Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/12/2025
Netanyahu a Mar-a-Lago, tra Palestina, Somaliland e Yemen
Gli equilibri sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden si evolvono velocemente, palesando che la precipitazione bellica è una tendenza generale di questa fase storica, non un accidente dovuto a qualche “criminale”. Una tendenza che si nutre della crisi dell’imperialismo occidentale e, dunque, del “cane pazzo” israeliano che ne è l’avamposto nel Vicino Oriente.
I criminali, semmai, sono i rappresentanti di questa tendenza bellicista, e ieri il ricercato per crimini di guerra e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Mar-a-Lago, residenza del presidente USA Donald Trump, per discutere della situazione palestinese, ma anche degli altri nodi regionali.
Per ciò che riguarda la Siria, Trump si è limitato a dire che spera che Tel Aviv e Damasco vadano d’accordo. Intanto, continuano le violenze contro gli alawiti sulla costa. Sul fronte del paese dei cedri, non toccato nell’incontro ma accennato ai media da Trump, il disarmo di Hezbollah non è stato raggiunto entro la fine dell’anno, come voleva Tel Aviv.
Il problema, del resto, è che Israele continua a bombardare il sud del Libano, mostrando come le armi del gruppo sciita sono le uniche a poter garantire un minimo di deterrenza verso il terrorismo sionista, mentre Beirut è incapace di difendere i libanesi.
Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu sta premendo per riattaccare Teheran e il suo programma missilistico, e garantirsi anche un largo consenso in vista della grazia chiesta al presidente Herzog e alle prossime elezioni. Interpellato dalla stampa sul tema, il tycoon ha detto che se continuerà a procedere sul dossier dei missili, e soprattutto del nucleare, l’Iran verrà colpito di nuovo.
Su Gaza, è stata ribadita la farsa per cui il cessate il fuoco ha retto e funzionato, nonostante i centinaia di morti causati da Israele. Ad ogni modo, nonostante sia stato ripetuto che tutto è pronto per la fase 2 della tregua, rimane il convitato di pietra: Hamas. Trump lega questo passaggio al disarmo di Hamas, e il disarmo non avverrà senza l’autodeterminazione dei palestinesi, cosa contro cui Tel Aviv ha scatenato un genocidio.
Se, dunque, la situazione sul campo nella Striscia rende impossibile la fase 2, e getta ombre sul fatto che l’unico modo per avviarla sarebbe quello di completare l’opera genocidiaria, l’unico dossier su cui Trump ha voluto dare gli “ordini” a Netanyahu è stato quello della Cisgiordania.
Fonti statunitensi hanno detto ad Axios che Trump è preoccupato della violenza dei coloni contro i civili palestinesi, dell’instabilità finanziaria dell’Anp e dell’espansione degli insediamenti israeliani. Ovviamente, non perché abbia a cuore la causa palestinese, ma perché è convinto che ciò mette a repentaglio sia gli affari a Gaza, sia l’estensione degli Accordi di Abramo ad altri paesi.
Netanyahu avrebbe confermato che si occuperà della questione secondo i desiderata di Trump, ma questo sarebbe come spaccare il proprio governo con i rappresentanti dei coloni, come Smotrich e Ben Gvir. Perdere i 13 voti dei loro due schieramenti nella Knesset significherebbe una crisi di governo irreversibile, perciò ora la palla passa a loro. Rimane il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania continua, contro ogni ipotesi di stato palestinese.
Se il cardine intorno al quale ruotano gli eventi dell’area è la questione palestinese, certo per l’impatto umanitario di un genocidio, ma soprattutto dal lato geopolitico e strategico, non bisogna ignorare le propaggini di un conflitto che è regionale. Pochi giorni fa abbiamo reso conto delle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sono riesplose nello scontro tra proxy che operano nello Yemen.
Il 26 dicembre l’aviazione saudita ha colpito le postazioni del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il gruppo secessionista che mira alla proclamazione di uno stato dello Yemen meridionale. Per quanto gli emiratini, padrini del STC, abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, la distanza con Riad è evidente ed è stata sancita dai recenti bombardamenti.
Il controllo delle coste yemenite risponde alle volontà strategiche degli Emirati, che vogliono gestire lo stretto di Bab al-Mandab, accesso al Mar Rosso, e i traffici delle zone circostanti. Questo non farebbe che indebolire l’Arabia Saudita, costretta a guardarsi dai suoi confini meridionali, e indebolendo dunque la sua forza relativa nei confronti di Israele.
Gli Accordi di Abramo hanno sancito la convergenza tra le visioni di Tel Aviv e Abu Dhabi, e Netanyahu ha deciso un’ulteriore mossa per rafforzare la propria presenza a ridosso dello Stretto e allo stesso tempo minacciare gli Houthi nella parte nord-occidentale dello Yemen. Il tutto, però, a discapito definitivo della logora stabilità del Corno d’Africa.
Il governo israeliano ha infatti riconosciuto ufficialmente il Somaliland come stato indipendente. Quest’area aveva dichiarato la propria secessione dalla Somalia nel 1991, ma fino ad oggi non era mai stata riconosciuto sovrana da alcun membro delle Nazioni Unite. Questo getta benzina sul fuoco di un paese già “spezzetato” tra varie fazioni, e dove i raid statunitensi, insieme alle vittime civili, si contano a decine solo nel 2025.
È Netanyahu stesso ad aver detto che il riconoscimento del Somaliland si inserisce nello “spirito degli Accordi di Abramo”, ricollegando la scelta politica all’asse creato a livello regionale con gli Emirati. La promessa è quella di portare avanti la cooperazione in settori chiave come tecnologia, agricoltura e salute. Ma è evidente a tutti che la valenza è soprattutto militare e geostrategica, anche contro gli investimenti turchi nell’area.
Una maggiore presenza in un Somaliland indipendente e alleato offrirebbe a Israele e ai suoi partner un accesso privilegiato al porto di Berbera, completando la morsa sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Il 27 dicembre una dichiarazione congiunta di 21 paesi musulmani e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland. Gli Emirati non erano tra i firmatari.
Molto netta anche la presa di posizione del leader di Ansarallah, Abdul-Malik al-Houthi (appunto, il movimento degli “Houthi”). I media hanno diffuso un discorso in cui viene dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nel Somaliland è una minaccia alla sicurezza regionale e sarà considerata un obiettivo militare dalle forze yemenite.
Il 29 dicembre anche il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione condannando il riconoscimento del Somaliland, subito dopo che il suo omologo di Taiwan ha affermato che l’arcipelago, Israele e il Somaliland sono “partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”. Taipei e Tel Aviv stanno stringendo i rapporti quali avamposti dell’imperialismo statunitense in due aree del globo che per Washington sono strategiche.
La secessione del sud dello Yemen e quella del Somaliland sembrano ora due facce della stessa medaglia, che si collegano ai progetti coloniali su Gaza: un disegno strategico che mira a ridisegnare i confini della regione per porre una pietra tombale sull’autodeterminazione dei palestinesi e garantire il controllo delle rotte marittime globali, a costo di innescare nuovi e sanguinosi focolai di guerra.
Fonte
I criminali, semmai, sono i rappresentanti di questa tendenza bellicista, e ieri il ricercato per crimini di guerra e primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Mar-a-Lago, residenza del presidente USA Donald Trump, per discutere della situazione palestinese, ma anche degli altri nodi regionali.
Per ciò che riguarda la Siria, Trump si è limitato a dire che spera che Tel Aviv e Damasco vadano d’accordo. Intanto, continuano le violenze contro gli alawiti sulla costa. Sul fronte del paese dei cedri, non toccato nell’incontro ma accennato ai media da Trump, il disarmo di Hezbollah non è stato raggiunto entro la fine dell’anno, come voleva Tel Aviv.
