Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/11/2016

Il “piano di Gelli”, superato in tromba dalle “riforme” di Renzi e Ue

Nessuno come gli italiani tende a dimenticare il passato, anche quello più recente. E nessun vizio viene incentivato dai governi – tutti, di qualsiasi paese – più della smemoratezza. A un mese dal referendum sulla controriforma costituzionale Renzi-Boschi-Verdini, quindi, non sembra inutile ripubblicare il “piano di rinascita democratica” con cui la P2 voleva rovesciare la Costituzione materiale e formale della Repubblica.

Un raffronto anche veloce permette di vedere in questo antico testo golpista molte delle “riforme” poi fatte a turni alterni dai governi di centrodestra e di centrosinistra, fino – appunto – alla “controriforma costituzionale” che bocceremo il 4 dicembre. Ben sapendo che questa merda reazionaria resiste ai decenni e viene continuamente riproposta, rappresentando probabilmente il massimo del “progetto politico-sociale” elaborabile dal padronato nazionale.

Alcune chicche sono comunque evidenziabili fin da subito:

a) la cancellazione del diritto di sciopero, a partire dai servizi pubblici (“fatto!”, griderebbero all'unisono Berlusconi, Prodi, D'Alema e Renzi, con la complicità di Cgil-Cisl-Uil) e proibendo esplicitamente lo sciopero politico;

b) l'innalzamento dell'età pensionabile, su cui Gelli era decisamente più magnanimo della Fornero, volendo alzarla a “soli” 60 anni;

c) il controllo centralizzato dei sistemi di informazione, “sollecitando" i giornalisti, oltre che le proprietà;

d) la riduzione del sindacato – in generale – alla pura funzione economica di conciliazione con i prioritari interessi delle imprese;

e) la subordinazione esplicita della magistratura all'esecutivo;

f) il “taglio dei costi della politica” (!), in modo da avere partiti asserviti al potere economico per mancanza di alternative;

g) il “bipartitismo perfetto”, con due formazioni assolutamente equivalenti e guidate da un personale controllato dall'alto;

h) l'abolizione del valore legale del titolo di studio e in generale lo svuotamento della funzione formativa della scuola (vi fischiano le orecchie, vero?);

i) fine del “bicamerialismo perfetto”, tramite la “ ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere”.

Potremmo andare avanti a lungo, con le assonanze... e bisogna dire che gli “allievi” di Gelli, almeno in materia di diritto del lavoro, sono andati molto al di là dei precetti del “gran maestro”. Il quale, per esempio, scriveva che l'orario di lavoro poteva essere portato a... 7 ore e 30 minuti al giorno.

In effetti, sembra proprio questa la parte più invecchiata dell'antico programma reazionario. Il resto, c'è quasi per intero. E anche un po' di più.

Ricordatevene, il 4 dicembre...

*****

Testo integrale del "piano di rinascita democratica", della loggia P2, sequestrato a M. Grazia Gelli nel luglio 1982

PREMESSA
1) L' aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema
2) il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione di procedimenti – anche alternativi – di attuazione ed infine nell'elencazione di programmi a breve, medio e lungo termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali.

OBIETTIVI
1) Nell'ordine vanno indicati:

a) i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC al PLI (con riserva di verificare la Destra Nazionale)
b) la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di giornalisti attraverso una selezione che tocchi soprattuttto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa, Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di Sicilia, per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epocaa, Oggi, Gente, Famiglia Cristiana. La RAI-TV va dimenticata.
c) i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva per ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori;
d) il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualita' degli uomini da proporre ai singoli dicasteri;
e) la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi;
f) il Parlamento, la cui efficienza e' subordinata al successo dell'operazione sui partiti politici, la stampa e i sindacati.

2) Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della manovra di tipo economico finanziario.
La disponibilta' di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.
Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedra' in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti.

3) Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione e' la costituzione di un club (di natura rotariana per l'etereogenita' dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati, nonche' pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unita'.
Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onesta' e rigore morale, tali cioe' da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante e' stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.

PROCEDIMENTI
1) Nei confronti del mondo politico occorre:

a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti -con i dovuti controlli- a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta' e tendenzialmente disponibili per un'azione poltica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominativamente. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In un secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.

3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e' fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale, nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica, con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello legittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile snche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica deei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiori all'altra ipotesi.

4) Governo Magistratura e Parlamento

a) selezionare gli uomini – anzitutto – ai quali puo' essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI: Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente): Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilita' esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti – con i dovuti controlli – a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI – PSDI – PRI – Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della societa' civile in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale.
Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacita', onesta', e tendenzialmente disponnibili per un'azione politica pragmatica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione e' da ritenere inevitabile.

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non puo', in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrera' redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovra' essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non piu' di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente.
Ai giornalisti acquisiti dovra' essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.
In secondo tempo occorrera':
a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;
b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
d) dissolvere la RAI-TV in nome della liberta' di antenna ex art. 21 Costit.

3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria e'fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioe' le linee gia' esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari della UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, aquisire con strumenti finanziari di pari entita' i piu' disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interrno dell'attuale trimorti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della liberta' individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quella illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.
Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della liberta' di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo e' da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entita' inferiore all'altra ipotesi.

4) Governo, Magistratura e Parlamento

E' evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze .
E' comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono – salvo che per la Magistratura – da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa e ai sindacati, con la riserva di una piu'rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti e' facile estendere lo stesso modus operandi gia' previsto per i partiti politici.
Per la Magistratura e' da rilevare che esiste gia' una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass. Naz. Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.
E' sufficiente stabilire un accordo sul piano morale e programmatico ed elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento, gia' operativo nell'interno del corpo anche al fine di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elementi di equilibrio della societa' e non gia' di eversione.
Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull'ascesa al Governo di un uomo politico (o di un'equipe) gia' in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee "ripresa democratica", e' chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilita' di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all'attuazione dei procedimenti sopra descritti.
In termini di tempo cio' significherebbe la possibilita' di ridurre a 6 mesi e anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilita' dei mezzi finanziari.

PROGRAMMI

Per programmi si intende la scelta, in scala di priorita', delle numerose operazioni in forma di:
a) azioni di comportamento politico ed economico;
b) atti amministrativi (di Governo);
c) atti legislativi; necessari a ribaltare – in concomitanza con quelli descritti in materia di procedimenti – l'attuale tendenza di sfascimento delle istituzione e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano piu' secondo gli schemi originali. Si tratta, in sostanza, di "registrare" – come nella stampa in tricromia – le funzioni di ciascune istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato.
A titolo di esempio, si considerano due fenomeni:
1) lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati ed al Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria. Sarebbero sufficienti una buona legge sulla programmazione che rivitalizzi il CNEL e una nuova struttura dei Ministeri accompagnate da norme amministrative moderne per restituire ai naturali detentori il potere oggi perduti;
2) l'involuzione subita dalla scuola negli ultimi 10 anni quale risultante di una giusta politica di ampliamento dell'area di istruzione pubblica, non accompagnata pero' dalla predisposizione di corpi docenti adeguati e preparati nonche' dalla programmazione dei fabbisogni in tema di occupazione.
Ne e' conseguente una forte e pericolosa disoccupazione intellettuale – con gravi deficenze invece nei settori tecnici nonche' la tendenza a individuare nel titolo di studio il diritto al posto di lavoro. Discende ancora da tale stato di fatto la spinta all'egualitarismo assolto (contro la Costituzione che vuole tutelare il diritto allo studio superiore per i piu' meritevoli) e, con la delusione del non inserimento, il rifugio nella apatia della droga oppure nell'ideologia dell'eversione anche armata. Il rimedio consiste: nel chiudere il rubinetto del preteso automatismo: titolo di studio – posto di lavoro; nel predisporre strutture docenti valide; nel programmare, insieme al fenomeno economico, anche il relativo fabbisogno umano; infine nel restaurare il principio meritocratico imposto dalla Costituzione.
Sotto molti profili, la definizione dei programmi intersechera' temi e notazioni gia' contenute nel recente Messaggio del Presidente della Repubblica – indubbiamente notevole – quale diagnosi della situazione del Paese, tenendo, pero', ad indicare terapie piu' che a formulare nuove analisi.
Detti programmi possono essere esecutivi – occorrendo – con normativa d'urgenza (decreti legge).
a) Emergenza a breve termine . Il programma urgente comprende, al pari degli altri provvedimenti istituzionali (rivolti cioe' a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.
a1) Ordinamento giudiziario: le modifiche piu' urgenti investono:
– la responsabilita' civile (per colpa) dei magistrati;
– il divieto di nomina sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
– la normativa per l'accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari);
– la modifica delle norme in tema di facolta' liberta' provvisoria in presenza dei reati di
eversione – anche tentatata – nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonche' di
violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di
persona e di violenza in generale.
a2) Ordinamento del Governo
1 – legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Minister (Cost. art. 95) per determinare
competenze e numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);
2 – legge sulla programmazuone globale (Cost. art. 41) incentrata su un Ministero
dell'economia che ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. – PPSS –
Mediocredito Industria – Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle
forze sociali e sindacali, imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il
Parlamento e le Regioni;
3 – riforma dell'amministrazione (Cost. artt. 28 -97 – 98) fondato sulla teoria dell'atto
pubblico non amministrativo, sulla netta separazione della responsabilta' politica da
quella amministrativa che diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero)
e sulla sostituzione del principio del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;
4 – definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla
Costituzione e individuazione delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie
di quelle regionali che debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi
cornice.
a3) Ordinamento del Parlamento
1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al SR);
2) modifica (gia' in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art. 64) fra maggioranza-Governo da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza assemblearistica;
3) adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma
governativo.

