Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

01/07/2014

Se Napolitano riabilita Almirante. Ripassiamo un po’ di storia

Dice il Presidente della Repubblica che è nata dalla Resistenza e che ha l’antifascismo come valore fondante, insomma per quanto possa sembrar strano stiamo parlando di Giorgio Napolitano: «Almirante ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente a emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi anche se spesso aspro nei toni. È stato espressione di una generazione di leader che hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto a dimostrazione di un superiore senso dello Stato».

Ripassiamo un po’ di storia.

Giorgio Almirante fu tra i firmatari nel 1938 del Manifesto della razza e dal 1938 al 1942 collaborò alla rivista La difesa della razza come segretario di redazione. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Giorgio Almirante fu arruolato, ed inviato a combattere nella Campagna del Nordafrica.

Dopo l’8 settembre, Almirante aderì alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana arruolandosi nella Guardia Nazionale Repubblicana con il grado di capomanipolo. Il 30 aprile 1944 Almirante fu nominato capo gabinetto del ministero della Cultura Popolare presieduto da Fernando Mezzasoma. Divenne poi tenente della brigata nera, dipendente sempre dal Minculpop occupandosi della lotta contro i partigiani, in particolare nella Val d’Ossola e nel grossetano.

Almirante-Notarianni2Il 10 aprile 1944, apparve un manifesto firmato da Almirante in cui si decretava la pena della fucilazione per tutti i partigiani che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi. Rimase in clandestinità dal 25 aprile 1945 fino al settembre 1946, pur non essendo ufficialmente ricercato.

Partecipò alla fondazione dei Fasci di Azione Rivoluzionaria insieme a Pino Romualdi e Clemente Graziani nell’autunno del 1946.
Il 5 maggio 1958 al termine di un comizio a Trieste, Almirante è denunciato dalla Questura per «Vilipendio degli Organi Costituzionali dello Stato».

Il 16 giugno 1971 il Procuratore della Repubblica di Spoleto Vincenzo De Franco chiede alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante per i reati di “Pubblica Istigazione ad Attentato contro la Costituzione ed Insurrezione Armata contro i Poteri dello Stato”. L’autorizzazione venne concessa il 3 luglio 1974 dalla Camera dei deputati, con la contrarietà del solo MSI. Il segretario missino aveva infatti affermato durante il congresso del partito, con chiaro riferimento ai regimi di Salazar, Papadopoulos e Franco: «I nostri giovani devono prepararsi all’attacco prima che altri lo facciano. Da esso devono conseguire risultati analoghi a quelli conquistati in altri paesi d’Europa quali il Portogallo, la Grecia e la Spagna».

Così, nel 1974 ne parla la questura di Roma: «Il dr. Giorgio Almirante, segretario della giunta esecutiva del Movimento Sociale italiano, già redattore capo di ‘Il Tevere’ e di ‘Difesa della razza”, capo Gabinetto del ministero della Cultura popolare della pseudo Repubblica di Salò, è stato deferito alla Commissione Provinciale per il confino quale elemento pericoloso all’esercizio delle libertà democratiche, non solo per l’acceso fanatismo fascista dimostrato sotto il passato regime e particolarmente in periodo repubblichino, ma più ancora per le sue recenti manifestazioni politiche di esaltazione dell’infausto ventennio fascista e di propaganda di principi sovvertitori delle istituzioni democratiche ai quali informa la sua attività, tendente a far rivivere istituzioni deleterie alle pubbliche libertà e alla dignità del paese».

Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra – reo confesso della strage di Peteano – racconta nel 1982 di un Almirante che procura 35.000 dollari al terrorista Carlo Cicuttini, dirigente del MSI friulano, coautore della strage e autore della telefonata trappola che portò i carabinieri alla autobomba, affinché modificasse la sua voce durante la sua latitanza in Spagna con un intervento alle corde vocali. Nel giugno del 1986, a seguito dell’emersione dei documenti che provavano il passaggio del denaro tramite una banca di Lugano, il Banco di Bilbao e il Banco Atlantico, Giorgio Almirante e l’avvocato goriziano Eno Pascoli vennero rinviati a giudizio per il reato di favoreggiamento aggravato verso i due terroristi neofascisti. Pascoli verrà condannato per il fatto; Almirante invece, dopo un’iniziale condanna, si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare anche per sottrarsi agli interrogatori fin quando si avvalse di un’amnistia grazie alla quale uscì definitivamente dal processo.

Ernesto De Marzio, capogruppo del MSI alla Camera ha raccontato di aver presenziato, nel 1970, ad un incontro tra Junio Valerio Borghese ed Almirante nel corso del quale quest’ultimo, alle richieste di adesione all’imminente colpo di stato avanzate da Borghese, avrebbe risposto: «Comandante, se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive: ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni».

