Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

03/10/2018

Il Governo e i numeri del DEF: altro che affronto all’Europa, è la solita austerità

Giovedì scorso il Governo ha partorito la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF), un importante documento che mette nero su bianco i paletti delle scelte dell’esecutivo in materia economica, scelte che saranno definite nel dettaglio solo a partire dalla predisposizione della Legge di Bilancio, tra qualche settimana.

Il dato fondamentale che viene ratificato da questa NADEF è l’entità della manovra fiscale, ovverosia il segno e la dimensione dell’intervento pubblico sull’economia italiana, che si caratterizza per un disavanzo di bilancio del 2,4%. Disavanzo significa eccedenza delle spese sulle entrate, quindi maggiore debito pubblico: a prima vista sembrerebbe una manovra espansiva, che alimenta la spesa complessiva per stimolare l’economia. Tuttavia, come sappiamo, non tutta la spesa pubblica stimola l’economia: la spesa per interessi sul debito, ad esempio, ha un impatto trascurabile sulla crescita perché finisce in gran parte nei profitti di banche e altre istituzioni finanziarie piuttosto che in consumi. Una volta depurata la spesa pubblica complessiva dalla spesa per interessi, la quale si aggira intorno al 3,8% del PIL, veniamo a scoprire che la manovra di questo governo – in perfetta continuità con un passato ormai lungo decenni – produrrà un avanzo primario (cioè al netto degli interessi) di circa 1,4 punti di PIL: il governo populista, esattamente come i governi tecnici – sottrae più risorse all’economia con le tasse di quante ne aggiunge con la spesa. Questo governo ha dunque scelto di proseguire lungo la strada dell’austerità che ci chiede l’Europa: la manovra ha indubbiamente segno recessivo, ovvero un impatto macroeconomico complessivo negativo.

Risulta completamente fuorviante, da questo punto di vista, il paragone con la Francia suggerito da Di Maio, che ha twittato: “La Francia per finanziare la sua manovra economica farà un deficit del 2,8%. Siamo un Paese sovrano esattamente come la Francia. I soldi ci sono e si possono finalmente spendere a favore dei cittadini. In Italia come in Francia.” Peccato che la Francia, a fronte di una spesa per interessi pari a circa l’1,8% del PIL, con un disavanzo complessivo del 2,8% realizzi un disavanzo primario di circa un punto percentuale: esattamente al contrario del governo italiano, dunque, quello francese aggiunge all’economia con la spesa più di quanto sottrae con le tasse. Un dato che la dice lunga sulle premesse del tweet circa la sovranità di Italia e Francia, sebbene sia evidente come il governo Macron utilizzi il maggiore spazio di manovra per aiutare le sue imprese e mai i suoi lavoratori.

Il dissenso con l’Europa, dunque, non è sul segno della politica fiscale, che si conferma in linea con la stagione dell’austerità, ma semplicemente sull’entità della stretta che il Governo deve dare all’economia e allo Stato Sociale: l’Europa sogna lacrime e sangue mentre un governo appena eletto prova ad abbassare i toni della macelleria sociale – senza mai metterne in discussione le premesse. Lo testimonia una bozza del documento redatto dal Governo già in circolazione: “il programma qui descritto condivide l’enfasi sulla riduzione del debito ma opta per un miglioramento del saldo strutturale più graduale sulla base della considerazione che un aggiustamento di 0,6 punti percentuali di PIL all’anno, unito all’effetto della chiusura dell’output gap, implicherebbe un’eccessiva stretta fiscale (quasi un punto di PIL nel 2019).” La stretta fiscale che ci chiede l’Europa sarà fatta: purché non sia eccessiva, implora il ‘governo del cambiamento’. Inoltre, tra le raccomandazioni troviamo che al Governo preme “assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa pubblica primaria netta non superi lo 0,1% nel 2019, corrispondente a un aggiustamento strutturale annuo dello 0,6% del PIL”: si certifica la volontà politica di frenare la spesa pubblica, altro che manovra espansiva!

Una volta scelto di restare dentro ai vincoli europei, il Governo potrà finanziare le principali misure previste solo attraverso massicci tagli alla spesa. Non lo nasconde il Ministro Tria, che anticipa al Sole 24 Ore di domenica una “operazione veramente drastica di spending review”: meno sanità, meno istruzione, meno servizi pubblici, meno infrastrutture, come prospettavamo prima dell’estate. Per finanziare cosa? Un finto reddito di cittadinanza ed una flat tax che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Come confessa lo stesso Tria nella medesima intervista: “Sul piano fiscale tutti gli interventi che stiamo preparando sono a favore delle imprese e delle partite IVA. Purtroppo abbiamo dovuto rimandare, con rammarico, l’alleggerimento della pressione fiscale sui redditi personali”, cioè sul lavoro. L’unica misura che potrebbe favorire i redditi da lavoro è un eventuale superamento di quella sciagura della riforma Fornero: si moltiplicano però le ipotesi di “superamento” che prevedono varie penalità per chi anticipasse la pensione rispetto ai termini della Fornero, una vera e propria trappola per i futuri pensionati. E a proposito di trappole, Tria adombra la presenza di un nuovo tipo di clausole di salvaguardia che sarebbe presente nella manovra.

