di legittimità al regime installato dopo il colpo di stato del 3 luglio scorso.
Dagli Stati Uniti, inoltre, sono giunti in questi giorni moderati appelli al rispetto delle proteste pacifiche e a porre fine alle violenze contro coloro che chiedono il reinsediamento di Mursi. Gli inviti ai militari da parte dell’amministrazione Obama, tuttavia, continuano ovviamente ad essere molto più cauti rispetto, ad esempio, alle minacce esplicite lanciate in questi ultimi due anni ai regimi di Libia o Siria.
I membri del governo americano, dopo avere dato con ogni probabilità il via libera al golpe contro i Fratelli Musulmani, continuano infatti a rimanere in contatto con i leader militari e del governo provvisorio. Il segretario di Stato, John Kerry, e quello della Difesa, Chuck Hagel, già nella giornata di sabato avevano parlato al telefono rispettivamente con il ministro degli Esteri, Nabil Fahmy, e con lo stesso generale al-Sisi, secondo i media ufficiali per esprimere la loro apprensione in merito alle violenze in corso nel paese.
Hagel, in particolare, avrebbe detto all’attuale uomo forte al Cairo che la repressione ai danni dei Fratelli Musulmani rischia di spingere nuovamente il movimento islamista nella clandestinità, con la minaccia di innescare un sanguinoso e protratto conflitto armato contro il regime.
Se la marcia andata in scena venerdì scorso in risposta all’appello del generale al-Sisi - il quale aveva chiesto una sorta di “mandato popolare” per reprimere la violenza e il “terrorismo” - ha visto la partecipazione di milioni di egiziani, molti di questi ultimi potrebbero finire ben presto per perdere ogni fiducia nei militari, una volta manifestatasi pienamente la natura reazionaria del loro progetto.
Le prime proteste contro il nuovo regime da parte di alcune formazioni politiche che avevano mobilitato la popolazione contro Mursi sono così giunte in questi giorni in seguito non solo all’inasprirsi della repressione ma anche alla decisione presa domenica dal governo di consentire alle forze armate di arrestare civili. Secondo alcuni osservatori, in caso di un ulteriore aggravamento dello scontro, questo provvedimento potrebbe essere il preludio all’imposizione dello “stato di emergenza”, strumento con il quale per decenni Mubarak aveva represso il dissenso interno.
Una prospettiva di questo genere, con il ricorso anche formale da parte dei militari ai metodi dittatoriali del regime travolto dalla mobilitazione popolare nel 2011, smaschererebbe definitivamente i reali scrupoli per i principi democratici sia degli Stati Uniti che degli stessi partiti secolari egiziani, entrambi responsabili di avere fornito la copertura politica necessaria per la messa in atto del colpo di stato anti-Mursi e della successiva sanguinosa repressione.
Gli Stati Uniti e i loro alleati, in ogni caso, sembrano essersi messi in moto per riportare i Fratelli Musulmani all’interno del quadro politico emerso dopo il golpe del 3 luglio. Secondo quanto riportato lunedì dal Wall Street Journal, il governo di Washington, anche attraverso “emissari” del Qatar - la cui casa regnante era il principale sostenitore del governo Mursi - avrebbe fatto pervenire messaggi distensivi ai vertici dei Fratelli Musulmani, assicurandoli che nonostante la rimozione dell’ormai ex presidente esisterebbe ancora la possibilità per loro di avere un futuro politico in Egitto.
Questa prospettiva - alquanto improbabile visto il livello delle tensioni di queste settimane - potrebbe concretizzarsi se l’organizzazione islamista decidesse di abbandonare lo scontro di piazza e partecipare al processo di “riconciliazione” con i militari e le formazioni secolari. I Fratelli Musulmani, d’altra parte, durante i dodici mesi al potere avevano mostrato una certa disponibilità ad assecondare gli interessi strategici occidentali e quelli degli ambienti finanziari internazionali.
Gli Stati Uniti, da parte loro, malgrado gli appelli pubblici alla moderazione proseguono nel propagandare il colpo di stato come un “processo di transizione verso la democrazia”, avallando perciò di fatto la repressione dei militari. A parte gli inviti ad evitare gli eccessi di violenza, l’unico reale provvedimento che l’amministrazione Obama ha preso finora per “punire” le Forze Armate egiziane sarebbe la sospensione annunciata la settimana scorsa della fornitura di 4 aerei da guerra F-16.
Come è noto, il governo statunitense ha invece deliberatamente aggirato una propria legge che impone lo stop a qualsiasi aiuto finanziario ad un regime golpista semplicemente evitando di bollare la rimozione di Mursi come un colpo di stato. In questo modo, Washington continuerà ad elargire il miliardo e mezzo di dollari all’anno con cui ricompensa la classe dirigente egiziana - a cominciare dai militari - per i servizi resi agli interessi americani nella regione.
Fonte
La guerra del petrolio tra curdi e qaedisti
Ha raccolto promesse di finanziamenti e di rifornimenti di armi durante il suo recente tour in terra americana Ahmed al Jarba,
leader delle Coalizione nazionale (Cn), il principale raggruppamento
dell'opposizione siriana. Jarba, ieri in Qatar (il più generoso tra gli
sponsor dei ribelli armati), in questi ultimi giorni non ha mancato di
rilasciare le dichiarazioni che i suoi interlocutori volevano ascoltare:
nascerà una Siria democratica, nessuno spazio agli estremismi, diritti
per tutti. Ha pure promesso la costituzione di un governo «alternativo» a
quello di Damasco entro la fine di agosto e si è detto pronto a
negoziare con rappresentanti del presidente Bashar Assad quando si terrà
la conferenza «Ginevra 2» sulla Siria (alla quale però egli stesso
afferma non credere). Ma di quale Siria parla Jarba?
Sul terreno le indicazioni sono ben altre rispetto a quelle che il leader dell'opposizione riferisce ai suoi sponsor internazionali e regionali. L'Esercito governativo mantiene l'iniziativa e dopo la riconquista (con l'aiuto dei combattenti libanesi di Hezbollah) di Qusayr a inizio giugno è ora sul punto di riprendere tutta Homs, la terza città della Siria, e sembra tenere sotto controllo gli attacchi dei ribelli nei sobborghi di Damasco.
Le truppe agli ordini di Assad perciò stanno consolidando il controllo del centro-sud del Paese permettendo al presidente di andare alla (possibile) conferenza di Ginevra 2 in condizioni politico-diplomatiche migliori, almeno rispetto a un anno fa. Oltre a garantire la possibile costituzione di quello Stato alawita (ma anche per cristiani) al quale, secondo gli analisti, Assad potrebbe dare vita a Latakiya e lungo la costa mediterranea se le cose dovessero mettersi male. Il presidente siriano oggi si e' mostrato ottimista, dicendosi sicuro della vittoria sui ribelli armati.