Almirante-NotarianniL’ammiraglio Gino Birindelli, presidente del MSI dal 1972 al 1974 e precedentemente in contatto con Ordine Nero, racconta in un’intervista del 2005, e l’ex ministro La Russa che a quei tempi frequentava i “sanbabilini” dovrebbe ricordarselo, l’atteggiamento di copertura tenuto dal partito di Almirante nei confronti degli assassini dell’agente di polizia Antonio Marino.

Per finire, ricordiamo le felicitazioni di Almirante ad Augusto Pinochet dopo il golpe contro Allende, per le quali fu pubblicamente ringraziato dallo stesso generale.

Forse Napolitano queste cose se le è scordate. Forse è troppo vecchio per fare il presidente di questa nostra Repubblica. Forse è il caso che si dimetta. O che qualcuno ne chieda la rimozione. Prima che se ne esca con la rivalutazione storica di Benito Mussolini: “Che quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.

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Napolitano fa davvero vomitare!

Gas, sanzioni e Unione Euroasiatica, Russia in difficoltà

Non ci sono in queste ore "elementi concreti" che inducono all'ottimismo su una rapida soluzione negoziale della crisi in Ucraina: e pur auspicando "segnali positivi" a breve, a fronte di "progressi lenti" e qualora la situazione non dovesse mutare, l'Unione europea "è pronta a prendere in considerazione ulteriori sanzioni nei confronti della Russia". E' abbastanza esplicito il risultato della riunione avvenuta ieri alla Farnesina tra i ministri degli Esteri di Italia, Lettonia e Lussemburgo, Federica Mogherini, Edgars Rinkevics e Jean Asselborn, che gestiranno la presidenza di turno dell'Ue nei prossimi 18 mesi.

In realtà la Mogherini ha voluto segnalare qualche elemento di ottimismo sulla possibilità che la Russia faccia qualche “passo indietro” nella crisi aperta in Ucraina dal golpe filoccidentale. "Se anche passassimo a un'ulteriore fase del livello sanzionatorio, non si tratterebbe della soluzione del conflitto, che va cercata al tavolo negoziale", ha insistito il ministro di Renzi alla vigilia dell'inizio del semestre di presidenza italiana dell'Ue.
E’ stato invece più esplicito il suo collega lussemburghese, secondo il quale l'obiettivo dell'Ue, almeno quello iniziale, deve essere "aiutare il presidente ucraino Petro Poroshenko a far sì che il suo piano di pace abbia successo, incoraggiando anche la Russia a impedire qualsiasi tipo di penetrazione di armi e combattenti dal confine". Alla luce del fatto che Poroshenko ieri sera ha posto fine ad un cessate il fuoco rispettato solo in parte, l'ipotesi di nuove sanzioni contro Mosca resta sul tavolo. "Il Consiglio Ue ha chiesto alla Russia di agire per porre in sicurezza la frontiera. Certamente ci sono progressi lenti, ma l'Ue è pronta a prendere in considerazione ulteriori sanzioni nei confronti della Russia. Se non vedremo alcun progresso, e la situazione attuale si protrarrà nel tempo malgrado il piano di Poroshenko, certamente ci troveremo costretti a considerare l'ipotesi di ulteriori sanzioni e pressioni economiche su entrambi i paesi", ha spiegato da parte sua il ministro lettone.

La Russia quindi per sperare di ridurre l’isolamento che la comprime ‘deve fare la brava’, è il messaggio dell’Unione Europea e a maggior ragione dell’amministrazione Obama. Nel tentativo di evitare il terzo pacchetto di sanzioni Vladimir Putin oggi incontrerà gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti della Federazione Russa, designando un piano d'azione comune in politica estera, visti i timori che nuove misure dell’Ovest - dopo l'Accordo di associazione di Ucraina, Georgia e Moldova con l'Ue - possano colpire ulteriormente e più seriamente l'economia russa. E in questo clima anche Washington preme sull’acceleratore dell’isolamento. Basta guardare al fatto che John F. Tefft, noto per le sue posizioni contro Mosca, sarà con tutta probabilità il prossimo ambasciatore Usa in Russia, per capire verso quale strategia sono orientati gli Stati Uniti.
Qualche guaio in più rispetto al previsto potrebbe venire dal fronte dei rapporti commerciali con i paesi che non aderiscono al boicottaggio occidentale. Crescono in questi giorni i dubbi che lo storico accordo per la fornitura di gas firmato da Russia e Cina entri nel vivo nei tempi previsti e, anzi, le cose potrebbero andare per le lunghe, creando problemi alla crescita della Cina, sempre più assetata d'energia, ed anche alla Russia, assetata di esportazioni. A rinfocolare i dubbi è stato ieri il quotidiano South China Morning Post secondo il quale gli analisti della Macquarie Securities sostengono che il flusso di gas russo in Cina non comincerà ad essere operativo prima del 2019 e ci metterà almeno cinque anni per raggiungere il pieno regime. Una stima in linea con quanto prospettato dall'Oxford Institute for Energy Studies. "I progetti russi sfondano di solito il budget e hanno ritardi", si legge nel rapporto di Macquarie, che cita la società di consulenza industriale Wood Mackenzie. "Viste le probabili difficoltà dello sviluppo upstream e il fatto che il gas andrà verso mercati del gas nascenti nelle città, Wood Mackenzie s'attende una fornitura di 5 miliardi di metri cubi attraverso il gasdotto 'Power of Russia' nel 2020 e poi una graduale crescita fino al volume contrattuale di 38 miliardi di metri cubi nel 2025: sette anni dopo rispetto a quando previsto dalle notizie dei media". Nel frattempo Mosca potrebbe perdere parecchi miliardi di mancate esportazioni ad ovest e Pechino dovrebbe mantenere gli accordi per le importazioni di greggio e gas con le petromonarchie favorendo indirettamente alcuni dei più acerrimi nemici della Russia. E nel frattempo Washington potrebbe fornire risorse energetiche ad un’Europa sempre più in rotta di collisione con Mosca accelerando così l’isolamento internazionale della Russia.

