Per questo nuovo
inizio dell'anno ci si può risparmiare di commentare il discorso di
Napolitano. Basta ed avanza quando già ribadito con l'articolo: Il ruolo inaccettabile di Napolitano è che governa, non che governa male.
Per quanto invece riguarda il discorso di Grillo, che contesta
l'illegittimità costituzionale dell'attuale Parlamento per l'abnorme
premio di maggioranza, ma al tempo stesso continua a sostenere la
necessità di tornare a votare con il Mattarellum, ci si permette di
ricordare alcuni numeri.
Nelle elezioni del 1994 Berlusconi vinse,
pur nell’impossibilità di mettere insieme AN con la Lega Nord,
stipulando due distinte alleanze elettorali.
Con il 44,32% alla Camera ottenne il 63,35% dei seggi attribuiti con il 75% di quota maggioritaria: 301.
Un premio in seggi, quindi, di circa il 19%, appena attenuato dal restante 25% assegnato con la quota proporzionale.
Il Patto per l’Italia, con oltre il 15%, nella quota maggioritaria ottenne soltanto 4 seggi.
Sì, avete letto bene! Un terzo dei voti facenti riferimento a
Berlusconi, ma solo 4 seggi contro i 301 assegnati alle due anomale
coalizioni.
Pertanto, cosa ci ricordano questi numeri, guardando
all'anomala distribuzione dei seggi dell'attuale Parlamento? C'è qualche
similitudine o no?
Con il Mattarellum e tre formazioni di peso,
quante possibilità potrebbero esservi, con pochi voti di differenza
intorno al 30% dei consensi elettorali, che tutto il malloppo finisca
nelle mani di una sola di queste?
E a questo potenziale vincitore, dopo che ha fatto da "asso piglia tutto", gli affidiamo la stesura della nuova legge elettorale?
Per cui, delle due l'una: quando Grillo sostiene il ritorno al Mattarellum, sta in buona fede o no?
PS: La Corte Costituzionale non ha impiegato sei anni per decidere sull'incostituzionalità del Porcellum, ma solo pochi mesi.
Ha potuto pronunciarsi soltanto perché poche decine di cittadini, di
tentativo in tentativo, a spese loro, nel silenzio generale dei media e
delle forze politiche, compreso quello del Movimento 5 Stelle, sono
infine riusciti a trovare un giudice che ha deciso di sollevare la
questione di incostituzionalità avanti la Consulta.
Decisione della
prima sezione della Corte di Cassazione di Milano a maggio del 2013.
C'è altresì da aggiungere che la Consulta, per le vigenti norme
sull'accesso al sindacato di legittimità costituzionale, non può alzarsi
la mattina e scegliersi le leggi da esaminare. Nonostante ciò, a
partire dal 2008, in più occasioni ha sollevato la problematicità
costituita dall'assegnazione di un premio di maggioranza senza soglia
minima di voti e/o di seggi da raggiungere.
E chi fu ad opporsi strenuamente, quando venne paventata la possibilità di inserire questa soglia?
Toh, un certo signor Beppe Grillo, molto adirato per il silenzio dell'UE "di
fronte al colpo di Stato del cambiamento della legge elettorale in
corsa e al tetto del 42,5% per il premio di maggioranza per impedire a
tavolino la possibile vittoria del M5S".
Poi il Movimento 5 Stelle non ha vinto e i seggi sono stati malamente distribuiti come sappiamo.
E questo è potuto avvenire perché anche Grillo ha preferito piegare
l'interesse generale al proprio interesse spicciolo del momento, perché
questa volta, che importa, tanto vinciamo noi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/01/2014
La crisi dell'euro secondo Krugman
Dedicato a chi si fida ciecamente degli annunci
governativi ("la crescita sta per ripartire!"). Una semplice ma spietata
analisi della situazione dell'euro e della dinamica del debito, qui
proposta dal premio Nobile per l'economia - il keynesiano Paul Krugman -
spiega che in realtà stiamo solo "tirando il fiato" (grazie alla "mossa
di Draghi", nell'agosto 2012). Mentre i costi dell'austerità stanno
distruggendo la coesione sociale. Con i relativi rischi (o opportunità di
"rottura").
