Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

02/04/2024

Turchia, la sorpresa diventa realtà

"Ha vinto la democrazia” dice il sultano in persona, parlando da presidente e non da leader dell’Akp per attenuare il ridimensionamento che la sua creatura politica subisce con queste amministrative. L’ipotesi di riprendersi quello che vent’anni addietro era suo e aveva resistito sino allo scossone delle municipali del 2019 è nuovamente naufragato. Istanbul, Ankara, Izmir restano saldamente in mano ai sindaci del maggiore partito d’opposizione Chp, che vince in 35 città su 81, mentre il partito di governo si prende 13 grandi centri e 12 minori. E il computo dei voti, ancora parziale e da confermare, vede lo stesso Partito Repubblicano sopravanzare quello della Giustizia e Sviluppo di due punti percentuali: 37,74 contro il 35,49%. Il successo e il sorpasso avvengono nelle aree dove l’Akp aveva un radicamento consolidato: Bursa, Balıkesir, Denizli, Uşak, Kütahya, Kırıkkale, Afyonkarahisar. La conferma maggiore, con cittadini in strada a festeggiare sin dalla notte, si verifica nelle città simbolo del Paese, Istanbul e Ankara, dove İmamoğlu e Yavaş hanno surclassato i rivali. Se nella capitale il bis di Yavaş era dato per scontato, nella metropoli sul Bosforo lo scarto fra i candidati veniva considerato minimo. Eppure il sindaco uscente ha volato sul ministro che Erdoğan gli aveva opposto (Kurum) e con questo risultato la presunta stella della politica turca riceve una collocazione definitiva sulla scena nazionale. İmamoğlu riprenderà ad amministrare la città simbolo, ma l’attende lo scenario cui punta il suo storico partito: riprendersi la guida del Paese. Se avverrà nel 2028, secondo il normale calendario elettorale o per una crisi governativa sospinta da inflazione e crisi economica che attanagliano la nazione, lo vedremo. Certo è che l’elettorato turco urbano parla una nuova lingua, se lo faranno anche i cittadini dell’Anatolia rurale il sogno d’eternità tracciato dal premier-presidente potrebbe tramontare. Anche perché i suoi uomini, coloro che sceglie di rappresentarlo, non scaldano i cuori turchi, sono fedeli alla linea e alla patria ma non hanno carisma.

İmamoğlu sì. I politologi lo valutavano positivamente anche nell’exploit di cinque anni or sono, se non avesse trovato ostacoli nella condanna inflittagli dalla magistratura e dalla corrente del partito che sosteneva l’anziano Kılıçdaroğlu , il testa a testa per la presidenza del maggio scorso con Erdoğan sarebbe stato il suo. Tutto è rimandato. I pericoli che il sindaco del Corno d’Oro corre sono solo interni al suo partito. Sembra un paradosso, ma la politica insegna questo. Il nuovo corso del leader Özel dovrà valorizzare il volto più prezioso che il kemalismo mostra per riprendersi il Paese. Comunque la Turchia si conquista guardando fuori dai confini. Il sultano che ha pensato in grande sin da quando guidava anche lui Istanbul ha trovato consenso mescolando il liberismo patriottico degli anni Ottanta del secolo scorso del conservatore Özal con l’identità cultural-religiosa e il ricordo del glorioso passato ottomano. Un mix sostenuto da alcuni ideologi del partito che la sua abilità e spregiudicatezza hanno cementato contro nemici esterni e interni. Le pianificazioni nazionali si consolidano con lo sguardo estero e la Turchia ha trovato in Erdoğan una figura dispotica, ma intuitiva e flessibile. Per gli sviluppi futuri peseranno anche le alleanze. Per sopravvivere negli ultimi anni l’Akp ha scelto l’inquietante presenza al suo fianco del nazionalismo dei ‘Lupi grigi’ rivestiti del perbenismo del leader Bahçeli. Ma anche questo personaggio sta facendo il suo tempo. Nella attuali amministrative l’Mhp non ha raggiunto neppure il 5% dei consensi, sopravanzato dal partito Refah (6,1%) e da Dem, la nuova sigla del partito filo kurdo che resiste ai continui scioglimenti imposti per legge. Il successo in tre città storiche dell’est: Diyarbakır, Mardin, Van ripropone la sua guida di quei centri, che talvolta per cavilli burocratici o imposizioni repressive sono stati sostituiti d’ufficio. Il Chp prosegue ad amministrare le città costiere del sud: Antalya, Adana, Mersin. Il rinnovamento della politica turca può partire da qui.