Anche sul fronte dell’Unione Euroasiatica si profilano alcuni problemi. Teoricamente l'Armenia dovrebbe entrare a giorni nell'Unione doganale, l’alleanza commerciale che per ora include Russia, Bielorussia e Kazakistan e che dal gennaio 2015 diventerà Unione economica eurasiatica. Ma l’ultimo colloquio tra il presidente russo Vladimir Putin e il collega armeno Serzh Sarkisian non ha chiarito né la data né l'effettiva fattibilità dell'adesione di Erevan al patto proposto dal Cremlino per fronteggiare la rapida avanzata di Bruxelles verso est.

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L’Onu approva risoluzione contro le multinazionali, Usa e Ue sul piede di guerra

Pochi giorni fa l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato una storica risoluzione che potrebbe permettere la vigilanza internazionale sul rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali in tutto il pianeta. Una possibilità tutta teorica, tenendo conto del fatto che nella maggior parte dei casi gli stati e anche la stessa Onu risponde e protegge gli interessi delle corporation, ma comunque il fatto che le Nazioni Unite stabiliscano un principio – le multinazionali devono essere controllate e non sono al di sopra della legge – è assai importante. Tanto che quasi tutti i rappresentanti delle grandi potenze occidentali hanno votato contro il progetto di risoluzione, passato giovedì a Ginevra con 20 voti favorevoli, 14 contrari – tra questi l’Unione Europea e gli Stati Uniti – e 13 astensioni. Approvando la risoluzione le Nazioni Unite si sono impegnate a creare un gruppo di lavoro con i diversi governi per creare un quadro legislativo e un trattato che permetta ai singoli stati di supervisionare il rispetto dei diritti umani da parte delle corporation.

“L’idea è creare un trattato vincolante per tutte le multinazionali affinché non possano violare i diritti umani nei paesi che lo ratifichino. Ora iniziano i negoziati, è una cosa che non ha precedenti. Prima esistevano solo norme che proteggevano gli interessi degli investitori, come i Trattati di Libero Commercio, ma non c’era nessuna norma vincolante nel diritto internazionale rispetto alle violazioni da parte delle multinazionali. Ci sono molti casi in cui si è cercato di portare le aziende davanti ai tribunali dei singoli paesi ma per limiti vari non ci si è riusciti” spiega Diana Aguiar, ricercatrice del Transnational Institut, una delle realtà promotrici dell’iniziativa insieme a un vasto arco di forze ecologiste, ong e paesi del Sudamerica.

Il trattato dovrebbe permettere – gli Stati che lo adottassero avrebbero due anni di tempo per metterlo in pratica a partire dal 2015 – di proteggere i lavoratori da condizioni di super sfruttamento e schiavitù, i minori, le donne, garantendo condizioni di lavoro minimamente accettabili. Ma secondo la Aguiar la norma permetterebbe anche di tutelare l’ambiente e gli ecosistemi dalla rapacità delle multinazionali.