*****
Felice Anno Nuovo! Sto cercando di organizzare i miei
pensieri e i dati sulle questioni europee, e penso che mi sia venuto in
mente un modo utile per riassumere ciò che sta accadendo nella zona
euro. Nella figura qui sotto metto a confronto il rapporto tra debito
pubblico e PIL (dal numero di fine anno del FMI) con il tasso di
interesse a 10 anni (dalla BCE) per un certo numero di nazioni europee.
Vi mostro nel grafico due dati: il picco della crisi dell'euro nel 2011 e
una osservazione relativamente recente:
Quello
che vedete qui è che gli oneri finanziari per i paesi della zona euro
in difficoltà sono scesi molto. Ma questo non accade perché le
politiche di austerità abbiano riportato il loro debito sotto controllo –
le percentuali di debito sono tranquillamente in aumento, in gran parte
a causa della contrazione delle economie e della deflazione – . Invece c'è
stato un drammatico appiattimento del rapporto tra debito e tassi di
interesse.
Perché è successo ? La tempistica suggerisce fortemente che si tratti di un effetto dell'azione di Draghi - l'azione della BCE come prestatore di ultima istanza - che ha rimosso gran parte della paura che si potesse scatenare il panico per la scarsità di liquidità. E possibile che ci sia stato quindi anche una riduzione del premio di rischio politico, perché le nazioni europee si stanno dimostrando incredibilmente determinate a rimanere nell'euro quasi ad ogni costo.
È perciò finita la crisi dell'euro? No, e non finirà fin quando perdurerà la dinamica del debito, o forse fin quando la dinamica del debito canta un duetto con la svalutazione interna. Dobbiamo ancora vedere uno dei paesi in crisi raggiungere un punto in cui la caduta dei salari relativi riesca a generare una netta ripresa trainata dalle esportazioni, o in cui l'austerità stia attualmente ripagando con una caduta degli oneri del debito.
Perché è successo ? La tempistica suggerisce fortemente che si tratti di un effetto dell'azione di Draghi - l'azione della BCE come prestatore di ultima istanza - che ha rimosso gran parte della paura che si potesse scatenare il panico per la scarsità di liquidità. E possibile che ci sia stato quindi anche una riduzione del premio di rischio politico, perché le nazioni europee si stanno dimostrando incredibilmente determinate a rimanere nell'euro quasi ad ogni costo.
È perciò finita la crisi dell'euro? No, e non finirà fin quando perdurerà la dinamica del debito, o forse fin quando la dinamica del debito canta un duetto con la svalutazione interna. Dobbiamo ancora vedere uno dei paesi in crisi raggiungere un punto in cui la caduta dei salari relativi riesca a generare una netta ripresa trainata dalle esportazioni, o in cui l'austerità stia attualmente ripagando con una caduta degli oneri del debito.
Ma come europessimista, devo ammettere che ora è possibile osservare come questa situazione potrebbe funzionare. Il costo - economico, umano e
politico - sarà enorme. E il tutto potrebbe ancora tranquillamente
spezzarsi. Ma la volontà della BCE di intensificare la sua azione e fare
il suo lavoro ha dato all'Europa un po' di respiro .
dal New York Times, traduzione redazionale
Diaz, arrestata la polizia. Con tredici anni di ritardo
Spartaco Mortola, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri in manette per i fatti del 21 luglio del 2011 a Genova, quando 93 manifestanti furono brutalmente picchiati.
Con ben tredici anni di ritardo, proprio l'ultimo dell'anno, sono stati arrestati due poliziotti che, durante il G8 del 2001 a Genova, si resero responsabili dei pestaggi nei confronti dei manifestanti e dei giornalisti.
I nomi sono ben noti a chi ha vissuto quelle vicende: Spartaco Mortola, ex capo della Digos genovese e poi questore vicario a Torino; Giovanni Luperi, ex dirigente dell'Ucigos poi capo-analista dei servizi segreti e ora in pensione.
Mortola dovrà scontare otto mesi di arresti domiciliari nella propria abitazione, mentre per Luperi il conto sale a un anno.
Il pomeriggio del 30 dicembre era scattato l'arresto anche per Francesco Gratteri, il «numero tre» della polizia italiana, superpoliziotto antimafia che ha coordinato le indagini su svariati attentati commessi dalla malavita organizzata e ha arrestato, tra gli altri, il boss Leoluca Bagarella.