b) Provvedimenti economico-sociali
b1) abolizione della validita' legale dei titoli di studio (per sfollare le universita' e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);
b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17) salvi i
turni necessari per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attivita' pubbliche e private;
b3) eliminazione delle festivita' infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno – Natale
– Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato i turni di festivita' – anche per
sorteggio – in tutti i periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attivita' dell'industria turistica,
sia per evitare la "sindrome estiva" che blocca le attivita' produttive;
b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
1 – revisione delle aliquote per i lavoratori dipendenti aggiornandole al tasso di svalutazione 1973-76;
2 – nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari delle P.A. (onde evitare gli enormi
costi delle relative partite di giro);
3 – inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;
4 – abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute, allo scopo di sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto;
5 – alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammotamenti,
investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento delle aziende produttive;
6 – reciprocita' fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati ed
accertati;
b6) abolizione della nominativita' dei titoli azionari per ridare fiato al mercato azionario e
sollecitare meglio l'autofinanziamento delle aziende produttive;
b7) eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di mano pubblica in sede di giro conti reciprochi che si risolvono – nel gioco degli interessi – in passivita' inutili dello stesso Stato;
b8) concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali
dall'estero;
b9) costituzione di un fondo nazionale per i servizi sociali (case – ospedali – scuole
– trasporti) da alimentare con:
1 – sovraimposta IVA sui consumi voluttuari (automobili – generi di lusso)
2 – proventi dagli inasprimenti ex b5)4;
3 – finanziamenti e prestiti esteri su programma di spesa;
4 – stanziamenti appositi di bilancio per investimenti;
5 – diminuzione della spesa corrente per parziale pagamento di stipendi statali superiori a
L. 7.000.000 annui con speciali buoni del Tesoro al 9% non commerciabili per due anni.
Tale fondo va destinato a finanziare un programma biennale di spesa per almeno 10.000
miliardi. Le riforme di struttura relative vanno rinviate a dopo che sia stata assicurata la
disponibilita' dei fabbricati, essendo ridicolo riformare le gestioni in assenza di validi
strumenti (si ricordino i guasti della riforma sanitaria di alcuni anni or sono che si risolvette
nella creazione di 36.000 nuovi posti di consigliere di amministrazione e nella correlativa
lottizzazione partitica in luogo di creare altri posti letto)
Per quanto concerne la realizzabilita' del piano edilizio in presenza della caotica
legislazione esistente, sara'necessaria una legge che imponga alle Regioni programmi
urgenti straordinari con termini brevissimi surrogabili dall'intervento diretto dello Stato; per quanto si riferisce in particolare all'edilizia abitativa, il ricorso al sistema dei comprensori obbligatori sul modello svedese ed al sistema francese dei mutui individuali agevolati sembra il metodo migliore per rilanciare questo settore che e' da considerare il volano della ripresa economica;
b10) aumentare la redditivita' del risparmio postale elevando il tasso al 7%;
b11) concedere incentivi prioritari ai settori:
I – turistico
II – trasporti marittimi
III – agricolo specializzato (primizie zootecnia)
IV – energetico convenzionale e futuribile (nucleare – geotermico – solare)
V – industria chimica fine e metalmeccanica specializzata di trasformazione; in modo da
sollecitare investimenti in settori ad alto tasso di mano d'opera ed apportatori di valuta;
b12) sospendere tutte le licenze ed i relativi incentivi per impianti di raffinazione primaria del petrolio e di produzione siderurgica pesante.

c) Pregiudiziale e' che oggi ogni attivita'secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e
gestore un Governo deciso ad essere non gia' autoritario bensi' soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
Cosi' e' evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il paese dai
teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.
Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facolta' di
interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonche' di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.

d) Altro punto chiave e'l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della
stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da
impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.
E' inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso,
Europeo sulla formula viva "Settimanale".

MEDIO E LUNGO TERMINE

Nel presupposto dell'attuazione di un programma a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali e'possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, e'necessario rinviare nel tempo l'elencazione di problemi e relativi rimedi.

a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinnamento Giudiziario
I – unita'del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M.
e' distinto dai giudici);
II – responsabilita' del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III – istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte
ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi
pericoli ed eliminando le attuali due fasi di istruzione;
IV – riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);
V – riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di eta' per le funzioni di accusa, separare le
carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;
VI – esperimento di elezione di magistrati (Costit. art. 106) fra avvocati con 25 anni di
funzioni in possesso di particolari requisiti morali;
a2) Ordinamento del Governo
I – modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio e' eletto dalla
Camera all'inizio di ogni legislatura e puo' essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni
del successore;
II – modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualita'
di parlamentari;
III – revisione della legge sulla contabilita' dello Stato e di quella sul bilancio dello Stato
(per modificarne la natura da competenza in cassa);
IV – revisione della legge sulla finanza locale per stabilire – previo consolidamentodel debito attuale degli enti locali da riassorbire in 50 anni – che Regioni e Comuni possono spendere al di la' delle sovvenzioni statali soltanto i proventi di emissioni di obbligazioni di scopo (esenti da imposte e detraibili) e cioe'relative ad opere pubbliche da finanziare, secondo il modello USA. Altrimenti il concetto di autonomia diviene di sola liberta' di spesa basata sui debiti;
V – riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i
i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari;
a3) Ordinamento del Parlamento
I – nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo
il modello tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di
rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali,
diminuendo a 250 il numero dei senatori ed elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di
nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative (ex parlamentari – ex magistrati
– ex funzionari e imprenditori pubblici – ex militari ecc.);
II – modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed alla Senato preponderanza economica (esame del bilancio);
III – stabilire norme per effettuare in uno setesso giorno ogni 4 anni le elezioni nazionali,
regionali e comunali (modifica costituzionale);
IV – stabilire che i decreti-legge sono inemendabili;
a4) Ordinamento di altri organi istituzionali
I – Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilita' successiva dei giudici a cariche elettive
in enti pubblici; sancire il divieto di sentenze cosiddette attive (che trasformano la Corte in
organo legislativo di fatto);
II – Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilita' ed
eliminare il semestre bianco (modifica costituzionale);
III – Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini
secondo criteri geoeconomici piu' che storici. Provvedimenti economico sociali.

b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla dimostrazione
di possedere un posto di lavoro e un reddito sufficiente (per evitare che saltino le finanze dei grandi Comuni);
b2) Nuova legslazione urbanistica favorendo le citta' satelliti e trasformando la scienza
urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;
b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignita' del cittadino (sul
modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anno i bilanci nonche' le retribuzioni dei giornalisti;
b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di
sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi
attuali;
b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo: il divieto del pagamento di
pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilita'; il controllo rigido sulle pensioni di invalidita'; l'eliminazione del fenomeno del cumulo di piu' pensioni;
b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei sindacati
limitando il diritto di sciopero nel senso di:
I – introdurre l'obbligo di preavviso dopo aver espedito il concordato;
II – escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;
pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;
III – limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la liberta' di lavoro;
b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprieta' azionaria delle
imprese e sulla gestione (modello tedesco);
b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina delle
acque, rimboscamento, insediamenti umani);
b9) legislazione antimonopolio (modello USA);
b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);
b11) riforma della scuola (selezione meritocratica – borse di studio ai non abbienti – scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);
b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco.

c) Stampa – Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI-TV.

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I servizi segreti britannici e la “minaccia nascosta” russa

Così come a Bruxelles incolpano la Russia di “essersi pericolosamente avvicinata alle frontiere orientali della Nato”, da Londra arriva ora l'accusa rivolta a Mosca di rappresentare una minaccia per la Gran Bretagna. Il direttore del MI-5, il controspionaggio britannico, Andrew Parker ritiene che la Russia stia conducendo una politica estera sempre più aggressiva, così perniciosa da includere “propaganda, spionaggio, sovversione e attacchi informatici”. Le dichiarazioni di Parker, rilasciate ieri in un'intervista al Guardian (pare si tratti della prima intervista di un capo del MI-5 nei 107 anni di vita dell'intelligence britannica: vorrà dire qualcosa?) e riportate oggi da quasi tutte le agenzie russe, scendono nei particolari degli “attacchi” russi, specificando che Mosca “utilizza una serie di organi statali e strutture militari per promuovere la sua politica estera, oltre i propri confini, con tecniche sempre più aggressive. La Russia oggi è presente in tutta Europa e nel Regno Unito" ha detto Parker, per cui "l'attività del MI-5 è quella di interporsi contro tutto ciò. Con ogni evidenza, la Russia si contrappone sempre più all'Occidente e, a giudicare da tutto, agisce di conseguenza, con metodi non tradizionali. Potete vederlo dalle sue azioni in Ucraina e in Siria. Ma vi è anche una gran mole di attività che rimane fuori del campo visivo, insieme alle minacce informatiche. La Russia ha rappresentato per decenni una minaccia nascosta", ha dichiarato Parker.

Le dichiarazioni di Parker seguono quelle sempre più frequenti di esponenti USA, anche a proposito di presunte ingerenze informatiche russe nella campagna elettorale statunitense, cui Mosca ha sempre risposto, semplicemente, di non disporre della possibilità e tantomeno della volontà di influenzare il voto statunitense. Appena pochi giorni fa, Vladimir Putin aveva ricordato come Mosca, purtroppo, non disponga di una rete mediatica quale quella USA, in grado di influire sull'opinione pubblica di altri paesi.

Per convincersene, sarebbe appena sufficiente dare un'occhiata superficiale proprio ai due casi ricordati dal direttore del MI-5: Ucraina e Siria, in cui gli atti terroristici delle truppe e delle formazioni neonaziste ucraine contro i civili del Donbass, vengono contrabbandate in occidente come mire aggressive di Mosca, senza che “la propaganda e gli attacchi informatici” russi possano scalfire tali “certezze” inculcate nella società, purtroppo, ancora con successo, dai media occidentali.