Tra i paesi che hanno votato a favore della risoluzione proposta ufficialmente dall’Ecuador e dal Sudafrica ci sono la Cina, la Russia, Cuba, l’India e il Venezuela, mentre contro quella che viene denunciata come un’ingerenza indebita della politica nelle questioni economiche si sono pronunciati non solo i rappresentanti di Ue e Stati Uniti, ma anche della Germania, della Francia, della Gran Bretagna. E anche il rappresentante italiano non ha fatto mancare il suo sostegno agli interessi delle multinazionali e delle banche invece di sostenere un’iniziativa che almeno potenzialmente potrebbe consentire di frenare gli abusi delle corporation e degli stati conniventi con esse. Di fatto a bocciare la risoluzione, chiarisce la Aguiar, sono stati quei paesi dalle quali provengono la stragrande maggioranza delle multinazionali che operano sul mercato mondiale. “La rappresentante di Londra ha criticato la risoluzione perché a suo dire potrebbe disincentivare gli investitori dall’investire nei paesi del sud del mondo” denuncia la ricercatrice intervistata dal quotidiano Publico. Comunque per ora alcune centinaia di organizzazioni che operano per la difesa dell’ecosistema e dei diritti umani in tutto il mondo si godono la vittoria parziale. Sapendo che per trasformare la risoluzione in qualcosa di più effettivo dovranno continuare le mobilitazioni e le pressioni nei confronti delle stesse Nazioni Unite e dei singoli governi.

In ballo c’è una posta in gioco molto alta, soprattutto per i popoli e i paesi del sud del mondo. “Comincia a farsi strada anche all’Onu l’idea che non necessariamente le imprese debbano essere difese a spada tratta dai governi dei paesi in cui esse sono basate – spiega la Aguiar – Nel caso della Chevron (autrice di una contaminazione della giungla amazzonica in Ecuador alla base di un annoso contenzioso internazionale, ndr) le vittime hanno vinto il processo ma prima della sentenza la Chevron è fuggita dal paese e quindi i tribunali di Quito non hanno potuto rivalersi sulle sue proprietà per risarcire le vittime. Se si approva il trattato di cui siamo promotori, in un caso simile lo Stato potrebbe espropriare parte delle proprietà di una multinazionale per sostenere le rivendicazioni delle popolazioni colpite”

Durante la scorsa settimana, per sostenere l’approvazione della risoluzione, da diversi paesi le organizzazioni sociali, i movimenti indigeni, le ong hanno presentato nel corso di un’udienza speciale del Tribunale Permanente dei Popoli di Ginevra ben 12 casi di violazioni sistematiche dei diritti umani da parte delle multinazionali. Tra questi, quelli della società petrolifera Chevron-Texaco in Ecuador e della Shell in Nigeria, dell’israeliana Mekorot in Palestina, della multinazionale mineraria anglo-svizzera Glencore Xstrata in 7 diversi paesi, della Lonmine in Sudáfrica o della Coca Cola in Colombia, e infine della impresa spagnola Hidralia in Guatemala.

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Nella battaglia di Ypres, Renzi vittima collaterale

Fare un vertice Ue a Ypres, nel centenario dell’attentato di Gavrilo Princip a Sarajevo, significa volere, e di forza, evocare il ritorno degli spettri della storia. Anche il mainstream giornalistico si è esercitato a stuzzicare questi spettri, per mostrare il fatto che oggi sono stati domati, ma senza risultati letterari di rilievo. Le metafore, per rendere significato, vanno infatti sviluppate leggendo la trama che contengono non evocando qualche flash improvviso della memoria collettiva. Ypres è stata infatti teatro di ben quattro battaglie durante la prima guerra mondiale di cui una, la terza, ha una stima di oltre 300.000 morti. Fu il vero teatro della guerra chimica nel primo conflitto mondiale, di lì il gas a scopi bellici fu chiamato iprite, ma anche di altri inferni inenarrabili. Come quello di una rete metropolitana scavata tutta sotto le campagne di Ypres che, una volta stivata di dinamite, fu fatta esplodere sotto i piedi dell’esercito tedesco mentre stava avanzando. Le stime parlano di diecimila morti in un solo colpo. Sono note le ribellioni dei soldati francesi su quel fronte, l’occupazione di snodi ferroviari per tornare a casa. La loro rivolta fu domata da Pétain, il governatore della repubblica collaborazionista di Vichy nella guerra successiva. Un ufficiale inglese disse che la ferocia di quella guerra “non poteva essere immaginata” a casa. E non si trattava di un’epoca il cui confronto fisico mancava nei processi di immaginazione.

Il vertice Ue nella cittadina belga è servito quindi a lavorare su un simbolico, dopo la cerimonia sui 70 anni dallo sbarco in Normandia composto per lanciare un preciso messaggio: nell’Europa della pacificazione dalle guerre ci si unifica per un futuro di crescita e prosperità. Un messaggio più da anni ’50 che da secondo decennio del 2000. In verità, infatti, il vertice di Ypres è preda di un altro simbolismo. Quello che vuole che i vertici siano snodi di un altro genere di guerra, quella finanziaria, che crea distruzioni considerevoli quanto quelle sul campo. Basta dare uno sguardo allo storico del Pil italiano dall’unità ad oggi. Ci sono similitudini con il Pil del ’14, l’altro quello del ‘900, e record di recessioni consecutive o ravvicinate raggiunti nemmeno nei periodi di turbolenza bellica. Ma deve essere il destino di Ypres: allora era uno snodo verso l’accesso al mare, e quindi l’attacco all’Inghilterra via Manica, oppure, in ottica alleata, per la controffensiva che avrebbe potuto portare direttamente in Germania. Oggi si è rivelato uno snodo strategico per l’attacco all’Inghilterra, e al suo dedalo di interessi, oppure alla Germania maggiormente legata, perché capace di esercitare egemonia, alla governance Ue.