Queste clausole sono meccanismi che scattano in automatico se il Governo non riesce a rispettare gli obiettivi messi nero su bianco nel DEF (Documento di Economia e Finanza) e sfora il deficit in esso prefissato. Negli ultimi anni, in questi casi si prevedeva un aumento dell’IVA, che doveva poi di anno in anno essere scongiurato nella manovra. Ora invece Tria promette, o forse minaccia, un salto di qualità. Se, per una qualsiasi ragione, il quadro finanziario complessivo si evolverà in maniera differente da quella messa in preventivo nel DEF e ci saranno meno entrate per lo Stato, scatterà una tagliola automatica sulla spesa. Come a dire: noi ci abbiamo provato, a far crescere il Paese. Se le cose non vanno bene, pazienza, tagliamo immediatamente le spese che abbiamo messo in campo. Si tratta di un vero e proprio salto di qualità nell’implementazione delle politiche di austerità: le clausole di salvaguardia erano disegnate in maniera talmente goffa da essere quasi inattuabili, perché nessun Governo ha mai avuto il coraggio di avallare un impopolare aumento dell’IVA; i tagli alla spesa, invece, sono molto più facili da far passare sebbene abbiano un impatto ancora più nefasto sulla crescita e sull’occupazione. Prepariamoci dunque ad ulteriori riduzioni della spesa sociale che saranno nascosti nel meccanismo automatico e impersonale delle clausole di salvaguardia

Dovrebbe apparire chiaro che questo governo fa la guerra all’Europa solo su twitter, mentre nei fatti si presenta come un solerte esecutore delle politiche di austerità che l’Europa ci impone. Una storia già tristemente e abbondantemente vista. Mentre l’opposizione parlamentare critica da destra l’operato del Governo, unendosi al coro dei grigi burocrati europei che vorrebbero ancora più austerità, noi dobbiamo porci il problema di come rispondere alla guerra al lavoro dichiarata con questa manovra finanziaria dall’ennesimo governo dell’austerità. Un buon inizio potrebbe essere sgomberare il campo da equivoci circa la natura di questa maggioranza giallo-verde: come i numeri della manovra finanziaria appena pubblicati ci rivelano, quelli che hanno festeggiato dal balcone di Palazzo Chigi giovedì sera sono un mero restyling della classe dirigente che l’Europa utilizza per distruggere lo Stato Sociale e schiacciare occupazione e salari; Di Maio e Salvini sono parte integrante della restaurazione neoliberista che, con il morso della crisi, intende riprendersi tutto quello che i lavoratori hanno conquistato dal dopoguerra agli anni Settanta. Contro questo Governo, dunque, bisogna tenere la guardia alta come e più di prima.

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Serbia-Kosovo: Vucic chiede il sostegno di Mosca

Nell’incontro di ieri a Mosca con Vladimir Putin, il presidente serbo Aleksandr Vucic ha discusso con ogni evidenza, oltre ai temi della collaborazione economica, anche dei rapporti di Belgrado con il Kosovo, che continuano a inasprirsi.

Sabato scorso, Vucic aveva messo in assetto di guerra l’esercito e le truppe speciali del Ministero degli interni, in relazione all’arrivo di reparti speciali kosovari, sotto la supervisione di elicotteri e droni NATO-KFOR, nell’area del bacino che serve la centrale idroelettrica “Gazivode”, parte del sistema idroelettrico serbo, e attorno al centro di Zubin-Potok, abitato da una maggioranza serba nel nord del territorio kosovaro. I reparti di Priština dovevano assicurare la protezione del presidente Hashim Thaci, durante la sua veleggiata in barca sul bacino. Nondimeno, Belgrado l’ha considerata una provocazione bella e buona.

Denunciando l’intervento dei reparti speciali di Priština, Vucic aveva sottolineato come questi si fossero mossi con l’aperto beneplacito della NATO, ignorando gli elementari diritti della popolazione serba: “Ancora una volta, nessuno ha chiesto il parere dei serbi. Per loro, i serbi non esistono; o, quantomeno, loro vorrebbero così”, aveva dichiarato Vucic. Nonostante la linea filo-atlantica e proUE della Serbia, Vucic aveva immediatamente espresso la volontà di incontrarsi al più presto con Vladimir Putin, per chiedere il sostegno di Mosca, “in tutte le sedi internazionali”, sulla questione kosovara. Ed ecco che già ieri era a Mosca, anche se il portavoce presidenziale, Dmitrij Peskov, ha tenuto a sottolineare che l’incontro era programmato da mesi.