Del pari, gli attacchi aerei fintamente antiterroristici della coalizione a guida USA, che colpiscono le città siriane e le forze che stanno davvero combattendo contro lo Stato Islamico, vengono costantemente coperti con lo spauracchio delle attività navali e missilistiche russe che, a detta dei media di regime, rappresenterebbero una “minaccia di aggressione” al “libero mondo occidentale” e non invece l'unica, ad oggi, attività efficacemente diretta a sradicare il terrorismo cosiddetto islamista.

Tanto può oggi “la presenza russa in tutta Europa e nel Regno Unito"! Una presenza così “effettiva” che, in appena due anni e mezzo di regime golpista in Ucraina, le organizzazioni sponsorizzate da George Soros e dal Dipartimento di stato USA sono riuscite a ribaltare totalmente l'atteggiamento di gran parte della popolazione ucraina nei confronti della Russia: da paese partner principale di Kiev, a stato verso cui avere un atteggiamento di quasi estraneità. Secondo recenti sondaggi, oggi oltre la metà degli ucraini avrebbe un atteggiamento di freddezza verso la Russia: il 28% ha espresso un atteggiamento “freddo” e il 29% “molto freddo”. Se il 24% degli intervistati ha manifestato un atteggiamento “neutrale”, appena il 3% ha dichiarato di nutrire sentimenti “molto calorosi” e il 15% “calorosi” verso il vicino orientale.

Tanto che non ha destato particolare meraviglia la comparsa della nuova simbologia del controspionaggio ucraino (GRU), presa a prestito direttamente dal vecchio armamentario nazista: una civetta che tiene negli artigli una spada, direttamente puntata sulla Russia, i cui confini sono gli unici a esser nettamente delineati nell'intero globo terrestre e, al disopra, la scritta “Ukraïna ponad use” (Ucraina sopra tutto), tradotto pari pari dal “Deutschland über alles”.

Ma, si sa, Kiev sta combattendo per “la libertà dell'Europa intera” contro “l'aggressività russa”. Una macchina russa di propaganda davvero “minacciosa per l'Europa e il Regno Unito”!

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La sai l’ultima sul referendum? Meglio rinviarlo...

Cosa si fa davanti a una battaglia che non si può vincere? Si scappa rinviando ad altra occasione. Non c'è bisogno di aver studiato Sun Tsu, per arrivarci...

Il problema diventa serio quando la battaglia è già cominciata, avviene sul campo che tu stesso hai scelto e i pochi modi per rinviarla non dipendono da te (non con metodi legali e trasparenti, comunque).

E' la posizione insostenibile del governo Renzi, e della sua raccogliticcia maggioranza parlamentare, a un mese dal referendum sulla controriforma costituzionale voluta da lui e dai reazionari di mezzo mondo (ultimo in ordine temporale il ministro degli interni tedesco, il democristiano ex össie De Maziere).

Il clima del paese, più ancora di quanto non registrino i sondaggi, è chiarissimo: il NO rischia di straripare, più che di vincere. E la strategia consigliatagli persino da Obama (“non ti dimettere, neanche se perdi”) resta possibile solo in caso di sconfitta di misura. Uno scarto ampio, diciamo maggiore del già catastrofico 55-45, implicherebbe – se non le pur dovute dimissioni immediate – l'apertura ufficiale della caccia al possibile sostituto. In tempi brevi, oltretutto, per non far crescere nel paese i molti e non omogenei movimenti di insofferenza.

Così, un'idea è balenata nel cervello golpista della reazione governante: rinviamo la scadenza a primavera. La scusa ufficiale è ridicola, ma deve esser sembrata comunque praticabile: c'è stato il terremoto. Difficile spiegare razionalmente perché diventerebbe complicato portare al voto oltre 40 milioni di italiani solo perché tra i 30 e i 50mila sono temporaneamente alloggiati in sistemazioni di fortuna (ma non per questo ignoti agli archivi centrali, anche elettorali). Al massimo si può chiedere ai media di riempirsi di ridicolo – oltre la misura cui sono abituati – per creare ad arte una sentiment favorevole al rinvio “umanitario” (per chi?).

Il panico che agita i neuroni dell'esecutivo è evidente se si leggono con attenzione le parole con cui Angelino Alfano ha presentato l'ipotesi: Il governo non farà alcuna richiesta di rinviare il referendum ma qualora una parte della opposizione fosse disponibile a valutare un'ipotesi di questo genere, io sono convinto che sarebbe un gesto da prendere in altissima considerazione". Si può tradurre senza sforzo: "facitece 'o piacere di chiederlo voi, vi saremo riconoscenti in vari modi"...

Nessuna certezza, comunque, che in primavera le cose possano andar meglio per il governo, naturalmente. Certo, non ci sarà in ballo la legge di stabilità colma di promesse irrealizzabili, ma sarà ancora fresco il ricordo di quante promesse sono state via via cancellate sotto la sferza della Commissione Europea (che, nonostante il terremoto continuo, non ha affatto apprezzato la lettera di risposta del governo italiano ai propri rilievi critici sulla manovra).

Certo, si potrà cercare come scusa per non aver mantenuto le promesse proprio i costi – sicuramente crescenti ad ogni scossa rilevante – del terremoto (quelli che ufficialmente giustificano la richiesta di “maggiore flessibilità sui conti”).

Ma ogni giorno che passa il rapporto tra questo governo e strati sempre più larghi di popolazione si va consumando. Da qui a primavera, insomma, ci sarà solo più tempo per cercare alternative (di governo, di promesse, di “narrazione”...).

Il problema è che la data non è più a disposizione del governo, che l'aveva già fissata vicino al limite massimo concesso dalla legge e dalla Costituzione. L'unico motivo legale è connesso all'eventuale accettazione del ricorso presentato dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, al Tribunale di Milano. Se il giudice che ha in mano l'incartamento dovesse rinviare la decisione alla Consulta, allora – e solo in quel caso – il rinvio sarebbe costituzionalmente legittimo.

La richiesta di Onida, infatti, riguarda proprio il quesito referendario scritto sulle schede fin qui preparate su proposta dell'esecutivo. Non sarebbe corretto, infatti, votare genericamente – con un sì o un no – su una riforma che investe quasi la metà degli articoli della Costituzione, su temi molto differenti e non organicamente connessi tra loro (per esempio: l'abolizione del Cnel non ha alcun legame con la riforma delle competenze e della composizione del Senato). In quest'ottica, insomma, bisognerebbe votare su quesiti distinti, se non per singolo articolo, almeno per “tema”.

Chiamare la Consulta a decidere se si debba fare o meno lo "spacchettamento" significa automaticamente rinviare ad altra data il voto, su uno o più quesiti diversi da quello su cui sta avvenendo ora la campagna referendaria.

E' ovvio che lo “spacchettamento” del quesito avrebbe anche, per il governo, un effetto benefico non secondario: quello di sminuire, oggettivamente, la “personalizzazione” del voto sul solo Renzi.

Il leaderino di Rignano si è comunque incartato in una trappola costruita con le sue mani: se il referendum non è più un plebiscito su di lui (com'era stato pensato quando i sondaggi lo davano in cielo), scompare anche quell'effetto di legittimazione della sua permanenza in una carica cui non è stato eletto. Ma se la sconfitta è intanto diventata molto probabile, se non addirittura certa, il rinvio permetterebbe di evitare almeno l'effetto delegittimazione. Anche se il rinvio stesso, in larga parte, diventa a sua volta un'evidente fuga che – di per sé – è una sconfitta e quindi anche una delegittimazione che coinvolge il senso stesso della “controriforma” ("se diventa complicato persino votarla, non sarà che c'è in essa qualcosa di profondamente sbagliato?").

Il problema politico sul terreno è chiarissimo, insomma. A Palazzo Chigi, con l'aiuto di Napolitano e il pronto soccorso dell'Unione Europea, stanno cercando una “chiave narrativa” per far passare il rinvio come “una cosa che serve al paese”.

Che di tutto ha bisogno, specie in pieno terremoto, meno che di un'altra sfilza di chiacchiere...

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Brasile. La sconfitta del “neo-desenvolvimentismo” lulista

Il secondo turno delle elezioni amministrative – realizzate il 30 ottobre – ha nuovamente messo a nudo le principali contraddizioni della congiuntura politica brasiliana, confermando i risultati elettorali del primo turno e le nuove tendenze degli elettori a partire dalle quali i partiti e i movimenti dovranno prendere posizione. Un contesto che, comunque, evidenzia: a) il completo asservimento della borghesia brasiliana agli interessi delle componenti dell’imperialismo; b) l’affermazione dell’interclassismo e della collaborazione con il capitale per conquistare spazi nelle istituzioni; c) la retrocessione della lotta di classe.

Contraddizioni che, in realtà, cominciarono ad apparire con rilevante evidenza nel giugno del 2013, quando le manifestazioni contro il costo della vita e la disoccupazione hanno sorpreso il governo di Dilma Rousseff, da troppo tempo abituato a tamponare le situazioni di crisi con accordi di vertice realizzati in Parlamento dai principali dirigenti del lulismo con accordi sottobanco. In seguito, nel 2015, gli effetti della crisi economica mondiale hanno fatto esplodere le suddette contraddizioni, grazie anche alle manipolazioni operate dai media, in particolare dalla TV Globo e con la conseguente mobilitazione della maggior parte dei deputati e dei senatori del Parlamento Federale per approvare l’impeachment nei confronti della presidentessa Dilma Rousseff.