Peraltro l'esecutivo della Cn non pare destinato ad «amministrare» anche il nord-est della Siria dove la sua ipotetica gestione si scontra con i progetti delle due forze - militarmente superiori al fragile Esercito libero siriano (Els) punto di riferimento degli Usa e dei governi europei - che da giorni si combattono con ferocia per dare vita a due entità territoriali diverse: i curdi decisi a rendersi autonomi (da Damasco e dalla Cn) e i qaedisti di Jabhat al-Nusra, Stato Islamico in Iraq e Siria (Siis) e sigle simili, pronti a proclamare la nascita di un emirato. Una battaglia che ha per premio ambito il controllo dei giacimenti di petrolio.
La guerra per i principali campi petroliferi di Rmeilan e Suwaidiyah (150 mila barili al giorno) non conosce soste. Dopo aver fallito la presa di Ras al-Ain, i qaedisti martedì hanno assassinato nei pressi di Qamishli (Hasakeh), Issa Hisso, un alto comandante curdo dei Comitati di Difesa Popolare del Pyd, il partito alleato del Pkk di Abdallah Ocalan. Pronta la reazione delle milizie curde che hanno chiamato alla mobilitazione generale contro Nusra e Siis. In quelle regioni la Cn non ha alcuna voce in capitolo e può contare solo sull'alleaza con clan arabi locali.
I combattenti del Pyd da parte loro rafforzano il controllo dei giacimenti di Rmeilan e qualche giorno fa hanno respinto un attacco di circa 500 miliziani di Jabhat al-Nusra. Damasco lascia fare, perchè questo scontro di riflesso indebolisce proprio la Cn e l'Els, che resteano fuori dai giochi. Non a caso l'aviazione siriana è intervenuta bombardando postazioni islamiste, in particolare il 29 luglio a Tel Abyad. A nulla è servito peraltro l'intervento armato del potente clan arabo Shummar a sostegno dei qaedisti. I guerriglieri curdi si confermano superiori - pare anche grazie a rifornimenti di armi che arrivano dal Pkk e all'appoggio popolare diffuso di cui godono - e hanno respinto altre formazioni arabe islamiste come Ahrar al-Sham, Ahrar Ghoweiran, le Brigate dei Siriani Liberi e la Brigata Umma. Per rappresaglia i qaedisti hanno dato fuoco, prima di abbandonarli, ai pozzi di Ward e Tym.
Dovessero conservare il controllo dei giacimenti, i curdi potrebbero rilanciare l'intesa non scritta che per un periodo ha permesso a Damasco di garantirsi il flusso del petrolio verso il centro della Siria, prima che le formazioni islamiste sabotassero gli oleodotti. Ben diverso è il disegno del Jabhat al-Nusra e del Siis che sul quel petrolio puntano per garantirsi la sostenibilità delle loro «amministrazioni», a cominciare da Raqqa.
Fonte
Sul terreno le indicazioni sono ben altre rispetto a quelle che il leader dell'opposizione riferisce ai suoi sponsor internazionali e regionali. L'Esercito governativo mantiene l'iniziativa e dopo la riconquista (con l'aiuto dei combattenti libanesi di Hezbollah) di Qusayr a inizio giugno è ora sul punto di riprendere tutta Homs, la terza città della Siria, e sembra tenere sotto controllo gli attacchi dei ribelli nei sobborghi di Damasco.
Le truppe agli ordini di Assad perciò stanno consolidando il controllo del centro-sud del Paese permettendo al presidente di andare alla (possibile) conferenza di Ginevra 2 in condizioni politico-diplomatiche migliori, almeno rispetto a un anno fa. Oltre a garantire la possibile costituzione di quello Stato alawita (ma anche per cristiani) al quale, secondo gli analisti, Assad potrebbe dare vita a Latakiya e lungo la costa mediterranea se le cose dovessero mettersi male. Il presidente siriano oggi si e' mostrato ottimista, dicendosi sicuro della vittoria sui ribelli armati.
Peraltro l'esecutivo della Cn non pare destinato ad «amministrare» anche il nord-est della Siria dove la sua ipotetica gestione si scontra con i progetti delle due forze - militarmente superiori al fragile Esercito libero siriano (Els) punto di riferimento degli Usa e dei governi europei - che da giorni si combattono con ferocia per dare vita a due entità territoriali diverse: i curdi decisi a rendersi autonomi (da Damasco e dalla Cn) e i qaedisti di Jabhat al-Nusra, Stato Islamico in Iraq e Siria (Siis) e sigle simili, pronti a proclamare la nascita di un emirato. Una battaglia che ha per premio ambito il controllo dei giacimenti di petrolio.
La guerra per i principali campi petroliferi di Rmeilan e Suwaidiyah (150 mila barili al giorno) non conosce soste. Dopo aver fallito la presa di Ras al-Ain, i qaedisti martedì hanno assassinato nei pressi di Qamishli (Hasakeh), Issa Hisso, un alto comandante curdo dei Comitati di Difesa Popolare del Pyd, il partito alleato del Pkk di Abdallah Ocalan. Pronta la reazione delle milizie curde che hanno chiamato alla mobilitazione generale contro Nusra e Siis. In quelle regioni la Cn non ha alcuna voce in capitolo e può contare solo sull'alleaza con clan arabi locali.
I combattenti del Pyd da parte loro rafforzano il controllo dei giacimenti di Rmeilan e qualche giorno fa hanno respinto un attacco di circa 500 miliziani di Jabhat al-Nusra. Damasco lascia fare, perchè questo scontro di riflesso indebolisce proprio la Cn e l'Els, che resteano fuori dai giochi. Non a caso l'aviazione siriana è intervenuta bombardando postazioni islamiste, in particolare il 29 luglio a Tel Abyad. A nulla è servito peraltro l'intervento armato del potente clan arabo Shummar a sostegno dei qaedisti. I guerriglieri curdi si confermano superiori - pare anche grazie a rifornimenti di armi che arrivano dal Pkk e all'appoggio popolare diffuso di cui godono - e hanno respinto altre formazioni arabe islamiste come Ahrar al-Sham, Ahrar Ghoweiran, le Brigate dei Siriani Liberi e la Brigata Umma. Per rappresaglia i qaedisti hanno dato fuoco, prima di abbandonarli, ai pozzi di Ward e Tym.
Dovessero conservare il controllo dei giacimenti, i curdi potrebbero rilanciare l'intesa non scritta che per un periodo ha permesso a Damasco di garantirsi il flusso del petrolio verso il centro della Siria, prima che le formazioni islamiste sabotassero gli oleodotti. Ben diverso è il disegno del Jabhat al-Nusra e del Siis che sul quel petrolio puntano per garantirsi la sostenibilità delle loro «amministrazioni», a cominciare da Raqqa.
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Detroit, le macerie del sogno americano
di Michele Paris
Il procedimento fallimentare avviato il 18 luglio scorso dalla città di Detroit ha superato una serie di ostacoli legali negli ultimi giorni e sembra essere destinato ad una soluzione che finirà per devastare ulteriormente le condizioni di vita di decine di migliaia di dipendenti ed ex dipendenti municipali, così come della maggior parte degli abitanti della metropoli del Michigan che vedranno sparire i servizi pubblici essenziali rimasti finora in vita.