Vucic ha denunciato “l’ipocrisia dei funzionari UE” sulla questione del Kosovo. Dopo che la responsabile UE per i media, Maija Kotsiancic aveva chiesto moderazione alle parti, Vucic aveva replicato: “Ditemi, signori di Bruxelles, perché dovremmo ancora moderarci? O non siete piuttosto voi che dovete astenervi dall’ipocrisia, se potete”. Dopo aver “espresso sorpresa” per la violazione da parte kosovara di “tutti gli accordi raggiunti”, Vucic ha inviato una protesta al segretario generale della NATO Jens Stoltenberg “in relazione agli atti insolenti di Hashim Thaci e della leadership di Priština”. Proprio in relazione alle mosse della NATO, dopo la mobilitazione kosovara, gruppi di popolazione serba, servendosi di camion piazzati sul percorso, avevano bloccato l’afflusso di truppe NATO verso nord e il confine serbo, sulla direttrice Mitrovitsa-Ribaric.

L’occidente non permetterà al Cremlino di sostenere la Serbia, titolava ieri Aleksej Polubota su Svobodnaja Pressa. Il politologo Aleksandr Šatilov ritiene che, al di là di qualche dichiarazione di appoggio a Belgrado, anche eventuali forniture militari russe potrebbero ben poco aumentare la capacità serba di contrapporsi alla NATO; oltretutto, afferma Šatilov, dopo l’aggressione NATO del 1999, Belgrado stessa difficilmente si deciderebbe a ricorrere alla forza contro Priština, anche nel caso di altre provocazioni come quella recente: troppo forte la vocazione filo-NATO e filo-UE di Vucic. Dopo Miloševic, nessun leader serbo si è preso cura, se non a parole, dei serbi del Kosovo e la NATO, continua Šatilov, ha più volte fatto intendere a Belgrado che sarà punita, nel caso tenti di difendere i propri connazionali con la forza. Anche l’ipotesi di fornire S-300 e S-400 a Belgrado, sicuramente sarebbe osteggiata dallo stesso Montenegro, un tempo unito alla Serbia e oggi membro della NATO.

Oltretutto, osserva il politologo Mikhail Aleksandrov, la leadership serba, compreso Miloševic, non è mai stata ferma nell’ipotesi di stabilire un’alleanza militare con Mosca o di entrare nell’Unione Euroasiatica: in caso contrario, avrebbero potuto forse evitarsi i bombardamenti NATO e la separazione del Montenegro e Mosca avrebbe dislocato in Serbia una forte base militare. Oggi, conclude Aleksandrov, un’alleanza militare con Belgrado potrebbe non essere così vantaggiosa per Mosca, dato l’accerchiamento NATO della Serbia. Al massimo, nel caso la NATO si avventuri in azioni nel nord del Kosovo, si potrebbe difendere il territorio serbo coi missili “Kalibr”, dislocati a bordo delle navi sul mar Nero, che coprono l’intero territorio europeo. Ma, ancora una volta: si deciderà Vucic a proporre un’alleanza militare a Mosca?

Al momento, sembra che la tensione si sia “allentata”, pur se il problema dei rapporti Belgrado-Priština è più che mai attuale e l’aperto sostegno UE e NATO alla “indipendenza” del Kosovo, insieme alla presenza permanente, qui, di truppe atlantiche, continua a testimoniare, non fosse altro, del doppio standard adottato da Bruxelles nelle questioni di “indipendenza referendaria”.

Tra gli altri paesi che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, oltre ovviamente alla Serbia, ci sono Russia, Cina, Israele, Iran, Spagna, Grecia.

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Io sto con Mimmo Lucano, sindaco di Riace

Sono stato a Riace e ho visto un paese ricostruito ed in piena attività grazie all’accoglienza dei migranti e ad un uso rigoroso ed intelligente dei fondi pubblici. Trentacinque euro al giorno per persona sono pure troppi, mi disse il sindaco Domenico Lucano, se vengono utilizzati per ricostruire e organizzare e non solo per assistere.

Sarà per questo che da due anni a Riace sono stati tagliati e sospesi i fondi che in giro vengono distribuiti a pioggia e anche a pessime mani. Le strade e le vecchie case ristrutturate, la pulizia assoluta, le tante botteghe artigianali aperte da migranti e da italiani, il borgo rinato, testimoniano che l’esperienza di Riace ha funzionato bene, troppo bene.

Mimmo Lucano e la sua amministrazione hanno avuto subito contro i fascisti e la ndrangheta e poi anche settori degli apparati dello stato, in assoluta continuità dalla gestione Minniti a quella di Salvini, che hanno messo i loro bastoni nelle ruote di quell’esperienza.

Prima una valanga di ispezioni, che alla fine si sono concluse con una ultima relazione ufficiale che con parole persino commosse esaltava il modello Riace.

Poi le accuse di malversazione sui fondi pubblici, che alla fine non hanno trovato un centesimo di prova e sono finite nel nulla, ma intanto hanno bloccato i legittimi finanziamenti.

A Riace non ci sono state malversazioni di fondi pubblici, lo ricordiamo a Matteo Salvini, che ora festeggia l’arresto di Mimmo Lucano dall’alto degli ottantadue anni nei quali ha rateizzato i quarantanove milioni sottratti dal suo partito allo stato.