Un contesto che ha contribuito ad affermare nella borghesia brasiliana i concetti di “classe padrona” ideologicamente avversa ai compromessi interclassisti dei governi del PT di Lula. Nello stesso tempo i media, utilizzando come parole d’ordine gli slogan: “No allo Stato delle tasse!”, “No alla corruzione del PT!” e “No all’incompetenza del governo di Dilma!”, in brevissimo tempo sono riusciti a ricucire le maglie della borghesia brasiliana per poi scagliarla contro il PT, il lulismo, la presidentessa Dilma e quindi contro ogni tipo di legge che beneficiasse i lavoratori e i poveri in generale. Di conseguenza, all’interno delle differenti componenti della borghesia e dalla classe media brasiliana si è affermata l’idea che un più stretto legame con gli Stati Uniti e uno stato meno spendaccione con i quaranta milioni di poveri avrebbe permesso al Brasile di uscire dalla crisi. Infatti, nel 2014, le manifestazioni ricominciarono a Sao Paulo, per poi dilagare in tutto il Brasile nel 2015, riuscendo in questo modo a ricompattare le differenti componenti della borghesia brasiliana, che non ha più esitato prendendo la decisione di rompere definitivamente con il PT e quindi con il governo di Dilma Rousseff. Una decisione che è stata sempre accompagnata, monitorata e stimolata dai rappresentanti delle “eccellenze” della Casa Bianca.

Purtroppo, la direzione del PT e della centrale sindacale CUT – interamente controllate dagli uomini del lulismo (1) –, hanno inizialmente sottovalutato l’ingerenza degli USA e poi quando si sono accorti di quello che stava succedendo, hanno preferito retrocedere, dimenticando di essere un governo eletto con il 57% dei voti delle classi popolari e di avere promesso un programma di riforme. Per questo nel primo e poi nel secondo governo di Dilma Rousseff, le rivendicazioni degli impresari e dei banchieri divennero priorità assolute del governo, a differenza di quelle del movimento popolare. Un comportamento che l’ex-portavoce del Presidente Lula, André Singer ha sintetizzato affermando: “...dal 2012 al 2015 c’è stato un concreto e irresponsabile rallentamento del programma neo-desenvolvimentista. Un arretramento giustificato per garantire la governabilità e la continuazione della pace sociale!”.

Praticamente, negli ultimi anni di governo il PT si è praticamente ammutolito, lasciando alla “TV Globo”, ai partiti dell’opposizione e quindi alle differenti componenti della borghesia brasiliana l’iniziativa politica. Basti pensare che le migliaia di giovani – in particolare quelli dello stato di Sao Paulo, – che ottennero un impiego grazie al sussidio che il governo dava alle industrie, in una grande inchiesta del giornale “Folha de Sao Paulo” realizzata poco prima le elezioni amministrative del 30 settembre, si vanagloriavano dicendo che “...erano stati assunti per la loro competenza...”, per poi accettare la spirale della disoccupazione affermando: “...oggi solo chi rispetta i tempi e i ritmi della catena di montaggio merita un nuovo contratto di lavoro...”.

Risposte che spiegano i risultati elettorali e l’arroganza dei padroni che nel 2015 hanno realizzato licenziamenti in massa, facendo crescere la percentuale della disoccupazione al 10,5%. Da sottolineare che questa percentuale si riferisce appena ai disoccupati tra quanti che avevano un contratto di lavoro regolare, mentre per i lavoratori senza contratto la disoccupazione, oggi, tocca il 37%, anche perché queste fasce di lavoratori non sono sindacalizzati.

Il motivo di questa drammatica situazione è l’affermazione delle tematiche interclassiste in quasi tutti i sindacati legati alla CUT lulista, le cui direzioni sono direttamente responsabili della completa spoliticizzazione dei lavoratori e dell’introduzione nelle fabbriche dei concetti della meritocrazia, determinando, in questo modo, una pericolosa frammentazione ideologica nella classe operaia. Una manipolazione perfetta che – associata al lavaggio cerebrale operato diametralmente dai mass media, in particolare dalla TV Globo e dalla TV Record dei pastori evangelici – ha fatto dimenticare a migliaia di giovani operai il peso delle lotte operaie del passato e lo sforzo del primo governo di Lula, per garantire nuovi contratti di lavoro nelle fabbriche.

Interclassismo istituzionale e collaborazione con il capitale

Grazie ad alcune posizioni esemplari a livello di politica internazionale, prese prima dalla direzione del PT e poi dal governo Lula – ultima delle quali l’asilo politico a Cesare Battisti – il lulismo è riuscito a garantirsi il titolo di “partito di sinistra” soprattutto nei media europei e statunitensi. Un’etichetta che, in realtà, è servita per attivare l’essenza ideologica bifronte del lulismo, grazie alla quale Lula è riuscito a imporre il silenzio nel PT, per poi, nel 2003, iniziare la scalata al potere operando un grande accordo con le eccellenze del capitalismo brasiliano.

Un’operazione complessa che ha richiesto da parte di Lula e del gruppo dirigente del PT lulista una forte dose di coraggio e, soprattutto di spregiudicatezza politica. Infatti, è quasi impossibile accreditare che quel PT lulista che si fece portavoce del Forum Mondiale in Porto Alegre, che riunì tutte le componenti progressiste dell’America Latina nel Foro di Sao Paulo per discutere il cammino dell’integrazione regionale e che, nel 2003, in Davos lanciò ai paesi ricchi un accalorato appello per risolvere gli effetti disastrosi della povertà nei paesi del Terzo Mondo, poi in termini di politica interna giochi il ruolo del “partito dell’ordine”.

Una conclusione che nel 2006 il professor Mário José Maestri Filho(2) sottopose all’attenzione della direzione del “Manifesto”, con un lungo articolo che, però, fu cestinato per essere “estremista”!

Oggi, quello che Mário José Maestri Filho scriveva nel 2006 è sulla bocca di tutta la sinistra brasiliana, per questo Vladimir Palmeira (3) riassume i principali errori del lulismo sottolineando:
“...hanno negoziato con le multinazionali l’introduzione in Brasile dei semi transgenici, hanno idolatrato gli oligarchi dell’agro-business, hanno accettato tutte le clausole dell’accordo militare proposto dagli USA, hanno trasformato il BNDES (Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale) nel “Babbo Natale Finanziario” dei grandi impresari brasiliani e nello stesso tempo hanno insabbiato la realizzazione delle riforme strutturali promesse in quattro campagne elettorali, prime fra tutte la riforma agraria, la riforma fiscale, la riforma politica e la falsa promessa di creare una Costituente. Hanno continuato a foraggiare la TV Globo con l’onerosa pubblicità del governo e di tutte le statali affossando la richiesta di una riforma che democraticizzasse i media!”
Persino la rivista “Carta Capital” – la più amica del lulismo – oggi rende evidenti le parole di Wladimir Palmeira e Tarso Genro (4) quando questi dicono che “…non è necessario essere intellettuali per avere seri dubbi sul progetto del neo-desenvolvimentismo lulista e soprattutto sulla narrativa petista secondo cui c’è stato l’Impeachment perché il programma di governo di Dilma Rousseff contrariava gli interessi delle oligarchie per privilegiare quelli dei poveri e dei lavoratori!...”.

L’errata retorica vittimistica del marketing elettorale del PT, più che un errore tattico si è rivelato l’inizio di un suicidio politico, di chi oltre a disdegnare l’autocritica per gli errori commessi, preferisce l’avventura del “tutto o niente”. Una forma arrogante di muoversi nella congiuntura politica del Brasile che, poi, si è rivelata la responsabile della disfatta elettorale del PT con la Non-Elezione di 2.272 consiglieri comunali (44%), la clamorosa sconfitta in ventidue capitali e in 352 città, alcune delle quali, come per esempio Guarulhos nello stato di Sao Paulo, bastione storico del PT amministrato dal 1990.

Non è casuale che anche il web giornale “Carta Maior” – anch’esso molto comprensivo con Lula e il PT lulista – recriminava la sfrontata decisione del PT di partecipare in queste elezioni senza aver fatto un minimo di autocritica, soprattutto dopo i fatti del “Mensalao” (5), dove i principali dirigenti del PT lulista sono stati tutti esautorati dalla politica con pesanti condanne per corruzione nell’ambito parlamentare.

Un’arroganza che sfiora il parossismo con Afonso Florence, leader del PT nella Camera dei Deputati, secondo cui, il 3 ottobre dichiarava al giornale O Globo:
“...il PT ha superato a testa alta questo periodo difficile perché il PT è un partito che ha vigore politico. E’ un partito forte che resiste a qualsiasi attacco sistemico. Per questo diciamo che questa è, appena, una situazione congiunturale!”.
Purtroppo le parole del deputato petista Afonso Florence sono un’autentica forzatura della realtà, per nascondere il senso d’inquietudine che regna nel PT lulista, poiché il fallimento politico ed economico del neo-desenvolvimentismo non può più essere nascosto. Un fallimento che cominciò silenziosamente nel 2008 per protrarsi fino al 2012, quando si manifestò apertamente l’arrendevolezza lulista pur di poter continuare a essere “il partito del potere” e occupare le poltrone vellutate del “Palacio do Planalto” (6). Vale a dire un “governo presidenzialista di coalizione” che, ufficialmente, invoca le istanze dei lavoratori e dei settori poveri, ma in realtà colloca queste istanze nell’ultima pagina dell’agenda del governo, mentre in nome dello sviluppo e della pacificazione sociale, questo governo da tutte le priorità agli interessi delle banche, degli industriali, dell’agro-business e dei conglomerati internazionali. Settori che durante i quattro governi del PT hanno ricevuto la massima attenzione, anche se poi ai primi sentori della crisi, questi “potenziali alleati strategici” hanno deciso di incrinare l’accordo sottoscritto con il governo di Lula nel 2003, per poi romperlo del tutto nel 2015, promuovendo la richiesta dell’impeachment nei confronti della presidentessa Dilma Rousseff.

Il dramma anacronista di questo contesto è che Lula, ma soprattutto Dilma, pur sapendo che la proposta interclassista del neo-desenvolvimentismo non soddisfaceva più la “razza padrona”, hanno voluto mantenerla in vita a livello parlamentare ricorrendo, alla vecchia pratica della corruzione dei parlamentari per avere un minimo di governabilità. Poi, dal 2014, sempre per ricevere l’appoggio dei partiti moderati e di centro-destra, hanno adottato tutte le norme dell’ortodossia neoliberista imponendo, in piena crisi economica, il “Reajuste Fiscal” (raggiustamento delle tariffe e delle tasse), che è una specie di “Fiscal Compact” tropicale che ha falcidiato gli stipendi dei lavoratori e della classe media.