I poliziotti arrestati, comunque, potranno chiedere che gli venga riconosciuta la buona condotta e quindi ottenere uno sconto di qualche mese alle loro condanne, già spezzate dall'indulto del 2006.
Una delle notti più buie della Repubblica, quella del 21 luglio 2001 che si concluse con un totale di 93 manifestanti e giornalisti feriti dei quali 63 ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata e uno in coma, è stata illuminata soltanto nell'estate di undici anni dopo, quando la Cassazione ha confermato tutte le condanne sugli agenti di polizia: soltanto in quindici, però, hanno pagato, su un totale di 44 funzionari coinvolti.
Fonte
Con ben tredici anni di ritardo, proprio l'ultimo dell'anno, sono stati arrestati due poliziotti che, durante il G8 del 2001 a Genova, si resero responsabili dei pestaggi nei confronti dei manifestanti e dei giornalisti.
I nomi sono ben noti a chi ha vissuto quelle vicende: Spartaco Mortola, ex capo della Digos genovese e poi questore vicario a Torino; Giovanni Luperi, ex dirigente dell'Ucigos poi capo-analista dei servizi segreti e ora in pensione.
Mortola dovrà scontare otto mesi di arresti domiciliari nella propria abitazione, mentre per Luperi il conto sale a un anno.
Il pomeriggio del 30 dicembre era scattato l'arresto anche per Francesco Gratteri, il «numero tre» della polizia italiana, superpoliziotto antimafia che ha coordinato le indagini su svariati attentati commessi dalla malavita organizzata e ha arrestato, tra gli altri, il boss Leoluca Bagarella.
I poliziotti arrestati, comunque, potranno chiedere che gli venga riconosciuta la buona condotta e quindi ottenere uno sconto di qualche mese alle loro condanne, già spezzate dall'indulto del 2006.
Una delle notti più buie della Repubblica, quella del 21 luglio 2001 che si concluse con un totale di 93 manifestanti e giornalisti feriti dei quali 63 ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata e uno in coma, è stata illuminata soltanto nell'estate di undici anni dopo, quando la Cassazione ha confermato tutte le condanne sugli agenti di polizia: soltanto in quindici, però, hanno pagato, su un totale di 44 funzionari coinvolti.
Fonte
L'ultimo discorso del Peggiore
Ci siamo fatti forza, contravvenendo ai consigli che ci dava il fisico e la mente, e abbiamo ascoltato il "messaggio di capodanno" di quel signore che sta sul Colle.
Un vecchio stanco, incapace di prendere atto che il suo giochetto politico gli si sta sfarinando tra le mani, curvo per leggere sul “gobbo” le frasi che ha dettato poco prima ma che evidentemente “non sente”. L'ultimo – speriamo – discorso di capodanno di Giorgio Napolitano è stato un elenco di situazioni che andavano menzionate per dovere istituzionale (terremoto, alluvione, carceri, disoccupazione, esodati, “terra dei fuochi”, ecc), per convinzione ed equilibri d'apparato (i due marò, le missioni all'estero,ecc), ma senza più una prospettiva.
Resta solo l'Unione Europea – il vero potere che sta sostituendo quelli “provinciali”, come il suo – e “gli sforzi fatti” che “non vanno dispersi”; anche se “i benefici” non si vedono da nessuna parte, se si esclude lo spread. Solo lì Re Giorgio vede il “riconoscimento di valori e diritti che qualificano la vita civile”, anche se proprio da lì sta venendo – giorno dopo giorno – lo smantellamento dei diritti e la svalorizzazione dell'esistenza della stragrande maggioranza delle popolazioni del continente.
Si nota la preoccupazione derivante dallo squagliamento delle “forze politiche” che dovevano essere i capisaldi del suo progetto: costruire una classe dirigente unita sul “disegno europeo”, britannicamente artioclata in due soli schieramenti intercambiabili senza turbolenze sistemiche, eliminando tutto quello che non è compatibile con i diktat.
Non c'era davvero bisogno di nominare le “tarantelle” di Renzi, il doroteismo di Letta, le tentazioni populiste di un Berlusconi che non vuol scomparire così, il malcontento sociale che sente montare da tutte le parti e a cui lui per primo non ha più risposte da dare. L'annuncio della “crescita” alle porte è risultato così una semplice citazione, subordinata – come sempre, nel suo ragionare pubblico – allo “sforzo comune”, ai “sacrifici necessari”, insomma al rinvio sine die di un barlume di speranza.