Il sindaco di Riace è stato arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, cioè per aver organizzato la solidarietà, e per abusi nella raccolta rifiuti. Cioè per non aver affidato quella raccolta ad un “mercato” pieno di aziende su cui la stessa magistratura indaga, ma per averla assegnata a due cooperative locali, che non solo hanno pulito il paese, ma lo hanno portato ai vertici della raccolta differenziata. E con costi bassi.

Mimmo Lucano è stato arrestato per i reati di solidarietà e buona amministrazione, e mi sento tranquillamente di ammettere che se mi trovassi nelle condizioni di Mimmo, quei reati li commetterei anche io.

L’arresto del sindaco dell’accoglienza è un atto gravissimo, un segno di quel degrado autoritario che minaccia i principi stessi della nostra Costituzione. Contro quest’arresto bisogna alzare più alta possibile la voce dell’indignazione.

Al sindaco di Riace ed alla sua compagna, colpita da un vergognoso provvedimento di divieto di dimora, va la mia completa solidarietà, con il sostegno e l’adesione a tutta l’indispensabile mobilitazione democratica.

Io sto con Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

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Salvini a Napoli, miseria e ignobiltà

Il giorno di Salvini a Napoli. La prima volta da ministro in città. Nella città dove alle ultime elezioni nazionali ha raccolto solo l’1%. La percentuale più bassa avuta dalla neonata Lega nazionale alle politiche.

L’ultima volta poi che aveva messo piede in città, come leader della coalizione Noi con Salvini, non gli erano stati concessi spazi comunali da parte dell’amministrazione De Magistris ed era intervenuto in prima persona il ministro Minniti per permettergli di parlare a un centinaio di persone giunte da tutto il sud. In più un imponente corteo di oppositori aveva manifestato in città ed era anche stato caricato dalla polizia.

Poco più di un anno dopo sembra tutto un altro mondo. Salvini adesso ritorna, ma comandando lui direttamente, da ministro, le forze di polizia e soprattutto dal 4 marzo in poi è iniziato anche qui a Napoli lo sdoganamento dei razzisti leghisti da parte dei Cinque Stelle. Che invece alle ultime elezioni in città hanno fatto il boom. Poco più del 50% dei voti con punte del 60% nei quartieri ex industriali dell’area est e in quelli dell’area nord. Un plebiscito che aveva visto come candidato più votato l’attuale presidente della Camera Fico. che ancora a tutt’oggi è l’unica voce grillina critica con il razzismo della Lega.

Salvini, visto i precedenti, ha comunicato soltanto all’ultimo momento il giorno della sua visita, non dando quindi modo a eventuali contestatori di organizzarsi adeguatamente.

Furbescamente il suo giro cittadino inizia dal rione Vasto, zona laterale alla stazione centrale e da un paio di decenni area multietnica della città. Da qualche anno però la Prefettura ha insediato in quella zona una quindicina di Cas (i centri di accoglienza straordinaria gestiti dal ministero degli interni) ovvero alberghetti a una o due stelle che sono stati riempiti di migranti in attesa di accoglimento di domanda di asilo politico o protezione umanitaria. I problemi non sono tardati ad arrivare e i conflitti tra residenti e migranti sono via via aumentati.

La destra cittadina, che in città fa molta fatica, ne ha subito approfittato per soffiare sul fuoco, trasformando una rabbia legittima in paranoia antimigranti, in intolleranza razzista.

Da Casapound a Fratelli d’Italia, da Noi con Salvini a Forza Nuova, tutti hanno cavalcato il disagio del quartiere portando i propri leader nazionali in queste strade.

Anche oggi Casapound aveva preparato un comitato d’accoglienza nel quartiere per il loro “capitano” ma Salvini si è smarcato da tale abbraccio e ha fatto per conto proprio. Ha attraversato un paio di strade ricevendo fischi e pernacchie (pochi), ma anche applausi dai balconi. Addirittura si racconta che alcuni nigeriani gli abbiano manifestato la loro simpatia in quanto d’accordo con la Lega sul fatto che chi non lavora vada a casa. D’altronde se vi sono napoletani diventati leghisti perché sorprendersi che alcuni africani siano affetti da simili problemi psichiatrici?

Il capitano ha poi parlato a un po’ di gente del quartiere promettendo un centinaio di nuovi agenti di polizia in città e poi si è recato alla parrocchia del Buon Consiglio dove vi è un prete a lui affine ideologicamente e dove, di fronte a telecamere e taccuini, hanno messo in piedi una scenetta propagandista. Il razzista e il prete a benedire il suo razzismo.

Il giro in città è proseguito poi in Prefettura a Piazza Plebiscito per l’incontro con le autorità locali. Qua ,al corteo messo in piedi in poche ore dall’area antagonista con concentramento in Largo Berlinguer è stato impedito di arrivare , costringendolo a inerpicarsi nelle vie dei Quartieri Spagnoli e a fermarsi in via Chiaia . Composizione soprattutto giovanile, ovvero studenti e centri sociali ma presenti anche attivisti di Potere al Popolo e il settore sociale Asia dell’Usb. Presenti anche molti migranti.