Infatti, Dilma Rousseff subito dopo essere stata rieletta firmò un decreto legge per operare severi tagli nei programmi di assistenza sociale per un valore di 3,8 miliardi di euro, oltre ad aver autorizzato l’aumento delle tariffe di tutti i servizi pubblici. Per questo, in numerosi settori popolari si è sviluppato il discredito per il PT, al punto che 32% degli elettori si è astenuta votando in bianco. Secondo l’inchiesta di Data Folia, il 62% di questa massa “non-votante” era formata da elettori che nel 2003 e nel 2008 avrebbero votato per Lula e il PT.

Una situazione che il giornale web “Carta Maior” analizza lungamente e in uno dei suoi editoriali sottolinea:
“...E’ vero che il giudice Moro, nell’inchiesta “Lava Jacto”, ha creato una versione dei fatti unicamente per distruggere la candidatura di Lula e del PT. Ma è anche vero che gli uomini del lulismo hanno sottovalutato la gravità delle accuse di corruzione, contando di capovolgere le previsioni negative con la retorica elettorale di Lula e non con la realizzazione delle riforme promesse!”.
Un errore che non è occasionale, ma la conseguenza della trasformazione interna del PT con il lulismo che, a livello nazionale è diventato un’enorme macchina elettorale costruita per disputare ogni due anni un’elezione e, quindi, occupare tutti gli spazi istituzionali. In secondo luogo, gli uomini del lulismo e lo stesso Lula, hanno perso il senso del realismo considerandosi “gli invincibili uomini del potere” che non hanno più bisogno del popolo, considerato appena un complemento del marketing elettorale. Per questo “Carta Maior” insiste nel dire:
“...Il PT deve fare, urgentemente, una profonda critica e autocritica di queste circostanze storiche. Lo sforzo analitico e il tentativo di ricostruzione non possono, purtroppo, dissociarsi dalla lotta tenace contro il regime di eccezione e il fascismo che, oggi, incontra un terreno sempre più fecondo e propizio alla conquista del potere”.
Una problematica che oggi, è più che mai evidente nel momento in cui il movimento pretende d'organizzare un autentico Fronte Popolare, mentre il PT, accenna appena a un accordo programmatico con i partiti parlamentari lasciando i movimenti da parte. Infatti, è di nuovo Afonso Florence, leader del PT alla Camera dei Deputati Federali, che il 3 ottobre, a soli tre giorni dalla sconfitta elettorale, aveva la sfrontatezza di dichiarare al giornale “O Globo:
“L’aver perso il 60% di sindaci e consiglieri comunali è appena un elemento congiunturale, noi siamo forti. Per questo il PT dovrà fare una discussione programmatica sul futuro e convocare il PDT, il PCdoB, il PSOL e la Rede (7). Se poi questo incontro si chiamerà fronte o altra cosa non importa, l’importante è discutere il nostro concetto, poi ci sarà ancora molta acqua che scorrerà...!”
Per decifrare non soltanto i motivi della sconfitta del PT, ma anche il cammino che questo partito potrà intraprendere nel futuro, per poi capire se i movimenti accetteranno di convivere con questo PT in un Fronte Popolare o se preferiranno il discorso della ricostruzione della sinistra, dobbiamo ricorrere alle parole di Elois Pietà, Vladimir Palmeira, Andrè Singer, Josè Luis Fiori, Armando Boito Jr e Riccardo Antunes.

Il PT deve cambiare ed eleggere una nuova direzione?

Elois Pietà (8): “...Io non sono legato al presidente del PT, Rui Falcao, però devo dire che ridurre la questione del PT all’elezione di un nuovo presidente e di una nuova direzione, non risolve i problemi del PT. E’ inutile cambiare direzione se poi la linea politica rimane la stessa. Può darsi che una nuova direzione potrà servire ad accontentare la platea elettorale, ma poi i problemi restano e vengono nuovamente al pettine. Ripeto, non si tratta di cambiare solo le persone, ma di definire nuovi metodi per far politica, oltre a comporre una nuova analisi del contesto politico. Il rinnovamento del partito deve essere politico, identificando nuove pratiche di lotta che, poi, saranno il nuovo compromesso delle persone che dovranno dirigere il partito...”

Perché molti dicono che il ciclo del PT lulista si sarebbe concluso?

Vladimir Palmeira: “...In campagna elettorale il PT lulista ha detto che Dilma è stata un’agguerrita combattente di un progetto popolare. In realtà lei è stata una dei peggiori presidenti del Brasile. Ha provocato la maggiore recessione mai vista dal 1930 gettando nella disoccupazione milioni di persone, riuscendo a far cadere la rendita per capite nazionale in appena due anni. Senza poi parlare della caduta del PIB che con Dilma eguagliò i livelli negativi registrati in passato con Fernando Collor. Il risultato di tutto ciò è stato un retrocesso annullando i successi registrati dai due governi di Lula.

D’altra parte bisogna riconoscere che i ministri di Lula si sono limitati ad accumulare i benefici con il boom delle commodity, per poi sacrificarle nel credito sussidiato agli impresari. I ministri di Dilma si sono specializzati ad amministrare le perdite. Nessuna di quelle riforme strutturali promesse in quattro campagne elettorali è stata fatta! Vale a dire: la riforma fiscale per ridurre le tasse ai poveri e far pagare di più i ricchi; la riforma agraria che è stata insabbiata, fino al definitivo cancellamento nel secondo governo di Dilma; la riforma urbana, ugualmente dimenticata per favorire la cementificazione dei palazzinari ed espellere i lavoratori e i poveri al di là delle periferie; la riforma dei mezzi di comunicazioni che continuano a manipolare la società sopravvivendo con i soldi della pubblicità delle imprese pubbliche e del governo; la riforma politica è stata messa nel cassetto, mentre il clientelismo parlamentare, le lobby e la corruzione hanno un ruolo determinante nelle decisioni dei parlamenti municipali, di quelli statali e di quello federale; la riforma amministrativa, che avrebbe dovuto migliorare i servizi pubblici oltre a definire il giusto cammino per i finanziamenti pubblici, è scomparsa dall’agenda del governo e la riforma dello sviluppo ambientale ha ricevuto lo stesso trattamento delle altre, cioè dopo le elezioni è stata subito dimenticata!

Per questo e per non ripetere gli errori commessi dal lulismo, oggi si pensa in una nuova prospettiva della sinistra che, però deve essere pensata, proposta e costruita fuori dall’egemonia del PT lulista e dei suoi satelliti!”

Perché Dilma si è alleata con la latifondiaria Katia Abreu e il liberista Joaquim Levy?

Andrè Singer (9): “La presidentessa Dilma Rousseff non era ideologicamente preparata a governare appoggiandosi unicamente ai poveri e alla classe operaia. Per lei l’elemento centrale erano gli industriali, in funzione dei quali aveva disegnato il suo secondo governo. Per questo quando il governo si accorse che gli impresari avevano praticamente rotto con il neo-desenvolvimentismo tutti i ministri, la presidentessa e i segretari sono entrati in crisi e questo spiega perché nel 2016 l’incantesimo della vittoria del PT di Lula non ha funzionato.

Voglio ricordare che quando Dilma cominciò a sentirsi sola, immediatamente iniziò il retrocesso politico e istituzionale del governo, cercando invano di riconquistare l’appoggio di una parte degli impresari. Un contesto che, invece, determinò la sua resa definitiva affidando il futuro del governo al poderoso Ministero delle Finanze Joaquim Levy, che è un acceso liberista.

Dilma, se lo avesse voluto, poteva mobilitare i lavoratori e i settori popolari per governare con autonomia. Invece ha continuato a sognare la ricomposizione dell’alleanza politica con la borghesia”.

Perché molti analisti affermano che i quindici anni di governo del PT – che si è sempre autodefinito di sinistra – hanno provocato il caos ideologico nella sinistra?

José Luis Fiori (10): “La crisi politica del PT è venuta fuori man mano che la recessione attaccava tutti i settori dell’economia brasiliana. Ciò ha determinato l’adozione di soluzioni economiche e politiche che hanno rafforzato l’esplosione delle contraddizioni e quindi di una certa confusione ideologica che, oltre al PT, ha coinvolto la maggior parte delle componenti della sinistra brasiliana. Infatti, se è difficile identificare il denominatore ideologico comune che ha unito queste forze al PT di Lula, non ci sono dubbi che il progetto economico ha rinsaldato le alleanze parlamentari con il PT.

Un progetto che idealizzava un capitalismo ordinato soggetto alla leadership dello Stato e che, di conseguenza avrebbe dovuto rigettare il modello liberista anglosassone del capitalismo senza regole.

Purtroppo, concluse le campagne elettorali e ottenuta la vittoria, cambiò tutto. Per questo, soprattutto nell’ultimo governo di Dilma Rousseff è risultato estremamente difficile spiegare all’opinione pubblica che un governo progressista come quello formato dal PT, ha collocato al comando della sua politica economica un tecnocratico che oltre ad avere convinzioni ed esperienze economiche ortodosse, era anche un ideologo del liberismo! E’ stato molto difficile accettare la nomina di questo tecnocratico, che il 12 maggio del 2013 partecipò nella riunione del Waldorf Astoria di New York, organizzata da Bill Clinton e da Fernando Henrique Cardozo!

