Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/11/2024
Khamenei: «Risposta devastante a Israele». Timori a Baghdad
Una settimana fa la previsione più diffusa era che Teheran avrebbe dato priorità alla moderazione dopo aver subito l’attacco israeliano. Ora la rappresaglia iraniana al raid aereo ordinato da Benyamin Netanyahu è data per sicura – «nei prossimi giorni» prevedeva sabato il Washington Post – in una escalation di attacchi tra le due parti intenzionate ad affermare la rispettiva capacità di deterrenza. Le parole pronunciate sabato dalla Guida suprema iraniana Ali Khamenei non lasciano spazio alle interpretazioni. «I nemici, siano essi il regime sionista o gli Stati Uniti, riceveranno sicuramente una risposta devastante a ciò che stanno facendo all’Iran, alla nazione iraniana e al fronte della Resistenza», ha detto Khamenei, precisando che non è solo una questione di «vendetta». A Teheran spiegano che la Guida suprema, dopo aver inizialmente scelto toni moderati, ha compreso che senza una risposta, la deterrenza dell’Iran contro Israele sarebbe indebolita. Khamenei non ha precisato i tempi, la portata e se la rappresaglia avrà luogo solo dal territorio iraniano o anche da altri paesi. Un punto che ha assunto un particolare rilievo negli ultimi giorni.
Teheran intende rispondere, ma è consapevole che la reazione di Tel Aviv sarà inevitabile e concentrata, con ogni probabilità, contro gli impianti petroliferi e i siti nucleari iraniani, specie se dalle presidenziali Usa del 5 novembre uscirà vincitore Donald Trump, nemico implacabile dell’Iran. L’Amministrazione Biden, si è opposta all’attacco contro le centrali atomiche dell’Iran e Netanyahu sa che con l’amico Trump rieletto presidente, sebbene non ancora alla Casa Bianca, avrà le mani più libere. Da qui, pare, la presunta idea iraniana – riferita dal sito Axios e da altre fonti – di lanciare missili balistici e droni dal territorio iracheno per preservare siti nucleari e impianti petroliferi iraniani dalla ritorsione israeliana. Concreta o improbabile (come dicono alcuni) questa ipotesi se da un lato ha mobilitato la Resistenza islamica in Iraq (Iri) – la coalizione di gruppi armati sciiti sostenuti dall’Iran, responsabile di occasionali lanci di droni verso Israele (l’ultimo è di ieri) – dall’altro ha messo in allarme Baghdad che, come Damasco, ha cercato nell’ultimo anno di mantenere una linea di sostanziale basso profilo pur confermando l’appartenenza all’Asse della Resistenza e l’alleanza con l’Iran.
«La decisione tra guerra e pace spetta allo Stato», ha avvertito il premier iracheno Mohammed Shia Al Soudani, secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq Al-Awsat. Elevato al potere nel 2022 dal Quadro di Coordinamento, l’alleanza di partiti filoiraniani che monopolizza lo sciismo politico in Iraq, Al Soudani mantiene stretti legami con Teheran, rivolge dure accuse a Tel Aviv e appoggia il popolo palestinese. Allo stesso tempo, tra la sorpresa di molti, dopo aver preso l’incarico di primo ministro non ha fissato alcun calendario per il ritiro completo dei militari statunitensi in Iraq – richiesto con forza dalla maggioranza degli iracheni – e cerca di tenere il suo paese a distanza dallo scontro frontale tra Israele e l’Iran.
Questa posizione cauta viene criticata dalle forze sciite più militanti, ma non dalla maggior parte dello schieramento politico al governo in Iraq. Hanno avuto un impatto i bombardamenti israeliani di una settimana fa contro le batterie antiaeree in Iraq (e in Siria), prima dell’attacco contro gli obiettivi di Iran. Così come le notizie diffuse dalla tv israeliana (di estrema destra) Canale 14, di piani per «eliminare» anche l’ayatollah iracheno Ali Sistani, figura paragonabile per importanza religiosa all’iraniano Khamenei. Al Soudani ha chiesto al gruppo Nujaba, tra i più rilevanti assieme a Kataeb Hezbollah nella Iri, di non trascinare il paese nello scontro diretto con Israele. La risposta è stata che la decisione di entrare nel conflitto è «nelle mani della Resistenza», per sottolineare che non appartiene allo Stato iracheno, sempre secondo Asharq Al-Awsat. Haidar al Lami, membro dell’ufficio politico di Nujaba, ha detto al quotidiano libanese Al-Akhbar, che la sua organizzazione si stava coordinando con l’Iran. Al-Nujaba, è «pienamente coordinato con l’Iran per organizzare i tempi e il luogo di questa risposta» a Israele, ha affermato.