Il problema, del resto, è che Israele continua a bombardare il sud del Libano, mostrando come le armi del gruppo sciita sono le uniche a poter garantire un minimo di deterrenza verso il terrorismo sionista, mentre Beirut è incapace di difendere i libanesi.
Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu sta premendo per riattaccare Teheran e il suo programma missilistico, e garantirsi anche un largo consenso in vista della grazia chiesta al presidente Herzog e alle prossime elezioni. Interpellato dalla stampa sul tema, il tycoon ha detto che se continuerà a procedere sul dossier dei missili, e soprattutto del nucleare, l’Iran verrà colpito di nuovo.
Su Gaza, è stata ribadita la farsa per cui il cessate il fuoco ha retto e funzionato, nonostante i centinaia di morti causati da Israele. Ad ogni modo, nonostante sia stato ripetuto che tutto è pronto per la fase 2 della tregua, rimane il convitato di pietra: Hamas. Trump lega questo passaggio al disarmo di Hamas, e il disarmo non avverrà senza l’autodeterminazione dei palestinesi, cosa contro cui Tel Aviv ha scatenato un genocidio.
Se, dunque, la situazione sul campo nella Striscia rende impossibile la fase 2, e getta ombre sul fatto che l’unico modo per avviarla sarebbe quello di completare l’opera genocidiaria, l’unico dossier su cui Trump ha voluto dare gli “ordini” a Netanyahu è stato quello della Cisgiordania.
Fonti statunitensi hanno detto ad Axios che Trump è preoccupato della violenza dei coloni contro i civili palestinesi, dell’instabilità finanziaria dell’Anp e dell’espansione degli insediamenti israeliani. Ovviamente, non perché abbia a cuore la causa palestinese, ma perché è convinto che ciò mette a repentaglio sia gli affari a Gaza, sia l’estensione degli Accordi di Abramo ad altri paesi.
Netanyahu avrebbe confermato che si occuperà della questione secondo i desiderata di Trump, ma questo sarebbe come spaccare il proprio governo con i rappresentanti dei coloni, come Smotrich e Ben Gvir. Perdere i 13 voti dei loro due schieramenti nella Knesset significherebbe una crisi di governo irreversibile, perciò ora la palla passa a loro. Rimane il fatto che la colonizzazione della Cisgiordania continua, contro ogni ipotesi di stato palestinese.
Se il cardine intorno al quale ruotano gli eventi dell’area è la questione palestinese, certo per l’impatto umanitario di un genocidio, ma soprattutto dal lato geopolitico e strategico, non bisogna ignorare le propaggini di un conflitto che è regionale. Pochi giorni fa abbiamo reso conto delle frizioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sono riesplose nello scontro tra proxy che operano nello Yemen.
Il 26 dicembre l’aviazione saudita ha colpito le postazioni del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il gruppo secessionista che mira alla proclamazione di uno stato dello Yemen meridionale. Per quanto gli emiratini, padrini del STC, abbiano cercato di gettare acqua sul fuoco, la distanza con Riad è evidente ed è stata sancita dai recenti bombardamenti.
Il controllo delle coste yemenite risponde alle volontà strategiche degli Emirati, che vogliono gestire lo stretto di Bab al-Mandab, accesso al Mar Rosso, e i traffici delle zone circostanti. Questo non farebbe che indebolire l’Arabia Saudita, costretta a guardarsi dai suoi confini meridionali, e indebolendo dunque la sua forza relativa nei confronti di Israele.
Gli Accordi di Abramo hanno sancito la convergenza tra le visioni di Tel Aviv e Abu Dhabi, e Netanyahu ha deciso un’ulteriore mossa per rafforzare la propria presenza a ridosso dello Stretto e allo stesso tempo minacciare gli Houthi nella parte nord-occidentale dello Yemen. Il tutto, però, a discapito definitivo della logora stabilità del Corno d’Africa.
Il governo israeliano ha infatti riconosciuto ufficialmente il Somaliland come stato indipendente. Quest’area aveva dichiarato la propria secessione dalla Somalia nel 1991, ma fino ad oggi non era mai stata riconosciuto sovrana da alcun membro delle Nazioni Unite. Questo getta benzina sul fuoco di un paese già “spezzetato” tra varie fazioni, e dove i raid statunitensi, insieme alle vittime civili, si contano a decine solo nel 2025.
È Netanyahu stesso ad aver detto che il riconoscimento del Somaliland si inserisce nello “spirito degli Accordi di Abramo”, ricollegando la scelta politica all’asse creato a livello regionale con gli Emirati. La promessa è quella di portare avanti la cooperazione in settori chiave come tecnologia, agricoltura e salute. Ma è evidente a tutti che la valenza è soprattutto militare e geostrategica, anche contro gli investimenti turchi nell’area.
Una maggiore presenza in un Somaliland indipendente e alleato offrirebbe a Israele e ai suoi partner un accesso privilegiato al porto di Berbera, completando la morsa sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden. Il 27 dicembre una dichiarazione congiunta di 21 paesi musulmani e dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha condannato il riconoscimento israeliano del Somaliland. Gli Emirati non erano tra i firmatari.
Molto netta anche la presa di posizione del leader di Ansarallah, Abdul-Malik al-Houthi (appunto, il movimento degli “Houthi”). I media hanno diffuso un discorso in cui viene dichiarato che qualsiasi presenza israeliana nel Somaliland è una minaccia alla sicurezza regionale e sarà considerata un obiettivo militare dalle forze yemenite.
Il 29 dicembre anche il ministro degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione condannando il riconoscimento del Somaliland, subito dopo che il suo omologo di Taiwan ha affermato che l’arcipelago, Israele e il Somaliland sono “partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”. Taipei e Tel Aviv stanno stringendo i rapporti quali avamposti dell’imperialismo statunitense in due aree del globo che per Washington sono strategiche.
La secessione del sud dello Yemen e quella del Somaliland sembrano ora due facce della stessa medaglia, che si collegano ai progetti coloniali su Gaza: un disegno strategico che mira a ridisegnare i confini della regione per porre una pietra tombale sull’autodeterminazione dei palestinesi e garantire il controllo delle rotte marittime globali, a costo di innescare nuovi e sanguinosi focolai di guerra.
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Droni contro Putin, la mossa della disperazione
Sarà un caso, ma ogni volta che il lavoro diplomatico per arrivare ad una pace sembra fare un passo avanti “succede” qualcosa che prova a rimandarlo indietro.
Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.
È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.
Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.
Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.
Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.
Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.
Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.
La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?
La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.
Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.
È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.
In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.
C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.
Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).
Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).
I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.
Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.
L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.
Fonte
Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.
È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.
Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.
Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.
Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.
Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.
Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.
La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?
La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.
Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.
È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.
In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.
C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.
Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).
Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).
I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.
Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.
L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.
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Lenin, lezione ai geopoliticanti
Il titolo più appropriato per questo straordinario libretto di Lenin, scritto nel 1916, avrebbe potuto essere La fine del «laissez-faire». La lettura è particolarmente indicata per quei geopolitici che fanno ruotare la storia attorno a un punto fisso, la giurisdizione statale. In Lenin, invece, nulla svolge la funzione di perno centrale: nemmeno le categorie della produzione e della finanza, che risultano sempre affettate dalle classi e dalle forme giuridiche ed economiche.
Dove va il capitalismo?, si chiede Lenin.