Con un indebitamento di oltre 18 miliardi di dollari, la situazione di Detroit continua incessantemente ad essere presentata da politici e media ufficiali come il risultato di politiche di spesa irresponsabili, a cominciare dal mantenimento di pensioni e programmi di assistenza sanitaria troppo “generosi” per coloro che lavorano o hanno lavorato per la città. Questo genere di propaganda serve sostanzialmente a giustificare gli attacchi senza precedenti che verranno portati ai “benefit” conquistati dai dipendenti pubblici di Detroit, così da garantire il pagamento dei bond municipali detenuti in gran parte da banche e fondi di investimento.
Sull’istanza di fallimento, in ogni caso, nonostante il via libera dei tribunali continuano a pesare forti riserve legali. La stessa presentazione dei documenti necessari per avviare il procedimento è stata segnata dal comportamento a dir poco scorretto dell’amministratore straordinario della città, Kevyn Orr, e del governatore del Michigan, Rick Snyder.
Quando era apparsa chiara l’intenzione di presentare domanda di fallimento, i legali dei fondi pensione dei dipendenti municipali avevano immediatamente preparato una richiesta all’apposito tribunale per bloccare un procedimento ritenuto incostituzionale. La Costituzione dello stato del Michigan, infatti, protegge questo genere di pensioni, chiaramente nel mirino della ristrutturazione di Detroit. Per superare questo primo ostacolo, Orr e Snyder avevano allora chiesto ai legali dei fondi di attendere qualche minuto prima di presentare la loro richiesta e proprio in questo breve periodo di tempo l’amministratore straordinario e il governatore hanno potuto procedere indisturbati con la loro istanza di fallimento.
Il giorno successivo, poi, un giudice statale aveva giudicato effettivamente incostituzionale la domanda di fallimento della città di Detroit ma Orr e Snyder si sono subito rivolti alla Corte d’Appello del Michigan che ha a sua volta sospeso il primo verdetto. Alla fine, la settimana scorsa il giudice fallimentare Steven Rhodes ha di fatto respinto qualsiasi richiesta preventiva di congelare il procedimento avviato il 18 luglio, stabilendo che ogni controversia legale verrà affrontata durante il dibattimento in aula.
Quest’ultima
decisione ha così rappresentato una vittoria fondamentale per Orr e
Snyder, i quali avevano più volte affermato che le leggi federali sui
fallimenti devono prevalere anche sulle Costituzioni dei singoli stati.
Il giudice Rhodes, inoltre, finirà con ogni probabilità per dare il via
libera agli assalti alle pensioni, alla luce anche dei suoi precedenti
che nell’ultimo decennio lo hanno visto presiedere a procedimenti
fallimentari di svariate aziende del Michigan risolti nell’imposizione
di tagli a posti di lavoro e “benefit” vari dei loro dipendenti.
La prima udienza è fissata ora per il 2 agosto, quando il giudice Rhodes sarà chiamato a decidere sulla legittimità della richiesta di fallimento di Detroit. Successivamente, i legali della città dovranno dimostrare l’effettiva insolvenza e l’impossibilità di negoziare una ristrutturazione del proprio debito con i creditori.
Chi sarà a dover subire le conseguenze più pesanti del procedimento di fallimento è facile da prevedere, visto che circa la metà dell’indebitamento di Detroit deriva da fondi per le pensioni e l’assistenza sanitaria dei dipendenti municipali privi di copertura finanziaria.
La promessa fatta dalle autorità cittadine e dello stato del Michigan di volere trattare allo stesso modo i pensionati e gli investitori che detengono il debito di Detroit, imponendo tagli e perdite in maniera equa sembra essere di poco conforto. Innanzitutto, anche se questo impegno venisse rispettato, è evidente che gli effetti risulterebbero ben diversi per pensionati che vivono con poco più di mille dollari al mese e per banche che raccolgono profitti miliardari.
Inoltre, molti precedenti indicano come i possessori di bond municipali potrebbero ricevere un trattamento preferenziale, come accadde ad esempio nel caso del fallimento della città di Central Falls, nel Rhode Island, dove nel 2011 gli “investitori“ vennero in sostanza protetti dalle perdite mentre gli ex dipendenti municipali si videro ridurre le pensioni fino al 55%.
A fare le spese della ristrutturazione di Detroit saranno anche molti altri beni e servizi pubblici. L’intenzione dell’amministratore straordinario Orr è quella di privatizzare il più possibile, dal sistema di illuminazione cittadina ai trasporti pubblici, dalla raccolta rifiuti alla rete idrica. I parchi della città potrebbero inoltre finire in mano ai privati, così come gli animali dello zoo di Detroit.
Particolarmente inquietanti appaiono anche i piani che prospettano una svendita delle opere d’arte conservate al Detroit Institute of Art (DIA), una delle più grandi e meglio fornite gallerie municipali degli Stati Uniti. Tra le oltre 65 mila opere del museo spiccano lavori di Caravaggio, Picasso, Renoir e Van Gogh e la loro eventuale vendita sembra essere presa seriamente in considerazione.
A confermarlo è stata la notizia che la nota casa d’aste Christie’s già nel mese di giugno aveva effettuato una perizia sulla collezione del DIA, stimando un valore complessivo di parecchi miliardi di dollari. Pur avendo smentito di avere chiesto la valutazione, Orr ha lasciato intendere che a farlo potrebbe essere stato uno dei creditori della città e, comunque, lo stesso amministratore straordinario non ha escluso una futura vendita delle opere in dotazione del museo.
Ben
lontano dall’essere stato causato da quella che lo stesso Orr - già
rappresentante legale di Chrysler durante la bancarotta pilotata del
2009, nonché membro di uno studio legale che rappresenta svariate banche
di Wall Street creditrici di Detroit - ha definito “dipendenza da
debito”, il fallimento della città dell’automobile e, ancor prima, la
devastazione sociale che essa ha patito negli ultimi decenni, così come
il crollo demografico e l’impoverimento di massa hanno in realtà origini
ben diverse.
Questa traiettoria verso il baratro, condivisa da molte altre città del Midwest americano, è infatti principalmente il risultato del processo di de-industrializzazione attraversato dall’economia americana che ha colpito in maniera durissima il cuore produttivo d’America. Ciò si è accompagnato alla finanziarizzazione dell’economia e al drenaggio delle risorse pubbliche, dirottate sempre più verso l’arricchimento di una ristretta élite parassitaria al vertice della piramide sociale, con il conseguente allargamento a dismisura delle diseguaglianze di reddito nel paese e la pauperizzazione di intere città.
Il tracollo finanziario dell’autunno 2008 ha poi determinato un’ulteriore svolta, gettando in crisi compagnie private ed enti pubblici che, quando necessario, hanno avviato un processo di ristrutturazione che ha colpito nuovamente le fasce più deboli della popolazione. In questo scenario, nei casi più complicati e a maggiore rischio di scontro sociale sono stati i procedimenti fallimentari a rappresentare lo strumento per l’imposizione di misure che hanno conseguenze gravissime sulle condizioni di vita di milioni di persone.
In questa prospettiva, è semplice dedurre come il caso di Detroit rappresenti una sorta di modello da applicare a numerose altre grandi città americane in affanno per ridimensionare in maniera drammatica i rimanenti benefici e servizi pubblici garantiti alla popolazione. Come hanno riportato i media d’oltreoceano, perciò, su Detroit stanno tenendo gli occhi i leader di città come Chicago, Los Angeles, Cincinnati e molte altre ancora, tutte gravate da pericolosi livelli di indebitamento e con fondi pensione in rosso.