Soudani sa che le sue pressioni sulla Iri non avranno grandi risultati e ora guarda agli Usa per impedire a Netanyahu di colpire anche l’Iraq. Più di tutto punta sull’atteggiamento prudente della sua maggioranza. I partiti della coalizione di governo, tutti favorevoli alla causa palestinese e che considerano Israele un nemico, hanno opinioni divergenti su quanto l’Iraq debba impegnarsi in scontro regionale mentre il paese è ancora impegnato a riprendersi dalle conseguenze della guerra dell’Occidente al presidente Saddam Hussein e dalla lunga occupazione Usa. Il percorso è lungo, tuttavia Baghdad, recuperata una parziale stabilità interna, oggi più di qualche anno fa sembra investire i proventi dell’esportazione del petrolio nella costruzione di infrastrutture vitali – reti elettrica e idrica in testa – e per assistere una popolazione in larga parte povera.
Fonte
L’Occidente pagherà un prezzo salato se ignorerà i paesi Brics
Nel confronto con il resto del mondo questa cecità collettiva ha non paradossalmente un fondamento razionale, per quanto BASATO sull’illusione: anche il più sfruttato e sottopagato dei lavoratori può pensare (“credere”, in senso religioso-disinformato) che per quanto la sua vita sia disperante è comunque migliore dei suoi “pari classe” (o pari grado) nati altrove. E come sempre questo è persino vero in alcuni casi (basti guardare buona parte dell’Africa o dell’America Latina), ma totalmente falso in innumerevoli altri (Turchia, Iran, Russia, ecc.).
Basta farsi un giro non turistico (fuori cioè dai circuiti obbligati per il “visitatore straniero pagante”) per rendersene pienamente conto. E basta parlare con “i locali”, per strada o nei parchi pubblici, per sentire la forza con cui certe popolazioni del pianeta sono arrivate a capire – e dirti in faccia – che l’Occidente non ha ormai più nulla da insegnare. Sul piano economico, certo, ma ancora meno sul piano etico e morale.
L’illusione della potenza e del benessere occidentale è insomma fuorviante, sovrastimata, figlia della propaganda e di quel tanto dei frutti di rapina internazionale che percola in briciole dai tavoli imbanditi del grande capitale occidentale fin sulle teste del “popolo”. Perdere l’egemonia sul mondo, insomma, è vissuto (raccontato) come un possibile lutto che è meglio non vivere.
La nascita e il rafforzamento dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), il loro allargamento ad una massa di economie e popolazioni dai numeri molto importanti, è esattamente il tipo di evento-processo che scalza il dominio imperialista occidentale sul mondo. E non lo fa proponendo un’alternativa di sistema, un altro “modo di produzione”, ma più modestamente proponendo un altro sistema di relazioni, sia politiche che commerciali, fondato su regole molto diverse da quelle dettate da Washington.
Anche per chi sta sperimentando forme autonome di costruzione del socialismo – certamente Venezuela, Cuba, ma anche la Cina – questa è un’opportunità di sopravvivenza e sviluppo che non potrebbe esistere in un mondo vincolato dalle regole e dagli strumenti elaborati nel corso di oltre 30 anni dal grande capitale occidentale. E le opportunità è meglio averle, piuttosto che esserne privi...
Sulla realtà, lo sviluppo, il futuro dei Brics (nel frattempo raddoppiati di numero e quindi “Plus”) se ne sentono così di ogni, a metà strada tra l’esorcismo (ormai pressoché inutile, viste le dimensioni che ha assunto il processo), lo scongiuro e la maledizione.
Più seriamente, un analista del calibro di Wolfgang Munchau – noto soprattutto come editorialista del Financial Times – fa presente che al fondo c’è una “sottovalutazione”, secondo lui fondata su due convinzioni, entrambe superate dai fatti: a) i Brics falliranno nel tentativo di creare una “moneta unica”, b) (anche perché) non sono un insieme politicamente coeso.
Le due convinzioni, aggiungiamo noi, sono in realtà figlie dello stesso errore, diventato “regola” da quando il neoliberismo ha preso il sopravvento: non c’è alternativa al capitalismo occidentale, tutti gli altri sistemi sono (sarebbero) destinati a fallire. È insomma il problema del “pensiero unico”, il cui dominio nel campo delle idee sull’economia (e quindi anche dentro l’Accademia) è stato così forte ed esclusivo da impedire finanche il sopravvivere di pensieri alternativi (se non nelle dimensioni interstiziali del pensiero economico “non ortodosso”).