Fonte

01/04/2024

Kirikù e la strega Karabà (1998) di Michel Ocelot - Minirece

Israele bombarda il consolato iraniano a Damasco


di Francesco Dall'Aglio

L'attacco aereo israeliano a Damasco è una escalation preoccupante per due motivi.

In primo luogo per l'identità delle vittime: tre generali (Mohammad Reza Zahedi, il comandante del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica in Siria e Libano, Hossein Aminollah e Hajj Rahim) e altri quattro ufficiali.

In secondo luogo, e soprattutto, l'edificio distrutto è l'ufficio consolare dell'ambasciata iraniana, ovvero, a norma di diritto internazionale, territorio iraniano. Il motivo di questo attacco onestamente non è chiaro. Certo la presenza di tanti ufficiali superiori iraniani era un bersaglio allettante, ma si tratta pur sempre di un'ambasciata.

C'è chi dice invece che sia una risposta all'attacco di stanotte, nel quale un drone ha colpito la base militare del porto israeliano di Eilat, sul Mar Rosso. Ma sarebbe una risposta del tutto sproporzionata, per cui probabilmente c'è dell'altro.

Fonte

Come individuare i prodotti ortofrutticoli israeliani?

A chiunque sarà capitato di andare a fare spesa in un supermercato o in una frutteria e vedere ciascuna cassetta con i prodotti ortofrutticoli affiancata da una targhetta. Questa riporta una serie di informazioni, tra cui il paese d’origine della merce.

L’indicazione del paese d’origine dei prodotti agroalimentari sfusi messi in vendita al dettaglio è imposta dal Regolamento UE 543/2011. Questo all’articolo 6 comma 1 recita: “nella fase della vendita al minuto [...] i prodotti possono essere posti in vendita a condizione che il rivenditore esponga accanto ad essi, in caratteri chiari e leggibili, le informazioni relative al paese di origine [...] in modo tale da non indurre in errore il consumatore”.

L’indicazione del paese d’origine messa sulla targhetta consente al consumatore di poter fare degli acquisti consapevoli. Questo diritto è tutelato dal Regolamento UE 116/2011, che all’articolo 3 comma 1 stabilisce che “La fornitura di informazioni sugli alimenti tende a un livello elevato di protezione [...] degli interessi dei consumatori, fornendo ai consumatori finali le basi per effettuare delle scelte consapevoli [...] nel rispetto in particolare di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali, sociali ed etiche”.

Pertanto, la legge impone al venditore d’indicare il paese d’origine, di modo che il consumatore possa anche fare delle scelte d’acquisto etiche. Ciò ovviamente non piace ad Israele, che è ben cosciente della scarsa popolarità delle proprie esportazioni, per tanto ha trovato tutta una serie di escamotage per aggirare la legge.

Per quel che riguarda i prodotti ortofrutticoli l’esempio più comune è con gli avocado, ma il sistema si applica anche ad altro. Il sistema escogitato da Israele fa leva proprio su una falla del Regolamento UE 543/2011. Questo all’articolo 6 comma 2 esonera il venditore dall’indicazione del paese d’origine nel caso in cui i prodotti vengano presentati in imballaggi preconfezionati.

In questo specifico caso, il paese d’origine deve essere apposto sulla confezione. Il trucco sta quindi nel catalogare la frutta (o la verdura) non come merce sfusa, ma come prodotto preconfezionato. Sembra assurdo, ma dei frutti esposti dentro una cassetta (e talvolta anche acquistabili al peso) non vengono considerati sfusi, ma imballati.

Ciò in virtù del fatto che tutti i singoli frutti presenti nelle cassette hanno un piccolo bollino che è di per sé sufficiente a farli catalogare come prodotti confezionati. Su questo piccolo bollino, in caratteri molto piccoli (e talvolta con inchiostri poco tenaci) è effettivamente riportato che il frutto proviene da Israele.

Si tratta di un qualcosa di ben diverso dall’obbligo d’esporre “in caratteri chiari e leggibili, le informazioni relative al paese di origine” previste da detto regolamento.

In pochi si vanno a leggere le piccole informazioni sbiadite contenute su un bollino, mentre la targhetta posta sopra una cassetta salta subito agli occhi dell’acquirente che potrebbe fare le proprie valutazioni di carattere etico e politico. In virtù di ciò, i prodotti ortofrutticoli israeliani possono esser venduti senza indicare il paese d’origine nella targhetta posta sulle cassette.