La devastazione che si prospetta per gli abitanti di Detroit avverrà infine senza che il governo federale muova un dito in loro soccorso. Se il governatore del Michigan ha deciso di non chiedere alcun piano di salvataggio a Washington, l’amministrazione Obama ha allo stesso modo escluso qualsiasi intervento per evitare il fallimento e le sofferenze di massa che seguiranno.
A ribadire la posizione intransigente della Casa Bianca sono stati alcuni esponenti di spicco del governo apparsi lo scorso fine settimana nei talk show americani, a cominciare dal segretario al Tesoro, Jack Lew. Quest’ultimo, in diretta su ABC News e CNN ha sostenuto che “le questioni tra Detroit e i suoi creditori” dovranno essere risolte esclusivamente tra le due parti.
Lo
stesso presidente Obama, in una recente apparizione in Illinois per
promuovere la propria immagine di difensore della classe media ha
significativamente evitato qualsiasi riferimento alla situazione di
Detroit, avallando di fatto l’istanza di fallimento avviata dalle
autorità locali ed escludendo un possibile “bailout” per rimettere in
sesto le finanze della città.
Malgrado l’estrema improbabilità di un piano di salvataggio per Detroit, in questi giorni alcuni membri del Congresso repubblicani hanno addirittura presentato proposte di legge per vietare in maniera esplicita un intervento del governo federale volto a sostenere municipalità sull’orlo del fallimento o semplicemente in difficoltà a causa di elevati livelli di indebitamento.
La fermezza con cui la classe politica americana mostra la propria insensibilità nei confronti della maggioranza della popolazione di Detroit si scontra clamorosamente con l’infinita disponibilità a soccorrere e assistere i grandi istituti finanziari. Questi ultimi, infatti, a differenza di lavoratori e pensionati a rischio povertà non solo hanno ottenuto un immediato pacchetto di emergenza pari a 700 miliardi di dollari dopo l’esplosione della crisi del 2008, ma godono anche di linee di credito super-agevolate e virtualmente illimitate, come il programma della Fed tuttora in vigore che, a fronte della presunta mancanza di denaro per i bisogni più urgenti della popolazione, continua ogni mese a mettere a disposizione della speculazione finanziaria qualcosa come 85 miliardi di dollari.
Fonte
Il procedimento fallimentare avviato il 18 luglio scorso dalla città di Detroit ha superato una serie di ostacoli legali negli ultimi giorni e sembra essere destinato ad una soluzione che finirà per devastare ulteriormente le condizioni di vita di decine di migliaia di dipendenti ed ex dipendenti municipali, così come della maggior parte degli abitanti della metropoli del Michigan che vedranno sparire i servizi pubblici essenziali rimasti finora in vita.
Con un indebitamento di oltre 18 miliardi di dollari, la situazione di Detroit continua incessantemente ad essere presentata da politici e media ufficiali come il risultato di politiche di spesa irresponsabili, a cominciare dal mantenimento di pensioni e programmi di assistenza sanitaria troppo “generosi” per coloro che lavorano o hanno lavorato per la città. Questo genere di propaganda serve sostanzialmente a giustificare gli attacchi senza precedenti che verranno portati ai “benefit” conquistati dai dipendenti pubblici di Detroit, così da garantire il pagamento dei bond municipali detenuti in gran parte da banche e fondi di investimento.
Sull’istanza di fallimento, in ogni caso, nonostante il via libera dei tribunali continuano a pesare forti riserve legali. La stessa presentazione dei documenti necessari per avviare il procedimento è stata segnata dal comportamento a dir poco scorretto dell’amministratore straordinario della città, Kevyn Orr, e del governatore del Michigan, Rick Snyder.
Quando era apparsa chiara l’intenzione di presentare domanda di fallimento, i legali dei fondi pensione dei dipendenti municipali avevano immediatamente preparato una richiesta all’apposito tribunale per bloccare un procedimento ritenuto incostituzionale. La Costituzione dello stato del Michigan, infatti, protegge questo genere di pensioni, chiaramente nel mirino della ristrutturazione di Detroit. Per superare questo primo ostacolo, Orr e Snyder avevano allora chiesto ai legali dei fondi di attendere qualche minuto prima di presentare la loro richiesta e proprio in questo breve periodo di tempo l’amministratore straordinario e il governatore hanno potuto procedere indisturbati con la loro istanza di fallimento.
Il giorno successivo, poi, un giudice statale aveva giudicato effettivamente incostituzionale la domanda di fallimento della città di Detroit ma Orr e Snyder si sono subito rivolti alla Corte d’Appello del Michigan che ha a sua volta sospeso il primo verdetto. Alla fine, la settimana scorsa il giudice fallimentare Steven Rhodes ha di fatto respinto qualsiasi richiesta preventiva di congelare il procedimento avviato il 18 luglio, stabilendo che ogni controversia legale verrà affrontata durante il dibattimento in aula.
La prima udienza è fissata ora per il 2 agosto, quando il giudice Rhodes sarà chiamato a decidere sulla legittimità della richiesta di fallimento di Detroit. Successivamente, i legali della città dovranno dimostrare l’effettiva insolvenza e l’impossibilità di negoziare una ristrutturazione del proprio debito con i creditori.
Chi sarà a dover subire le conseguenze più pesanti del procedimento di fallimento è facile da prevedere, visto che circa la metà dell’indebitamento di Detroit deriva da fondi per le pensioni e l’assistenza sanitaria dei dipendenti municipali privi di copertura finanziaria.
La promessa fatta dalle autorità cittadine e dello stato del Michigan di volere trattare allo stesso modo i pensionati e gli investitori che detengono il debito di Detroit, imponendo tagli e perdite in maniera equa sembra essere di poco conforto. Innanzitutto, anche se questo impegno venisse rispettato, è evidente che gli effetti risulterebbero ben diversi per pensionati che vivono con poco più di mille dollari al mese e per banche che raccolgono profitti miliardari.
Inoltre, molti precedenti indicano come i possessori di bond municipali potrebbero ricevere un trattamento preferenziale, come accadde ad esempio nel caso del fallimento della città di Central Falls, nel Rhode Island, dove nel 2011 gli “investitori“ vennero in sostanza protetti dalle perdite mentre gli ex dipendenti municipali si videro ridurre le pensioni fino al 55%.
A fare le spese della ristrutturazione di Detroit saranno anche molti altri beni e servizi pubblici. L’intenzione dell’amministratore straordinario Orr è quella di privatizzare il più possibile, dal sistema di illuminazione cittadina ai trasporti pubblici, dalla raccolta rifiuti alla rete idrica. I parchi della città potrebbero inoltre finire in mano ai privati, così come gli animali dello zoo di Detroit.