Ma ogni successo eccessivo produce il suo giustiziere: non esistendo un pensiero alternativo, all’interno dei think tank occidentali, non si può neanche elaborare qualche soluzione diversa dalle “ricette” fissate come tavole della legge, ma che non funzionano più. Un ingessamento che impedisce di riconoscere i problemi imprevisti e di farvi fronte in modo efficace.
Non a caso, quando qualche anno fa la deflazione si è fatta cronica, le politiche monetarie adottate dalla Bce di Draghi furono così “non convenzionali” (azzeramento dei tassi di interesse) da essere contrastate dall'“egemone” nell’Unione Europea (ossia la Germania, con al seguito il cagnolino olandese). Ed è certamente in azione l’ironia della Storia se uno dei più fedeli sostenitori del neoliberismo imperialista occidentalocentrico – Mario Draghi – sia apparso per qualche tempo come un “non ortodosso” intento a produrre decisioni temporaneamente efficaci (oggi ha riscoperto l’intervento statale, ma in chiave militare...).
Alla debolezza teorica del “pensiero unico” si contrappone però la forza e la dimensione degli interessi del resto del mondo. Forza che oltre a produrre merci, relazioni, sistemi, elabora anche nuove regole interstatuali che partono dalle diversità esistenti e non pretendono di cancellarle.
Come giustamente nota Munchau, proprio l’esperienza negativa dell’Unione Europea ha convinto i Brics a non voler costruire una “moneta unica”, mentre l’attenzione si è concentrata sui sistemi di pagamento internazionali, in modo da evitare il dominio del dollaro (e le sue svalutazioni/rivalutazioni, spesso politicamente orientate e comunque devastanti per le economie “emergenti”).
Le tecnologie stanno in questo caso dando una possibilità che prima non esisteva, con le blockchain elaborate per le cryptomonete. Ed è quasi stupefacente che una innovazione nata tutta dentro il sistema occidentale (le crypto, appunto) sia stata compresa, elaborata e fatta propria quasi soltanto da chi era fuori di quel sistema. Mentre chi ragionava e ragiona con le premesse del “pensiero unico” semplicemente le scotomizzava o riduceva a fenomeno speculativo, “furbo” ma troppo volatile per esser davvero utile.
I buoi intanto sono usciti dalla stalla, e pesano per metà dell’umanità. Mentre l’Occidente – economicamente e demograficamente in calo – ancora si guarda nello specchio della gloria passata.
Buona lettura.
Se il blocco globale riuscirà a liberarsi con successo dal dollaro USA, entreremo in un nuovo ordine globale.
La ragione principale della nostra complicatissima strategia per l’Ucraina è che abbiamo sottovalutato la Russia. Abbiamo sottovalutato la sua resilienza, le dimensioni e la forza della sua economia e le alleanze che è stata in grado di costruire.
Di questi ultimi, il più importante è stato il Brics+. L’acronimo sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Il “più” sta per i nuovi membri: Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita aderirà presto. Anche molti altri paesi sono semi-entrati nel gruppo.
Insieme, i Brics+ rappresentano il 35,4% dell’economia mondiale. I paesi industrializzati avanzati del G7 rappresentano il 29,6 per cento. Il divario è ancora più ampio se si considerano le rispettive quote della popolazione globale. I Brics+ hanno quasi il 45 per cento, mentre il G7 ha il 10 per cento.
Quindi, cosa ci rende così sicuri di poter vincere questa guerra fredda del 21° secolo quando loro sono più grandi di noi e, collettivamente, anche più ricchi?
Gli economisti e gli strateghi politici occidentali si aggrappano a un’idea: che il dollaro domini il commercio mondiale. Questo è il modo in cui gli Stati Uniti possono imporre la loro volontà agli altri. Il dominio del dollaro dà all’amministrazione statunitense il privilegio di sanzionare i paesi attraverso il sistema finanziario. Praticamente tutte le banche in Occidente dipendono dai mercati del dollaro, in una forma o nell’altra.
Sento spesso argomentare boutade secondo cui non dobbiamo preoccuparci dei Brics+ perché non creeranno una moneta comune che potrebbe sfidare il dollaro.
Questa affermazione rientra nella categoria sia del vero che dell’inutile.
Il Brics+ non creerà una moneta unica. L’UE è un monito su come una moneta comune possa finire per aumentare le divisioni politiche tra i suoi membri. Il Brics+ è alla ricerca di qualcos’altro: un’infrastruttura che consenta ai suoi membri di instradare i flussi finanziari tra loro senza entrare nell’universo del dollaro in nessun momento.
I cosiddetti Brics Pay sono stati una grande star al loro vertice alla fine di ottobre a Kazan, nel sud della Russia. Brics Pay è un sistema di pagamento basato su blockchain che utilizza la stessa tecnologia di base di Bitcoin e altre criptovalute.