Inoltre, come si può giustificare un ministro dell’Energia che nelle riunioni internazionali propone la fine del progetto di “conteudo local” (priorità di acquisto dei prodotti locali) e che nei dibattiti sul futuro del Pre-Sal si fa portavoce della fine dei contratti di sfruttamento dei pozzi petroliferi in “regime de partilha” (divisione dei costi e del guadagno in base alle percentuali prestabilite). E per ultimo, che dire del Ministro per le Questioni Strategiche che pubblicamente ha dichiarato, ripetutamente, che il governo di Dilma avrebbe dovuto operare una severa e completa revisione della politica estera brasiliana, tra cui la chiusura del “Mercosur”, anche se il Brasile ne fu il principale fondatore.

Come si fa a dire che il governo Dilma è di sinistra se lo stesso governo permette a questo Ministro per le Questioni Strategiche di dire pubblicamente che il Brasile dovrebbe allinearsi agli Stati Uniti per meglio affrontare la minaccia della crescita economica e militare della Cina. Da sottolineare che questo grande stratega ha fatto queste dichiarazioni una settimana prima della riunione dei BRICS, e nessun membro del governo l’ha contraddetto!”.

Perché il neo-desenvolvimentismo dei governi di Lula e di Dilma ha stimolato l’affermazione dell’opposizione della borghesia, nonostante i governi del PT abbiano seguito le regole del modello capitalista neoliberale?

Armando Boito Jr. (11): “Come tutti sanno la crisi economica che ha attaccato il Brasile è, innanzitutto, una conseguenza della crisi del capitalismo mondiale, che si propaga a nord e a sud in funzione delle specifiche caratteristiche congiunturali di ogni paese. Per questo non è un risultato meccanico. E’ comunque evidente che la crisi economica stimola la crisi politica, anche se nel 2008/2009 il governo Lula raggiunse i maggiori indici di popolarità, riuscendo a procrastinare gli effetti della crisi economica, accentuando, però, la crisi politica giacché la funzione positiva di amministrare i guadagni dello Stato si trasformò in funzione negativa di gestire le perdite e fissare i tagli degli investimenti pubblici.

Una situazione che da una parte ha messo a nudo la credibilità di questi governi autodefinitosi di sinistra e anche del fronte politico che sosteneva il neo-desenvolvimentismo. Un contesto che ha stimolato la formazione di una concreta opposizione della borghesia per restaurare il neo-liberismo ortodosso con cui far uscire il paese dalla crisi economica. Per questo, il fenomeno della crisi economica brasiliana, dal 2008 è anche un elemento che è servito a definire quella che io definisco l’offensiva restauratrice del capitale internazionale in Brasile.

Un’offensiva che si realizza dinamizzando i contenuti critici dei settori della borghesia e quelli del capitale internazionale, per poi compattare in un unico fronte anti-PT anche quei settori della borghesia brasiliana che si erano arricchiti con le formule introdotte dai governi lulisti e che per questo erano diventati i principali alleati dei governi del PT.

Comunque, uno dei principali errori dei governi lulisti è stata la mancata reindustrializzazione e l’assenza di un salto di qualità tecnologico, di modo che quasi tutte le assunzioni nelle industrie erano per lavori che esigevano una ridotta qualificazione, oltre che a pagare stipendi bassi. Così, dopo i primi dieci anni di governo, quando la massa di giovani che era entrata nelle università con i programmi di governo, vuole entrare nel mondo del lavoro non trova più lavoro o se lo trova è con funzioni squalificate.

E' quindi stata questa massa di disoccupati con elevate conoscenze tecnologiche che nel mese di giugno del 2013 scesero nelle strade di Sao Paulo e di Rio de Janeiro protestando contro il governo di Dilma Rousseff. La presidentessa davanti all’intensità delle manifestazioni fece un monte di promesse, per poi dimenticarle e indietreggiare su tutti i fronti, sia nella politica economica sia in quella sociale e alla fine accettando l'ipotesi recessiva liberista.

Questo scenario fu l’elemento ideale che il capitale internazionale attendeva per unificare ideologicamente tutte le componenti della borghesia, delle oligarchie e della classe media e poi lanciarle contro il governo di Dilma Rousseff e contro il PT. Fu anche l’occasione adatta per distruggere il soggetto storico delle lotte contro il capitale brasiliano.

La conseguente instabilità della democrazia borghese in Brasile, in realtà è un fenomeno creato appositamente per creare apprensione nella società, anche se nello stesso tempo, è pienamente controllato dalle eccellenze della borghesia stessa. In pratica la nuova traiettoria conservatrice della democrazia borghese non vuole l’instaurazione di una dittatura, ma, semplicemente la rottura del sistema di alleanze che aveva permesso al PT di formare il suo primo governo nel 2003”.

Perché il movimento operaio non ha proclamato lo sciopero generale per difendere il governo petista di Dilma e quali sono, adesso, le prospettive del movimento popolare?

Ricardo Antunes (12): “Il contesto politico del movimento popolare brasiliano, è abbastanza complesso poiché è caduta l’illusione che il governo di Lula e poi quello di Dilma era “...il nostro governo...” oppure “...il governo in disputa...!” Parole senza senso perché quei quattro governi sono sempre stati chiusi al movimento!

Basta confrontare quanti rappresentati del MST o dei sindacati in quindici anni sono stati invitati a far parte dei governi del PT e quanti rappresentanti della borghesia agraria, industriale e finanziaria Lula e Dilma hanno voluto nei propri governi!

Per questo la popolazione lavoratrice sa che le nostre istituzioni sono compromesse a tutti i livelli, poiché la degradazione istituzionale brasiliana, cioè i poteri Esecutivo, Legislativo, Giudiziario e la polizia, ormai, hanno raggiunto i livelli più bassi di credibilità. Per questo l’alternativa non è più la riforma politica realizzata all’interno dello stesso sistema, cioè in Parlamento. La vera alternativa politica passa per lo sviluppo di un movimento popolare che ricerca e costruisca una nuova forma di potere, distinto da quello che oggi esiste, unificando la forza delle classi lavoratrici, dei movimenti sociali e del popolo delle periferie.

Lula e poi Dilma hanno creduto nella tesi di Margareth Thatcher del “Capitalismo Popolare”, cioè l’alleanza del capitale con il lavoro per promuovere la crescita del paese. Hanno creduto in una tematica molto vecchia, che oltretutto non ha mai funzionato. A causa di questo errore il PT lulista ha abbandonato quello che il partito aveva di positivo al suo inizio, cioè quando era un partito pieno di militanti, di proposte e soprattutto di valori classisti.

Possiamo dire che la crisi del governo del PT è scoppiata perché il progetto del governo dipendeva da una costruzione architettonica e da un’ingegneria politica personalizzata e vincolata all’operato del maestro della conciliazione di classe, cioè da Inàzio Lula da Silva. Un progetto che con l’aggettivo di neo-desenvolvimentismo (nuovo-sviluppatore) ruotava attorno alle politiche assistenziali per minimizzare la povertà estrema nei settori più diseredati, ma nello stesso tempo garantiva grandi benefici alle classi più ricche e lauti guadagni ai settori della classe media. Così, quando la crisi economica mondiale ha toccato il Brasile, i settori dominanti della borghesia hanno chiesto e ottenuto dal governo Dilma che il prezzo di questa crisi fosse pagato solo dai lavoratori, creando in questo modo un fosso tra il PT i lavoratori e gli abitanti delle periferie.

E’ chiaro che per le popolazioni povere delle periferie che non usufruiscono i benefici dell’assistenzialismo governativo (Borsa Famiglia per esempio), che subiscono gli effetti della violenza urbana associata alla brutalità della polizia e che soffrono le conseguenze della disoccupazione (13), il PT non potrà risorgere come partito popolare e di massa, anche perché gli scandali del Menslao e poi quelli del Lava Jato hanno seppellito il neo-desenvolvimentismo lulista. Ciò non significa che il PT morirà. Può darsi che si trasformerà definitivamente in un PMDB (14) del Secolo XXI, vale a dire nel nuovo partito dell’ordine!

Per questo dico chiaramente che la creazione del Frente Povo Sem Medo (Fronte del Popolo Senza Paura) è il fatto nuovo che richiede la massima attenzione da parte della sinistra, anche perché il soggetto politico che dinamizza questo Fronte è il MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Tetto), che è un movimento espressivo che è nato nelle periferie e che stato uno dei primi a capire che il lulismo aveva concluso il suo ciclo, poiché l’idea della “grande politica” rappresentata e centralizzata da un leader come Lula, che pretende d'annullare la centralità della classe operaia per comporre con la borghesia progetti di conciliazione di classe, oggi non convince più nessuno.

Uno scenario estremamente complesso poiché, in Brasile, c’è un autentico mosaico di lotte e di movimenti sociali che producono esperienze nuove. Saranno questi i nuovi soggetti della politica. Saranno loro che creeranno una nuova organicità politica, per poi avanzare in direzione di una nuova politica sociale, con nuovi legami di solidarietà e di organizzazione classista. Questa è l’agenda della sinistra brasiliana per il futuro”.

NOTE:

1 – Il lulismo è rappresentato da quella parte di dirigenti e militanti del PT e della confederazione sindacale CUT che s’identificano totalmente nella proposta politica formulata da Inàzio Lula da Silva, vale a dire l’interclassismo, la conciliazione con il capitale e l’assistenzialismo dello stato per ridurre il dramma della povertà.

2 – Mário José Maestri Filho, di Porto Alegre, accademico di storia specializzato nella storia del colonialismo, della schiavitù in Brasile e delle guerre imperiali contro il Paraguay. Marxista militante, fu esiliato in Cile e poi in Belgio. Partecipò nella fondazione del PT e poi del PSOL. Fu uno dei fondatori del Centro di Studi Marxisti del Rio Grande do Sul e della rivista Historia & Luta de Classe. Dirige la collezione Malungo della casa editrice FCM Editora.