L’antico capitalismo – quello della libera concorrenza – risponde, va a carte quarantotto. La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre – anzi quattro – elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione. La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo. La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
3) Produttività. Nella misura in cui vengono introdotti i prezzi di monopolio, risultano paralizzati – fino a un certo punto – gli stimoli al progresso tecnico e, con essi, a ogni altro progresso, e di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico (p. 139).
4) Prezzi. Essi perdono il riferimento ai costi di produzione.
In merito alla produttività, un paio di decenni dopo, nella Teoria Generale (p. 377), lo stesso Keynes dovrà ammettere che data un’efficienza marginale del capitale negativa, un procedimento diverrebbe vantaggioso soltanto purché fosse lungo; nel qual caso dovremmo impiegare procedimenti fisicamente inefficienti, purché essi fossero sufficientemente lunghi affinché il vantaggio derivante dal differimento comportasse la loro inefficienza.
Negli Stati Uniti, racconta Lenin, un certo Owens inventò una macchina destinata a rivoluzionare l’industria delle bottiglie. Il cartello tedesco dei fabbricanti di bottiglie acquistò il brevetto e lo chiuse in un cassetto, impedendone l’applicazione. Inizia così l’epoca del rallentamento artificiale del progresso, dell’obsolescenza pianificata, della fabbricazione di prodotti-spazzatura. I gadget oggi in commercio – l’iPhone, Ozempic, per esempio – venduti a prezzi irrazionali e giustificati da royalties stellari attribuite al Genio che li avrebbe prodotti, ne sono un’espressione compiuta.
L’evoluzione del capitalismo, scrive Lenin nel 1916, è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a «dominare» – le virgolette di Lenin servono a indicare che, in realtà, essa non domina più nulla ed è ormai passata in secondo piano – e a essere considerata la base di tutta l’economia, in realtà essa è già minata, e i maggiori profitti spettano ai «geni». Anche qui le virgolette sono decisive: Genio è il processo di reificazione e di santificazione dell’obsolescenza pianificata, dell’inefficienza e della spazzatura.
«Su questa base» – altre virgolette di Lenin, che segnala il momento della sofisticazione e della speculazione, in cui la base economica diventa mero supporto della rendita – la critica borghese e reazionaria sogna un ritorno alla libera, pacificata e onesta concorrenza. Se le cose non funzionano, dicono i perbenisti borghesi, è perché il libero scambio è ostacolato dai monopoli, dalle big company, dai dazi, dal protezionismo, dai trust e dai cartelli. Se si lasciasse procedere il mercato secondo le sue regole, se tutto scorresse liberamente, avremmo prodotti migliori, più valore aggiunto e più ricchezza per tutti, invece di rendita e fuffa.
Eppure, osserva Lenin, trarre da questi fatti una conclusione a favore del libero commercio e della pacifica democrazia è una banalità, e significa dimenticare che sono stati proprio il libero commercio e la pacifica democrazia a portarci fin qui. Il capitale finanziario, che muove l’intera baracca, se ne infischia della morale piccolo-borghese e scarnifica due volte la povera creatura: una prima volta attraverso i profitti realizzati sui prestiti concessi agli Stati satelliti o alle colonie; una seconda volta attraverso gli stessi prestiti, quando questi vengono impiegati – come nel caso contemporaneo della Grecia – per acquistare i prodotti della Krupp.
Sulla Produttività, in quanto base dell’inefficienza e dei prezzi amministrati e dei Geni percettori di Royalties, Lenin nota un altro aspetto interessante, legato proprio al punto più alto (e non più basso) dell’efficienza fisica (Keynes parla proprio di efficienza fisica, non di valore aggiunto, ma di Produttività legata alla filiera fisica), la trasformazione dell’Europa occidentale (qui cita Hobson) in una Federazione europea delle grandi potenze che potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l’esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero, dall’Asia e dal l’Africa, enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe allora assumere l’aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l’Inghilterra meridionale, la Riviera e le località dell’Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente; accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa.
La deindustrializzazione, afferma Lenin, costituisce un momento dell’avanzamento del capitalismo e non del suo arretramento, come invece ritiene il piccolo borghese impoverito che sogna un ritorno allo status quo ante.
Per quanto riguarda la socializzazione forzata, eccessiva, Lenin scrive queste poche esaustive parole. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libera concorrenza completa alla socializzazione completa.
L’avanzamento delle forze produttive strappa i capitalisti al loro isolamento. Forze che agiscono alle loro spalle e contro la loro volontà li proiettano in una nuova società, quella della socializzazione completa, nella quale il calcolo e le procedure tecniche di controllo – il piano – costituiscono la base stessa della socializzazione. Nel seno della vecchia società, regolata dalla proprietà privata, dalla separazione e dall’individualismo, avanza così, spinta dal calcolo e dal piano, una nuova forma sociale.
Fonte
L’antico capitalismo – quello della libera concorrenza – risponde, va a carte quarantotto. La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre – anzi quattro – elementi di rottura fondamentali.
1) Socializzazione. La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.
2) Calcolo. La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.
3) Produttività. Nella misura in cui vengono introdotti i prezzi di monopolio, risultano paralizzati – fino a un certo punto – gli stimoli al progresso tecnico e, con essi, a ogni altro progresso, e di ogni altro movimento in avanti, e sorge immediatamente la possibilità economica di fermare artificiosamente il progresso tecnico (p. 139).
4) Prezzi. Essi perdono il riferimento ai costi di produzione.
In merito alla produttività, un paio di decenni dopo, nella Teoria Generale (p. 377), lo stesso Keynes dovrà ammettere che data un’efficienza marginale del capitale negativa, un procedimento diverrebbe vantaggioso soltanto purché fosse lungo; nel qual caso dovremmo impiegare procedimenti fisicamente inefficienti, purché essi fossero sufficientemente lunghi affinché il vantaggio derivante dal differimento comportasse la loro inefficienza.
Negli Stati Uniti, racconta Lenin, un certo Owens inventò una macchina destinata a rivoluzionare l’industria delle bottiglie. Il cartello tedesco dei fabbricanti di bottiglie acquistò il brevetto e lo chiuse in un cassetto, impedendone l’applicazione. Inizia così l’epoca del rallentamento artificiale del progresso, dell’obsolescenza pianificata, della fabbricazione di prodotti-spazzatura. I gadget oggi in commercio – l’iPhone, Ozempic, per esempio – venduti a prezzi irrazionali e giustificati da royalties stellari attribuite al Genio che li avrebbe prodotti, ne sono un’espressione compiuta.
L’evoluzione del capitalismo, scrive Lenin nel 1916, è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a «dominare» – le virgolette di Lenin servono a indicare che, in realtà, essa non domina più nulla ed è ormai passata in secondo piano – e a essere considerata la base di tutta l’economia, in realtà essa è già minata, e i maggiori profitti spettano ai «geni». Anche qui le virgolette sono decisive: Genio è il processo di reificazione e di santificazione dell’obsolescenza pianificata, dell’inefficienza e della spazzatura.
«Su questa base» – altre virgolette di Lenin, che segnala il momento della sofisticazione e della speculazione, in cui la base economica diventa mero supporto della rendita – la critica borghese e reazionaria sogna un ritorno alla libera, pacificata e onesta concorrenza. Se le cose non funzionano, dicono i perbenisti borghesi, è perché il libero scambio è ostacolato dai monopoli, dalle big company, dai dazi, dal protezionismo, dai trust e dai cartelli. Se si lasciasse procedere il mercato secondo le sue regole, se tutto scorresse liberamente, avremmo prodotti migliori, più valore aggiunto e più ricchezza per tutti, invece di rendita e fuffa.