D’altronde appena qualche giorno fa in un’intervista al Mattino (che negli ultimi tempi ha cambiato il proprio direttore in quanto la proprietà Caltagirone non lo considerava sufficientemente filogovernativo) il neo ministro ha promesso di chiudere tutti i centri sociali cittadini. E qui Salvini mostra di non essere sufficientemente informato sulle realtà occupate napoletane. Qui i centri sociali, a differenza che in quasi tutto il resto d’italia , godono di consenso popolare. Nei quartieri dove sono ubicati interagiscono con la popolazione residente senza problemi. Anche perché con il loro mutualismo vanno ad integrare o sostituire gli scarsi e inadeguati servizi sociali delle istituzioni .

Per i supporters salviniani nessun problema invece. Qualche centinaio di persone ha così potuto stazionare di fronte la Prefettura con striscioni di benvenuto al ministro e intonando slogan razzisti contro i migranti. Inquietante la presenza di una cinquantina di lavoratori marittimi che volevano che il ministro perorasse la loro causa ovvero di impedire ai lavoratori stranieri di lavorare sulle grandi navi da crociera togliendo lavoro agli italiani.

L’incontro in prefettura è stato ovviamente interlocutorio, visto anche le evidenti finalità propagandiste del ministro e a parte il centinaio di poliziotti in più (medesima promessa avevano fatto anche i precedenti ministri dell’interno Alfano e Minniti) e qualche roboante frase sulla fine imminente della Camorra, nulla di memorabile. Scontato lo scontro tra sindaco e ministro con il primo che ha chiesto che venissero rimossi gli impedimenti della Corte dei Conti nei confronti del comune di napoli in pre dissesto e permettere così all’amministrazione napoletana di distribuire servizi e assicurare manutenzione e cura ai beni cittadini. Ed ha additato il ministro come colpevole di fomentare la guerra tra poveri, ora anche a Napoli.

Il ministro si è sorpreso delle dure parole del sindaco affermando che all’incontro istituzionale fosse stato invece collaborativo e cordiale. E si fosse invece lamentato di non avere sufficienti vigili urbani e avere invece 4500 case comunali occupate. Ha poi promesso, il ministro, di ritornare qui in città a novembre per il solito comitato Ordine e Sicurezza .

Nessuna sorpresa quindi nel giretto napoletano di Salvini. Il rione Vasto è stato il vero core-business della sua visita. Sa che qui a Napoli non capiteranno altre molte occasioni per ricevere consenso e l’emergenza Vasto non sarà infinita. Così cerca di lucrare tutto il possibile ora approfittando anche della copertura che il primo partito cittadino, i 5s, gli sta assicurando. I fascisti locali si stanno tutti trasformando in circoli di Noi con Salvini ma non sono sufficienti per assicurarsi un corposo peso elettorale a queste latitudini e cerca di sfondare utilizzando il ruolo di ministro, facendo da sé insomma.

Vedremo se la “padanizzazione” dell’opinione pubblica napoletana continuerà e se “il Capitano” potrà festeggiare come un novello Cavour la conquista del Meridione o se la parte migliore e cosciente della città riuscirà a costruire un argine agli invasori. Quelli veri

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02/10/2018

Ora d'aria


Italia come la Grecia? Non è più impensabile...

E’ la prima volta che accade, dunque non è “normale”. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, andato in Lussemburgo per l’Eurogruppo (nella foto è accanto al collega greco Euclid Tsakalotos), è tornato a Roma in giornata, ufficialmente per dedicarsi alla chiusura della nota di aggiornamento al Def. Non sarà dunque presente alla riunione dell’Ecofin, in programma oggi.

Lui garantisce di aver “spiegato” ai colleghi che la manovra in corso di definizione sarà “di crescita” e dunque – per il normale gioco aritmetico in un rapporto tra due fattori (se il Pil cresce, deficit e debito calano in proporzione) – i conti italiani saranno in ordine, anche se per ora lo scostamento sale al 2,4% (e ci rimarrà, secondo le previsioni, per altri due anni).

Non sappiamo quanto Tria consideri se stesso persuasivo, ma le risposte arrivate dai suoi colleghi e dalla Commissione Europea sembrano decisamente opposte.

Per il presidente della commissione Jean-Claude Juncker: “L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi di bilancio concordati a livello europeo, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione, una crisi è abbastanza. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi”.

E’ un’altra prima volta: il destino dell’Italia – se il governo insiste in questa direzione – sarà simile a quello della Grecia. A parti politiche invertite (lì c’era l’ex “sinistro” Alexis Tsipras, poi piegatosi ai diktat contro il suo popolo), Lega e Cinque Stelle subiranno l’identico livello di “pressioni”. Anzi, maggiori, perché il peso dell’economia italiana è molto superiore a quello di Atene...

Per il commissario titolare delle materie economiche, Pierre Moscovici, che comunque rinvia al 15 ottobre l’analisi del Def italiano, a “prima vista c’è una deviazione significativa dagli impegni presi” da Roma. Perché “la manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità. Cerchiamo di raffreddare la situazione, ho visto che Luigi Di Maio mi accusa di terrorismo o di terrorizzare i mercati: non ha senso. Io svolgo il mio ruolo e il mio ruolo come commissario è fare in modo che le regole, che sono comuni a tutti, siano rispettate da tutti”.