3 – Vladimir Palmeira è il lider storico della nuova sinistra brasiliana. Arrestato dai militari nel 1969 fu liberato insieme ad altri quaranta prigionieri politici in cambio dell’ambasciatore americano, sequestrato dai guerriglieri. Insieme a Dirceu e Lula è uno dei fondatori del PT nel 1982. Deputato della Costituente è poi eletto deputato federale dal 1986 fino al 1994. Con Antonio Neiva, nel 1996, per opporsi al giro di boa ideologico del lulismo danno vita al “Refazendo o PT” (Rifacendo il PT). Dopo lo scandalo del “Mensalao”, e la decisione, nel 2011, di Lula e della direzione del PT di riammettere nel partito Denubio Soarez (l’amministratore delle mazzette della corruzione), Vladimir Palmeira abbandona il PT per dedicarsi definitivamente all’attività accademica nell’Università Federale Fluminense dove, dal 2005 è dottore in Storia.

4 – Tarso Genro, insieme a Olivio Dutra rappresenta la sinistra storica del PT dello stato di Rio Grande do Sul, che hanno sempre rifiutato la politica degli “accordi di sottobanco”. Tarso Genro è stato ministro della Giustizia e principale sostenitore dell’asilo politico a Cesare Battisti.

5 – Lo scandalo del “Mensalão” scoppiò nel 2005 quando il deputato e lider del PTB, Roberto Jefferson, rivelò alla TV Globo e poi ai magistrati gli schemi della corruzione politica organizzata dal primo-ministro del governo Lula, José Dirceu e da altri dirigenti del PT, (José Genuino, Antonio Palocci, Denubio ecc.). Infatti, nonostante avesse vinto l’elezione presidenziale con il 73%, il PT non aveva una maggioranza propria nella Camera dei Deputati e nel Senato. Da qui la necessità di garantire la votazione delle leggi comprando il voto dei parlamentari, attraverso i budget pubblicitari delle imprese statali.

6 – Il Palacio do Planalto è localizzato in Brasilia dove risiede il presidente e dove funziona il governo.

7 – REDE (Rede Sustentabilidade), è il partito “socialdemocratico e ambientalista” che Marina Silva e Zé Gustavo fondarono nel 2015, dopo aver abbandonato il PT. Secondo alcune fonti il miliardario statunitense Soros sarebbe uno dei finanziatori occulti di questo partito.

8 – Elois Pietà è un quadro storico del PT che realizzò nella citta di Guarulhos (Stato di Sao Paulo) la sua carriera politica, iniziata come consigliere comunale, poi deputato dello stato di SP e per due volte sindaco di Guarulhos.

9 – André Singer, scienziato politico del PT, fu nominato Segretario del Dipartimento di Informazione nel primo governo di Lula. Poi nel secondo divenne portavoce ufficiale del governo.

10 – José Luis Fiori è uno dei principali scienziati politici specializzati in “storia dell’organizzazione internazionale”.

11 – Armando Boito Jr. è professore titolare della cattedra di Scienze Politiche dell’Università Statale di Campinas “UNICAMP”. E’ editore della rivista Critica Marxistae direttore del Cemarx (Centro di studi marxisti del IFCH-Unicamp).

12 – Ricardo Antunes è professore titolare della cattedra di Sociologia del Lavoro dell’Università Statale di Campinas “UNICAMP”. Coordina la serie “Mundo do Trabalho” della casa editrice Boitempo Editorial.

13 – Oggi, la disoccupazione riguarda dieci milioni di giovani brasiliani, cui si devono sommare i milioni di persone che hanno rinunciato a cercare un lavoro e per questo non compaiono nelle statistiche ufficiali di Data Folia.

14 – Il PMDB era un partito progressista che fu preso d’assalto dai gruppi moderati fin dalla prima elezione nel 1992.


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Libano - Eletto presidente Aoun, il candidato di Hezbollah

di Michele Giorgio – Il Manifesto

In Libano su Whatsapp gira una battuta: «Lunedì (oggi) la fine dell’ora legale riporterà indietro il Libano non di un’ora ma di 27 anni». Il riferimento è alla ormai certa elezione a presidente, da parte del parlamento, dell’ex generale Michel Aoun, 81 anni, capo del movimento politico cristiano dei Liberi Patrioti. Dopo due anni e mezzo, segnati dai veti incrociati e dai boicottaggi reciproci degli schieramenti, il Paese dei Cedri avrà finalmente un presidente.

Quasi 27 anni fa Aoun era alla guida del Libano, in uno dei periodi più insanguinati della guerra civile (1975-90), in opposizione alla “pax siriana” che sarebbe stata realizzata qualche anno dopo. Allora lasciò il potere e fuggì a Parigi sotto le bombe. Oggi invece Aoun prenderà possesso della presidenza, con l’applauso di Damasco e il pieno appoggio del movimento sciita Hezbollah. Perché Aoun, da quando è rientrato a Beirut nel 2005, è il principale alleato di Hezbollah nel Fronte 8 Marzo (che raggruppa le formazioni libanesi alleate della Siria) e un avversario di Saad Hariri, l’ex premier sunnita, leader del partito Futuro e del Fronte 14 Marzo (sostenuto da Arabia saudita, Usa e Francia). È stato proprio Hariri che, tra lo sbigottimento di gran parte dei libanesi, ha aperto la strada ad Aoun pronunciandosi qualche giorno fa a sostegno della sua candidatura. Semplice ma efficace un titolo del quotidiano al Akhbar: «Hariri sostiene il candidato di Hezbollah». Quelle poche parole riassumono una svolta che segnerà il futuro a breve e medio termine del Libano, Paese spaccato, con la guerra civile siriana che preme alle sue porte orientali, che ospita oltre un milione di profughi siriani (oltre a 400mila rifugiati palestinesi), che ha subito attentati sanguinosi dell’Isis e che vive nell’ansia di una nuova guerra a sud, con Israele.

Dopo la nomina a presidente di Aoun, Hariri riceverà l’incarico di formare un nuovo governo. «Non si commetta l’errore di leggere ciò che sta accadendo come uno scambio politico» avverte l’analista Mouin Rabbani «perché siamo di fronte alla disfatta di Hariri, del fronte 14 Marzo e dei Paesi loro alleati». Il leader sunnita, ci spiega l’analista, «ha condotto per quasi 12 anni, dall’assassinio del padre (Rafiq Hariri, il 14 marzo 2005, ndr) una battaglia contro Siria, Hezbollah e Iran. Ora fa i conti con la realtà, ha capito di aver perduto e che i tanti appoggi regionali e internazionali di cui ha goduto non sono bastati».

È una sconfitta ai punti non per ko ma in ogni caso il leader sunnita ora non può far altro che leccarsi le ferite mentre le strade di Beirut sono piene di manifesti con l’immagine di Michel Aoun e la Baabda, il palazzo presidenziale, si appresta a ricevere il suo nuovo inquilino. Aoun potrebbe essere eletto al primo turno dopo l’appoggio che nelle ultime ore gli ha garantito anche il mutevole (a dir poco) leader druso Walid Jumblatt. Più probabile però è la sua nomina al secondo turno quando basterà il voto favorevole del 50 per cento più uno dei parlamentari (nel sistema politico-istituzionale libanese il presidente è un cristiano, il premier un sunnita e il presidente del parlamento uno sciita).

La tensione politica interna è destinata a placarsi solo in parte dopo l’accordo Aoun-Hariri. Entrambi dovranno affrontare non pochi oppositori. Contro la scelta di Aoun si è espresso il presidente del parlamento, Nabih Berri, storico leader dell’altro movimento sciita, Amal, e rivale (non dichiarato) del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. L’ex generale dovrà rintuzzare gli sgambetti del deluso Suleiman Franjieh, di cui per un certo periodo Hariri aveva caldeggiato la nomina a presidente, e di altri esponenti cristiani, come il suo storico rivale Samir Geagea (destra estrema).

La svolta di Hariri ha sollevato obiezioni e proteste all’interno del 14 Marzo. In particolare a Tripoli, città che il leader sunnita aveva contribuito, con fondi e appoggi politici, a trasformare, dopo il 2011, in una roccaforte per salafiti e jihadisti impegnati a mandare giovani libanesi in Siria e Iraq e a combattere gli alawiti di Jabal Mohsen schierati con Bashar Assad. Malumore si registra persino a Sidone storico feudo della famiglia Hariri e bastione del sunnismo più radicale. Hariri ha motivato il suo passo con la necessità di «cooperare per salvaguardare il sistema, rafforzare lo Stato, far ripartire l’economia e dissociare il Libano dalla crisi siriana». E l’Arabia saudita ha dato con riluttanza il via libera al compromesso, non potendo fare altro di fronte ad un quadro regionale che si è fatto estremamente complicato per i suoi interessi. Un quadro che vede i suoi nemici – Damasco, Tehran ed Hezbollah – saldamente al potere. In queste ore tanti libanesi giurano che alla prima occasione propizia Riyadh scaricherà l’ormai inutile alleato Hariri.

AGGIORNAMENTO: ore 17 – Aoun eletto presidente

Dopo due anni e mezzo il Libano ha di nuovo un presidente. Il Parlamento ha eletto alla seconda votazione, con 83 voti su 127, il generale Michel Aoun, già primo ministro e comandante dell’esercito negli anni Ottanta e Novanta.

Nel suo primo discorso come capo dello stato, Aoun ha promesso che combatterà il terrorismo e impedirà che i “fuochi regionali” si diffonderanno nel Paese dei Cedri. Il terrorismo, ha aggiunto, sarà combattuto “preventivamente” finché non sarà sradicato. Sul conflitto siriano, ha poi detto che qualunque soluzione alla guerra dovrà garantire il ritorno in Siria dei rifugiati siriani presenti in Libano (sono oltre un milione). Aoun dovrà incontrare a fine settimana i parlamentari per conoscere le loro preferenze su chi dovrà  ricoprire il ruolo di primo ministro. Secondo molti analisti, il grande sconfitto, Sa’ad Hariri, dovrebbe diventare premier. Hariri ha optato per il candidato di Hezbollah (Aoun) solo la scorsa settimana.