Particolarmente inquietanti appaiono anche i piani che prospettano una svendita delle opere d’arte conservate al Detroit Institute of Art (DIA), una delle più grandi e meglio fornite gallerie municipali degli Stati Uniti. Tra le oltre 65 mila opere del museo spiccano lavori di Caravaggio, Picasso, Renoir e Van Gogh e la loro eventuale vendita sembra essere presa seriamente in considerazione.
A confermarlo è stata la notizia che la nota casa d’aste Christie’s già nel mese di giugno aveva effettuato una perizia sulla collezione del DIA, stimando un valore complessivo di parecchi miliardi di dollari. Pur avendo smentito di avere chiesto la valutazione, Orr ha lasciato intendere che a farlo potrebbe essere stato uno dei creditori della città e, comunque, lo stesso amministratore straordinario non ha escluso una futura vendita delle opere in dotazione del museo.
Questa traiettoria verso il baratro, condivisa da molte altre città del Midwest americano, è infatti principalmente il risultato del processo di de-industrializzazione attraversato dall’economia americana che ha colpito in maniera durissima il cuore produttivo d’America. Ciò si è accompagnato alla finanziarizzazione dell’economia e al drenaggio delle risorse pubbliche, dirottate sempre più verso l’arricchimento di una ristretta élite parassitaria al vertice della piramide sociale, con il conseguente allargamento a dismisura delle diseguaglianze di reddito nel paese e la pauperizzazione di intere città.
Il tracollo finanziario dell’autunno 2008 ha poi determinato un’ulteriore svolta, gettando in crisi compagnie private ed enti pubblici che, quando necessario, hanno avviato un processo di ristrutturazione che ha colpito nuovamente le fasce più deboli della popolazione. In questo scenario, nei casi più complicati e a maggiore rischio di scontro sociale sono stati i procedimenti fallimentari a rappresentare lo strumento per l’imposizione di misure che hanno conseguenze gravissime sulle condizioni di vita di milioni di persone.
In questa prospettiva, è semplice dedurre come il caso di Detroit rappresenti una sorta di modello da applicare a numerose altre grandi città americane in affanno per ridimensionare in maniera drammatica i rimanenti benefici e servizi pubblici garantiti alla popolazione. Come hanno riportato i media d’oltreoceano, perciò, su Detroit stanno tenendo gli occhi i leader di città come Chicago, Los Angeles, Cincinnati e molte altre ancora, tutte gravate da pericolosi livelli di indebitamento e con fondi pensione in rosso.
La devastazione che si prospetta per gli abitanti di Detroit avverrà infine senza che il governo federale muova un dito in loro soccorso. Se il governatore del Michigan ha deciso di non chiedere alcun piano di salvataggio a Washington, l’amministrazione Obama ha allo stesso modo escluso qualsiasi intervento per evitare il fallimento e le sofferenze di massa che seguiranno.
A ribadire la posizione intransigente della Casa Bianca sono stati alcuni esponenti di spicco del governo apparsi lo scorso fine settimana nei talk show americani, a cominciare dal segretario al Tesoro, Jack Lew. Quest’ultimo, in diretta su ABC News e CNN ha sostenuto che “le questioni tra Detroit e i suoi creditori” dovranno essere risolte esclusivamente tra le due parti.
Malgrado l’estrema improbabilità di un piano di salvataggio per Detroit, in questi giorni alcuni membri del Congresso repubblicani hanno addirittura presentato proposte di legge per vietare in maniera esplicita un intervento del governo federale volto a sostenere municipalità sull’orlo del fallimento o semplicemente in difficoltà a causa di elevati livelli di indebitamento.
La fermezza con cui la classe politica americana mostra la propria insensibilità nei confronti della maggioranza della popolazione di Detroit si scontra clamorosamente con l’infinita disponibilità a soccorrere e assistere i grandi istituti finanziari. Questi ultimi, infatti, a differenza di lavoratori e pensionati a rischio povertà non solo hanno ottenuto un immediato pacchetto di emergenza pari a 700 miliardi di dollari dopo l’esplosione della crisi del 2008, ma godono anche di linee di credito super-agevolate e virtualmente illimitate, come il programma della Fed tuttora in vigore che, a fronte della presunta mancanza di denaro per i bisogni più urgenti della popolazione, continua ogni mese a mettere a disposizione della speculazione finanziaria qualcosa come 85 miliardi di dollari.
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Rigassificatore offshore: bomba galleggiante per profitti «spot»
La ragazza guarda il mare, dove non c’è niente in vista: «il futuro è oltre l’orizzonte», spiega la Olt Offshore Lng Toscana nella sua immagine pubblicitaria. Il «futuro» è il rigassificatore galleggiante di Gnl (gas naturale liquefatto), giunto ieri da Dubai per essere ormeggiato fuori vista a 22 km dalla costa tra Pisa e Livorno, dove inizierà l’attività commerciale in autunno.
La nave, frutto della conversione di una gasiera norvegese, è lunga quasi 300 metri (tre campi da calcio), larga 50 e alta 26 sulla linea di galleggiamento. Contiene quattro enormi serbatoi sferici con una capacità di oltre 137mila metri cubi. Qui sarà travasato dalle navi gasiere (ciascuna con capacità di 65-155mila metri cubi) il Gnl raffreddato a -160° C (per ridurne il volume di 600 volte), che sarà riportato allo stato gassoso, utilizzando il calore dell’acqua del mare, e trasportato a terra attraverso un gasdotto sottomarino di 30 km.
Il progetto, promosso dalle amministrazioni di Pisa e Livorno e sostenuto dalla Regione Toscana (tutte a guida Pd), avrebbe dovuto essere realizzato dalla Olt Energy Toscana, società formata dagli enti locali. Ma, dopo varie metamorfosi, esso è passato nelle mani di una multinazionale, dominata da due gruppi che detengono il 93,5% del capitale: E.On, quotato alla Borsa di Francoforte, uno dei più grandi gruppi energetici privati del mondo, con 70mila dipendenti in Europa e Nord America e un fatturato annuo di oltre 130 miliardi di euro; il gruppo Iren, multiutility energetica quotata alla Borsa Italiana, strutturata in una holding cui fanno capo diverse società responsabili delle linee di business. Una quota minore è detenuta dalla norvegese Golar Lng, società del gruppo Fredriksen, proprietario della più grande flotta di petroliere al mondo.
La Olt Offshore Lng Toscana, quindi, non è più la società che ha originariamente presentato il progetto, relegata ai margini con appena il 3,5% del capitale, ma una multinazionale che persegue una strategia globale. A differenza dei gasdotti, che comportano accordi intergovernativi pluriennali, i rigassificatori permettono alle multinazionali di muoversi liberamente per procurarsi la materia prima là dove si può ottenere ai prezzi più bassi, anche sottobanco, in paesi spesso dominati da élite corrotte e dittature militari. Come spiegano i portavoce della Olt, «la tendenza non è più quella di sottoscrivere contratti di lungo periodo, bensì spot», ossia contratti a breve termine, che sono «più profittevoli».