A sua volta il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha anticipato quel giudizio: “Aspettiamo la bozza di legge di Stabilità” ma “a prima vista” i piani di bilancio italiani “non sembrano compatibili con le regole del Patto”.

Ma tutta questa è roba di ieri, dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano, pur se annunciano un dato che nei giorni scorsi era ancora incerto: l’Unione Europea sarà durissima.

Si era infatti ipotizzato che, per non scuotere troppo i mercati, ma anche per non incentivare il clima “antieuropeo” che viene raccolto in alcuni paesi soprattutto dalle destre, la Ue avrebbe mantenuto un atteggiamento “flessibile”, com’era avvenuto con i governi Renzi e Gentiloni. Ora invece si capisce che le chiacchiere “rassicuranti” sparse da Di Maio e Salvini non hanno convinto nessuno.

Soprattutto, “i mercati” stanno scrivendo la loro sentenza: lo spread tra titoli italiani e tedeschi è salito al di sopra dei 300 punti base.

Qui il problema economico diventa però anche politico.

L’opposizione di destra a un governo di destra – il Pd e Forza Italia, insomma – punta tutto sul “compagno spread” per nutrire qualche speranza di scalzare il consenso verso l’esecutivo. Il che è indicativo degli interessi di classe difesi da questa “opposizione europeista” (il grande capitale multinazionale europeo, sia industriale che finanziario), ma è anche un suicidio politico che alimenta ulteriormente il “populismo di destra”.

In termini sociali, la manovra sommariamente indicata nel Def (ma soprattutto nelle dichiarazioni dei due “capi politici” della maggioranza) è per tre quarti a favore della piccola e media impresa, e per un quarto elemosina verso i poverissimi (con chiari scopi elettorali).

Persino la possibile introduzione della “quota 100” per accedere alla pensione, rivedendo in parte la legge Fornero, è pensata come un altro favore alle imprese, non ai lavoratori (come raccontano Salvini e Di Maio).

Lo spiegava tranquillamente, qualche giorno fa, lo stesso Tria in una intervista a IlSole24Ore: “L’intervento per favorire l’uscita accelerata di lavoratori anziani anticipandone il pensionamento rispetto alle regole attuali ha un costo, lo so benissimo. Ma negli ultimi mesi ho avuto molti incontri con grandi imprese e rappresentanze di categoria e in tutte queste occasioni ho constatato che la richiesta di svecchiamento del personale, legata alla necessità di adeguarne le competenze e di migliorare l’efficienza nell’allocazione di risorse umane, è veramente forte. Le regole previdenziali in vigore oggi rallentano fortemente questo ricambio, che è necessario per aumentare la produttività e favorirà in gran parte i giovani. Anche nella Pa è necessario questo processo”.

Anche la flat tax, nella misura in cui è stata per ora disegnata, è in pratica la reintroduzione dell’antico “forfettone” per partite Iva e professionisti, che sono il nucleo motore sia della Lega che, in misura minore, dei Cinque Stelle. Niente di “rivoluzionario” sul piano sociale, insomma.

Ma anche questo “lavorare per le imprese” ha un costo: la forzatura – non la “rottura” – delle regole previste dai trattati europei. E si tratta di una forzatura che avviene in un momento in cui la legislatura europea volge al termine (e quasi sicuramente ci sarà una composizione politica che ridurrà al minimo la vecchia grosse koalition tra popolari e socialdemocratici), la crisi economica ha ripreso a mordere, le tensioni sui dazi con gli Usa aumentano, le destra crescono e una “diversa sinistra” europea sta emergendo come alternativa credibile al putrido “partito socialista europeo”.

Ma non è finita. In Germania è in corso l’operazione di fusione tra Commerzbank e Deutsche Bank, due banche in grandissima difficoltà per la speculazione sui “derivati” (che però non vengono considerati “pericolosi” dalla Bce, al contrario dei crediti a famiglie e imprese, oltre che i titoli di Stato). La seconda banca dovrebbe inglobare la prima. Ma per farlo Deutsche Bank deve varare un aumento di capitale di 15 miliardi di euro, per coprire le svalutazioni di una parte dei derivati in pancia. Chi sottoscrive questo aumento? Inoltre sono alle porte le elezioni in Baviera, con Afd che dovrebbe diventare il primo partito del land tedesco più grande, e che potrebbe far cadere il governo.

Una convergenza di “cigni neri” che sembra aver tolto lucidità – e dunque margini di “flessibilità” – all’establishment europeo. Anzi, secondo molti l’attacco all’Italia farebbe passare in secondo piano i problemi tedeschi (e francesi).

Il problema vero è che “i mercati” sanno invece benissimo a chi mandare il conto di tutte queste tensioni.

Allacciate le cinture, ma soprattutto mettiamoci in movimento...

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Strange days


Delirio Def: un attimo di riflessione!