Eppure, osserva Lenin, trarre da questi fatti una conclusione a favore del libero commercio e della pacifica democrazia è una banalità, e significa dimenticare che sono stati proprio il libero commercio e la pacifica democrazia a portarci fin qui. Il capitale finanziario, che muove l’intera baracca, se ne infischia della morale piccolo-borghese e scarnifica due volte la povera creatura: una prima volta attraverso i profitti realizzati sui prestiti concessi agli Stati satelliti o alle colonie; una seconda volta attraverso gli stessi prestiti, quando questi vengono impiegati – come nel caso contemporaneo della Grecia – per acquistare i prodotti della Krupp.
Sulla Produttività, in quanto base dell’inefficienza e dei prezzi amministrati e dei Geni percettori di Royalties, Lenin nota un altro aspetto interessante, legato proprio al punto più alto (e non più basso) dell’efficienza fisica (Keynes parla proprio di efficienza fisica, non di valore aggiunto, ma di Produttività legata alla filiera fisica), la trasformazione dell’Europa occidentale (qui cita Hobson) in una Federazione europea delle grandi potenze che potrebbe presentare il gravissimo pericolo di un parassitismo occidentale, quello di permettere l’esistenza di un gruppo di nazioni industriali più progredite, le cui classi elevate riceverebbero, dall’Asia e dal l’Africa, enormi tributi e, mediante questi, si procurerebbero grandi masse di impiegati e di servitori addomesticati che non sarebbero occupati nella produzione in grande di derrate agricole o di articoli industriali, ma nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria. La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe allora assumere l’aspetto e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, cioè l’Inghilterra meridionale, la Riviera e le località dell’Italia e della Svizzera visitate dai turisti e abitate da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano Oriente; accanto, un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più avariabili. Allora scomparirebbero i più importanti rami di industria, e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa.
La deindustrializzazione, afferma Lenin, costituisce un momento dell’avanzamento del capitalismo e non del suo arretramento, come invece ritiene il piccolo borghese impoverito che sogna un ritorno allo status quo ante.
Per quanto riguarda la socializzazione forzata, eccessiva, Lenin scrive queste poche esaustive parole. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libera concorrenza completa alla socializzazione completa.
L’avanzamento delle forze produttive strappa i capitalisti al loro isolamento. Forze che agiscono alle loro spalle e contro la loro volontà li proiettano in una nuova società, quella della socializzazione completa, nella quale il calcolo e le procedure tecniche di controllo – il piano – costituiscono la base stessa della socializzazione. Nel seno della vecchia società, regolata dalla proprietà privata, dalla separazione e dall’individualismo, avanza così, spinta dal calcolo e dal piano, una nuova forma sociale.
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Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde?
Sono finite le manovre e gli screzi interni alla maggioranza sugli ultimi ritocchi alla legge di bilancio di 22 miliardi. Una manovra stitica, senza misure particolarmente significative, ma che proprio nel suo essere specchio di “vacche magre” illustra chiaramente chi perde e chi vince in termini di classe, o meglio: chi beneficierà degli ultimi spiccioli elargiti dal governo Meloni in vista delle elezioni del 2027 (ma che possono anche essere anticipate).
Chi paga?
12 miliardi, dei 22, vengono formalmente da banche e assicurazioni, attraverso aumenti di imposte (IRAP) e aliquote sulle polizze assicurative: non è difficile immaginare che questi costi, senza che sia previsto un meccanismo di controllo delle spese imposte agli utenti finali, verranno scaricati su questi ultimi, correntisti, sottoscrittori di mutui e prestiti, assicurati. L’aumento di cinque volte dell’aliquota sulle polizze, dal 2,5 al 12,5 %, sarà in particolare scaricato direttamente sulle sottoscrizioni e i rinnovi a partire dal 1 Gennaio, e ricadrà principalmente, per numeri, sulle polizze RCA Auto: una misura regressiva, come tutte quelle slegate dal reddito.
Un altro mezzo miliardo arriva dall’aumento delle accise sul diesel, mentre oltre mezzo miliardo è previsto dalla cosiddetta “tassa Temu”, i 2 euro su ogni pacco del valore di meno di 150 euro provenienti da paesi extra UE. Non è difficile capire su quali settori della società impatteranno, specie la misura sui pacchi, che colpirà proprio chi compra su determinati store per risparmiare.
Si gratta il fondo tagliando addirittura del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione: si vanno a colpire, nelle spese essenziali, i nuclei più svantaggiati tra gli svantaggiati, con un carico di odio di classe raramente così esplicito.
Infine, sul fronte delle mancate spese, si ritarda ulteriormente l’accesso alla pensione e si cancellano tutte le possibilità di anticipo come opzione donna e quota 103; si provano a spostare, ancora una volta, ingenti somme sui fondi pensione privati imponendo il meccanismo del silenzio assenso a tutti i nuovi assunti, che dovranno esplicitare la richiesta di lasciare il TFR nelle casse dell’INPS entro 60 giorni dall’assunzione.
In buona sostanza sul piano delle entrate a pagare sono solo le lavoratrici e i lavoratori, anche più degli altri anni, quando l’inflazione consentiva qualche operazione di maquillage apparentemente redistributiva.
Chi ci guadagna?
Sul fronte spese, la principale voce è il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35 al 33% per i redditi da 28000 a 50000 euro. È una misura fortemente regressiva, perché all’interno di questa fascia saranno i redditi più alti, a beneficiare di quasi 440 euro in più all’anno, mentre gli operai che rientrano nella fascia di reddito godranno di un bonus “pizza economica a domicilio per due” di ben 23 euro.
Altro grande regalo arriva ai proprietari di case: non a coloro che a fatica lo sono diventati, appartenendo ai ceti medio bassi, ma a quelli proprietari di case di alto o altissimo valore catastale: sale infatti la soglia di esenzione ISEE della prima casa, arrivando a ben 91.500 euro e 200.000 nelle metropoli, in modo tale che l’asilo nido pubblico, o la mensa, costeranno ugualmente tanto a una famiglia in affitto (a forte rischio povertà) quanto ad una proprietaria di un lussuoso appartamento in centro città. Idem tutte le prestazioni legate all’ISEE.
Alle imprese arrivano altri due miliardi circa tra iperammortamento e rinnovo ZES, e non si può dire che non siano riconoscenti, dato che il presidente di Confindustria ringrazia Giorgia Meloni per i 15 miliardi ricevuti in 3 anni; alle scuole paritarie, altro grande pilastro a sostegno del Governo, 1500 euro ad alunno e l’esenzione dall’IMU.
Beate tra le imprese sono quelle produttrici di armi, che godranno di un aumento delle spese militari, secondo l’analisi operata dall’Osservatorio Mil€x sul Def, di 1,1 miliardi di euro, per complessivi 33,948 miliardi di euro, ulteriore record storico con avvicinamento alla soglia dei 34 miliardi e un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% sul decennio.
Di questi, ben 13,1 miliardi di euro sono destinati alla spesa per armamenti, anche qui un record storico di stanziamenti che finiranno dritti dritti nelle tasche dell’industria bellica.
Festeggiano anche gli evasori fiscali, che godono della quinta rottamazione delle cartelle al modico prezzo di capitale e spese, senza interessi.
Muore invece la sanità pubblica, costretta ad affrontare spese in rialzo con fondi invariati.
Le mancette degli scorsi anni, che erano riuscite ad accontentare, seppur con poco, un bacino più ampio della base elettorale della destra, sono finite; Giorgetti riceve riconoscimenti internazionali per aver riportato il rapporto deficit/PIL al 3%, dall’8% e passa di inizio mandato; l’Italia però langue in un contesto in cui risulta, con una crescita prossima allo zero, il tasso più basso dell’Eurozona. Una stagnazione figlia di quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, segno di un mutamento strutturale del nostro sistema economico, sempre più basato su settori a bassa innovazione, basso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento.