Gli effetti della guerra finanziaria, che ha trovato la sua ultima tappa a Ypres, certo sono meno tragicamente spettacolari di quelli di diecimila soldati che saltano, in un colpo solo, grazie alla dinamite nascosta nei tunnel. Ma di sicuro aprono a nuove turbolenze, non solo digitali, con nuovi effetti diffusi e concreti sulle popolazioni europee. La battaglia di Ypres del 2014 sancisce infatti un principio importante: il presidente della commissione europea viene eletto a maggioranza politica, quella emersa dal parlamento di Strasburgo, senza il principio dell’accordo tra stati. Negli anni precedenti era ormai emerso, con maggior chiarezza dopo la crisi Lehman, che l’edificio della governance europea mostrava ormai una crepa principale. Quella tra le esigenze della governance multilivello - quella che si esercita tra moneta, concorrenza e regolazione economica neoliberista - e gli accordi interstatali dove emergevano anche le esigenze del singolo stato nazionale. E, si badi bene, tra queste esigenze non c’è mai stato solo un aspetto di difesa corporativa ma anche di concretezza dei diritti. Non a caso la Germania mantiene vivo il rito del primato della corte costituzionale di Karlsruhe come decisore in ultima istanza sulla legittimità degli accordi europei mentre all’Italia è toccato votare il pareggio di bilancio in costituzione, vero attacco alla giugulare della carta del ’48.

Quindi che l’elezione di Juncker sia il ripristino della sovranità popolare continentale, tramite il voto del parlamento europeo, può solo crederlo qualcuno in volenteroso stato di allucinazione. E non solo perché le percentuali di non voto al parlamento di Strasburgo toccano quasi il 60 per cento, perché la strutturazione di partiti e sindacati continentali è debole o perché la cosiddetta società civile in Europa è un gigantesco pulviscolo di associazioni, in concorrenza tra loro, al massimo alla ricerca di una nicchia per un qualche finanziamento. Ma soprattutto perché il principio del voto a maggioranza, se replicato dopo l’elezione di Juncker, viene esercitato per uno scopo ben preciso: sciogliere il nodo gordiano tra interessi nazionali, specie quando in questi si annidano i diritti concreti universali contenuti nelle costituzioni (welfare, istruzione, beni comuni), e governance europea a favore di quest’ultima. E qui, visto che questa battaglia di Ypres l’ha persa l’Inghilterra, che non è riuscita a fermare Juncker, ci si deve fermare su un dettaglio non da poco.

Mettendo tra parentesi il ruolo speciale che il neoliberismo britannico gioca in Europa. Il principio delle decisioni a maggioranza, se replicato in Europa, servirà a smantellare non solo i veti corporativi ma anche quelli che contengono corposi diritti a livello nazionale. Certo, in Inghilterra si è aperto un dibattito tutto incentrato sul futuro Ue della Gran Bretagna. Sul ruolo dell’industria, che nel continente esporta, della finanza (che in UK produce metà del Pil) e sulle politiche della Banca di Inghilterra in rapporto alla Bce. Ma la sconfitta di Cameron, e il passaggio del principio di decisione Ue a maggioranza, porta una conseguenza storica e un effetto collaterale.

La conseguenza storica è semplice da osservare: la governance europea, con tutti i suoi livelli, ora colma i deficit di legittimazione con un più stretto legame con il parlamento europeo. La governance ha così una legittimazione più politica, il parlamento una maggiore integrazione con la commissione. Gli interessi sovranazionali che passano a maggioranza, rispetto alle esigenze e ai veti dei singoli stati, se mantengono questa forma decisionale non rappresenteranno quindi un cambiamento da poco.