Il sistema ha una falla che probabilmente sarà ardua da riparare, ma nel frattempo si può tenere alta la vigilanza e informare sui subdoli mezzi che usa Israele per ingannare noi consumatori.

Fonte

Dune – Parte due: una rivolta a passo di danza

Del primo capitolo di Dune (2021) di Denis Villeneuve avevamo proposto una lettura (qui) filtrata dalle analisi di Gilles Deleuze e Félix Guattari svolte in Mille Piani rifacendoci ai concetti di “macchina da guerra nomade” e di “deserto” come “spazio liscio” che si contrappone allo “spazio striato” degli apparati di controllo. In Dune – Part Two (2024), tratto dalla seconda parte del primo romanzo della saga di Dune scritto da Franck Herbert, si assiste allo scontro fra l’apparato di Stato, irreggimentato nelle sue catatoniche file e colonne geometriche, e, appunto, la “macchina da guerra nomade” dei Fremen, i nomadici abitatori del deserto, gli uomini delle sabbie “lisce” e incontrollabili. Non è un caso, tra l’altro, che Deleuze e Guattari, disquisendo del movimento dei nomadi, citino una frase tratta da un capitolo successivo della saga di Herbert, I figli di Dune (Children of Dune, 1977). Secondo i due studiosi, il “Numero numerante”, cioè “l’organizzazione aritmetica autonoma” propria della macchina da guerra, “è ritmico e non armonico. Non c’è cadenza o misura: soltanto negli eserciti di Stato, per ragioni di disciplina e di parata si marcia con passo cadenzato; ma l’organizzazione numerica autonoma trova il suo senso altrove, ogni volta che bisogna impartire un ordine di spostamento nella steppa, nel deserto – là dove i lignaggi di foresta e le figure dello Stato perdono la loro pertinenza. «Avanzava seguendo un ritmo spezzato che imitava gli echi naturali del deserto, ingannando chi stava a spiare i rumori regolari dell’uomo. Come tutti i Fremen, era stato educato all’arte di questo modo di camminare. Vi era stato condizionato a tal punto che non aveva più bisogno di pensarci e i suoi piedi sembravano muoversi da soli secondo ritmi non misurabili»” (G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. Orthotes, Napoli-Salerno, 2017, p. 538).

I Fremen, che nell’immaginario mondo di Arrakis creato da Herbert possiedono un chiaro rimando alle popolazioni arabe, si muovono in modo ritmico e non armonico, non condizionato da un nomos legislatore, secondo un movimento che fluttua espandendosi nelle volute di una danza sinuosa. Dallo spazio “bucato” che, secondo Deleuze e Guattari, affianca lo “spazio liscio”, emergono i vermi delle sabbie i quali si configurano come un’estensione della macchina da guerra dei nomadi: questi ultimi, cavalcando i vermi, costituiscono un’arma micidiale lanciata contro l’apparato sedentario dello Stato. Nella splendida scenografia allestita da Villeneuve, il movimento sinuoso dei vermi, sui quali si trovano i nomadi che brandiscono le loro armi e le loro bandiere, si contrappone all’esercito imperiale rigidamente schierato, ordinato da un’armonia meccanica e geometrica. I vermi sono allora i folli vascelli corsari che, bucando lo spazio, penetrano sussultando nei meandri della Terra, sotto la terra che continuamente si deterritorializza in una guerra incessante. I loro movimenti ricalcano le danze dei Fremen, un incedere quasi musicale che riproduce il territorializzante ritornello che si lega alla terra perché, per l’appunto, nella loro terra essi vogliono restare e intendono riprodurre un movimento di liberazione, di resistenza e di attacco continuo. La ribellione dei Fremen assume i caratteri di una decolonizzazione attuata mediante un sinuoso passo di danza, quello del ribelle che si oppone all’ordine schiavizzante del potere.

I passi di danza dei Fremen organizzano la rivolta in un ritmo incessante e continuo. È il ritmo che intende liberarsi dal ciclo della ripetitività infinita della guerra perché quest’ultima pare derivare da istanze di carattere tribale che proliferano fino a sussumersi – oggi e nella realtà – in evanescenti conflitti economici e digitali. La guerra incessante che attraversa questo secondo capitolo di Dune è quella che buca i teleschermi della virtualità e dell’immaginazione e penetra nei telegiornali della sera e nei talk show televisivi. È la crudeltà reale che si ripete in una conflittualità meccanica e ottusa come la sopravvivenza della macchina del capitale. Una rivolta a passo di danza, come quella dei Fremen, manda in tilt i meccanismi dell’apparato di Stato e manderebbe in tilt le stesse logiche abuliche delle guerre del capitale.