Il centro del suo discorso è così rimasto banalmente “interno al palazzo”. No alla “guerra di tutti contro tutti”, sì alle “riforme procedurali” e ai regolamenti di Camera e Senato per evitare altre figuracce come quella sul “decreto salva-Roma”, sì soprattutto a un peso maggiore dell'esecutivo a scapito del Parlamento, sì alle “riforme costituzionali che chiedono i cittadini” (è riuscito a non arrossire pronunciando questa falsità assoluta). Ben consapevole che l'unica voce dal basso che può trovare ascolto nel suo palazzo è il taglio dei “costi della politica”, naturalmente declinata nel mantra “sacrifici per tutti”; perché – in effetti – se la politica “nazionale” non ha più nulla da immaginare e da fare (a quello ci pensa la Ue insieme a Bce e Fmi), e tantomeno un legame con le classi sociali da mantenere (la “rappresentanza”, nel nuovo schema del potere continentale, può essere solo fittizia), non ha nemmeno più senso mantenere “corpi intermedi” pletorici, avidi, corrotti, improduttivi. Vale anche per i sindacati complici, naturalmente...
Ma l'unica arma che è rimasta in mano a Napolitano sono a questo punto le sue dimissioni. Ha ribadito la disponibilità-volontà a farsi da parte il prima possibile, legando la sua uscita dal Colle alla stabilizzazione del quadro politico da lui stesso progettato. O, più probabilmente, allo sfacelo di quel castello di carte.
Su questo, nei prossimi mesi, ci sarà da divertirsi. La “rottamazione” della vecchia classe politica sta portando in superficie un verminaio di “furbetti del quartierino” cresciuti come portaborse, rigorosamente privi di idee proprie ma determinatissimi a farsi largo prendendole a prestito dalla Troika. Ma proprio per questo nessuno di loro ha le qualità – o la statura – per emergere stabilmente dal mucchio. La “guerra di tutti contro tutti”, in questo gallinaio, sarà una condizione perenne. Almeno fino alla catastrofe...
Napolitano forse se n'è accorto, ma ovviamente non può dirlo; forse neppure ammetterlo (sarebbe l'ammissione del suo stesso fallimento). Può solo far balenare lo spettro destabilizzante delle sue dimissioni. Ma, come tutte le minacce, prima o poi diventano un'arma spuntata. E a quel punto dovrà darle davvero.
È stato l'ultimo discorso, il peggiore di uno dei peggiori uomini di potere.
Fonte
Il Canale di Panama affonda?
La crisi causata dai fortissimi ritardi registrati finora nei faraonici lavori di ampliamento del Canale di Panama ha subito ieri una brusca impennata.
L’Autorità del Canale di Panama (Acp) ha infatti respinto ieri un avvertimento emesso dal consorzio multinazionale Grupo Unidos por el Canal (Gupc), guidato dall’impresa spagnola Sacyr Vallehermoso (che gestisce i lavori più importanti di ampliamento del collegamento interoceanico), secondo il quale i lavori dovranno essere sospesi a causa di 1,4 miliardi di costi aggiuntivi derivanti dalla necessità di costruire un sistema di chiuse inizialmente non previsto. In una nota inviata ai media l’Acp afferma che “respinge in maniera categorica” le pressioni della Gupc contro l’Amministrazione del Canale il cui unico proposito è quello di costringere l’organizzazione a negoziare al di fuori dei termini previsti dal contratto originale con la scusa della costruzione del nuovo sistema di chiuse. L’Acp pretende dalla Gupc che il consorzio rispetti il contratto “che loro stessi hanno accettato e firmato” ha affermato il panamense Jorge Quintano, amministratore del gruppo. Ma la Gupc ha annunciato che ha intenzione di sospendere i lavori di ampliamento del canale a partire dal 20 gennaio se non ci saranno novità da parte dell’Autorità che amministra il collegamento interoceanico anche se, chiarisce, la sospensione non comporta automaticamente l’abbandono del progetto.