La ricaduta sul territorio di un volume d’affari di 400 milioni di euro in vent’anni e la creazione di 125 posti di lavoro (di cui solo 25 per assunzione diretta, gli altri nell’indotto), promesse dalla Olt, sono solo le briciole dei profitti che la multinazionale realizzerà. Il rigassificatore, a pieno regime, ha una capacità produttiva annua di 3,7 miliardi di metri cubi. E se le vendite dovessero essere inferiori a quelle previste, a causa della crisi e dell’abbondante offerta di gas sul mercato, è pronto il paracadute: un rimborso fino al 71%, previsto dal Tar Lombardia, che verrebbe addebitato sulle nostre bollette.
Dati gli interessi in gioco, non c’è da stupirsi che la Olt abbia ottenuto tutte le certificazioni sul rispetto dell’ambiente e la sicurezza, a dispetto dei fatti. Il rigassificatore pomperà ogni giorno centinaia di milioni di litri d’acqua, che sarà rigettata in mare più fredda e con aggiunta di cloro, danneggiando il Santuario dei Cetacei (come denuncia Greenpeace). Non è stata ancora sperimentata l’affidabilità di questo tipo di rigassificatore che, ancorato tramite la prua a una torretta, ruota a 360° a seconda del vento e del moto ondoso mentre con quattro bracci mobili pompa Gnl dalla nave gasiera. Essendo priva di motore, la nave deve essere assistita da rimorchiatori.
Secondo Piero Angela (La sfida del secolo: Energia, Mondadori 2007), quello a una nave gasiera contenente 125mila metri cubi di Gnl sarebbe «l’incidente più catastrofico immaginabile»: il gas freddissimo, a contatto con l'acqua di mare più calda, inizierebbe a evaporare formando una nube che, mescolandosi con l’aria, creerebbe una miscela esplosiva; se, spinta dal vento, essa investisse una città, qualsiasi scintilla la farebbe esplodere, liberando una potenza di circa un megaton (un milione di tonnellate di tritolo), «nell'ordine di potenza distruttiva delle bombe atomiche».
Per prevenire incidenti, la Capitaneria di porto di Livorno ha stabilito attorno al rigassificatore galleggiante una zona d’interdizione totale alla navigazione, con raggio di 2 miglia nautiche, circondata da una zona di limitazione fino a 4 miglia e da una di preavviso fino a 8 miglia. E, anche se non si dice, il rigassificatore dovrà essere protetto allo stesso tempo da eventuali attacchi terroristici, provocando un’ulteriore militarizzazione del territorio dove è presente la base Usa di Camp Darby.
I ricorsi contro il progetto del rigassificatore, presentati da Greenpeace e dal Comitato di Livorno e Pisa, sono stati accolti nel 2008 dal Tribunale amministrativo regionale. La Olt se n’è però infischiata, continuando i lavori. Finché, nel 2010, il Consiglio di stato ha dato ragione a Olt, dichiarando i ricorsi irricevibili e/o inammissibili.
di Manilo Dinucci, tratto da Il Manifesto del 31/07/2013
Fonte
Sulla cattedrale che da questi giorni si staglia nelle acque antistanti la costa toscana sta dedicando, come ovvio, molta attenzione Senza Soste.
Segnalo giusto un articolo tra i tanti che meritano d'essere letti e si possono trovare sulla pagina web livornese.
Rigassificatore: 1 posto di lavoro ogni 10 milioni di capitale
La nave, frutto della conversione di una gasiera norvegese, è lunga quasi 300 metri (tre campi da calcio), larga 50 e alta 26 sulla linea di galleggiamento. Contiene quattro enormi serbatoi sferici con una capacità di oltre 137mila metri cubi. Qui sarà travasato dalle navi gasiere (ciascuna con capacità di 65-155mila metri cubi) il Gnl raffreddato a -160° C (per ridurne il volume di 600 volte), che sarà riportato allo stato gassoso, utilizzando il calore dell’acqua del mare, e trasportato a terra attraverso un gasdotto sottomarino di 30 km.
Il progetto, promosso dalle amministrazioni di Pisa e Livorno e sostenuto dalla Regione Toscana (tutte a guida Pd), avrebbe dovuto essere realizzato dalla Olt Energy Toscana, società formata dagli enti locali. Ma, dopo varie metamorfosi, esso è passato nelle mani di una multinazionale, dominata da due gruppi che detengono il 93,5% del capitale: E.On, quotato alla Borsa di Francoforte, uno dei più grandi gruppi energetici privati del mondo, con 70mila dipendenti in Europa e Nord America e un fatturato annuo di oltre 130 miliardi di euro; il gruppo Iren, multiutility energetica quotata alla Borsa Italiana, strutturata in una holding cui fanno capo diverse società responsabili delle linee di business. Una quota minore è detenuta dalla norvegese Golar Lng, società del gruppo Fredriksen, proprietario della più grande flotta di petroliere al mondo.
La Olt Offshore Lng Toscana, quindi, non è più la società che ha originariamente presentato il progetto, relegata ai margini con appena il 3,5% del capitale, ma una multinazionale che persegue una strategia globale. A differenza dei gasdotti, che comportano accordi intergovernativi pluriennali, i rigassificatori permettono alle multinazionali di muoversi liberamente per procurarsi la materia prima là dove si può ottenere ai prezzi più bassi, anche sottobanco, in paesi spesso dominati da élite corrotte e dittature militari. Come spiegano i portavoce della Olt, «la tendenza non è più quella di sottoscrivere contratti di lungo periodo, bensì spot», ossia contratti a breve termine, che sono «più profittevoli».
La ricaduta sul territorio di un volume d’affari di 400 milioni di euro in vent’anni e la creazione di 125 posti di lavoro (di cui solo 25 per assunzione diretta, gli altri nell’indotto), promesse dalla Olt, sono solo le briciole dei profitti che la multinazionale realizzerà. Il rigassificatore, a pieno regime, ha una capacità produttiva annua di 3,7 miliardi di metri cubi. E se le vendite dovessero essere inferiori a quelle previste, a causa della crisi e dell’abbondante offerta di gas sul mercato, è pronto il paracadute: un rimborso fino al 71%, previsto dal Tar Lombardia, che verrebbe addebitato sulle nostre bollette.
Dati gli interessi in gioco, non c’è da stupirsi che la Olt abbia ottenuto tutte le certificazioni sul rispetto dell’ambiente e la sicurezza, a dispetto dei fatti. Il rigassificatore pomperà ogni giorno centinaia di milioni di litri d’acqua, che sarà rigettata in mare più fredda e con aggiunta di cloro, danneggiando il Santuario dei Cetacei (come denuncia Greenpeace). Non è stata ancora sperimentata l’affidabilità di questo tipo di rigassificatore che, ancorato tramite la prua a una torretta, ruota a 360° a seconda del vento e del moto ondoso mentre con quattro bracci mobili pompa Gnl dalla nave gasiera. Essendo priva di motore, la nave deve essere assistita da rimorchiatori.
Secondo Piero Angela (La sfida del secolo: Energia, Mondadori 2007), quello a una nave gasiera contenente 125mila metri cubi di Gnl sarebbe «l’incidente più catastrofico immaginabile»: il gas freddissimo, a contatto con l'acqua di mare più calda, inizierebbe a evaporare formando una nube che, mescolandosi con l’aria, creerebbe una miscela esplosiva; se, spinta dal vento, essa investisse una città, qualsiasi scintilla la farebbe esplodere, liberando una potenza di circa un megaton (un milione di tonnellate di tritolo), «nell'ordine di potenza distruttiva delle bombe atomiche».