L’effetto, la vittima collaterale si chiama Matteo Renzi. L’attuale presidente del consiglio già dalle primarie aveva insistito con la revisione dei parametri di stabilità. Per dare ossigeno alle politiche di bilancio, rendendole meno restrittive, e per trovare spazio per investimenti. Non ha ottenuto assolutamente nulla: nonostante sia stato lanciato, alla vigilia del vertice, dal Financial Times come campione del rigore anti-Merkel si è presto accodato ai desiderata della Germania. Non tanto, e non solo, sul nome di Junker ma proprio sulle politiche di austerità. Potenza delle necessità del capitale europeo. Dalle stesse parole di Del Rio si capisce che Renzi ha ottenuto solo uno sconto sul cofinanziamento, da stornare, sui fondi europei destinati all’Italia. Non molto, anche se sono 7 miliardi, specie se si considera che il rinvio del pareggio di bilancio, chiesto da Padoan, è stato bocciato dalla Ue. Basterebbe questo dettaglio per capire che Renzi non ha ottenuto nulla: non ti danno flessibilità nell’interpretazione dei parametri Ue se ti bocciano la richiesta di rinvio del pareggio di bilancio. Non a caso il ministro Del Rio, subito dopo la sconfitta di Renzi a Ypres (o meglio la sua caduta come effetto collaterale della sconfitta di Cameron) ha cominciato a chiedere Eurobond per socializzare il debito europeo e far spendere meno all’Italia in termini di interessi. Ma giusto per trovare un qualche argomento, per rinviare al futuro il problema di una gabbia del rigore che l’Italia non può combattere quando vuole e non vuole combattere quando può. Ma la Germania, soprattutto con i suoi istituti di credito, è nettamente contraria a quest’ipotesi.

Non resta quindi, a Renzi, che ripetere il mantra delle riforme “per ottenere flessibilità”. Per uno che era partito baldanzosamente, già dalla Leopolda, per ottenere flessibilità, in cambio di riforme, siamo all’esatto contrario di quanto desiderato. Una sconfitta che non si trova però nel mainstream televisivo ridotto a istituto Luce versione digitale come nemmeno ai tempi del berlusconismo più rampante (che contava comunque su qualche rete televisiva di opposizione). Oppure che la si intuisce da qualche corsivo di giornale, giusto se ci si arma della pazienza di un cremlinologo, di quelli che dovevano intuire le politiche sovietiche da apparentemente impercettibili spostamenti rituali. Il Def, documento di programmazione economico-finanziaria, di questa primavera anticipava un po’ questa sconfitta. Ma Ypres la ratifica.

Ci aspetta un altro autunno di massacro sociale, di manovre pesanti e di privatizzazioni. Specie se continua il bacio della morte tra media, opinione pubblica e Matteo Renzi. Il seguito dell’episodio di guerra finanziaria giocatosi ad Ypres non sarà infatti indolore. Sarebbe però salutare giocarselo politicamente con una convinzione: è caduto il mito dello “sbattere i pugni a Bruxelles” per ottenere qualcosa, qualsiasi straccio di cosa da raccontare alla propria opinione pubblica. Nel momento in cui viene sconfitta la Gran Bretagna, cioè l’elemento che più ha sbattuto i pugni sul tavolo e fatta valere la propria specificità da sempre, è l’idea stessa del “paese che si fa valere” che è ridicola. Perché, a livello di governo Ue, oggi il principio del governo a maggioranza fa evaporare quel diritto di veto che altro non era che la concretizzazione dello sbattere i pugni sul tavolo. Non a caso quindi Del Rio ha aperto subito sulla questione degli Eurobond: perché sa che sui margini al patto di stabilità continentale, sul fiscal compact e sugli investimenti non c’è spazio. Quindi il Renzi “che sbatterà i pugni sul tavolo in Europa” è una rappresentazione ottima per le tavolate estive nella natia Rignano, per i sogni dei Migliore di turno o per quelli degli elettori suicidi che l’hanno votato.

La verità è che questo è diventato un paese che ha tutti gli svantaggi della sovranità ceduta, compreso il trasferimento coloniale delle ricchezze, e nessuno dei vantaggi di far parte di un dispositivo continentale di governo. Ed è pure abitato da apprendisti stregoni sia dell’uscita dall’euro che della permanenza in una eurozona vista con lisergico distacco dai processi reali. Ma finché, come per le battaglie di Ypres combattute sul campo, non ci si può immaginare portata e devastazioni dei conflitti finanziari, tutto scorre. Fino al crinale storico successivo.

Per Senza Soste, nique la police

30 giugno 2014

Ucraina. Poroshenko non rinnova il cessate il fuoco

Era tutta una finta a beneficio della propaganda occidentale... L'Ucraina non prorogherà il cessate il fuoco con i separatisti dell'est del paese. Lo ha annunciato il presidente Petro Poroshenko nella notte fra lunedì e martedì.

«Dopo aver esaminato la situazione, ho deciso, come comandante in capo delle forze armate, di non prorogare il regime di cessate il fuoco unilaterale», ha detto Poroshenko in un messaggio alla nazione.