Quale alternativa?
In un contesto come questo, di rispetto delle regole di bilancio europee, mortificazione della domanda interna, disprezzo per i ceti medio bassi e per i poveri, non c’è misura di crescita che tenga. Servirebbe un cambio di segno, sui salari, sulle pensioni, sui consumi interni, sulle spese dirette dello Stato in sanità, istruzione, trasporti, welfare, tutte cose in controtendenza sia col disegno economico della destra che con i pannicelli caldi del campo largo, che non osa mettere in discussione il quadro di compatibilità generale.
Non c’è alternativa da chi oggi siede in Parlamento: l’alternativa, anche economica, va costruita nelle strade, negli scioperi, nelle lotte contro la guerra, nell’organizzazione di un orizzonte politico radicalmente diverso.
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Chi paga?
12 miliardi, dei 22, vengono formalmente da banche e assicurazioni, attraverso aumenti di imposte (IRAP) e aliquote sulle polizze assicurative: non è difficile immaginare che questi costi, senza che sia previsto un meccanismo di controllo delle spese imposte agli utenti finali, verranno scaricati su questi ultimi, correntisti, sottoscrittori di mutui e prestiti, assicurati. L’aumento di cinque volte dell’aliquota sulle polizze, dal 2,5 al 12,5 %, sarà in particolare scaricato direttamente sulle sottoscrizioni e i rinnovi a partire dal 1 Gennaio, e ricadrà principalmente, per numeri, sulle polizze RCA Auto: una misura regressiva, come tutte quelle slegate dal reddito.
Un altro mezzo miliardo arriva dall’aumento delle accise sul diesel, mentre oltre mezzo miliardo è previsto dalla cosiddetta “tassa Temu”, i 2 euro su ogni pacco del valore di meno di 150 euro provenienti da paesi extra UE. Non è difficile capire su quali settori della società impatteranno, specie la misura sui pacchi, che colpirà proprio chi compra su determinati store per risparmiare.
Si gratta il fondo tagliando addirittura del 50% la prima mensilità successiva alle 18 standard previste dall’assegno di inclusione: si vanno a colpire, nelle spese essenziali, i nuclei più svantaggiati tra gli svantaggiati, con un carico di odio di classe raramente così esplicito.
Infine, sul fronte delle mancate spese, si ritarda ulteriormente l’accesso alla pensione e si cancellano tutte le possibilità di anticipo come opzione donna e quota 103; si provano a spostare, ancora una volta, ingenti somme sui fondi pensione privati imponendo il meccanismo del silenzio assenso a tutti i nuovi assunti, che dovranno esplicitare la richiesta di lasciare il TFR nelle casse dell’INPS entro 60 giorni dall’assunzione.
In buona sostanza sul piano delle entrate a pagare sono solo le lavoratrici e i lavoratori, anche più degli altri anni, quando l’inflazione consentiva qualche operazione di maquillage apparentemente redistributiva.
Chi ci guadagna?
Sul fronte spese, la principale voce è il taglio dell’aliquota IRPEF dal 35 al 33% per i redditi da 28000 a 50000 euro. È una misura fortemente regressiva, perché all’interno di questa fascia saranno i redditi più alti, a beneficiare di quasi 440 euro in più all’anno, mentre gli operai che rientrano nella fascia di reddito godranno di un bonus “pizza economica a domicilio per due” di ben 23 euro.
Altro grande regalo arriva ai proprietari di case: non a coloro che a fatica lo sono diventati, appartenendo ai ceti medio bassi, ma a quelli proprietari di case di alto o altissimo valore catastale: sale infatti la soglia di esenzione ISEE della prima casa, arrivando a ben 91.500 euro e 200.000 nelle metropoli, in modo tale che l’asilo nido pubblico, o la mensa, costeranno ugualmente tanto a una famiglia in affitto (a forte rischio povertà) quanto ad una proprietaria di un lussuoso appartamento in centro città. Idem tutte le prestazioni legate all’ISEE.
Alle imprese arrivano altri due miliardi circa tra iperammortamento e rinnovo ZES, e non si può dire che non siano riconoscenti, dato che il presidente di Confindustria ringrazia Giorgia Meloni per i 15 miliardi ricevuti in 3 anni; alle scuole paritarie, altro grande pilastro a sostegno del Governo, 1500 euro ad alunno e l’esenzione dall’IMU.
Beate tra le imprese sono quelle produttrici di armi, che godranno di un aumento delle spese militari, secondo l’analisi operata dall’Osservatorio Mil€x sul Def, di 1,1 miliardi di euro, per complessivi 33,948 miliardi di euro, ulteriore record storico con avvicinamento alla soglia dei 34 miliardi e un aumento del 2,8% rispetto al 2025 e di oltre il 45% sul decennio.
Di questi, ben 13,1 miliardi di euro sono destinati alla spesa per armamenti, anche qui un record storico di stanziamenti che finiranno dritti dritti nelle tasche dell’industria bellica.
Festeggiano anche gli evasori fiscali, che godono della quinta rottamazione delle cartelle al modico prezzo di capitale e spese, senza interessi.
Muore invece la sanità pubblica, costretta ad affrontare spese in rialzo con fondi invariati.
Le mancette degli scorsi anni, che erano riuscite ad accontentare, seppur con poco, un bacino più ampio della base elettorale della destra, sono finite; Giorgetti riceve riconoscimenti internazionali per aver riportato il rapporto deficit/PIL al 3%, dall’8% e passa di inizio mandato; l’Italia però langue in un contesto in cui risulta, con una crescita prossima allo zero, il tasso più basso dell’Eurozona. Una stagnazione figlia di quasi tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, segno di un mutamento strutturale del nostro sistema economico, sempre più basato su settori a bassa innovazione, basso valore aggiunto, alto tasso di sfruttamento.
Quale alternativa?
In un contesto come questo, di rispetto delle regole di bilancio europee, mortificazione della domanda interna, disprezzo per i ceti medio bassi e per i poveri, non c’è misura di crescita che tenga. Servirebbe un cambio di segno, sui salari, sulle pensioni, sui consumi interni, sulle spese dirette dello Stato in sanità, istruzione, trasporti, welfare, tutte cose in controtendenza sia col disegno economico della destra che con i pannicelli caldi del campo largo, che non osa mettere in discussione il quadro di compatibilità generale.
Non c’è alternativa da chi oggi siede in Parlamento: l’alternativa, anche economica, va costruita nelle strade, negli scioperi, nelle lotte contro la guerra, nell’organizzazione di un orizzonte politico radicalmente diverso.
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L’industria bellica europea vola col riarmo
Spinti della transizione verso un’economia di guerra, risposta comune delle capitali europee alla crisi industriale, i maggiori gruppi del settore bellico del Vecchio Continente si apprestano a distribuire agli azionisti una cifra record: circa 5 miliardi di dollari tra dividendi e riacquisti di azioni (buyback). Si tratta del livello più alto raggiunto negli ultimi dieci anni, una pioggia di soldi che riflette lo stato di grazia finanziaria del comparto.
Secondo un’analisi condotta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la crescita della remunerazione è accompagnata anche da un robusto rafforzamento degli investimenti. La quota di ricavi destinata a ricerca, sviluppo e spesa in conto capitale dall’esplosione del conflitto ucraino è salita, secondo le stime, dal 6,4% al 7,9% di quest’anno.