Il Gupc, formato oltre che dalla spagnola Sacyr Vallehermoso S.A./Líder, dalla belga Jan de Nul n.v., dalla panamense Constructora Urbana S.A. e dall’italiana Impregilo S.p.A, nel 2009 si è aggiudicato un appalto da 3,1 miliardi di dollari per costruire il terzo sistema di chiuse – la maggiore delle opere di ampliamento per un totale di 5,25 miliardi – ed ha iniziato i lavori nell’agosto del 2013.
I lavori di raddoppio del Canale di Panama erano iniziati nel 2007 con l’intenzione di concludersi nell’ottobre dell’anno appena iniziato, anche se già nell’agosto del 2012 i ritardi avevano obbligato l’Apc a posticipare la fine dei lavori al giugno del 2015. Un obiettivo che alla luce dei forti contrasti di questi giorni sembra assai lontano dall’essere realizzato. Di fatto la Gupc pretende dall’Apc un aumento dei finanziamenti pari a 1435 milioni di dollari, una cifra enorme per le casse dell’amministrazione panamense, e c’è il rischio che la questione, in mancanza di un accordo, debba essere affidata ad un arbitraggio internazionale posticipando di parecchi anni la conclusione dei lavori. Intanto oggi la Borsa di Madrid ha visto un vero e proprio tracollo del valore dei titoli della Sacyr, che hanno perso quasi l'11%.
Dal Canale di Panama passa attualmente il 5% circa del trasporto marittimo mondiale ed il suo ampliamento è considerato un’opera fondamentale da numerosi paesi e multinazionali del globo. L’allargamento del canale serve ad aumentare la velocità di transito delle merci da un oceano all’altro, considerata attualmente troppo lenta, e a permettere il passaggio di grandi navi portacontainer o da crociera che attualmente non riescono a transitare nel canale costruito dagli Stati Uniti dal 1904 al 1914.
Fonte
Moby Prince, alla Cancellieri bastano solo 15 righe: “Caso archiviato”
Il ministro della Giustizia risponde (dopo 8 mesi) all'interrogazione di Sel sulla tragedia di Livorno: "Vicenda chiusa nel 2010". Il deputato vendoliano Piras: "Ha scelto la strada dell’omertà, umiliando il suo ruolo istituzionale e offendendo la memoria di 140 morti". Uno dei figli del comandante del traghetto, Luchino Chessa: "Mi vergogno di essere italiano". Eppure il presidente Grasso aveva detto: "Serve una commissione d'inchiesta"
Questa volta nessuna telefonata accalorata. Nessun “Non è giusto!”. Questa volta nessuna garanzia: “Qualsiasi cosa serva, non fate complimenti!”. Questa volta sono state sufficienti 15 righe. Le 15 righe di un postino. Quindici righe che riferiscono – sic et simpliciter – le note di tre Procure. Quindici righe, cioè, vecchie come il cucco. Vecchie nel momento stesso in cui sono state scritte. “Il caso Moby Prince è stato archiviato” risponde il ministro guardasigilli ad alcuni deputati che le chiedevano se il suo dicastero e quello della Difesa avevano intenzione di fare qualcosa dopo che accanto ai numerosi aspetti ancora non chiari, erano emerse alcune novità nonostante una certezza giudiziaria sulla più grande tragedia della marineria italiana in tempo di pace (140 morti tra equipaggio e passeggeri) dovrebbe esserci, dopo l’archiviazione nel 2010 dell’inchiesta bis della Procura di Livorno (la prima era finita anche peggio).
Una storia ancora strangolata da dubbi, sospetti, illazioni perché non sempre il lavoro dei magistrati sembra avere dato una risposta chiara e convincente. Ma niente: “Il caso Moby Prince è stato archiviato” fa scrivere la Cancellieri. Grazie, lo sapevano tutti dalla primavera del 2010. Ma il ministro questa volta non si dev’essere mossa a compassione. Il ministro guardasigilli ha impiegato 8 mesi per rispondere per iscritto all’interrogazione di 9 deputati di Sel che chiedevano cosa intendevano fare i ministeri della Giustizia e della Difesa dopo che alcuni aspetti – nonostante due inchieste della magistratura – non siano stati ancora chiariti e che anzi ci siano possibili elementi nuovi da indagare.