Anzi. «Noi attaccheremo» i separatisti che controllano da due mesi una gran parte delle regioni di Donetsk e Lugansk, ha proseguito il presidente. «Il nostro piano di pace, come la strategia per l'Ucraina e il Donbass, resta in vigore», ha aggiunto Poroshenko - e noi siamo ugualmente pronti a tornare al regime di cessate il fuoco in qualunque momento. Quando noi vedremo che tutte le parti si attengono ad applicare i punti essenziali di questo piano di pace... Che i combattenti liberino gli ostaggi. E che, dall'altra parte della frontiera (dalla parte russa, n.d.r.), si accenda un semaforo rosso per i sabotatori e i fornitori di armi. E che il rispetto delle regole alla frontiera sia sorvegliato dall'Osce».

La "pace" disegnata dal magnate ucraino nominato presidente è insomma la "resa" dei nemici. Un esempio vivente di "dialogo"... L'annuncio arriva qualche ora dopo una conversazione telefonica a quattro fra Poroshenko, i presidenti russo e francese e la cancelliera tedesca, nella quale si era cercato di spingere Kiev a prorogare il cessate il fuoco, scaduto lunedì alle 19.

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Dannato vivere



Le magagne della vita, i paradossi umani stanno tutti li dove sono, anche per  chi è arrivato, al netto di qualsiasi benessere. E' consolante pur essendo un bilancio comunque magrissimo.

Renzi ama le banche. Torna pure l'"anatocismo"

La distanza tra promesse e azioni, per un politico italiano, è sempre stata siderale. Il record assoluto lo aveva stabilito Berlusconi, com'è noto, a partire da quel mirabolante “meno tasse per tutti” che era stato il sigillo posto sul suo Ventennio.

Renzi sta avvicinandosi a tappe forzate a quei livelli. Mentre fustiga i lavoratori pubblici, pone le base per lo sradicamento dei sindacati, santifica la precarietà del lavoro e la distruzione di tutti i servizi pubblici essenziali, si ricorda ad ogni passo di premiare quanti lo hanno messo dove sta: le banche, i mercati finanziari.

Non ci credete? Bene. Saprete però che uno dei pochi – faticosissimi – successi dei consumatori nei confronti degli istituti di credito era stata la riduzione (abolizione sembrava eccessivo) dell'anatocismo. Una parola contorta per indicare una pratica truffaldina che così viene descritta sui testi:
la capitalizzazione degli interessi su un capitale, affinché essi siano a loro volta produttivi di altri interessi (in pratica è il calcolo degli interessi sugli interessi). Nella prassi bancaria, tali interessi vengono definiti "composti". Un esempio di anatocismo è quello di capitalizzare (ossia sommare al capitale di debito residuo) gli interessi ad ogni scadenza di pagamento, anche se sono regolarmente pagati.
Volgarmente, paghi sempre di più dell'interesse fissato al momento del prestito, secondo una dinamica esponenziale tipica dell'usura.

Le associazioni di consumatori sono andate avanti per una ventina d’anni a forza di reclami e ricorsi. Infine una sentenza della Cassazione – confermata da un'altra della Corte Costituzionale – l'aveva sanzionata come una truffa.

Così sembrava, nel 2010, che tutta la questione fosse stata risolta. È vero, l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva infilato in un “decreto milleproroghe” il solito codicillo incomprensibile ai profani che bloccava per un anno i rimborsi richiesti dai clienti. Una sanatoria di fatto, un rinvio, che ancora una volta la Corte Costituzionale provvedeva a cancellare (ma solo nel 2012, per i tempi tecnici di una sentenza, lasciando così intoccato il “rinvio” e l'indebito vantaggio per le banche; sia pure per un solo anno).

Tutto finito? Ma quando mai... Il governo Renzi, mentre i media mainstream indirizzavano l'attenzione generale verso i suoi “successi in Europa” (chi li ha visti? Chiamate la Sciarelli...) ha reintrodotto l’anatocismo nel decreto del 25 giugno (91/14). Siccome reintrodurlo non sarebbe sembrato logico, in una fase di salari in picchiata e persino di profitti deboli per le piccole imprese, è sembrato necessario applicargli una una robusta “cura linguistica”, rivestendolo di parole “positive”. Cosa hanno fatto? Lo hanno chiamato “Disposizioni urgenti per il rilancio e lo sviluppo delle imprese”. Non quelle che producono qualcosa, naturalmente (le quali anzi verranno danneggiate dal provvedimento), ma le banche (che sempre “imprese” sono, ma di tutt'altro genere).

Ma possibile che Renzi si rovini la reputazione di “innovatore” per una cazzata come questa? Basta cambiare un paio di meccanismi e il tutto può essere spacciato per “nuovo”. E infatti, se prima il calcolo degli interessi sugli interessi avveniva a scadenza trimestrale, ora potrà avvenire soltanto su base annuale. In effetti, per le banche sarebbe stato meglio addirittura su base mensile. Ma non si può pretendere troppo da un giovane alle prime armi...