I sistemi di pagamento sono cose di cui normalmente non si legge nelle riviste, per una buona ragione. Fanno parte dell’impianto idraulico dei sistemi finanziari globali. Normalmente, sono molto noiosi. Ma nel mondo di oggi, sono emersi come uno strumento geopolitico fondamentale, perché consentono ai paesi di difendersi dalle sanzioni occidentali.
I Brics+ rappresentano circa il 35-40% del commercio globale, eppure questi paesi sono alla mercé degli Stati Uniti perché la maggior parte del loro commercio è in dollari. Questo vale anche per i flussi commerciali all’interno della regione Brics+.
L’economista francese Jacques Sapir ha sostenuto che i Brics+ sono sulla buona strada per spostare fino all’80% di quella parte del commercio dal dollaro USA, utilizzando i Brics Pay, entro i prossimi cinque anni. Ciò avrà un enorme impatto sull’equilibrio del potere finanziario globale.
Circa il 60% delle riserve estere globali è attualmente detenuto in dollari. Con il nuovo sistema di pagamento, il Brics+ potrebbe essere sulla buona strada per superare il dollaro entro cinque anni, ha calcolato Sapir.
Sono più cauto riguardo a tali proiezioni, ma lui ha ragione sulla tendenza. Il Brics+ non ha bisogno di una moneta unica per rendersi indipendente dal dollaro USA. Tutto ciò di cui ha bisogno è la tecnologia del 21° secolo.
L’autocompiacimento occidentale si basa sull’osservazione che il mondo ha sempre avuto una sola moneta dominante. Questa era la sterlina fino alla metà degli anni ’20 del '900, e da allora è stata il dollaro. Il dominio di una moneta unica ha un effetto di rete in cui il vincitore prende tutto. Ma la blockchain cambia i calcoli.
Un modo per pensare a questa tecnologia è come un libro mastro sicuro che tiene traccia dei pagamenti. Ma è open source. La blockchain non è solo la spina dorsale delle criptovalute. Può anche eseguire pagamenti tra banche e banche centrali.
I macroeconomisti, in particolare quelli che consigliano i governi, hanno enormemente sottovalutato l’impatto della blockchain e delle criptovalute. E molti lo fanno ancora. Sottovalutano anche l’impatto di Brics Pay. Non hanno visto che questa tecnologia consente ai paesi di svezzarsi dalla loro dipendenza dagli Stati Uniti.
L’attaccamento luddista unito alla convinzione delirante che l’Occidente sia invidiato dal mondo, sono le ragioni principali per cui continuiamo a sottovalutare i nostri avversari. È per questo che l’Ucraina rischia di perdere la guerra.
Un’altra boutade è l’osservazione che il Brics+ non è politicamente coeso come l’Occidente. Anche questo è allo stesso tempo vero e fuorviante.
Gli Stati membri non hanno bisogno dello stesso grado di integrazione politica che abbiamo nel G7, nella Nato o nell’UE. A differenza della Cina e della Russia, l’India e il Brasile non sono interessati a un confronto con gli Stati Uniti. Vogliono commerciare con tutti e non diventare parte di un blocco. Russia, Corea del Nord e Iran si sono avvicinati. Il presidente cinese di Xi Jinping ha stretto un’alleanza strategica con Vladimir Putin, ma mantiene le distanze.
Brics+ è un gruppo eterogeneo, ma la sua forza deriva dall’attenzione alle poche cose che queste nazioni hanno in comune. Il più importante è il loro desiderio di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.
Non si tratta delle elezioni americane. Le politiche commerciali e sanzionatorie americane si sono evolute nel corso di diverse amministrazioni. Gli Stati Uniti stanno diventando meno disposti ad assorbire le eccedenze commerciali globali e a sovvenzionare la difesa dell’Europa. Né Donald Trump né Kamala Harris hanno una strategia, e nemmeno un’ambizione, per tenere a freno le ambizioni geopolitiche dei Brics+. Il disaccoppiamento globale è il mega-trend del nostro secolo e Brics+ sarà la seconda tappa del nuovo ordine globale bipolare.
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Contrordine, neoliberisti… torniamo al petrolio!
Come sempre la cosa si può guardare da molti angoli. Abbiamo avuto una prima fase, negli anni Settanta, in cui il Club di Roma era parte di una campagna per superare la industrializzazione e decentrarla (anche per ragioni politiche); una seconda, negli anni Novanta, in cui la crescente mondializzazione e la retorica della modernizzazione spingeva per il “piccolo” e le ragioni della natura e della salute sono venute in primo piano; una terza, negli anni Dieci, in cui si è affermata la retorica delle rinnovabili e della transizione energetica.