La Cancellieri è stata comunque più solerte del collega della Difesa Mario Mauro che – spesso impegnato ad “armare la pace” con gli F35 o portaerei trasformate in “fiera dei siluri” e in scissioncine dentro Scelta Civica – non ha ancora risposto. “Il Guardasigilli – replica il deputato di Sinistra ecologia e libertà Michele Piras, primo firmatario dell’interrogazione – ha scelto la strada dell’omertà, umiliando il suo altissimo ruolo istituzionale e offendendo la memoria di 140 morti ed il diritto sacrosanto delle famiglie delle vittime alla verità ed alla giustizia. Penso che il ministro dovrebbe vergognarsi per questa manifestazione cinica di indifferenza“. Piras aggiunge che non finirà qui.
Dunque per il governo Letta non c’è bisogno di un supplemento d’indagine o di qualsiasi altra iniziativa sulla sciagura del 1991. Anzi: non c’è nemmeno proprio di che parlare. Lo stesso esecutivo pronto a intervenire quando a risuonare sono i moniti del Colle, in questo caso lascia cadere nel vuoto l’appello della seconda carica dello Stato che il 10 aprile scorso, in occasione del 22esimo della sciagura di Livorno, parlò del bisogno di costituire una commissione d’inchiesta sulle stragi irrisolte del Paese. Il presidente del Senato Piero Grasso, in particolare, parlava di “rigoroso rispetto delle norme di sicurezza” perché tragedie come quella del Moby Prince non accadano più. “Mi auguro che anche il Parlamento sappia contribuire a questo obiettivo”. Il Parlamento di sicuro parla d’altro. La risposta del governo, invece, è quella della Cancellieri: “L’inchiesta è stata archiviata”.
Parole, quelle di Grasso, che sembravano aver finalmente acceso anche i riflettori della politica che su questo disastro del mare si è sempre dimostrata poco all’altezza. “E’ un errore umano” decise per esempio la mattina dell’11 aprile il ministro della Marina Mercantile Carlo Vizzini. Infatti ci sono volute due inchieste, un processo, indagini difensive, libri, trasmissioni tv. E montagne di dubbi sono rimaste lì, insieme ai morti senza un colpevole. Eppure l’errore umano è anche tra le conclusioni dei pm livornesi al termine dell’inchiesta bis avviata nel 2006 dopo l’esposto dei familiari di Ugo Chessa, il comandante del traghetto ingoiato dalle fiamme dopo la collisione con la gigantesca petroliera Agip Abruzzo ancorata a una manciata di miglia dal lungomare di Livorno.
“Ecco una nuova bastonata da parte dello Stato – commenta Luchino Chessa, uno dei figli del capitano – La risposta della ministra Cancellieri che non è altro che una breve ricostruzione asettica riguardo alla recente riapertura delle indagini e alla successiva chiusura tombale che ha tarpato ogni velleità di ricerca processuale della verità che noi familiari delle vittime – in particolare io e mio fratello Angelo – stiamo cercando di raggiungere. E’ triste rendersi conto della insignificanza e del poco peso dell’intervento della ministra Cancellieri e come familiare delle vittime mi sento offeso e sempre meno tutelato dallo Stato”. Di più: “Sempre di più mi vergogno di essere cittadino italiano. Sappia la ministra e tutti coloro che vivono nell’indifferenza e infine tutti quelli che in ogni modo ostacolano la ricerca della verità che noi familiari siamo sempre più determinati ad andare avanti e a non fermarci davanti ad alcun ostacolo”.