All’indomani della presentazione del Def, come spesso accade, le reazioni di giornali, media, trasmissioni di approfondimento e social, non hanno certo brillato per equilibrio e razionalità. Si va, in pratica, dall’isterismo fobico-depressivo all’esaltazione maniacale di affettata ed eccessiva felicità. Siamo, insomma – parlando in termini di eziopatogenesi – alla sindrome bipolare di natura politica, all’interno dello psicosoma popolare/elettorale italico. Un processo degenerativo, al quale, purtroppo, non riescono a sottrarsi neanche, in taluni casi, le intelligenze più avvedute della sponda marxista e culturalmente meglio equipaggiata. E sì, che gli strumenti per leggere, con spassionata obiettività, i dati reali, da quelle (queste) parti non dovrebbero difettare.

Chi parla di rivoluzione, chi di collasso. Per qualcuno siamo ad un passo dal socialismo realizzato; per qualcun altro alle soglie del paternalismo assistenziale fascista. Nessuno, insomma, preso nel vortice della comunicazione immediata e del pensiero social ad ogni costo, si ferma un attimo a riflettere. Così, le tifoserie si spaccano e si possono leggere e ascoltare dichiarazioni ai limiti dell’assurdo. Siamo, in parole povere, immersi, da qualche giorno, in un continuo delirio Def!

E allora, chiariamo, pur non essendo degli economisti, che il cosiddetto governo del cambiamento non ha sforato un bel niente. Il rapporto Deficit/Pil resta ben al di sotto del 3%, come previsto dal Fiscal Compact in Costituzione. Fiscal Compact – vero e primo problema per le tasche degli italiani – che non si tocca, come non si tocca l’euro.

In pratica, malgrado i proclami, non si scalfisce minimamente l’intelaiatura su cui si fonda il potere sovranazionale di un’ Europa, costruita rispondendo alle inique leggi di Mercato, fondata sui parametri monetaristi previsti da Milton Friedman e dalla sua Scuola di Chicago e, pertanto, in deroga alle esigenze dei popoli e dei loro lavoratori. D’altronde, come ha dichiarato lo stesso Di Maio, nessuno ha intenzione di uscire dall’eurozona.

I gialloverdi, con la conclusiva resa di Tria, hanno, dunque, semplicemente portato l’asticella della spesa più su di uno 0,4, rispetto ai parametri da fame, raccomandati dall’Europa stessa: cioè, non oltre il 2%. E Di Maio/Peron, in tal senso, può finalmente esultare per un po’ di elemosina fatta cadere “a pioggia” sugli strati sociali più bisognosi. Una buona cosa, rispetto alle precedenti manovre lacrime e sangue, ma non certo il socialismo. E neanche paragonabile a certi Def di democristiana o pentapartitica memoria.

Ciò detto, da comunista, più del dato economico mi preoccupa quello politico, con tutte le sue implicazioni future. Non sono convinto, infatti, che si aprano, per la sinistra antagonista e per il suo blocco sociale, autostrade per un reale conflitto di classe, da far deflagrare in seno alla borghesia, e alle sue contraddizioni, nazionialistiche o globaliste che siano. È più probabile, invece, visti i tempi – la Storia, parafrasando Benjamin, bisognerebbe esercitarla come monito e senza mai perdere di vista i contesti epocali – che Lega e Cinquestelle continueranno a fare il pieno di voti alle prossime elezioni, lucrando su migranti, xenofobia e un po’ di spesa, propagandata come il “più grande investimento nella storia d’Italia”. Ridicolo solo a sentirsi!

A questo punto, però, la domanda da porsi è un’altra. L’Europa che farà? A mio modesto avviso, qualunque dovesse essere il giudizio che verrà espresso da Bruxelles, si può star certi che Lega e Movimento 5 Stelle sapranno volgerlo a proprio vantaggio. Se la Commissione presieduta da Junker, infatti, boccerà il Def, si autocelebreranno come l’ unico baluardo continentale contro il neoliberismo e l’odiosa impalcatura tecnocratica, rappresentata dall’Ue. Viceversa, in caso di approvazione, diranno che l’Europa si è dovuta piegare alla loro determinazione e alla loro forza di persuasione. Passando così, nella percezione comune, per gli unici difensori del popolo, dei lavoratori e dei ceti più deboli.

Un risultato pericolosissimo – soprattutto in considerazione delle culture espresse dai due movimenti al potere – di cui bisogna ringraziare, in primo luogo, la sinistra istituzionale. Dal Pd a Leu, passando anche per i tantissimi errori commessi, negli anni, da Rifondazione e Pdci. Errori che, ci vogliamo augurare, un nuovo soggetto politico come Potere al Popolo saprà evitare, facendo chiarezza al suo interno su statuto e linea politica. Condizione imprescindibile per agire con credibilità sul terreno del conflitto sociale, aspro e duro, che andrà costruito.