Nella tendenziale stagnazione post crisi 2007 si è trattato anche di una politica di impiego forzoso del capitale, una sorta di keynesismo verde. Supportato politicamente ed accompagnato dal capitale finanziario (che va come una mandria cieca dietro ai manzi di punta).
Poi ci sono state orde di propagandisti che in buona o cattiva fede hanno costruito nuvole comunicative. Quindi ci sono stati politici che ne hanno approfittato per dare addosso ai poveri e ignoranti (perché dovevano distinguersi, prendendo i voti nelle Ztl). Tutto vero, lo abbiamo detto per un decennio.
Però ora sta cambiando, e ancora una volta dall’alto. Abbiamo ancora orde di propagandisti che, però, questa volta spingono per tornare al ‘business-as-usual’. Perché? Come mai arriva il contrordine dagli alti piani di New York e della City?
I grandi fondi rinculano perché (diretti politicamente come sono) hanno “scoperto” che la filiera si fa in Cina e quindi bisogna tornare a Oil & gas (dopo averci tolto quello Russo). Si può dire così, semplificando, ma dicendo l’essenziale: “il sistema finanziario-industriale-militare anglo-americano, ora che ha deciso di precipitare il mondo nella Terza Guerra Mondiale (forse non solo “a pezzi”), sceglie di ritornare al vecchio caro Oil & Gas, con aggiunta del Nuke, con buona pace della nostra salute e di quella del pianeta, per non aiutare la crescita green della Cina”.
Insomma, La verità è che ora, in guerra, servono le fossili e serve il nucleare perché le rinnovabili si fanno in Cina. È mobilitazione di guerra.
Al suo punto zero il problema dell’Europa è che ha una bolletta energetica carissima, poche risorse energetiche fossili (e in esaurimento) e dipende interamente dai suoi vicini (Russia, Medio Oriente) o “amici” (USA). E il dramma, per certe centrali di potere economico-finanziario e politico-militare è che oggi la generazione da rinnovabili, grazie alle immense economie di scala cinesi, è il modo più economico di produrre energia, e con crescente distacco.
Naturalmente ci sono una serie di problemi: è energia a bassa densità, serve molto territorio; se non si fa idrogeno è difficile da stoccare (anche se si migliora su questo, ma ancora in Cina).
Ma il punto chiave è semplice: tutta la filiera è in Cina; usarla riduce la nostra dipendenza dagli Usa o dai posti da questi controllati. In secondo luogo, oltre al gas di fracking i nostri “amici” ci vogliono vendere le centrali nucleari (giocattolini costosissimi e sempre dipendenti dalla manutenzione).
Stando alla sostanza, al fondo, se oggi cambia la narrativa non è perché “si fa in Cina” (è sempre stato così), ma perché ora con la Cina vogliamo andare in guerra. Questo è il macrofatto. Gli altri restano, il clima cambia, le fossili da noi continuano a non esserci nella quantità e qualità necessaria, il contesto tecnologico resta. Ma siamo in guerra, bisogna cambiare discorso e, soprattutto, non comprare dai nemici.
Più in profondità, sono appena stato a Shenzen, Wuhan e Pechino (ospite di Huawei), e capisco bene il punto. Sono dieci anni avanti e dal punto di vista tecnologico anche di più, vanno quindi fermati. Peccato che così saremo solo noi a restare indietro (se sopravvivremo).
La Cina ha città enormi che noi ci sogniamo, una visibile ricchezza diffusa, nessun povero, campagne come quelle lombarde o emiliane, enormi infrastrutture energetiche molto più avanzate delle nostre, fabbriche che sembrano cliniche, società come la Huawei dove gli utili sono tutti distribuiti ai lavoratori ma il controllo è dello stato (una pseudo-cooperativa), etc. Vanno assolutamente fermati per i nostri “amici” (e soprattutto per gli ‘amici’ del grande capitale finanziario, dato che sono un pessimo esempio).
Quel che è cambiato, e ci porta alla guerra, è che è finita l’illusione di guidare l’innovazione e, tramite questa (i brevetti), l’estrazione di valore dalla periferia cinese. Ormai tutti o quasi i brevetti sono cinesi. Le macchine utensili sono per lo più cinesi, adesso anche i microprocessori; in tecnologie chiave come le batterie sono superiori sia sul prezzo sia sulla tecnica. E accelerano.
Quindi mentre prima le fabbriche erano in Cina, ma il valore aggiunto defluiva nei paradisi fiscali (via Hong Kong, Singapore o Taiwan, Irlanda, Svizzera o quel che vuoi), ora il valore aggiunto resta in Cina in gran parte.