Fonte

Gli acerrimi nemici dei sionisti in occidente? Gli ebrei

Sei antisionista? Equipari il nazismo al sionismo? Credi sia in atto un genocidio? Secondo i sionisti italiani, in gran parte non ebrei, sei antisemita. Ma chi sono storicamente gli acerrimi nemici dei sionisti in Occidente? Gli ebrei.

Gli ebrei antisionisti non solo paragonano da sempre il nazismo al sionismo, ma hanno avuto la straordinaria capacità di prevedere il genocidio. Sono i più determinanti e i più temuti perché conoscono la loro storia e non si intimoriscono davanti alle accuse di antisemitismo. (Molti di loro hanno ricevuto persino l’onta dell’accusa di antisemitismo).

Lo scorso mese a New York centinaia di persone hanno protestato davanti alla sede della potente lobby filo-israeliana AIPAC e negli uffici del Senato per dire basta ai finanziamenti a Israele.

Sono state arrestate dodici persone. Entrambe le azioni sono state organizzate dal gruppo antisionista Jewish Voice for Peace. A novembre, attivisti ebrei occuparono la Statua della Libertà con gli slogan “Libertà per i palestinesi” , “Non in nostro nome”, “Stop al genocidio“.

A Chicago è molto attiva la congregazione ebrea che si definisce “antisionista” Tzedek. Tutte le manifestazioni oceaniche pro Palestina che si sono svolte a Londra, hanno visto in prima linea gli attivisti di Jewish Network for Palestine e di Jewish Voice for Peace.

In Francia, già nel 2018, l’Unione ebraica francese per la Pace chiese il boicottaggio totale su tutto ciò che riguardasse Israele. In risposta, il governo gli tagliò tutti i finanziamenti statali ma l’Unione ebraica ha continuato imperterrita a chiedere il boicottaggio.

In Germania, gli ebrei della Judische Stimme sono i più attivi nel denunciare il genocidio e la scandalosa politica pro Israele del governo tedesco.

Qui è accaduto l’inimmaginabile: la straordinaria ebrea antisionista Evelyn Hect-Galinsky ha equiparato il nazismo al sionismo, il cristiano tedesco Henryk Brodel, editorialista di Der Spiegel ha definito Evelyn antisemita, come ha fatto con molti pacifisti tedeschi che hanno incassato senza reagire. Evelyn invece lo ha querelato. Evelyn è figlia di un sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz.

Gli ebrei si oppongono al sionismo fin dalla sua fondazione. Nel 1897 Theodor Herzl convocò il Primo Congresso sionista a Monaco ma gli ebrei, guidati dai rabbini ortodossi, cacciarono dalla città lui e i suoi seguaci che furono costretti a convocare il congresso in Svizzera.

Scrisse non a caso il genio Albert Einstein: “Non potrebbe esserci calamità più grande di una discordia permanente con il popolo arabo. Dobbiamo lottare per un compromesso giusto e duraturo con il popolo arabo”.

“Ricordiamo” concluse Einstein “che in passato nessun popolo viveva con noi in un’amicizia più grande degli antenati di questi arabi”.

Fonte

Gli scenari francesi dell’intervento in Ucraina

La notizia del giorno sembrerebbe quella secondo cui, intervistato dalla CBS, Vladimir Zelenskij avrebbe dichiarato che Kiev è disposta a colloqui con la Russia, a condizione che le forze ucraine possano tornare ai confini del 2022.

Ora, l’unica possibilità che ciò si realizzi è che le forze russe si ritirino, non certo che quelle ucraine siano in grado di muovere all’offensiva. Sembra evidente che l’uscita del nazigolpista-capo, anche sullo sfondo della riproposizione della stantia “formula Zelenskij”, non sia altro che un tentativo di mercanteggiare.

Basta ricordare, osserva Rostislav Ishchenko su Ukraina.ru, che in precedenza la condizione posta da Kiev era il ritiro russo al di là dei confini del 1991. In altra data, Zelenskij aveva anche tuonato (emettendo all’uopo uno speciale decreto) che nessun negoziato sarebbe stato ammissibile con Putin, ma solo con un «nuovo potere russo».