Tanto è vero che solo grazie alla pervicacia di Luchino e Angelo Chessa – e dello studio di ingegneria Bardazza, da loro incaricato – un pezzo di verità ha perso opacità solo a 22 anni di distanza dalla sera del 10 aprile 1991. Un fatto che nella primavera scorsa ha raccontato anche ilfattoquotidiano.it. In breve Theresa – una nave che, mezz’ora dopo la collisione, si allontanò dalla rada del porto di Livorno a tutta velocità – non era che la nave militarizzata americana Gallant II, che – insieme ad altri mercantili – stavano riportando armi nella base di Camp Darby dopo la fine della prima guerra del Golfo. Elemento che – se acclarato anche da una magistratura – solleverebbe l’ennesima serie di domande su quella che fu chiamata la “Ustica del mare“: perché dalla Gallant II usarono quel nome in codice, perché non abbia usato il normale canale radio, come resta da spiegare il fatto che i periti del tribunale non si siano mai preoccupati di analizzare a fondo le registrazioni. “This is Theresa, this is Theresa for the ship one in Livorno anchorage, I’m moving out, I’m moving out!”. Theresa chiama la “nave uno” all’ancora nella rada di Livorno, mi allontano, mi allontano. La Procura non riuscì mai (né nella prima né nella seconda inchiesta) a capire da dove venisse quella voce registrata sul canale 16 d’emergenza di Livorno Radio. Né a individuare Theresa e “ship one”. L’unica certezza che arrivò dai pm è in nessuno dei due casi si trattava della 21 Oktobar II, il peschereccio che fece parte della flotta della Shifco, coinvolto in un presunto traffico illecito di armi tra l’Italia e la Somalia, al centro delle inchieste di Ilaria Alpi. Mentre per lo studio Bardazza di Milano il dato è certo: quella voce è del comandante Theodossiou, sulla Gallant II.
Ma il ministro della Giustizia resta al 2010. Aggiunge solo che sul presunto smaltimento dei rottami del Moby in una discarica di Castelvolturno, così come aveva detto Roberto Saviano, non ci sono riscontri né alla Procura di Napoli né alla Direzione Distrettuale Antimafia. Talmente poco c’era in quelle 15 righe che lo stesso ministro Cancellieri ha deciso di non portarle neanche in Aula: la replica è arrivata nella casella postale di Piras a Montecitorio. Insieme alla risposta a un’altra interrogazione sul distaccamento dei vigili del fuoco di Bono. Quello valeva la tragedia del Moby Prince: 15 righe in una casella postale. Come per i disagi di un distaccamento di provincia.
Fonte
Fiat, Marchionne sbanca Chrysler. Colpo grosso con 1,75 miliardi di dollari cash
La Fiat conquista il 100% della società dopo l'accordo con il sindacato americano Uaw. Il centro di gravità delle decisioni del gruppo si sposta definitivamente fuori dall'Italia. L'ad del Lingotto: "Siamo finiti nei libri di storia"
Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti, completano l’avventura americana con un successo. L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri. La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler. Come da comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,4616% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc (Fna). “A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di dollari Usa”. Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri degli Agnelli. Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9 miliardi, cioè più della metà, saranno il frutto “di un’erogazione straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.
L’azienda, insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto. Quella che al Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’inizio dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7 miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36 miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di Detroit, pagò 7,4 miliardi. Inoltre, non ci sarà aumento di capitale. L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King – che per gestire la trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di salvataggio dell’auto per Obama – è un contributo di 700 milioni di dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si impegnerà a sostenere le attività industriali della società e l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di massima collaborazione.
In questo quadro l’entusiasmo delle dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo giorno sin dal primo momento – ha detto il presidente John Elkann – sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista dell’operazione, Sergio Marchionne: “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia. L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”. Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa, infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi avevano presentato davanti al tribunale del Delaware – sede legale di Chrysler – per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.
Con il successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler, molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica visione, le strategie del gruppo. Il secondo passaggio che gli è reso possibile è quello della quotazione in borsa. Non è chiaro se ci sarà. Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla fusione delle due società creando davvero il polo mondiale dell’automobile – a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6 miliardi di dollari. Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa. Tutto quanto, però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente. L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso di Detroit.
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Gli Agnelli mettono a segno il colpo grosso. Rilevando l’intero capitale della Chrysler, infatti, completano l’avventura americana con un successo. L’accordo con il sindacato americano Uaw, che deteneva, tramite il fondo sanitario Veba, il 41,5% dell’azienda automobilistica salvata da Obama e ceduta alla Fiat, è stato raggiunto ieri. La casa torinese, ora, possiede il 100% dell’azienda di Detroit con un esborso tutto sommato minimo, 4,35 miliardi di dollari la maggior parte dei quali provengono dalle stesse casse della Chrysler. Come da comunicato ufficiale, l’accordo riguarda il 41,4616% della casa americana detenuto da Veba Trust e acquistato dalla controllata Usa della Fiat, la Fiat North America Llc (Fna). “A fronte della vendita della partecipazione, si legge, il Veba Trust riceverà un corrispettivo complessivo pari a 3,65 miliardi di dollari Usa”. Ma non saranno tutti soldi che fuoriescono dai forzieri degli Agnelli. Solo 1,75 miliardi, infatti , verranno versati “al closing”, cioè a chiusura di tutta l’operazione mentre 1,9 miliardi, cioè più della metà, saranno il frutto “di un’erogazione straordinaria che Chrysler Group pagherà a tutti i soci”.