L’ombra di Hekmatyar sul governo di Kabul

Il lanciatore di razzi si proietta ufficialmente in politica. In realtà dalla politica Gulbuddin Hekmatyar non è mai uscito, la sua presenza, ingombrante e inquietante, ha oltre trent’anni di storia. Da quand’era studente d’ingegneria all’università di Kabul e abbracciava ideali marx-leninisti poi riconvertiti verso un Islam, più che puro, fanatico. Così da mujaheddin antisovietico si trasformò in signore della guerra a tuttotondo fondando l’Hezb-i Islami, partito mai tramontato nell’Afghanistan resistente a due invasioni e a tutti i dopoguerra possibili, anche quelli successivi al conflitto civile degli anni Novanta. Hekmatyar il pashtun, fondamentalista tutto d’un pezzo è al tempo stesso un abile osservatore d’ogni mossa politica, qualità che gli ha permesso di sopravvivere a ogni fase che la terra dell’Hindu Kush sta conoscendo, col comune denominatore degli scontri armati, ma non solo. Non è un segreto che l’attuale leadership afghana del presidente Ghani e i suoi tutor statunitensi cerchino soluzioni patteggiate per un presente e futuro per loro ingestibili. Le cercano riaprendo il dialogo coi nemici che dal 2001 hanno ufficialmente spodestato – i talebani – scalzati solo dai palazzi di Kabul, non dal territorio nazionale. Infatti i talib controllano una grossa fetta che oscilla fra le 15 e le 27 province su trentaquattro. Hekmatyar, come altri potentati armati, in tutti questi anni ha continuato a vivere indisturbato in Afghanistan perché nessuno lo ricercava.

Poteva essere accusato di crimini di guerra, ma da chi? Dai governi locali? Da quei “missionari di pace” con le divise Nato che lì seminavano morte e commettevano altri crimini? Come altri warlords responsabili di stragi di gente comune, nessun tribunale nazionale e internazionale gli ha mai contestato nulla. Anche per Hekmatyar e altri combattenti antisovietici, è valso quel lasciapassare offerto da Cia e Pentagono, e l’assenza di moralità e autodeterminazione dei premier fantoccio, prima Karzai ora Ghani, hanno fatto il resto. Inoltre l’occupazione, con tanti o pochi militari, continua ad assegnare a ciascun elemento armato, vecchio e nuovo, il ruolo di difensore del suolo patrio, e questa è la narrazione che il capo dell’Hizb-i Islami continua a utilizzare. Nel ‘do ut des’ in corso con Ghani lo staff di Hekmatyar ricordare la propria funzione di difesa del Paese da ingerenze straniere, che nel tempo sono addirittura cresciute passando da finalità geostrategiche, comunque sempre presenti, a interessi economici legati alle scoperte del sottosuolo capaci di mandare in fibrillazione multinazionali e appetiti imperialisti sparsi per il mondo. Perciò un portavoce di quel partito, Amin Karim, in un’intervista concessa ad Al Jazeera ribadisce l’intento di voler lavorare per la libertà e l’indipendenza afghana relazionandosi al governo e non opponendosi più a esso.

Certo Karim dichiara di sentirsi “orgoglioso della resistenza all’occupazione di truppe straniere e rifiuta il concetto di democrazia diffusa coi droni”. Afferma anche che Hekmatyar non cerca contropartite, il suo obiettivo non sarebbe la ricerca del potere politico, premierato o qualche ministero. Per la cronaca ricordiamo che agli inizi degli anni Novanta, Hekmatyar era stato investito del ruolo di capo di governo, ma durò poco. I contrasti con Rabbani e altri leader lo condussero allo scontro. Sanguinosissimo. Oggi l’intento è partecipare attivamente alla politica ufficiale, presentandosi alle elezioni, perché convinto che il popolo afghano sia vicino a ideali e valori promossi dal movimento islamista. Ma se si fa riferimento al ruolo femminile, alle ragazze che non indossano l’hijab, Karim non ha dubbi: quell’abbigliamento fa parte della fede afghana. Per lui il 99% della gente unisce passato e presente, la modernità non dimentica la tradizione. Dice: “La nazione è fatta dalla gente dei villaggi mentre certi codici di vestiario non escono fuori da Kabul, di 5 non di 30 km. La mia personale opinione è che ci dev’essere libertà nel vestire, per uomini e donne, ma coi limiti del rispetto”. E sul comune sentire fra il proprio partito e i talebani in una governance islamica l’intervistato non si nasconde: “Per Hizb-i Islami si basa sul senso di giustizia, per altri sul tagliare la mano a un ladro. I percorsi sono differenti, dipende dalle situazioni. Su un punto noi e i talebani concordiamo: combattere per l’indipendenza della nazione”. Più chiaro di così.

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Presidenziali e scandalo Clinton: cosa c’è dietro l’inchiesta delle mail?

Che l’Fbi decida di riaprire una inchiesta su un candidato alla Casa Bianca a dieci giorni dal voto, non è cosa che abbia precedenti ed è ancor più strana ove si consideri che la cosa colpisce la candidata dell’establishment contro il “populista” Trump. Che succede? L’Fbi, per caso, si è convertita al verbo di Trump?

In effetti il capo dell’Fbi è un repubblicano che ha avuto atteggiamenti poco amichevoli verso la Clinton, però questo accadeva al momento delle primarie, dopo sembrava esserci stata una sorta di tregua. Peraltro, l’intero partito democratico si è stretto a quadrato intorno alla candidata ed ha attaccato il capo dell’Fbi accusandolo di tacere. Ma forse le cose non stanno in modo così semplice.

A quanto pare, Wikileaks (qualcuno indica altri) stava per uscire con nuove rivelazioni sulla questione delle mail della Clinton (le ultime risalgono al 7 ottobre), a quel punto, il passo successivo sarebbe stato quello di accusare l’Fbi di aver cercato di insabbiare tutto e sarebbe stato un doppio scoop. E forse i riflessi per la campagna della Clinton sarebbero stati anche peggiori. In questo modo si brucia lo “scoop” di Wikileaks, si fa fare all’Fbi la figura dell’intransigente corpo di polizia che non guarda in faccia a nessuno e magari si tiene l’inchiesta sostanzialmente ferma per un paio di settimane, per guadagnare qualche indulgenza da parte della Clinton se dovesse vincere e giovarsi dell’istituto dell’irresponsabilità presidenziale che bloccherebbe tutto, essendo poco probabile una messa in stato d’accusa votata dal Senato. Vedremo se andrà così.

Intanto però c’è da chiedersi chi ci sia dietro questo scoop sulle mail della Clinton. In fondo, intercettare le mail del segretario di Stato degli Usa non è una impresa da ragazzini scapestrati che giocano a fare gli hacker. E qui il dubbio più facile ha un nome solo: Putin. Che Mosca punti su Trump è cosa nota e, peraltro, spiegabile. La Clinton ha fatto dichiarazioni molto bellicose a proposito della Siria che non devono essere state gradite al Cremlino. Peraltro, l’impresentabile Trump avrebbe molti vantaggi per i russi: debolissimo quanto a prestigio internazionale, dilettante allo sbaraglio, inviso alle minoranze nazionali del paese ma, soprattutto, a gran parte dei poteri forti interni ed esterni allo Stato (da Wall Street alla Cia ed al Dipartimento di Stato). Sarebbe un presidente virtualmente invalidato dagli apparati della Casa Bianca che gli opporrebbero una resistenza sorda ma tenace. D’altro canto, gli stessi apparati non potrebbero spingersi oltre più di tanto con un Presidente che non si fa portatore di una linea concordata e gli Usa sarebbero un gigante paralizzato dalle sue contraddizioni.

Calcolo impeccabile che troverebbe la simpatia anche di uno come me che pensa che il disastro degli Usa sarebbe un avvenimento da celebrare a champagne, se non fosse che mettere i giocattoli nucleari nelle mani di un pazzo furibondo di quella fatta è cosa da non dormirci la notte. Non so sino a che punto il Presidente degli Usa possa davvero schiacciare il bottone rosso da solo e senza che altri possano fermarlo, magari a Trump daranno una scatola nera fatta con il Lego, ma, francamente, non mi pare il caso di far la prova.

Ovviamente, non è probabile che gli americani si tengano questo schiaffo in viso senza reazioni e, dopo l’8 novembre, c’è da attendersi che la prima misura della Casa Bianca sia una qualche rappresaglia.

In ogni caso, la situazione attuale è un segnale evidentissimo della delegittimazione delle istituzioni politiche americane ed occidentali in genere. Il fatto stesso che un personaggio indecente come Trump arrivi alla candidatura alla Presidenza e che la sua antagonista inciampi in una vicenda come quella delle mail è di una gravità senza precedenti.

Sbalordisce anche la leggerezza della Clinton nell’uso di un mezzo quasi certamente intercettato come la sua mail (o pensava che a lei questo non sarebbe mai accaduto?!), dice a che livelli sia scesa la classe politica americana. Immaginiamo ora se dovessero emergere cose tali da imporre l’ineleggibilità della Clinton: che si fa? Anche se lei si ritirasse magari in favore del suo vice, sarebbe una prassi del tutto inconsueta e di dubbia costituzionalità (a questo pensava Trump quando si diceva non disponibile a riconoscere il risultato, segno che qualcuno lo aveva avvertito della bomba in arrivo). E se poi questo succedesse il giorno dopo le elezioni e prima dell’insediamento o anche solo prima del voto dei grandi elettori? Non ci sono precedenti ed è evidente che la Corte Suprema dovrebbe intervenire. Sarebbe la crisi istituzionale più grave dalla guerra di secessione in poi. Ed anche questo non dovrebbe dispiacere più di tanto agli amici russi.

Forse siamo alla viglia di un terremoto, ma già da adesso possiamo osservare come si stia sgretolando la credibilità delle élites occidentali, tendenza che va ben oltre il singolo caso in questione.