A guidare questa classifica del profitto sono le britanniche BAE Systems e Babcock, le francesi Thales e Dassault, la svedese Saab e le tedesche Rheinmetall e Hensoldt. Bisogna inoltre sottolineare che dai conti è esclusa Airbus, per via dell’importanza delle sue attività commerciali, e che ci si aspetta che nel 2026 i risultati generali possano essere ancora migliori.
Un ruolo di primo piano spetta, inoltre, all’italiana Leonardo: il colosso nazionale ha raddoppiato la cedola quest’anno. Nei primi nove mesi del 2025, Leonardo ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un utile netto in crescita del 28%. Grazie al boom di commesse aeronautiche e alla recente intesa con Airbus e Thales nel settore spaziale, il gruppo guidato da Roberto Cingolani è riuscito anche a ridurre l’indebitamento netto di oltre un quarto rispetto allo scorso anno.
Negli Stati Uniti, invece, il clima è diverso. Il picco dei rendimenti è arrivato nel 2023, per gli azionisti di sei giganti delle armi stelle-e-strisce (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls). Ora la remunerazione è diminuita, così come gli investimenti. Il settore è finito nelle critiche per eccessivi buyback, effettuati per mantenere alto il valore delle azioni.
Donald Trump ha sollecitato le compagnie a investire di più nella capacità produttiva anziché nei mercati finanziari. Ancora più duro il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha accusato le aziende di essere “gravemente in ritardo nelle consegne”, invocando “più ricerca e meno riacquisti di azioni”.
Tuttavia, secondo Rob Stallard, analista di Vertical Research, queste critiche non sarebbero supportate dai fatti: “negli ultimi due anni, i riacquisti azionari e i dividendi in percentuale sulla capitalizzazione di mercato [delle aziende statunitensi] si sono quasi dimezzati”. Va inoltre sottolineato che il nuovo bilancio della difesa varrà oltre 900 miliardi di dollari: c’è molto materiale attraverso cui “stimolare” la produzione bellica.
Con le tensioni geopolitiche che non accennano a diminuire, e che anzi, per l’azione di UE, USA e loro alleati (Israele e Taiwan in primis) stanno aumentando, con la propaganda di guerra costruita da Bruxelles intorno alla Russia, bisogna aspettarsi che il complesso militare-industriale guadagnerà ancora più soldi e legittimazione, con la scusa del rilancio industriale annesso. Una narrazione che va combattuta in virtù dell’enormità di fondi stornata dalle spese sociali verso le armi.
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Secondo un’analisi condotta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la crescita della remunerazione è accompagnata anche da un robusto rafforzamento degli investimenti. La quota di ricavi destinata a ricerca, sviluppo e spesa in conto capitale dall’esplosione del conflitto ucraino è salita, secondo le stime, dal 6,4% al 7,9% di quest’anno.
A guidare questa classifica del profitto sono le britanniche BAE Systems e Babcock, le francesi Thales e Dassault, la svedese Saab e le tedesche Rheinmetall e Hensoldt. Bisogna inoltre sottolineare che dai conti è esclusa Airbus, per via dell’importanza delle sue attività commerciali, e che ci si aspetta che nel 2026 i risultati generali possano essere ancora migliori.
Un ruolo di primo piano spetta, inoltre, all’italiana Leonardo: il colosso nazionale ha raddoppiato la cedola quest’anno. Nei primi nove mesi del 2025, Leonardo ha registrato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un utile netto in crescita del 28%. Grazie al boom di commesse aeronautiche e alla recente intesa con Airbus e Thales nel settore spaziale, il gruppo guidato da Roberto Cingolani è riuscito anche a ridurre l’indebitamento netto di oltre un quarto rispetto allo scorso anno.
Negli Stati Uniti, invece, il clima è diverso. Il picco dei rendimenti è arrivato nel 2023, per gli azionisti di sei giganti delle armi stelle-e-strisce (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls). Ora la remunerazione è diminuita, così come gli investimenti. Il settore è finito nelle critiche per eccessivi buyback, effettuati per mantenere alto il valore delle azioni.
Donald Trump ha sollecitato le compagnie a investire di più nella capacità produttiva anziché nei mercati finanziari. Ancora più duro il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha accusato le aziende di essere “gravemente in ritardo nelle consegne”, invocando “più ricerca e meno riacquisti di azioni”.
Tuttavia, secondo Rob Stallard, analista di Vertical Research, queste critiche non sarebbero supportate dai fatti: “negli ultimi due anni, i riacquisti azionari e i dividendi in percentuale sulla capitalizzazione di mercato [delle aziende statunitensi] si sono quasi dimezzati”. Va inoltre sottolineato che il nuovo bilancio della difesa varrà oltre 900 miliardi di dollari: c’è molto materiale attraverso cui “stimolare” la produzione bellica.
Con le tensioni geopolitiche che non accennano a diminuire, e che anzi, per l’azione di UE, USA e loro alleati (Israele e Taiwan in primis) stanno aumentando, con la propaganda di guerra costruita da Bruxelles intorno alla Russia, bisogna aspettarsi che il complesso militare-industriale guadagnerà ancora più soldi e legittimazione, con la scusa del rilancio industriale annesso. Una narrazione che va combattuta in virtù dell’enormità di fondi stornata dalle spese sociali verso le armi.
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Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana
25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato mentre si nascondevano dietro i pini.
Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.
Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.
Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.
10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.
Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.
La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge.
7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.
Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.
Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.
Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.
Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.
Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.
Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.
13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.
La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.
Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.
Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.
La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.
La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.
Fonte
Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.
Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.
Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.
10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.
Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.
La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge.
7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.
Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.
Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.
Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.
Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.
Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.
Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.
13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.
La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.
Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.
Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.
La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.
La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.
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[Contributo al dibattito] L’illusione militare statunitense contro il Venezuela
di Pino Arlacchi
Mi trovavo a Caracas due mesi fa, ospite di un Forum internazionale. Trump tuonava da tempo minacce d’invasione e guerra.
Una formazione navale Usa si trovava a circa 700 km a Nord della capitale. Ma la città e il Paese apparivano immersi in una calma surreale. Niente coprifuoco né proclamazione d’emergenza nazionale, zero panico di massa. Piazze e strade illuminate. Nessuna fuga dai centri urbani né assalto a supermercati e distributori di benzina. Incoscienza latina? Testa sotto la sabbia? Strategia governativa di rassicurazione e minimizzazione del pericolo?
Quest’ultimo punto veniva smentito dalla presenza, nella piazza antistante l’evento cui partecipavo, di un meeting della milizia popolare nazionale, una forza passata da 5 a 7 milioni di unità dopo l’intensificazione degli attacchi Usa. Ma anche qui niente discorsi accesi. La sindaca di Caracas e il ministro della difesa, all’ingresso della sala del Convegno, conversavano pacatamente con gli ospiti accrescendo il mio senso di sconcerto.
Solo dopo il mio ritorno, ripensando il tutto alla luce di quanto ho scritto sulla guerra che non ci sarà tra Cina e Usa, ho elaborato una risposta compiuta.
Il punto di partenza è il punto-nave della portaerei Gerald Ford, meraviglia tecnologica ed estetica che viene alla grande in tv, ma è in realtà una bara galleggiante, un potenziale rottame che deve stare ad almeno 700 km dalla costa per non essere colata a picco da missili e droni venezuelani. Come tutte le altre navi della vulnerabile Armada.
Se la supremazia militare Usa fosse quella di un tempo, le navi si troverebbero a 7 e non a 700 km di distanza dalla costa. Stazionerebbero nelle acque di Trinidad, isola quasi attaccata al Venezuela, e il cui governo ha dato pieno accesso alla flotta Usa. Starebbero lì a fare il tiro a segno contro città, porti, centrali elettriche, raffinerie. Avrebbero concluso in poche settimane la missione, eliminato Maduro e il chavismo, installato la Machado di turno e preso possesso dell’agognato petrolio. Le forze armate si sarebbero divise, e la popolazione riversata nelle piazze celebrando la fine della feroce tirannia.