L’azienda, insomma, verserà un dividendo straordinario, possibile grazie ai risultati fin qui raggiunti, e la quota di pertinenza della Fiat verrà girata al Veba costituendo parte del prezzo di acquisto. Quella che al Lingotto è definita “la magia di Marchionne” è dunque un’abile operazione finanziaria che consente alla società degli Agnelli di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Dall’inizio dell’operazione Chrysler, infatti, e grazie alle scelte di Obama e del sindacato Usa, la Fiat ha sborsato complessivamente “solo” 3,7 miliardi di dollari. La Daimler aveva dovuto tirare fuori ben 36 miliardi mentre il fondo Cerberus, quando acquistò l’80% dell’azienda di Detroit, pagò 7,4 miliardi. Inoltre, non ci sarà aumento di capitale. L’unica concessione fatta al sindacato di Bob King – che per gestire la trattativa si è affidato alla Deutsche Bank mentre la Fiat ha fatto affidamento su Ron Bloom che aveva gestito il piano di salvataggio dell’auto per Obama – è un contributo di 700 milioni di dollari al Veba Trust, versati in quattro rate annuali. In questo modo si arriva ai 4,35 miliardi di dollari. In cambio, però, il sindacato “si impegnerà a sostenere le attività industriali della società e l’ulteriore implementazione dell’alleanza Fiat-Chrysler, in particolare il programma World Class Manufacturing”. Insomma, una garanzia di massima collaborazione.
In questo quadro l’entusiasmo delle dichiarazioni di casa Fiat è del tutto comprensibile. “Aspetto questo giorno sin dal primo momento – ha detto il presidente John Elkann – sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione della Chrysler”. Ancora più entusiasta il regista dell’operazione, Sergio Marchionne: “Nella vita di ogni grande organizzazione ci sono momenti importanti che finiscono nei libri di storia. L’accordo raggiunto è senza dubbio uno di questi momenti”. Apprezzamenti sono giunti anche da Fim e Uilm, protagonisti dell’intesa Fiat in Italia, dal sindaco di Torino, Piero Fassino e dal presidente della Regione Piemonte , Roberto Cota. In conseguenza dell’intesa, infine, sia Fna che Veba ritireranno l’azione legale che entrambi avevano presentato davanti al tribunale del Delaware – sede legale di Chrysler – per spuntare il massimo prezzo dalla trattativa.
Con il successo dell’operazione, Marchionne raggiunge l’obiettivo fondamentale che si era dato all’inizio dell’operazione “americana”. Innanzitutto ottiene il controllo pieno della liquidità della Chrysler, molto importante soprattutto se sommata a quella della Fiat. In questo modo potrà gestire, da un’unica plancia di comando e con un’unica visione, le strategie del gruppo. Il secondo passaggio che gli è reso possibile è quello della quotazione in borsa. Non è chiaro se ci sarà. Si tratta di capire se Fiat procederà o meno alla fusione delle due società creando davvero il polo mondiale dell’automobile – a oggi il settimo o l’ottavo. In ogni caso, l’accordo di ieri ha comportato una valutazione “ufficiale” della Chrysler in 8,6 miliardi di dollari. Una parte dei quali potrebbero rientrare nelle casse Fiat in seguito a una quotazione vincente in borsa. Tutto quanto, però, andrà guardato alla luce delle prospettive complessive che Marchionne e gli Agnelli vorranno disegnare per il gruppo automobilistico. La vittoria negli Usa comporta grandi potenzialità ma significa anche che d’ora in avanti il centro di gravità delle decisioni si sposta definitivamente. L’Italia è davvero una provincia e come tale verrà gestita. Quattro anni dopo il varo del piano “Fabbrica Italia” successivamente rimangiato, il prossimo aprile Marchionne presenterà il suo nuovo “piano quinquennale”. Solo allora si saprà davvero se e quanto in Italia c’è da gioire per il colpo grosso di Detroit.
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01/01/2014
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