Per prevenire incidenti, la Capitaneria di porto di Livorno ha stabilito attorno al rigassificatore galleggiante una zona d’interdizione totale alla navigazione, con raggio di 2 miglia nautiche, circondata da una zona di limitazione fino a 4 miglia e da una di preavviso fino a 8 miglia. E, anche se non si dice, il rigassificatore dovrà essere protetto allo stesso tempo da eventuali attacchi terroristici, provocando un’ulteriore militarizzazione del territorio dove è presente la base Usa di Camp Darby.
I ricorsi contro il progetto del rigassificatore, presentati da Greenpeace e dal Comitato di Livorno e Pisa, sono stati accolti nel 2008 dal Tribunale amministrativo regionale. La Olt se n’è però infischiata, continuando i lavori. Finché, nel 2010, il Consiglio di stato ha dato ragione a Olt, dichiarando i ricorsi irricevibili e/o inammissibili.
di Manilo Dinucci, tratto da Il Manifesto del 31/07/2013
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Sulla cattedrale che da questi giorni si staglia nelle acque antistanti la costa toscana sta dedicando, come ovvio, molta attenzione Senza Soste.
Segnalo giusto un articolo tra i tanti che meritano d'essere letti e si possono trovare sulla pagina web livornese.
Rigassificatore: 1 posto di lavoro ogni 10 milioni di capitale
01/08/2013
Berlusconi condannato, la Cassazione conferma i 4 anni di carcere
Silvio Berlusconi è condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset. Annullata la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, che dovrà essere rideterminata dalla Corte d’appello di Milano. Lo hanno deciso i giudici della sezione feriale della Cassazione dopo sette ore di camera di consiglio. Confermate anche le condanne di tutti i coimputati: Daniele Lorenzano, Gabriella Galetto e Frank Agrama.
E’ la prima volta che Silvio Berlusconi subisce una condanna definitiva e irrevocabile. Dei quattro anni, tre sono coperti da indulto e l’ex premier – che comunque non andrà in carcere perché ultrasettantenne – potrà scontare la pena agli arresti domiciliari o chiedere l’affidamento ai servizi sociali. Prima di qualunque iniziativa, la sentenza deve essere trasmessa alla Procura di Milano, dove è originato il procedimento sulla frode fiscale nella compravendita dei diritti tv. Il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati si è limitato al momento a spiegare che “la pena principale è definitiva ed è eseguibile, si seguiranno i tempi consueti”. La definitività della sentenza fa cadere automaticamente ogni privilegio parlamentare, perciò il Senato non avrà alcune voce in capitolo sulle sorti di Berlusconi.
Bruti Liberati ha spiegato che, secondo la procedura, una volta arrivata la sentenza il pm dovrà emettere il cosiddetto ordine di esecuzione con contestuale sospensione perché la pena effettiva da scontare è di un anno. Dal momento della notifica dell’atto il Cavaliere, entro il tempo massimo di 30 giorni, potrebbe andare ai domiciliari o chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Ma il termine, vista la pausa feriale, decorre dal 16 settembre. La richiesta verrà valutata dal Tribunale di sorveglianza in tempi lunghi. Se non verrà presentata alcuna istanza di misura alternativa, toccherà ad un magistrato di sorveglianza decidere nell’arco di pochi giorni e, in base anche alla legge ‘Svuota-carceri’: la misura per Berlusconi sarebbe comunque quella dei domiciliari.
L’annullamento con rinvio dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici – come da richiesta del procuratore generale – disinnesca però un problema politico immediato per il Cavaliere, perché per avviare un’eventuale procedura di decadenza da senatore sarà necessario attendere il nuovo verdetto d’appello. La conferma della pena definitiva fa cadere comunque il rischio di prescrizione del reato.
“La pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, per Silvio Berlusconi, potrebbe ridursi fino a un anno di interdizione, perché le norme alle quali ha fatto riferimento il dispositivo del verdetto prevedono un’interdizione da un anno a un massimo di tre. La misura dunque la rideterminerà la corte di Milano”, ha affermato l’avvocato Filippo Dinacci, che nel processo Mediaset in Cassazione ha difeso Gabriella Galetto, e che difende l’ex premier in altri procedimenti.
Il pg della Cassazione Antonello Mura aveva chiesto la conferma della pena principale – 4 anni di reclusione – e una riduzione della pena accessoria da 5 anni a 3 anni. Secondo la pubblica accusa l’ex premier è stato ”l’ideatore del meccanismo delle frodi fiscali” e “perdurante il controllo di Berlusconi su Mediaset”. La difesa, sostenuta dagli avvocati Niccolò Ghedini e Franco Coppi, avevano chiesto l’annullamento del verdetto sostenendo l’assenza della prova nei confronti del Cavaliere. “Al massimo possiamo dire che questa è una gigantesca evasione fiscale ma qui non c’è in alcun modo un profilo penale” aveva detto il professore.
I legali dell’ex premier non hanno ascoltato dal vivo la lettura della sentenza. Ghedini e Coppi sono Palazzo Grazioli con Berlusconi e hanno seguito il verdetto in diretta tv. Con il Cavaliere, nel palazzo blindato, i figli Marina e Pier Silvio, Gianni Letta e Angelino Alfano. Fuori Palazzo Grazioli ressa di giornalisti e telecamere. Le strade limitrofe, infatti, per motivi di sicurezza sono state chiuse.
IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
La Cassazione ha “annullato la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni relative alla condanna della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per violazione dell’art. 12 dlgs. 10 marzo 2000 e dispone trasmettersi gli atti ad altra sezione per rideterminare la pena accessoria nei limiti temporali citati dall’art. 12. Valutazione - precisa piazza Cavour - non consentita alla Corte di Cassazione”. Per il resto nel dispositivo piazza Cavour ha rigettato il ricorso, confermando quindi la condanna per frode fiscale a 4 anni nei confronti di Berlusconi “nei cui confronti dichiara irrevocabili tutte le altre parti della sentenza impugnata”. Respinti anche i ricorsi degli ex tre manager Mediaset: il produttore cinematografico egiziano Frank Agrama (3 anni), Gabriella Galetto (1 anno e 2 mesi) e Daniele Lorenzano (3 anni e 8 mesi). Per effetto del rigetto del ricorso tutti e quattro gli imputati sono stati condannati a rifondere l’Agenzia delle Entrate, costituitasi parte civile, con 5.000 euro ciascuno.
Fonte
Non era un verdetto scontato quello della Cassazione, tuttavia è meglio fugare fin da subito i facili entusiasmi perché l'annullamento della pena accessoria (l'interdizione dai pubblici uffici) che dovrà essere rideterminata dalla Corte d'Appello di Milano permette a Berlusconi di tenere aperta la partita politica del caso Mediaset. Considerando, infatti, che il suo partito è chiave di volta della tenuta del governissimo incaricatosi di mungere il paese su disposizioni della finanza internazionale, è certo che Berlusconi possa ancora far valere un potere contrattuale notevole per ottenere un qualsivoglia salvacondotto che gli consenta di tutelare gli interessi della sua holding ancora a lungo, anche perché, a dispetto del biennio '92-'93 che decretò la fine della Prima Repubblica, questa volta non s'intravede all'orizzonte nessun soggetto in grado di prendere le redini del blocco sociale rappresentato nell'ultimo ventennio da Berlusconi. Questa, negli intenti, doveva essere la parte di Monti, che tuttavia ha dimostrato d'essere una banalissima macchietta politica.