Ma è wishful thinking occidentale, un esercizio d’imbecillità e paranoia simile a quello che aveva visto la Russia in ginocchio sotto le sanzioni, Putin malato e fuori gioco, Ucraina e Ue trionfanti sotto la spinta di una furia popolare antirussa, guidata da una leadership euroamericana rispettata e ammirata ovunque. Beh, abbiamo visto com’è andata qui, e siamo all’inizio di come andrà in Venezuela.
Limitiamoci agli aspetti militari. Il posizionamento difensivo della squadra navale Usa è dovuto al fatto che il Venezuela dispone della forza armata asimmetrica più moderna ed efficace del continente. Il Paese è pieno di droni, missili supersonici (non ipersonici, per adesso), sistemi di difesa antiaerea S-300 mobili forniti da Iran e Russia negli ultimi venti anni. Armi in grado di trasformare in un fiasco qualunque attacco su larga scala condotto con mezzi militari obsoleti come navi, aerei e truppe da sbarco.
La costa del Venezuela è protetta dentro un raggio di 450 km da missili che volano a Mach 2,5 rasente la superficie del mare per evitare i radar. Sono collaudate, convenzionali, armi russe. Assieme ad analoghi sistemi, come Pantsirs1 e BUK-M2E, sono sufficienti a tener lontana la flotta Usa senza ricorrere ai missili ipersonici.
Una portaerei da 13 miliardi di dollari, equipaggiata con 75 caccia F-35, è una macchina di distruzione insuperabile solo se vicina al bersaglio, immune da droni e missili antinave. Altrimenti è solo un bidone galleggiante, come dimostrato dagli Houthi nella strettoia del Mar Rosso. I loro droni (peraltro primitivi) hanno costretto lo Zio Sam a un umiliante accordo coi ribelli mediato dal Qatar. E a tenere lontane le sue portaerei.
I caccia Usa più avanzati non possono volare in numero significativo per distanze superiori alle 300 miglia nautiche senza dover esser riforniti in volo da aerei cisterna facile preda di missili e caccia nemici.
Avvicinandosi un po’ alla costa, la Ford potrebbe lanciare attacchi limitati, ma le sortite giornaliere sarebbero drasticamente ridotte. Non consentirebbero quei bombardamenti intensivi che fiaccano e demoralizzano l’avversario, e quelle ondate massicce di attacchi necessarie per coprire gli sbarchi con mezzi anfibi: bersaglio più semplice per droni e artiglieria tradizionale.
Ma il deterrente forse più micidiale consiste nel sistema antiaereo S-300SV di marca russa combinato ai droni armati di fattura iraniana. I droni Ansu-100 e Ansu-200 son stati mostrati a Caracas il 5 luglio 2022 nella parata del giorno dell’indipendenza. Altri droni collaudati in Ucraina e facilmente ottenibili dal Venezuela possono rendere insostenibile il rapporto costo-letalità: un drone russo Fpv da mille dollari, producibile in migliaia di unità trasportabili su un aereo cargo, contro un Cacciatorpediniere Arleigh Burke da 2 miliardi.
Preso atto dell’impossibilità tattica di un’invasione anfibia e di una campagna di bombardamenti a distanza, il 17 dicembre Trump proclama sul social Truth “il blocco totale di tutte le petroliere sanzionate” che entrano ed escono dal Venezuela. Attenzione: petroliere sanzionate, non tutte le petroliere. Un blocco totale sarebbe, secondo il diritto internazionale, atto di guerra.
Limitando il blocco alle navi già sanzionate dagli Usa, Trump cerca di sostenere che esso non è altro che l’applicazione di sanzioni già esistenti. Facile a dirsi, quasi impossibile da farsi. Un blocco efficace richiederebbe molto più di quanto gli Usa abbiano dispiegato. Secondo Tanker Trackers, circa 712 navi in tutto il mondo sono nella lista nera Usa. Quasi 40 si trovano ora in acque venezuelane, di cui 18 cariche di petrolio.
Il Venezuela ha diversi terminal petroliferi sulla sua costa lunga oltre 2.800 km. Per accerchiarli efficacemente non bastano le 11 navi militari di stanza nella regione. Ne servirebbero 24-36 da tenere in loco a tempo indefinito, con rotazioni che porterebbero il fabbisogno totale a 60-80 navi: più della metà dell’intera flotta americana da combattimento, che dovrebbe controllare accuratamente l’intero flusso, senza danneggiare il traffico commerciale e senza esporsi a incidenti con navi battenti bandiere di potenze nucleari non amiche. E con il rischio, sullo sfondo, di essere in gran parte affondata dal passaggio a una guerra vera e propria.
Ma il problema non è solo il numero delle imbarcazioni che entrano ed escono dai porti del Venezuela. C’è la questione del pattugliamento delle rotte oceaniche. Gli oceani sono immensi e le navi sono solo dei puntini sulla mappa. Considerando un raggio di mille miglia nautiche dal Venezuela, l’area da monitorare è di circa 11 milioni di km2. Un aereo pattugliatore P-8 Poseidon può coprire circa 2.000-2.500 km2 per sortita completa. Con 6-8 Poseidon operativi destinati esclusivamente alle presunte rotte petrolifere, gli Usa possono monitorare efficacemente circa lo 0,15-0,18% dell’area totale.
E i satelliti non risolvono il problema: quelli radar ad apertura sintetica (Sar) hanno una risoluzione sufficiente per vedere una nave, ma coprono solo una striscia di 50-100 km per passaggio. Ma i Sar sono solo 15 e possono offrire copertura parziale ogni 12-48 ore, non un monitoraggio continuo. Le navi della “dark fleet” petrolifera sfruttano bene tali limiti. Petroliere associate a Iran, Venezuela o Russia hanno condotto oltre 130 visite nell’area dei Caraibi negli ultimi 30 giorni, coinvolgendo 116 navi, con visite in aumento del 95% anno su anno.
Torniamo a Caracas e alla sua tranquillità. È evidente che il governo venezuelano dispone degli stessi calcoli strategici e consapevolezza dei limiti operativi americani che ha il Pentagono. Sa che un attacco massiccio e un blocco navale completo sono impossibili da attuare. Non serve perciò proclamare l’emergenza nazionale quando si sa che l’emergenza non c’è. Le decorazioni natalizie nelle strade di Caracas erano semplicemente la risposta razionale di un Paese che ha fatto bene i suoi conti.
Fonte
Mi trovavo a Caracas due mesi fa, ospite di un Forum internazionale. Trump tuonava da tempo minacce d’invasione e guerra.
Una formazione navale Usa si trovava a circa 700 km a Nord della capitale. Ma la città e il Paese apparivano immersi in una calma surreale. Niente coprifuoco né proclamazione d’emergenza nazionale, zero panico di massa. Piazze e strade illuminate. Nessuna fuga dai centri urbani né assalto a supermercati e distributori di benzina. Incoscienza latina? Testa sotto la sabbia? Strategia governativa di rassicurazione e minimizzazione del pericolo?
Quest’ultimo punto veniva smentito dalla presenza, nella piazza antistante l’evento cui partecipavo, di un meeting della milizia popolare nazionale, una forza passata da 5 a 7 milioni di unità dopo l’intensificazione degli attacchi Usa. Ma anche qui niente discorsi accesi. La sindaca di Caracas e il ministro della difesa, all’ingresso della sala del Convegno, conversavano pacatamente con gli ospiti accrescendo il mio senso di sconcerto.