Le associazioni hanno ovviamente reagito con un nuovo ricorso, che Cassazione e Consulta non potranno che accettare, viste le sentenze precedenti. Ma intanto il tempo passa e le banche incassano...

Questo e non altro è Renzi. Tutto chiacchiere e distintivo.

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Tre ragazzi uccisi: 34 raid aerei di Israele su Gaza, un morto palestinese a Jenin

Sarebbero stati ritrovati i corpi dei tre coloni israeliani scomparsi lo scorso 12 giugno mentre facevano l’autostop di ritorno dalla scuola rabbinica nell’insediamento illegale di Kfar Etzion. A dare la notizia è stato un’ora fa un tweet di Chaim Levinson, un giornalista di Haaretz, cancellato poco dopo ma rilanciato dai portali panarabi al-Jazeera e al-Arabiya,  che però non ha dato notizia del luogo del ritrovamento. Haaretz riferisce che un massiccio contingente di forze armate era stato dislocato stamattina tra il villaggio palestinese di Halhoul e l’insediamento illegale di Karmei Tzur, a nord di Hebron. Gli abitanti di Hebron riferiscono che tutti gli ingressi alla città sono stati bloccati, mentre il governo israeliano ha organizzato una riunione di emergenza per le 21.30 locali (20.30 italiane).

Prima dell’incontro dell’esecutivo israeliano, il premier Netanyahu ha detto: “Chi ha commesso il crimine è una bestia. Hamas è responsabile e Hamas pagherà”. Il movimento islamico ha risposto: “Ogni offensiva israeliana aprirà le porte dell’inferno”. Il portavoce, Sami Abu Zuhri, ha commentato: “Solo la versione degli eventi data da Israele è stata resa pubblica. Israele sta tentando di trovare una scusa per aggredirci, per aggredire Hamas. Rifiutiamo tutte le accuse israeliane e le minacce. Siamo abituati e sapremo come difenderci. Nessun gruppo palestinese, Hamas o altri, hanno rivendicato l’azione”.

Gli elicotteri militari stanno già volando numerosi sopra il cielo della Cisgiordania. Il ministro israeliano Katz ha minacciato Hamas: “Vi daremo una lezione che non dimenticherete”. Uri Ariel, ministro della casa, ricorda che “in guerra, bisogna schiacciare senza pietà i terroristi con una mano, e con l’altra dare un’adeguata risposta sionista”. Il ministro dell’economia Naftali Bennett (leader di Casa Ebraica), sentenzia che “non c’è tempo per parlare. Ora è il tempo di agire”. Il vice ministro della Difesa Danny Danon invece invoca la “totale distruzione di Hamas. Bisogna spazzare via le loro case, annientare i loro arsenali. E far sì che l’intera leadership palestinese la paghi cara”. Finora, nessun membro di Hamas ha mai rivendicato il rapimento dei tre coloni. Intanto gli abitanti di Hebron stanno denunciando la distruzione di numerose abitazioni.

Ad Halhul (dove volontari civili, e non l’esercito, ha trovato i tre corpi in una grotta) sono scoppiati scontri tra circa 200 palestinesi e esercito israeliano. Intanto l’esercito ha circondato le case di due sospetti, Amer Abu Eisha and Marwan al-Qawasmeh (tuttora ricercati) e si prepara a demolirle.

AGGIORNAMENTO 1 luglio 2014 ore 07.30 – BOMBE SU GAZA, UN PALESTINESE UCCISO IN CISGIORDANIA

Sale la tensione dopo il ritrovamento dei corpi dei tre coloni scomparsi: all’alba di oggi i soldati israeliani hanno ucciso Yousef Abu Zagha, un ragazzo palestinese di 18 anni, a Jenin, colpendolo al petto. Le truppe erano entrate in città per un raid e alcuni ragazzi hanno lanciato pietre; i soldati hanno risposto con il fuoco.

Notte terribile anche nella Striscia: dopo la promessa del premier Netanyahu di punire Hamas, a Gaza sono piovute bombe per tutta la notte, da novembre 2012 non si assisteva ad una simile operazione: oltre 34 i bombardamenti in tutto il territorio.

A Hebron le case dei due membri di Hamas sospettati di essere dietro il rapimento sono state demolite nella notte.

Fonte

La situazione è degenrata con troppa facilità e fin da subito Israele si è prodigato in un operazioni "muscolari" totalmente fuori parametro rispetto alla situazione per non pensare che il tutto sia stato sfruttato (e perché no orchestrato ad arte) per demolire il processo di riunificazione politica all'interno della classe dirigente palestinese.
Se al governo Netanyahu fosse stata davvero a cuore la sorte dei tre ragazzi scomparsi, le operazioni di ricerca si sarebbero dovute svolgere in ben altra maniera.