È tuttora inoltre in vigore la risoluzione della Rada che proibisce colloqui con Mosca nel caso vertano su concessioni territoriali ucraine. In teoria, vista la facilità con cui Zelenskij ha deciso che, alla scadenza del suo mandato, non ci sarà alcuna elezione presidenziale, anche nel caso dei colloqui con Mosca potrebbe benissimo aggirare tutte le proprie precedenti dichiarazioni e ogni decreto del parlamento.

E, però, alla luce di alcuni altri “piccoli” avvenimenti, la sensazione è che su Kiev cominci a gravare qualche pressione esterna: quantomeno per arrivare a una tregua che dia tempo agli sponsor occidentali di rifornire i propri arsenali paurosamente sguarniti per le forniture alla junta nazigolpista e, a quest’ultima, di riequilibrare diversi intrecci affaristici interni.

Per esempio: significa qualcosa che Varsavia e la NATO facciano di tutto per attribuire a semplice “fatalità” e “cause naturali”, mentre l’ufficiale era “fuori servizio”, la morte del generale polacco Adam Marczak, lo scorso 26 marzo, allo scopo di sottacere il coinvolgimento nel conflitto ucraino?

Sembra che Marczak, insieme ad altri ufficiali ucraini e NATO, si trovasse nel bunker di comando di Chasov Jar, colpito da un missile russo “Iskander”.

Ma la NATO evita di ammettere che un alto ufficiale dell’Alleanza atlantica si trovasse sulla linea del fronte, nel posto di comando allestito dopo la caduta di Avdeevka.

Lo evita, anche se questo contraddice le aperte dichiarazioni di paesi quali Francia, Gran Bretagna, la stessa Polonia (ultima, in ordine di tempo, la Ministra degli esteri finlandese Elina Valtonen ha dichiarato al Financial Times di non poter escludere l’invio di truppe occidentali in Ucraina) sulla necessità di inviare contingenti militari in Ucraina.

Di fatto, nota l’ungherese MAGYAR HÍRLAP, oggi né gli USA, né i paesi UE, a dispetto dei vari proclami guerreschi, sarebbero in grado di condurre una guerra aperta con la Russia e, dunque, si tenta di oscurare ogni partecipazione diretta a fianco di Kiev, magari mascherandola sotto forma di “contrattisti”, “istruttori” o mercenari, poi colti da “morte improvvisa”, rigorosamente “fuori servizio”.

Al Bundestag – altro “piccolo” avvenimento – si discute di come ci si dovrebbe comportare nel caso Mosca colpisse un obiettivo in area NATO.

Stando all’agenzia DPA, il Consiglio di esperti del parlamento tedesco è del parere che non si possa applicare l’art. 5 della NATO nel caso di un dispiegamento di truppe in Ucraina da parte di uno dei paesi del blocco e un attacco russo contro di esse; mentre l’art. 5 si applicherebbe solo nel caso di scontri sul territorio di uno dei paesi NATO.

Dunque, affermano i tedeschi, l’eventuale invio di truppe francesi in Ucraina non significherebbe affatto che tutti gli altri paesi NATO diverrebbero parte in conflitto.

Ora, secondo il politologo Vadim Trukacev, sentito da Svobodnaja Pressa, il caso ucraino è specifico. Si dovesse trattare di paesi quali i Baltici, Polonia, Finlandia, la NATO interverrebbe senza dubbio.

Nel caso però Mosca colpisca un aeroporto di un paese NATO da cui fossero decollati aerei da combattimento, essi non interverrebbero; oltretutto, all’Alleanza sono convinti che la Russia non risponderebbe colpendo gli aeroporti.

Al contrario, a detta del giurista Vladimir Blinov, anche se la Russia colpisse un paese secondario della NATO, tipo Polonia o Paesi baltici, l’Occidente non scatenerebbe la terza guerra mondiale; altro fatto, «è improbabile che Mosca voglia giocare con il fuoco in questo modo. Soldati della NATO stanno già morendo in Ucraina, ma nessuno degli atlantisti ha fretta di iniziare una guerra per questo motivo».

Già oggi, afferma il giurista, la Russia avrebbe molte ragioni per dichiarare guerra ai paesi occidentali: l’attentato ai Nord Stream, ufficiali NATO in azione in Ucraina, droni sul territorio russo guidati da strumentazione NATO, ecc; «l’Unione Sovietica non avrebbe permesso al nemico di spingersi tanto oltre queste “linee rosse”».