Ciò detto, tornando invece all’imminente giudizio che l’Ue si accinge a pronunciare sul Def, in ogni caso, comunque, credo si assisterà al più classico e pirandelliano giuoco delle parti. Con l’Europa che – come con Orbàn – bacchetterà, farà innalzare un po’ lo spread, minaccerà ritorsioni (utilizzando anche l’ambiguo e ricattatorio strumento delle agenzie di rating) ma che, alla fine, troverà accordi sotto banco col governo italiano e i suoi sponsor: su mercati, import-export, transazioni finanziarie, speculazioni borsistiche e indici azionari.

Insomma, il problema non è, come sempre, quel che si fa. Ma chi lo fa e come. E le destre – tale è il governo gialloverde – sono sempre state al servizio del padronato (quelle estreme) e della finanza (quelle liberiste).

La competizione globale, insomma, si riduce – come sempre nella storia delle società umane, per dirla con Marx – ad una guerra tra bande al servizio di borghesie internazionali e settori di padronato nazionale. Gli uni globalisti, gli altri protezionisti. E, in questa guerra, le classi popolari sono tagliate fuori ed utilizzate esclusivamente come pedine da muovere sulla scacchiera del consenso politico. O come carne da macello, su cui apporre a fuoco il proprio marchio.

In parole povere, quello che qui si vuol sostenere è il principio marxista e rivoluzionario secondo cui o si sovverte radicalmente il sistema di produzione e di accumulazione capitalistico, o si continuano a porre in essere, semplicemente, transitori quanto inutili dispositivi di carattere keynesiano o, peggio, ascrivibili al mero e più deleterio assistenzialismo. Con minime redistribuzioni di ricchezza pubblica che, alla fine, si tradurranno in nuovo debito gravante, nel tempo, sulle spalle della classe lavoratrice e dei ceti popolari.

D’altronde, anche nella manovra grottescamente definita “anti povertà”, dando fiato alle trombe della propaganda, la Flat Tax dovrebbe bilanciare, nell’ottica del più aggressivo neoliberismo, il Reddito di Cittadinanza. Cui vanno ad aggiungersi sgravi fiscali alle imprese (già esistenti e varati dal governo Renzi-Gentiloni), condoni e dispositivi di facilitazione per permettere ai più ricchi e ai redditi da capitale di aggirare/eludere le tasse.

Un colpo al cerchio e un altro alla botte, in poche parole, nella più ferrea logica liberale. Una Flat Tax che, se applicata, suonerà come un sovrapprezzo di insulto e una clamorosa presa per i fondelli della classe lavoratrice, del lavoro salariato, del lavoro dipendente, i cui oneri sono dedotti alla fonte e delle masse più povere. Le quali continueranno a versare il dovuto – se non addirittura di più – mentre ai cittadini dei piani alti e, a maggior ragione, dell’attico, sarà consentito di risparmiare enormi quote di ricchezza accumulata.

E non si venga a parlare di sgravi alle famiglie, perché nell’aliquota al 15% sarebbero contemplati i nuclei familiari che vivono di stenti e sacrifici accanto a quelli il cui reddito si aggira intorno agli 80.000 € annui. Anche un bambino di terza elementare si rende conto della profonda ingiustizia che si vuole perpetrare, spacciando il tutto come una manovra contro la povertà.

Siamo alla solita, ingannevole, truffaldina teoria della mano invisibile, formulata dall’economista liberale, di origine scozzese, Adam Smith. Secondo questa teoria, studiata apposta per rendere i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, la Mano Invisibile sarebbe da identificare nella Provvidenza (in qualche modo immanente), grazie alla quale, nel libero mercato, la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe all’interesse dell’intera società e mirerebbe a trasformare quelli che costituiscono “vizi privati” in “pubbliche virtù”, portando all’equilibrio economico generale. Un infame tranello, insomma.

Per quanto fin qui scritto, quindi, non paragoniamo il Def varato dall’attuale governo ad un Titanic, che sta per andare a cozzare, con tutti i suoi passeggeri, contro l’iceberg dei Mercati e dell’Europa; ma neanche ci strappiamo le vesti, gridando al nuovo miracolo economico, in salsa gialloverde. Invitiamo, semplicemente ed esercitando un po’ di buon senso, a guardare le cose nella loro dimensione reale. Valutandone, specie come soggettività antagoniste, i pro e i contro.

Perché l’unica cosa che ci può e ci deve interessare è proseguire sulla strada della creazione di un conflitto sociale e di classe, che porti il livello dello scontro fin dentro le istituzioni europee e i palazzi della Troika, Bce-Ue-Fmi. Cancellare il Fiscal Compact, uscire dall’euro, rompere la gabbia dell’unione europea e riappropriarsi della sovranità popolare, in una prospettiva internazionalista e che tenga insieme i paesi dell’area mediterranea e del Sud del mondo, è l’unica opzione praticabile per delle forze che si richiamino al pensiero marxista e che si pongano l’obiettivo sacrosanto di rovesciare il criminale e criminogeno sistema capitalista e i suoi comitati d’affari governativi.

Un obiettivo che bisogna perseguire per restituire dignità, giustizia sociale e libertà alle classi lavoratrici, ai ceti popolari e alle fasce sociali più deboli e povere. La Storia non è ancora finita!

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