Solo dopo il mio ritorno, ripensando il tutto alla luce di quanto ho scritto sulla guerra che non ci sarà tra Cina e Usa, ho elaborato una risposta compiuta.
Il punto di partenza è il punto-nave della portaerei Gerald Ford, meraviglia tecnologica ed estetica che viene alla grande in tv, ma è in realtà una bara galleggiante, un potenziale rottame che deve stare ad almeno 700 km dalla costa per non essere colata a picco da missili e droni venezuelani. Come tutte le altre navi della vulnerabile Armada.
Se la supremazia militare Usa fosse quella di un tempo, le navi si troverebbero a 7 e non a 700 km di distanza dalla costa. Stazionerebbero nelle acque di Trinidad, isola quasi attaccata al Venezuela, e il cui governo ha dato pieno accesso alla flotta Usa. Starebbero lì a fare il tiro a segno contro città, porti, centrali elettriche, raffinerie. Avrebbero concluso in poche settimane la missione, eliminato Maduro e il chavismo, installato la Machado di turno e preso possesso dell’agognato petrolio. Le forze armate si sarebbero divise, e la popolazione riversata nelle piazze celebrando la fine della feroce tirannia.
Ma è wishful thinking occidentale, un esercizio d’imbecillità e paranoia simile a quello che aveva visto la Russia in ginocchio sotto le sanzioni, Putin malato e fuori gioco, Ucraina e Ue trionfanti sotto la spinta di una furia popolare antirussa, guidata da una leadership euroamericana rispettata e ammirata ovunque. Beh, abbiamo visto com’è andata qui, e siamo all’inizio di come andrà in Venezuela.
Limitiamoci agli aspetti militari. Il posizionamento difensivo della squadra navale Usa è dovuto al fatto che il Venezuela dispone della forza armata asimmetrica più moderna ed efficace del continente. Il Paese è pieno di droni, missili supersonici (non ipersonici, per adesso), sistemi di difesa antiaerea S-300 mobili forniti da Iran e Russia negli ultimi venti anni. Armi in grado di trasformare in un fiasco qualunque attacco su larga scala condotto con mezzi militari obsoleti come navi, aerei e truppe da sbarco.
La costa del Venezuela è protetta dentro un raggio di 450 km da missili che volano a Mach 2,5 rasente la superficie del mare per evitare i radar. Sono collaudate, convenzionali, armi russe. Assieme ad analoghi sistemi, come Pantsirs1 e BUK-M2E, sono sufficienti a tener lontana la flotta Usa senza ricorrere ai missili ipersonici.
Una portaerei da 13 miliardi di dollari, equipaggiata con 75 caccia F-35, è una macchina di distruzione insuperabile solo se vicina al bersaglio, immune da droni e missili antinave. Altrimenti è solo un bidone galleggiante, come dimostrato dagli Houthi nella strettoia del Mar Rosso. I loro droni (peraltro primitivi) hanno costretto lo Zio Sam a un umiliante accordo coi ribelli mediato dal Qatar. E a tenere lontane le sue portaerei.
I caccia Usa più avanzati non possono volare in numero significativo per distanze superiori alle 300 miglia nautiche senza dover esser riforniti in volo da aerei cisterna facile preda di missili e caccia nemici.
Avvicinandosi un po’ alla costa, la Ford potrebbe lanciare attacchi limitati, ma le sortite giornaliere sarebbero drasticamente ridotte. Non consentirebbero quei bombardamenti intensivi che fiaccano e demoralizzano l’avversario, e quelle ondate massicce di attacchi necessarie per coprire gli sbarchi con mezzi anfibi: bersaglio più semplice per droni e artiglieria tradizionale.
Ma il deterrente forse più micidiale consiste nel sistema antiaereo S-300SV di marca russa combinato ai droni armati di fattura iraniana. I droni Ansu-100 e Ansu-200 son stati mostrati a Caracas il 5 luglio 2022 nella parata del giorno dell’indipendenza. Altri droni collaudati in Ucraina e facilmente ottenibili dal Venezuela possono rendere insostenibile il rapporto costo-letalità: un drone russo Fpv da mille dollari, producibile in migliaia di unità trasportabili su un aereo cargo, contro un Cacciatorpediniere Arleigh Burke da 2 miliardi.
Preso atto dell’impossibilità tattica di un’invasione anfibia e di una campagna di bombardamenti a distanza, il 17 dicembre Trump proclama sul social Truth “il blocco totale di tutte le petroliere sanzionate” che entrano ed escono dal Venezuela. Attenzione: petroliere sanzionate, non tutte le petroliere. Un blocco totale sarebbe, secondo il diritto internazionale, atto di guerra.
Limitando il blocco alle navi già sanzionate dagli Usa, Trump cerca di sostenere che esso non è altro che l’applicazione di sanzioni già esistenti. Facile a dirsi, quasi impossibile da farsi. Un blocco efficace richiederebbe molto più di quanto gli Usa abbiano dispiegato. Secondo Tanker Trackers, circa 712 navi in tutto il mondo sono nella lista nera Usa. Quasi 40 si trovano ora in acque venezuelane, di cui 18 cariche di petrolio.
Il Venezuela ha diversi terminal petroliferi sulla sua costa lunga oltre 2.800 km. Per accerchiarli efficacemente non bastano le 11 navi militari di stanza nella regione. Ne servirebbero 24-36 da tenere in loco a tempo indefinito, con rotazioni che porterebbero il fabbisogno totale a 60-80 navi: più della metà dell’intera flotta americana da combattimento, che dovrebbe controllare accuratamente l’intero flusso, senza danneggiare il traffico commerciale e senza esporsi a incidenti con navi battenti bandiere di potenze nucleari non amiche. E con il rischio, sullo sfondo, di essere in gran parte affondata dal passaggio a una guerra vera e propria.
Ma il problema non è solo il numero delle imbarcazioni che entrano ed escono dai porti del Venezuela. C’è la questione del pattugliamento delle rotte oceaniche. Gli oceani sono immensi e le navi sono solo dei puntini sulla mappa. Considerando un raggio di mille miglia nautiche dal Venezuela, l’area da monitorare è di circa 11 milioni di km2. Un aereo pattugliatore P-8 Poseidon può coprire circa 2.000-2.500 km2 per sortita completa. Con 6-8 Poseidon operativi destinati esclusivamente alle presunte rotte petrolifere, gli Usa possono monitorare efficacemente circa lo 0,15-0,18% dell’area totale.
E i satelliti non risolvono il problema: quelli radar ad apertura sintetica (Sar) hanno una risoluzione sufficiente per vedere una nave, ma coprono solo una striscia di 50-100 km per passaggio. Ma i Sar sono solo 15 e possono offrire copertura parziale ogni 12-48 ore, non un monitoraggio continuo. Le navi della “dark fleet” petrolifera sfruttano bene tali limiti. Petroliere associate a Iran, Venezuela o Russia hanno condotto oltre 130 visite nell’area dei Caraibi negli ultimi 30 giorni, coinvolgendo 116 navi, con visite in aumento del 95% anno su anno.
Torniamo a Caracas e alla sua tranquillità. È evidente che il governo venezuelano dispone degli stessi calcoli strategici e consapevolezza dei limiti operativi americani che ha il Pentagono. Sa che un attacco massiccio e un blocco navale completo sono impossibili da attuare. Non serve perciò proclamare l’emergenza nazionale quando si sa che l’emergenza non c’è. Le decorazioni natalizie nelle strade di Caracas erano semplicemente la risposta razionale di un Paese che ha fatto bene i suoi conti.
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