Oggi Mosca opta per risposte asimmetriche, dice Blinov: se la Russia fornisse moderni sistemi antinave agli Houthi yemeniti, ciò bloccherebbe il commercio di paesi UE e NATO nel mar Rosso: «forse una visita della nostra flottiglia in questa parte dell’Oceano mondiale avrebbe conseguenze sul punto più sensibile dell’Occidente: l’economia».

Tra l’altro, a proposito delle esternazioni di Emmanuel Macron, Le Figaro analizza cinque possibili varianti dell’invio di truppe francesi.

Secondo la più “innocente” delle cinque, la Francia installerebbe in Ucraina fabbriche congiunte di armamenti e, quantunque queste non sarebbero affatto al sicuro dai missili russi, e il generale a riposo François Chauvancy affermi che «le spese assicurative sarebbero talmente alte da renderne improbabile la costruzione», pare che la britannica BAE Systems e la tedesca Rheinmetall si siano dette pronte a “entrare nell’affare”.

Un secondo scenario presupporrebbe l’invio in Ucraina di “istruttori” e genieri; fatto che, in realtà, non costituirebbe nulla di nuovo, così che su tale variante potrebbero concordare anche altri paesi e a detta del ministro della guerra Sebastien Lecornu, in questo caso i militari francesi non prenderebbero parte alla guerra e la Francia non diverrebbe parte in conflitto.

In ogni caso, nota però Chauvancy, Parigi dovrebbe spiegare ai francesi il rientro in patria dei genieri in sacchi mortuari.

Il terzo scenario sarebbe la cosiddetta “Difesa di Odessa”, o meglio, del frumento da esportare dal porto di Odessa. Ma la presenza francese in Ucraina, dice ancora il generale Chauvancy, comporterebbe alla fin fine «uno scontro diretto con l’esercito russo. Operativamente, la Francia potrebbe dislocare a Odessa artiglieria antiaerea, come il sistema “Mamba”, ma Parigi ne ha solo otto e molti di essi verranno utilizzati per garantire la sicurezza interna durante i Giochi olimpici».

Soprattutto, afferma un anonimo rappresentante del complesso militare-industriale francese, in tal modo la Francia diverrebbe parte in guerra e, di nuovo, si dovrebbe spiegare a quali interessi nazionali risponda la morte di francesi in terra straniera.

Secondo il quarto scenario, Parigi creerebbe zone cuscinetto in Ucraina per proteggere con propri militari i confini ucraini: i francesi non prenderebbero parte alle ostilità, sostituendo solo le guardie confinarie ucraine, da inviare al fronte.

A parere degli esperti militari, questo scenario contiene gli stessi rischi di tutti i precedenti, ma su scala più ampia. E anche la logistica solleva molti interrogativi; basti pensare che la Germania aveva già vietato ai carri armati francesi diretti in Romania di passare attraverso il proprio territorio, costringendoli a trasporto in treno.

Il quinto scenario, definito “francesi in trincea sul campo di battaglia”, viene criticato da tutti gli esperti. Innanzitutto, Parigi potrebbe inviare non più di ventimila soldati, difficilmente in grado di coordinarsi con le forze ucraine, anche solo per la barriera linguistica.

Inoltre, sorge ancora una volta la questione dei “sacchi mortuari” da spiegare alla nazione e, insieme, quella dell’interrogativo se la Francia sarebbe in grado di rispondere alla morte di propri soldati e, infine, se gli USA consentirebbero a Parigi di andare in guerra da sola.

Pare comunque assodato che al poligono de La Courtine sia già in corso l’ingaggio di duemila uomini e i media ucraini sostengono che verranno schierati al confine con la Bielorussia, mentre le guardie confinarie ucraine andranno al fronte.

Ora, è molto probabile che Emmanuel Macron si ricordi della fine ingloriosa di ciò che rimaneva della Grande Armata di mezzo milione di uomini guidata da Napoleone in Russia nel 1812; ma, a quanto pare, sembra voler volutamente ignorare che esattamente 210 anni fa, il 31 marzo 1814, era Charles Tallyrand a offrire ad Alessandro I le chiavi di Parigi.

Fonte

Trump apre all'industria cinese, mentre Xi prepara la Rivoluzione Industriale: cosa sta accadendo?