Questo è inaccettabile per i nostri “amici” nelle alte torri.
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Non c’è cura al carrello della spesa: prezzi in aumento anche a ottobre
A ottobre, secondo i calcoli dell’istituto di statistica, i prezzi del cosiddetto “carrello della spesa” – ovvero dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona – hanno registrato un +2,2%, accelerando su base tendenziale. Anche i prodotti ad alta frequenza d’acquisto sono passati da uno +0,5% a un +1,0%.
È vero che le ultime stime di Eurostat vedono l’inflazione di ottobre leggermente in risalita rispetto a settembre (da 1,7% a 2%), ma questi beni di prima necessità registrano risultati tra i peggiori. Il Codacons ha sottolineato come il listino dei prezzi di alimentari e bevande cresca a velocità tripla rispetto all’inflazione media.
Sempre il Codacons ha calcolato che ciò risulta in una spesa aggiuntiva, per un campione base di una famiglia con due figli, di ben 238 euro solo per cibi e bevande. In totale, si prevede un aggravio di spesa pari a 263 euro su base annua.
Nel 2024 i consumi alimentari sono già stati tagliati dell’1,1%, proprio per fare fronte ai rincari degli ultimi due anni. L’inflazione e con essa la speculazione continuano a colpire soprattutto le fasce di popolazione meno abbienti: l’acquisto di beni di prima necessità intacca i redditi più bassi in maniera proporzionalmente maggiore.
“Il governo deve finalmente realizzare quelle misure invocate da tempo dai consumatori”, conclude il Codacons, “tese a contrastare speculazioni e rincari ingiustificati dei listini che portano a contrarre la spesa dei cittadini con effetti negativi per l’intera economia nazionale”.
Non ci si può di certo aspettare molto da Palazzo Chigi, dove i ministeri sono già molto occupati a trovare una quadra tra l’aumento delle spese militari e i tagli imposti dal nuovo Patto di Stabilità. Bisogna ricordare che, ad esempio, già da quest’anno sono stati ridotti i bonus per i costi dell’energia indirizzati a famiglie a basso reddito.
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha evidenziato come i dati di settembre abbiano tratto in inganno chi li leggeva, perché distorti dalla riduzione dei prezzi legata ai saldi estivi. Ora si torna alla realtà, fatta di altre rinunce e sacrifici per chi vive con la preoccupazione di mettere insieme il pranzo con la cena.
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Spagna - Piovono cazzate
Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.
Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?
È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.
Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.
La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.
Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.
Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.
Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.
Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.
Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.
Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.
Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.
La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.
I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.
Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.
Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.
Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.
L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.
Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.
Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.
Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.
Appendice tecnica di @Giuseppe Maria Amato
Immancabili!
Sono passate poche ore dalla tremenda notizia dell’alluvione che ha colpito Valencia e la costa mediterranea spagnola e, subito, lo sciacallaggio negazionista e complottista ha alzato il tiro.
Migliaia i post che accusano il cloud seeding e più in generale le “scie chimiche” per il cataclismatico nubifragio.
Ora, sapere che poche ore prima della pioggia venuta giù sulla sfortunata città iberica il cielo fosse “a pecorelle” non è sinonimo di alcuna manipolazione tecnocratica. I cirrocumuli, così si chiamano le “pecorelle”, non sono altro che una condizione particolare della nuvolosità tipicamente legata alle condizioni favorevoli alle precipitazioni piovose, non avrebbe altrimenti senso l’esistenza di proverbi ben più antichi di qualsiasi aereo, recanti chiari richiami al cielo a pecorelle.
Il cloud seeding, poi, viene effettuato con regolarità su aree desertiche e predesertiche, anche del Marocco, spargendo particelle di sali, soprattutto di Ioduro d’Argento, che, si badi, costa 127 Euro più IVA ogni 25 grammi, cioè circa 5.000 Euro al chilo, più IVA.
Proprio per i costi dello stesso sale, ai quali va aggiunto il costo dei voli, non certo a basso prezzo, la pratica si effettua solo direttamente sulle aeree dei bacini imbriferi delle dighe e solo se sulle stesse aree sono presenti nubi capaci di dare precipitazione. In caso diverso la pratica risulterebbe vana e dispendiosissima.
Ora, che si sia effettuata dispersione sul lago di Mehcra, in Marocco, a 600 chilometri in linea d’aria da Valencia, e che, per una serie di sfortunati eventi (cit. Brad Silberling), le particelle siano finite a inseminare i cirrocumuli sull’area valenciana, è talmente poco probabile da diventare ben più probabile che ad inseminare le nuvole siano stati i tappeti sbattuti al balcone da tutte le massaie valenciane.