Una cosa è certa, sul breve periodo i dolori sono tutti del PD e di Letta che avranno un bel da fare a mascherare sotto l'egida dell'interesse pubblico il fatto di governare in sinergia con un pregiudicato conclamato.
Attendo fiducioso l'implosione totale dei democratici, situazione che probabilmente auspica anche Grillo per recuperare quell'onda di consenso che in questi mesi è scemata alle spalle del M5S.
E’ la prima volta che Silvio Berlusconi subisce una condanna definitiva e irrevocabile. Dei quattro anni, tre sono coperti da indulto e l’ex premier – che comunque non andrà in carcere perché ultrasettantenne – potrà scontare la pena agli arresti domiciliari o chiedere l’affidamento ai servizi sociali. Prima di qualunque iniziativa, la sentenza deve essere trasmessa alla Procura di Milano, dove è originato il procedimento sulla frode fiscale nella compravendita dei diritti tv. Il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati si è limitato al momento a spiegare che “la pena principale è definitiva ed è eseguibile, si seguiranno i tempi consueti”. La definitività della sentenza fa cadere automaticamente ogni privilegio parlamentare, perciò il Senato non avrà alcune voce in capitolo sulle sorti di Berlusconi.
Bruti Liberati ha spiegato che, secondo la procedura, una volta arrivata la sentenza il pm dovrà emettere il cosiddetto ordine di esecuzione con contestuale sospensione perché la pena effettiva da scontare è di un anno. Dal momento della notifica dell’atto il Cavaliere, entro il tempo massimo di 30 giorni, potrebbe andare ai domiciliari o chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Ma il termine, vista la pausa feriale, decorre dal 16 settembre. La richiesta verrà valutata dal Tribunale di sorveglianza in tempi lunghi. Se non verrà presentata alcuna istanza di misura alternativa, toccherà ad un magistrato di sorveglianza decidere nell’arco di pochi giorni e, in base anche alla legge ‘Svuota-carceri’: la misura per Berlusconi sarebbe comunque quella dei domiciliari.
L’annullamento con rinvio dei cinque anni di interdizione dai pubblici uffici – come da richiesta del procuratore generale – disinnesca però un problema politico immediato per il Cavaliere, perché per avviare un’eventuale procedura di decadenza da senatore sarà necessario attendere il nuovo verdetto d’appello. La conferma della pena definitiva fa cadere comunque il rischio di prescrizione del reato.
“La pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, per Silvio Berlusconi, potrebbe ridursi fino a un anno di interdizione, perché le norme alle quali ha fatto riferimento il dispositivo del verdetto prevedono un’interdizione da un anno a un massimo di tre. La misura dunque la rideterminerà la corte di Milano”, ha affermato l’avvocato Filippo Dinacci, che nel processo Mediaset in Cassazione ha difeso Gabriella Galetto, e che difende l’ex premier in altri procedimenti.
Il pg della Cassazione Antonello Mura aveva chiesto la conferma della pena principale – 4 anni di reclusione – e una riduzione della pena accessoria da 5 anni a 3 anni. Secondo la pubblica accusa l’ex premier è stato ”l’ideatore del meccanismo delle frodi fiscali” e “perdurante il controllo di Berlusconi su Mediaset”. La difesa, sostenuta dagli avvocati Niccolò Ghedini e Franco Coppi, avevano chiesto l’annullamento del verdetto sostenendo l’assenza della prova nei confronti del Cavaliere. “Al massimo possiamo dire che questa è una gigantesca evasione fiscale ma qui non c’è in alcun modo un profilo penale” aveva detto il professore.
I legali dell’ex premier non hanno ascoltato dal vivo la lettura della sentenza. Ghedini e Coppi sono Palazzo Grazioli con Berlusconi e hanno seguito il verdetto in diretta tv. Con il Cavaliere, nel palazzo blindato, i figli Marina e Pier Silvio, Gianni Letta e Angelino Alfano. Fuori Palazzo Grazioli ressa di giornalisti e telecamere. Le strade limitrofe, infatti, per motivi di sicurezza sono state chiuse.
IL DISPOSITIVO DELLA SENTENZA
La Cassazione ha “annullato la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni relative alla condanna della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per violazione dell’art. 12 dlgs. 10 marzo 2000 e dispone trasmettersi gli atti ad altra sezione per rideterminare la pena accessoria nei limiti temporali citati dall’art. 12. Valutazione - precisa piazza Cavour - non consentita alla Corte di Cassazione”. Per il resto nel dispositivo piazza Cavour ha rigettato il ricorso, confermando quindi la condanna per frode fiscale a 4 anni nei confronti di Berlusconi “nei cui confronti dichiara irrevocabili tutte le altre parti della sentenza impugnata”. Respinti anche i ricorsi degli ex tre manager Mediaset: il produttore cinematografico egiziano Frank Agrama (3 anni), Gabriella Galetto (1 anno e 2 mesi) e Daniele Lorenzano (3 anni e 8 mesi). Per effetto del rigetto del ricorso tutti e quattro gli imputati sono stati condannati a rifondere l’Agenzia delle Entrate, costituitasi parte civile, con 5.000 euro ciascuno.
Fonte
Non era un verdetto scontato quello della Cassazione, tuttavia è meglio fugare fin da subito i facili entusiasmi perché l'annullamento della pena accessoria (l'interdizione dai pubblici uffici) che dovrà essere rideterminata dalla Corte d'Appello di Milano permette a Berlusconi di tenere aperta la partita politica del caso Mediaset. Considerando, infatti, che il suo partito è chiave di volta della tenuta del governissimo incaricatosi di mungere il paese su disposizioni della finanza internazionale, è certo che Berlusconi possa ancora far valere un potere contrattuale notevole per ottenere un qualsivoglia salvacondotto che gli consenta di tutelare gli interessi della sua holding ancora a lungo, anche perché, a dispetto del biennio '92-'93 che decretò la fine della Prima Repubblica, questa volta non s'intravede all'orizzonte nessun soggetto in grado di prendere le redini del blocco sociale rappresentato nell'ultimo ventennio da Berlusconi. Questa, negli intenti, doveva essere la parte di Monti, che tuttavia ha dimostrato d'essere una banalissima macchietta politica.
Una cosa è certa, sul breve periodo i dolori sono tutti del PD e di Letta che avranno un bel da fare a mascherare sotto l'egida dell'interesse pubblico il fatto di governare in sinergia con un pregiudicato conclamato.
Attendo fiducioso l'implosione totale dei democratici, situazione che probabilmente auspica anche Grillo per recuperare quell'onda di consenso che in questi mesi è scemata alle spalle del M5S.
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