La verità è che non è la prima volta che la città iberica si ritrova a dover piangere i morti per le alluvioni, ma che questa volta – da un lato la impermeabilizzazione dei suoli e dall’altro la temperatura altissima e ben fuori la media della superficie del mare Mediterraneo – hanno enormemente amplificato la già potente pioggia.
Sono venuti giù in meno di un giorno i quantitativi pari ad un anno di precipitazioni e la gente è finita in balia di una tale massa d’acqua che è stato impossibile intervenire. A questo si aggiunga il sempre più probabile fallimento del sistema di protezione civile valenciano e spagnolo, tutto con responsabilità gravissime.
Per dirla tutta ha ucciso più l’uomo che il tempo.
Adesso vogliamo capirlo che il cambiamento climatico è in atto o ancora stiamo a menare il can per l’aia?
Fonte
03/11/2024
New York Times: “l’esercito Usa prepara la guerra con la Cina”
L’Esercito degli Stati Uniti sta conducendo esercitazioni senza precedenti nella regione dell’Indo-Pacifico per prepararsi all’eventualità di un conflitto con la Repubblica Popolare Cinese.
A scriverlo è il “New York Times”, secondo cui le forze di terra statunitensi stanno effettuando manovre basate in parte sulle osservazioni del conflitto tra Ucraina e Russia, e in parte sulle peculiarità del teatro litoraneo che farebbe da scenario a un conflitto con la principale potenza asiatica.
Secondo alcuni analisti interpellati dal quotidiano statunitense, diversamente dal Corpo dei Marine e dalla Marina, l’Esercito americano non sarebbe pronto ad uno scontro sul campo con quello moderno e tecnologicamente avanzato di Pechino, sostenuto da una vasta rete satellitare.
Il “New York Times” descrive alcune delle manovre più recenti intraprese dall’Esercito Usa, e sottolinea come da queste esercitazioni emergano difficoltà operative e logistiche significative.
Secondo l’autrice del reportage, vista la crescente probabilità di uno scontro diretto con la Cina, il Pentagono sarebbe impegnato in uno sforzo straordinario per trasformare un esercito numeroso e goffo in una forza reattiva in grado di agire in modo rapido e coerente.
Per questo le truppe sarebbero impegnate in esercitazioni sempre più frequenti. Questo mese, ad esempio, 864 paracadutisti hanno effettuato prove di lancio in Alaska, ma solo la metà è riuscita a raggiungere con successo il punto di arrivo: alcuni degli aerei da trasporto tattico C-17 hanno riscontrato avarie ai portelloni, e alcuni dei paracadutisti hanno riportato slogature o traumi cranici. Un militare 19enne è rimasto gravemente ferito a causa della mancata apertura del suo paracadute principale.
Altre esercitazioni si sono svolte nel Pacifico, ad alcune decine di chilometri da Pearl Harbor, dove l’Esercito Usa ha effettuato prove di sbarco, mentre alle Hawaii si sono svolte esercitazioni di mimetizzazioni di veicoli e unità di comando e controllo.
Il Pentagono definisce lo scenario simulato da queste manovra una “guerra tra grandi potenze”, che comporterebbe un conflitto aperto tra le due forze armate più potenti del mondo, entrambe superpotenze nucleari, e con la possibile partecipazione di altri avversari dotati di armi nucleari come la Corea del Nord e la Russia. Di fatto uno scenario da guerra mondiale che verrebbe combattuto su vari fronti sia per terra, per mare e per aria.
Francia-Marocco, sulla pelle dei migranti e del popolo sahrawi
Il Presidente francese, accompagnato da una folta delegazione composta da ben nove ministri e una quarantina di imprenditori, ha salutato con favore il “partenariato eccezionale e rafforzato” concordato con il Re Mohammed VI. Macron si conferma così essere la “punta di lancia” della rappresentazione politica degli interessi economici e strategici della classe padronale francese e delle sue multinazionali in Europa e nel mondo.
In particolare, il gruppo Egis si impegnerà nella costruzione della seconda sezione della linea ferroviaria ad alta velocità Tangeri-Marrakech, con la partecipazione di Alstom che a sua volta fornirà 12-18 treni ad alta velocità. Safran aprirà a Casablanca un nuovo sito di manutenzione e riparazione di motori aerei, mentre il colosso logistico francese CMA-CGM prenderà parte allo sviluppo del porto di Nador West Med.
Inoltre, TotalEnergies ha firmato un accordo per “sviluppare il settore dell’idrogeno verde”; Engie collaborerà con il Gruppo OCP (Office Chérifien des Phosphates) per le energie rinnovabili nel quadro di un “accordo di partenariato nella transizione energetica”; infine, EDF ha firmato un memorandum d’intesa per l’estensione del parco eolico di Taza.
Nella logica “do ut des” tra contraenti, nel suo discorso al Parlamento marocchino, Emmanuel Macron ha chiesto “ancora più risultati nella lotta all’immigrazione clandestina”, alludendo alla volontà della Francia di rendere più facile per il Marocco riprendere i propri cittadini che le autorità francesi decidono di espellere.
Questo è stato uno dei principali punti di negoziazione tra i due Paesi: “Sulla questione della riammissione dei cittadini marocchini in situazione irregolare, abbiamo un quadro e delle procedure con delle scadenze. (...) Abbiamo concordato di migliorarle per abbreviare le scadenze e fare meglio in termini di numero di persone riammesse”, ha dichiarato il ministro degli Interni francese Bruno Retailleau.
In una recente intervista a France 2, il ministro ha confermato il progetto di una nuova “Loi Immigration” che potrebbe arrivare all’Assemblée Nationale ad inizio 2025. Retailleau vorrebbe introdurre le disposizioni già proposte quando era senatore e censurate dal Consiglio costituzionale nel gennaio 2024 nel quadro della “Loi Darmanin” – dal nome dell’ex ministro degli interni di Macron – approvata con il sostegno del Rassemblent National di Marine Le Pen.
Più concretamente, il progetto di legge comporterà una trasformazione de l’Aide médicale d’État (contributo pubblico alle cure dei cittadini “in situazione irregolare” in Francia) che il ministro considera “un incentivo alla clandestinità”. Inoltre, vorrebbe ripristinare il reato di soggiorno illegale, porre fine allo “ius soli” ed estendere da 90 a 210 giorni il periodo di detenzione per gli immigrati illegali ritenuti pericolosi.
Oltre agli sforzi sull’immigrazione clandestina, Macron ha inoltre esortato il Parlamento marocchino a “porre le basi per la naturale circolazione delle persone, in modo da poter fare molto di più insieme in termini di ricerca di progetti e di creazione di imprese, nonché di offrire opportunità a questi talenti”, confermando il saccheggio di risorse intellettuali del Nord nei paesi del Sud globale.
Parigi e Rabat sembrano incamminarsi sulla via della riconciliazione, dopo i dissapori e la crisi diplomatica degli ultimi anni. Il riavvicinamento tra i due Paesi si è accelerato da quest’estate, quando in una lettera indirizzata al Re Mohammed VI il Presidente Macron aveva affermato che “il presente e il futuro del Sahara occidentale si collocano nel quadro della sovranità marocchina” (frase ripetuta nuovamente in occasione del suo discorso al Parlamento di Rabat martedì scorso).
La piena sovranità del Marocco sul Sahara occidentale è stata riconosciuta solo da Stati Uniti e Israele, mentre l’ONU lo considera un “territorio non autonomo” che gode di un posto di osservatore. La dichiarazione di Macron era stata accolta quest’estate con grande disappunto dall’Algeria, che aveva richiamato il suo ambasciatore in Francia.
Da quasi cinquant’anni, Marocco e Algeria sono ai ferri corti sul Sahara occidentale, la cui sovranità è rivendicata sia dal Marocco sia dal Fronte Polisario, che lotta per il diritto all’autodeterminazione del popolo sahrawi. Nel 1976, il Fronte Polisario proclamò la Repubblica Democratica Araba Saharawi (RASD); in risposta, il Marocco decise allora di annettere gran parte del territorio, facendo costruire un “muro di sabbia” lungo 2.720 km, completato nel 1987 e sorvegliato militarmente.
Dopo il discorso di Macron a Rabat, il Ministero degli Affari Esteri non ha perso tempo e ha aggiornato la carta del Marocco sul suo sito, facendo scomparire quella linea tratteggiata che delimitava simbolicamente la sovranità del Regno marocchino sul Sahara occidentale.
In gran parte desertico, il Sahara occidentale conta poco più di 650 mila abitanti. Il suo territorio si estende lungo un’ampia fascia della costa atlantica, ideale per la pesca e il commercio marittimo. Infatti, è proprio qui che il Marocco vorrebbe sviluppare ulteriormente il nuovo porto di Dakhla, attraverso un mega-progetto volto a farne un hub strategico di portata continentale e internazionale.
Tuttavia, la principale risorsa del Sahara occidentale è la sua terra ricca di fosfato, minerale usato come fertilizzante agricolo. Il Regno del Marocco ne ha estratti più di 30 milioni di tonnellate in media negli ultimi anni, appropriandosi degli incassi derivanti dall’esportazione – circa il 10% delle esportazioni totali del Marocco – tanto da farne un attore fondamentale del settore sul mercato mondiale.
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